Home Blog Pagina 244

Barbari e barbareschi

“L’omosessualità è un adattamento”. “Molte donne che si sono definite molestate erano finte”. “Troppo moralismo sul gender: i miei figli cresciuti nelle università americane non hanno più senso dell’umorismo”. Ieri Repubblica ha pensato bene di sbattere in pagina una intervista al regista Luca Barbareschi. Una ventata di maschilismo, omofobia e un velo di patriarcato è stata offerta ai gentili lettori. A pensar male verrebbe da pensare che in questi tempi corroborare la narrazione di governo sia una tentazione per tutti, progressisti o meno. O forse è il disperato tentativo di aprire un dibattito, quindi domani potremmo trovarci l’autore di un femminicidio che ci racconta perché sia giusto uccidere la moglie.

In quell’intervista ci sono talmente tanti errori che potrebbe essere un’unica lunga correzione blu. Barbareschi parte dalle attrici (boccone sempre goloso in questo Paese che non è riuscita a fare pace con il MeToo) offrendone una rappresentazione che corrisponde perfettamente ai conti dei maschi pediatri: donne che si presenterebbero ai provini con le gambe aperte per lasciare indovinare la presenza o meno delle mutande, avide di molestie vere o presunte per potersi “pubblicizzare”, come spiega Barbareschi. Sarebbe curioso sapere dalle associazioni che si occupano di molestie nel mondo dello spettacolo se esista una donna, anche una sola, che in Italia abbia ottenuto benefici dalle sue denunce. Sarebbe importante farsi spiegare da quelle associazioni che finire sbattuta in prima pagina sui giornali non sia “pubblicità” ma quasi sempre l’annuncio di un declino di carriera e di socialità.

L’associazione Amleta (che Barbareschi tira in ballo come coacervo di donne in cerca di pubblicità) lo dice chiaramente: “lo stereotipo che le donne mentano è molto radicato e di solito è alimentato da chi vuole mantenere intatto un sistema di potere e di oppressione. Non è basato su un’analisi della realtà ma sul nulla”. Come sottolinea The Period “il problema non è (solo) quello che dice Luca Barbareschi ma che le sue parole siano validate in prima pagina da un quotidiano nazionale che il 25 novembre poi è pronto a fare le paginate con le scarpette rosse. I media hanno un ruolo fondamentale nella narrazione della violenza di genere e spesso diventano moltiplicatori di stereotipi, discriminazioni, sessismo che – SPOILER – sono alla base della piramide della violenza”.

Però Barbareschi il suo l’ha fatto. Con la sua rivittimizzazione s’è fatto notare dai barbari. Pensateci bene. Si è fatto pubblicità con le molestie. Degli altri.

Buon mercoledì.

A 45 anni dal suo assassinio la voce di Peppino Impastato è più viva che mai

In quel terribile 9 maggio 1978, quando fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro ucciso dalle Brigate Rosse, fu ucciso anche Peppino Impastato, giornalista e attivista contro la mafia. Ma il suo assassinio non fece altrettanta eco. Anzi all’inizio si cercò di farla passare per un suicidio o addirittura per un atto terroristico finito male. Ma nonostante le calunnie la verità non può essere cancellata e la sua voce, il suo coraggio nel denunciare e mettere alla berlina la mafia, nel demistificarla, oggi risuonano più che mai. Ripercorriamone la biografia insieme al Centro Giuseppe Impastato di Palermo preziosa fonte di informazioni e vivo presidio antimafia:

Giuseppe Impastato nacque a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa: il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963. Ancora ragazzo, ebbe il coraggio di rompere con il padre, che per questo lo cacciò di casa. Cominciò così la sua attività politico-culturale antimafiosa. Nel 1965 Peppino fondò il giornalino L’Idea socialista e aderì al Psiup. Dal 1968 in poi militò nei gruppi di Nuova sinistra. Si schierò al fianco dei contadini i cui terreni furono espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, nel territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituì il gruppo “Musica e cultura”, fucina di attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.). Poi, nel 1977, fondò la sua famosa “Radio Aut”, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.

Nel 1978 decise di candidarsi nella lista di Democrazia proletaria alle elezioni comunali. Venne assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Lo stesso giorno a Roma viene trovato il corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate rosse, e la morte di Moro cancella o relega in secondo piano quella di Impastato.
Il centro intitolato a Peppino Impastato e che porta avanti la sua memoria e la sua lotta documenta come le Forze dell’ordine, magistratura e stampa cercarono di far passare la tesi dell’atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima. In un fonogramma il procuratore capo Gaetano Martorana scriveva: «Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda. Verso le ore 0,30-1 del 9.05.1978 persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo della propria autovettura all’altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore». La scoperta di una lettera, scritta molti mesi prima, fu usata per completare il quadro: l’attentatore era un suicida. I compagni di Peppino vennero interrogati come complici dell’attentatore, furono perquisite le case della madre e della zia di Impastato, dei suoi compagni e non quelle dei mafiosi e le cave della zona, notoriamente gestite da mafiosi, nonostante che una relazione di servizio redatta da un brigadiere dei carabinieri dica che l’esplosivo usato era esplosivo da mina impiegato nelle cave. Sui muri di Cinisi un manifesto diceva che si tratta di un omicidio di mafia. Un altro manifesto a Palermo, con la scritta: «Peppino Impastato è stato assassinato dalla mafia».

Al funerale parteciparono circa mille persone provenienti in gran parte da Palermo e dai paesi vicini. L’11 maggio il Centro siciliano di documentazione di Palermo, nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Impastato, assieme ad altri presenta un esposto alla Procura in cui si sostiene che Peppino è stato assassinato e la mattina dello stesso giorno organizza un’assemblea alla Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo, con l’intervento del docente di Medicina legale in pensione Ideale Del Carpio, che smonta la tesi dell’attentato e del suicidio. Nel pomeriggio