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La Tunisia, il “Paese sicuro”

Quando Giorgia Meloni infiocchettò l’accordo che finora non ha mai funzionato con la Tunisia puntava evidentemente sulla superficialità emotiva dei suoi elettori. Disse, tra le altre cose, che il presidente Kaïs Saïed era “amico dell’Italia e amico dell’Europa”, tentando di normalizzare un Paese a cui appaltare le frontiere europee ricreando un avamposto di lager per bloccare le partenze.

La Tunisia “amica” di Giorgia Meloni in queste ore è l’opposto dell’Italia nella questione medio orientale: Saïed ha espresso il suo sostegno totale e incondizionato al popolo palestinese ricordando che la striscia di Gaza «è un territorio palestinese sotto occupazione sionista da decenni e che il popolo palestinese (…) ha il diritto di recuperare e di riprendere tutta la terra di Palestina come il diritto a creare il suo stato indipendente con Gerusalemme capitale». Ieri la bandiera palestinese sventolava su tutti gli istituti scolastici.

Nel frattempo Saïed continua a sfornare leggi per comprimere i diritti e le libertà dei suoi cittadini. Il 6 ottobre è stata arrestata Abir Moussi, avvocata e leader del Partito desturiano libero, considerata dai sondaggi l’unica candidata in grado di battere Saïed nelle elezioni presidenziali previste nel 2024. Da febbraio sono una trentina gli oppositori politici, i giornalisti e gli intellettuali arrestati con accuse gravissime. 

Intanto il presidente tunisino continua a ribadire il suo fermo no alle riforme richieste dal Fondo monetario internazionale per ottenere il prestito di 1,9 miliardi di dollari promesso da Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen definendoli “diktat stranieri”. 

«È un paese sicuro e amico, la Tunisia», dicono. Sì, come no.

Buon martedì. 

Nella foto: Giorgia Meloni e Kaïs Saïed, Tunisi, 6 giugno 2023 (governo.it)

C’è un (altro) giudice a Catania

C’è un (altro) giudice a Catania, a dimostrazione che le leggi si discutono nel merito e non martellando gli uomini di legge. Ieri il giudice Rosario Cupi non ha convalidato il trattenimento di sei migranti a Pozzallo, disposto dal Questore di Ragusa. La decisione ricalca quella già presa dalla giudice Iolanda Apostolico, gettata nel liquame politico dall’irresponsabile ministro Matteo Salvini insieme ai suoi colleghi detti garantisti che aveva avanzata un’analoga richiesta nei confronti di quatto tunisini.

Il giudice Cupi ha sottolineato una decisione della Corte di giustizia dell’Ue secondo la quale “il trattenimento di un richiedente protezione internazionale” costituisce “una misura coercitiva che priva tale richiedente della sua libertà di circolazione e lo isola dal resto della popolazione, imponendogli di soggiornare in modo permanente in un perimetro circoscritto e ristretto”. “Ne discende – osserva – che il trattenimento costituendo una misura di privazione della libertà personale è legittimamente realizzabile soltanto in presenza delle condizioni giustificative previste dalla legge”. E ricorda che anche la Corte di Cassazione ha stabilito che “la normativa interna incompatibile con quella dell’Unione va disapplicata dal giudice nazionale”.

Ora non resta che scovare un audio in cui il giudice Cupi confessa di disprezzare le politiche di Giorgia Meloni oppure un video in cui Cupi gioca a carte con una masnada di comunisti. Oppure si potrebbe scovare un suo post sui social in cui si augura che i diritti umani siano sempre rispettati. E il gioco è fatto.

Buon lunedì. 

In cerca di Laura

La mostra In love with Laura al Kunst Historisches Museum di Vienna (fino al 15 ottobre) fa il punto su una interessante questione attorno alla quale gli storici dell’arte da secoli si interrogano: quali sono le origini dell’iconografia della musa del Petrarca? Quali le sue possibili filiazioni e implicazioni? Si tratta di una questione che trascende il ristretto ambito della storia dell’arte, dal momento che riguarda un personaggio letterario il cui peso specifico nella storia della cultura italiana ed europea (il “petrarchismo” fu un fenomeno di portata continentale nel XVI secolo) fu rilevante.

I curatori della mostra viennese hanno concentrato la loro attenzione su una serie di busti femminili dello scultore e architetto italiano, ma di origine dalmata, Francesco Laurana (Aurana 1430-Avignone 1502). La biografia di questo artista è poco nota, ma i dati certi di cui siamo a conoscenza sono il suo legame con la corte aragonese di Napoli, e in particolare con quel singolare personaggio che fu Ferdinando I (meglio noto come Ferrante), che regnò dal 1458 al 1494. Laurana era arrivato a Napoli nel 1453, chiamato a collaborare al cantiere dell’Arco trionfale, posto all’ingresso del Castel Nuovo (o Maschio Angioino) per celebrare la conquista della città da parte di Alfonso V (che dal 1442 era diventato Alfonso I di Napoli), il quale aveva avuto il merito di rendere la città uno dei centri più importanti dell’Umanesimo (proprio nel corso del suo soggiorno napoletano l’umanista Lorenzo Valla scrisse nel 1440 Sulla falsa donazione di Costantino smascherando il documento utilizzato da secoli per giustificare il dominio temporale della Chiesa cattolica). Dopo la morte di Alfonso, nel 1458, Laurana fu chiamato in Francia alla corte del re Renato d’Angiò, ma rimase legato a Napoli, città dove tornerà nel 1471. La sua fama è legata proprio a una serie di busti femminili di straordinaria bellezza; tra questi vi è il busto di Beatrice d’Aragona (la figlia di Ferrante che successivamente avrebbe sposato il re ungherese Mattia Corvino). Nella mostra viennese è esposto il meraviglioso Ritratto di gentildonna proveniente dalla National Gallery of Art di Washington e sono riprodotti tutti gli altri busti di questa serie. Una di queste sculture (le somiglianze tra questi busti sono notevoli e visibili anche per un occhio meno esperto) fa parte della collezione del Kunst Historisches Museum, ed è proprio su quest’ultima che i curatori della mostra hanno voluto porre l’attenzione. Si tratta del Busto femminile, a differenza di tutte le altre, una scultura policroma che ha mantenuto pressoché intatta la sua originale policromia realizzata con cera colorata. Per anni gli studiosi si sono chiesti chi fosse la donna ritratta dallo scultore dalmata. Secondo alcuni sarebbe il ritratto di Isabella d’Aragona, la nipote di Ferrante e figlia del suo primogenito Alfonso II (avrebbe sposato il duca di Milano Gian Galeazzo Maria Sforza nel 1488, ma quest’ultimo si sarebbe rifiutato di consumare il matrimonio per tredici mesi, secondo alcune fonti per via della scarsa avvenenza della moglie). Ma le testimonianze relative ai tratti somatici di quest’ultima non coinciderebbero con quelli del busto.
Al contrario, i tratti somatici della scultura sembrano una fedele riproduzione di un ritratto di Laura, la musa del Canzoniere petrarchesco, contenuto in un codice custodito presso la Biblioteca Laurenziana di Firenze. In questo caso le somiglianze sono straordinarie e non riguardano solo i tratti somatici, ma anche l’acconciatura dei capelli, trattenuti entro una identica retina. Ma quale delle due rappresentazioni ha la precedenza, il busto o il ritratto? A questa domanda non è possibile dare una risposta, perché il codice in questione non è datato; tuttavia più plausibile è l’ipotesi che il ritratto sia il modello a cui si sia ispirato il Laurana, e non il contrario. A conferma di ciò, il fatto che anche nel frontespizio dell’edizione di Sonetti Canzoni e Triomphi di M. Francesco Petrarca (Venezia, Fratelli Nicolini da Sabbio, 1549) compare un’incisione con due ritratti, uno del poeta e l’altro della sua musa, con le fattezze che corrispondono esattamente ai due ritratti del codice fiorentino (in un’epoca in cui non esistevano macchine fotografiche, un ritratto su carta è molto più facile da trasportare rispetto a un busto di marmo!), a dimostrazione dell’esistenza di una tradizione iconografica ormai consolidata.

A questo punto una domanda è: cosa ne sappiamo delle fattezze vere e proprie della musa del poeta? Due sonetti del Canzoniere, il 77 e il 78, ci testimoniano l’esistenza di un ritratto della musa eseguito da Simone Martini. I due si sarebbero incontrati ad Avignone (la città dove era avvenuto il fatale incontro tra il poeta e la sua musa il 6 aprile del 1327) dopo il 1336, anno in cui il pittore senese era stato chiamato dal papa Benedetto XII per decorare la sua residenza-palazzo. Nei due sonetti in questione il poeta loda il pittore per il ritratto («Ma certo il mio Simon fu un Paradiso / Onde questa gentil donna si parte / Ivi la vide, e la ritrasse in carte» 77, 5-7). Si trattava quindi di un disegno, che purtroppo è andato perduto. Tuttavia ci sono testimonianze di una tradizione iconografica che potrebbero ricollegare, almeno cronologicamente, il disegno di Simone Martini e la successiva tradizione iconografica (a cui sarebbe ricollegato anche il citato busto del Laurana).

Il letterato e collezionista d’arte veneziano Marcantonio Michiel (1484-1552), visitando la casa padovana di Pietro Bembo, segnalava “un retratto de Madonna Laura amica del Petrarca tratto da una Santa Margarita che è in Avignone sopra un muro, sotto la persona della quale fu ritratta Madonna Laura”. La fonte è considerata attendibile, anche se non indica l’autore di questo affresco nel quale sarebbe stata raffigurata la musa del Petrarca sotto le sembianze di Santa Margherita e che non è stato possibile identificare. Tuttavia tale fonte testimonia l’esistenza di una tradizione iconografica antica. Non sappiamo se il disegno di Simone Martini fu il capostipite di questa tradizione, ma non possiamo nemmeno smentirlo. Nel 1336, l’anno dell’incontro tra il poeta e il pittore, Laura de Noves (nota anche col cognome di de Novalis, o de Noyes o Madame de Sale, 1310-1348, questo sarebbe il nome della nobildonna francese amata dal poeta) era ancora viva. L’esistenza del disegno è comunque già una prova che ricollega tale tradizione alla persona in carne e ossa. Da ciò quindi almeno possiamo dedurre quanto segue: la possibilità che i lineamenti del ritratto del codice laurenziano (e quindi di conseguenza anche del busto del Laurana) corrispondano effettivamente a quelli della donna amata dal poeta è concreta. Ma se allarghiamo il campo d’indagine, vediamo che i busti del Laurana presentano evidenti somiglianze tra loro e nello stesso tempo (anche se in questo caso le somiglianze sono molto più vaghe) anche ad alcune figure femminili di Piero della Francesca.

Questa ricerca iconografica ci può essere utile anche per gettare una nuova luce su un altro quadro, sempre conservato al Kunst Historische Museum, che si intitola proprio Laura, l’unico attribuibile con certezza al Giorgione e datato al 1506 grazie a una iscrizione nel retro della tavola nella quale sono indicate data e autore. Da secoli gli storici dell’arte si erano chiesti chi fosse la donna ritratta sullo sfondo delle foglie di lauro e se avesse qualcosa a che fare con la tradizione petrarchesca. Da un punto di vista iconografico, questo ritratto di Giorgione e la donna ritratta nel codice laurenziano non hanno nulla a che fare. Ciò appare evidente anche a uno sguardo superficiale. Una volta sgombrato il campo dai possibili legami con la tradizione petrarchesca, è possibile costruire una lettura iconografica di questo quadro su basi più solide. Quella ritratta dal Giorgione, è una donna in carne e ossa, probabilmente su istanza del suo marito/amante (probabilmente si tratta di quel Giacomo menzionato nell’iscrizione dietro alla tavola). Molto si è discusso sul valore simbolico del lauro sullo sfondo del ritratto (secondo alcuni simbolo della fedeltà coniugale), del vestito rosso col collo di pelliccia (secondo alcuni tipico delle cortigiane di Venezia) e sul dettaglio del seno scoperto (cosa che all’epoca, nel 1506, doveva apparire leggermente oltraggiosa e che comunque non sarebbe certo passata inosservata). Ma questo è un altro argomento, che meriterebbe certo una trattazione a sé.

Ce ne rendiamo conto?

Nella legislatura con il Parlamento più bistrattato dalla decretazione come strumento legislativo (sette decreti solo nell’ultimo mese) le uniche vere riforme che rimangono sul tavolo e su cui puntano i leader dei partiti di maggioranza sono il presidenzialismo (o il premieranno) e l’autonomia differenziata. 

Entrambe sarebbero evidentemente uno stravolgimento dello spirito con cui la Costituzione ha immaginato gli equilibri e i contrappesi della nostra democrazia repubblicana. L’elezione diretta del presidente della Repubblica – come se fosse un presidente del Consiglio – modificherebbe una figura di garanzia in una figura di governo, eliminando di fatto un contrappeso istituzionale. In entrambe le ipotesi su cui si sta discutendo (un presidente della Repubblica “governante” o un presidente della Repubblica ridotto alla funzione di “simulacro”) l’attuale presidenza si svuoterebbe dei suoi poteri di controllo. 

Gli esempi di Francia e Usa sventolati per rassicurare perdono molta efficacia in queste settimane dove lo scontro tra poteri (esecutivo e giudiziario) è ai vergognosi livelli del più vergognoso berlusconismo. Basta scorrere i giornali in edicola stamattina per rendersi conto che in questo Paese si sta consumando una guerra pericolosissima non solo per questo o quel giudice ma anche (e soprattutto) per la tenuta dei ruoli e dei poteri in campo.

Accanto a tutto questo resta il progetto di autonomia differenziata nella fase più acuta delle disuguaglianze nel Paese. Toccare l’Italia “una e indivisibile” in questo momento storico, con questo governo, significa prendersi la responsabilità di mettere mano all’articolo 5 della Costituzione. Ne siamo consapevoli, vero?

Buon venerdì. 

Vietata la satira nella Tunisia di Saïed con cui l’Italia e l’Europa siglano accordi

Mentre la premier Meloni e la presidente Von der Leyen siglano accordi con l’autocrate Saïed perché fermi i migranti, in Tunisia le libertà sono sempre più negate, a cominciare da quella di espressione. Arrestato il 21 settembre e rilasciato sotto sorveglianza, il vignettista Tawfiq Omrane è stato deferito al Tribunale di prima istanza di Tunisi il 25 settembre. Il suo reato? Aver pubblicato una vignetta (appena un po’) satirica sul Primo ministro tunisino, Ahmed Hachani.

Tawfiq Omrane è un vignettista conosciuto dagli anni 80 per le sue vignette politiche nei circoli di opposizione della sinistra prima che gli fosse vietato esercitare la sua professione sotto il regime di Ben Ali. Dalla caduta della dittatura, nel gennaio 2011, ha lavorato in Tunisia con i giornali Sawt Echaâb, Aljomhourya, e i siti web di Radio Kalima e Radio Express Fm. In Francia, pubblica su CQFD The Dissident. Ha partecipato a vari festival in Tunisia, Francia, Egitto e Camerun, nonché a eventi, tra cui la riunione internazionale dei cartoonisti a Caen e disegni dal vivo per il vertice euro-arabo all’Unesco – Parigi. Premio Academia per la Caricatura – Tunisia 2014, è ambasciatore di United Sketches in Tunisia e membro del Consiglio scientifico di Librexpression.

La notizia dell’arresto di Tawfiq Omrane è arrivata mentre i vignettisti del centro Librexpression/Libex discutevano al festival Lector In Fabula del ruolo dei vignettisti di stampa nell’informare l’opinione pubblica e delle minacce di tutti tipi che subiscono, anche nei Paesi democraitici. Tutti i membri del Comitato scientifico di Libex, i vignettisti presenti al festival e Pagina ’21 protestano contro questi arresti arbitrari e offrono il loro sostegno a Tawfiq. Left è al loro fianco.

Miller Puckette, il leone dell’elettronica

Miller Puckette è una vera autorità nel campo della musica elettronica. La sua esperienza di applicazione di modelli matematici ed informatici ha fatto sì che diversi aspetti della musica contemporanea potessero essere praticabili grazie anche alla creazione di piattaforme come Pure Data. Il suo lavoro è alla base di tanta musica elettronica dal vivo, di installazioni sonore ed è stato usato per creare strumenti musicali virtuali, elaborare suoni in tempo reale nelle performance strumentali, generare suoni digitali e composizioni per computer. Il 19 ottobre riceverà l’ambito Leone d’argento alla carriera alla Biennale Musica di Venezia 2023. Left lo ha incontrato.

Mister Puckette ci può spiegare come applica la matematica alla musica?
Non saperei come spiegarlo, a dire il vero. Alla base c’è l’intuizione che certe pratiche musicali usino analoghe abitudini di pensiero che sono usate anche in matematica. Tuttavia il vero lavoro di fare musica di solito non sembra essere molto matematico. Ho sfruttato la mia formazione matematica in vari modi nella progettazione di algoritmi per generare ed elaborare suoni musicali, ma non credo che quel tipo di lavoro possa essere considerato di per sé fare musica. È più come costruire uno strumento musicale.

L’amico siciliano di Caravaggio

Mario Minniti è amico del cuore di Michelangelo o Michele Merisi da Caravaggio e a tutta prima la cosa sorprende. Difficile pensare a una così marcata differenza tra i due. Tanto Michelangelo è affilato nei lineamenti, negli zigomi pronunciati, nel mento squadrato, nel naso aguzzo quanto Mario è morbido, dolce, tondo, quasi angelico.
E così ci appare ripetutamente nei quadri di Caravaggio a cominciare dal giovane ingenuo de La buona ventura del 1595 oggi al Louvre per continuare in molti altri dipinti come nella Vocazione e poi nel Martirio di San Matteo del 1600 a San Luigi dei Francesi a Roma. Mario è molto vicino a Michele sino all’inizio del Seicento e forse anni prima era stato anche suo apprendista e aiutante visto che i sei anni di differenza sono un’enormità quando si è giovani. Rimarrà comunque sempre amico del Caravaggio visto che nel 1603 è segnalato in un documento tra i suoi sodali al famoso processo per gli sberleffi al pittore Baglione. Poi Mario scompare da Roma, dove è finito?
Minniti è tornato nella sua natìa Siracusa dove vivrà una vita felice e relativamente lunga per i tempi (1577-1640), così diversa da quella brevissima e drammatica dell’amico (1570-1610). Anzi, nelle peregrinazione nel Mediterraneo di Michele e nei suoi due soggiorni in Sicilia, sicuramente Mario il siracusano dette aiuto e supporto all’amico lombardo.

Italo Calvino, immaginare il mondo come potrebbe essere

Non si creda che i classici vadano letti perché servono a qualcosa. Lo scrive in modo lapidario Italo Calvino in “Perché leggere i classici”, un articolo pubblicato nel 1959.Quando morì nel 1985, lui stesso era già un autore di classici, quegli autori che a scuola si leggono nell’ora di narrativa o si studiano nell’antologia di letteratura. Oggi che, a cento anni dalla sua nascita, è oramai entrato a pieno titolo tra i più noti scrittori italiani in patria e all’estero diventando un classico tra i classici riformuliamo la domanda: a cosa serve oggi leggere Calvino a scuola e in qualunque altro contesto? Possiamo pensare che dipenda da come lo si “usa” e cioè, più in generale, da come pensiamo che la letteratura debba entrare nella scuola e nella nostra vita. In un recente manuale sulla didattica della letteratura Simone Giusti scrive che a scuola la letteratura si può usare in tanti modi: proponendo di studiare la vita e le opere degli autori della tradizione rispettando il cosiddetto “canone” e offrendo un preciso modello culturale di riferimento, oppure si può mettere l’analisi del testo al centro del lavoro della classe, sulla scia della tradizione strutturalista o, ancora, si può pensare che la letteratura serva per una crescita prima di tutto personale che, partendo da quella esperienza estetica che ci permette di abitare storie anche lontane nel tempo e nello spazio, ci aiuti a capire meglio noi stessi, gli altri e il mondo che ci circonda. È in questa ottica che a scuola cerco di proporre la letteratura, come uno strumento che possa aiutarci a capire il mondo, che renda più chiaro quel senso invisibile delle cose che a volte si ingarbuglia e le rende incomprensibili.

La falsificazione della storia e la sfida di “Fact Checking”

Gli storici, sia detto in apertura, mettono di norma tra virgolette, talvolta letteralmente, il discorso sulla “verità”, ma i fatti, gli eventi e i processi storici esistono, come esistono le ricerche che li hanno indagati. E di questo, dello stato dell’arte, bisogna tenere conto. Il sapere storico è un sapere documentato e verificabile: è un punto di partenza che non si può eludere.
Parte da queste premesse la serie “Fact Checking: la Storia alla prova dei fatti” che ho l’onore di curare per Editori Laterza, inaugurata dal mio L’antifascismo non serve più a niente (2020) e giunta quest’anno in doppia cifra con dieci – presto dodici – volumi. Nasce come reazione alla proliferazione di fake news storiche, diffuse in maniera esponenziale grazie ai social network, ma anche in risposta a un (ab)uso politico della storia sempre più sistematico e sfacciato, in un panorama di divaricazione preoccupante tra quanto è stato acclarato dagli studi e quello che “si dice”. Autori e autrici condividono con l’editore l’esigenza di restituire complessità e valore alla ricerca storica e di giocare un ruolo significativo nel dibattito pubblico sul passato. Da E allora le foibe? di Eric Gobetti (2021) a Il fascismo è finito il 25 aprile 1945 di Mimmo Franzinelli (2022), passando per Anche i partigiani però… di Chiara Colombini (2021), Non si parla mai dei crimini del comunismo di Gianluca Falanga (2022) e La Germania sì che ha fatto i conti con il nazismo di Tommaso Speccher (2022), il primo biennio di “Fact Checking” è stato fortemente incardinato nella storia del Novecento, al netto delle fisiologiche eccezioni – Il fantastico regno delle Due Sicilie. Breve catalogo delle imposture neoborboniche di Pino Ippolito Armino (2021) e Prima gli italiani! (sì, ma quali?) di Francesco Filippi (2021). Il progetto grafico immediatamente riconoscibile di Riccardo Falcinelli è a mio avviso assai efficace, e i titoli antifrastici o provocatori sono il “marchio di fabbrica” della sfida editoriale fin dai suoi esordi.

In soccorso della sanità pubblica

Più avanza la sanità privata, più saremo privati della nostra salute”. Non è un gioco di parole, è proprio ciò che sta avvenendo. I dati ormai li conosciamo. Il Servizio sanitario nazionale (Ssn) è stato fortemente compromesso da un taglio di 37 miliardi di finanziamenti negli ultimi 10-15 anni; dei 191 miliardi del Pnrr solo poco più di 15 sono stati destinati alla sanità, circa l’8%; il governo Draghi decise di ridurre a poco sopra il 6% del Pil la spesa sanitaria nel giro di quattro anni, mentre già oggi la spesa sanitaria pro-capite è meno della metà di quella tedesca e solo poco sopra al 50% di quella francese. È quindi arrivato il governo Meloni: taglio di oltre 414 case di comunità sulle 1.350 previste e di 96 ospedali di comunità su 400. Negli ultimi vent’anni sono circa 180mila gli operatori sanitari, formatisi in Italia e trasferitisi a lavorare all’estero. Aumenta il numero di medici che fuggono verso la sanità privata che, nel frattempo, ha un giro d’affari superiore ai 62 miliardi dei quali oltre 25 sono soldi pubblici destinati alla sanità privata convenzionata. In tale contesto, quest’anno l’aumento di spesa per il Fondo sanitario nazionale non copre nemmeno la metà dei costi dovuti all’inflazione.
Il risultato è un vero e proprio disastro che milioni di italiani stanno sperimentando quotidianamente sulla loro pelle e nel loro corpo. L’aspetto più evidente sono le infinite liste d’attesa che possono arrivare anche a 1.300 giorni (quasi 4 anni) per una colecistectomia in Lombardia e non sono certo che questa sia la maglia nera a livello nazionale. Ma vi sono anche aspetti meno evidenti al cittadino, ma non di minor importanza, come ad esempio la condizione della medicina preventiva, diventata la cenerentola del nostro Ssn, che comprende anche l’abbandono al proprio destino dei servizi di medicina del lavoro e quindi anche del loro ruolo ispettivo, proprio in un momento dove le morti sul lavoro raggiungono l’apice. Dopo aver ignorato per decenni i tagli alla sanità realizzati da governi di qualunque colore, oggi i principali media se ne accorgono e non c’è giorno che non raccontino le drammatiche condizioni nei quali versa il Ssn, ma rimangono refrattari nell’indicare cause e responsabili. A sinistra si moltiplicano i seminari e i think tank; abbiamo certamente necessità di analisi e di riflessioni, ma non possiamo aspettare un ipotetico cambio di governo, per ora non all’orizzonte, per progettare un rilancio e una riorganizzazione del Ssn. Ammesso che nel frattempo si sia sviluppata una seria autocritica sull’azione dei governi di centrosinistra degli ultimi vent’anni. C’è urgenza di interventi immediati, perché resuscitare un morto è un’impresa impossibile e il nostro Ssn è boccheggiante. È necessario che chi, come noi, si batte per un Servizio sanitario nazionale universalistico, gratuito nelle prestazioni, perché finanziato dalla fiscalità generale in modo proporzionale al reddito, si ponga obiettivi concreti, immediati, finalizzando al loro raggiungimento vertenze che, partendo dai territori, sappiano diventare una campagna nazionale nella quale utilizzare anche forme di lotta radicali e continuative nel tempo. È bene essere chiari: non ci può essere alcun rilancio del Ssn a costo zero, né senza un significativo taglio dei finanziamenti e dei vantaggi attribuiti oggi alla sanità privata. Chi non intende scontrarsi con le grandi aziende sanitarie private proprietarie di ospedali e ambulatori, di Rsa e Rsd (Residenze sanitarie per disabili), con Big Pharma che controlla la produzione e i prezzi di farmaci e vaccini, può lanciare tutti i proclami che vuole, ma le sue resteranno parole vuote nel vento. Alcuni obiettivi per l’immediato: aumento della spesa sanitaria pubblica fino ad arrivare almeno al 7,5% del Pil per avvicinarsi alla media Ue; distribuzione delle risorse nel Ssn privilegiando la prevenzione, la diagnosi precoce e i servizi territoriali a cominciare da quelli destinati alla psichiatria, ai consultori e ai servizi per i minori; aumento significativo degli stipendi dei medici e del personale sanitario oggi molto sotto la media dei Paesi dell’Europa occidentale; contratto di assunzione nel Ssn per i nuovi medici di medicina generale e proposto a chi già svolge questa professione; divieto, entro 6 mesi, del “medico a gettone” con la realizzazione nel frattempo di canali a disposizione, per chi oggi lavora con tali modalità, per rientrare/entrare nel Ssn. Per l’abbattimento delle liste d’attesa: obbligo, in ogni regione, di un unico Cup, Centro unico di prenotazione, nel quale convogliare le agende di tutte le strutture pubbliche e private accreditate/convenzionate senza esclusione alcuna; divieto, con precise penalità, sia alle strutture pubbliche che private accreditate/convenzionate di chiudere le agende; obbligo per le strutture private accreditate/convenzionate di garantire i medesimi tempi di attesa a chi arriva attraverso il Ssn e a chi arriva privatamente; interruzione dell’attività intramoenia in quei servizi dove non sono rispettati i tempi di attesa previsti dalla normativa; in mancanza del rispetto dei tempi previsti, offerta della prestazione in regime di solvenza al solo costo del ticket, se dovuto, come previsto dal decreto legislativo 124/98. Non è una rivoluzione, né la realizzazione del Ssn che noi tutti desideriamo e certamente ognuno riterrà di aggiungere, in base alla sua esperienza, altri obiettivi urgenti, ma quanto qui propongo sono il “minimo sindacale” per evitare il dissolvimento del Ssn.

Vittorio Agnoletto è medico, docente universitario e componente del direttivo nazionale di Medicina Democratica

Illustrazione di Marilena Nardi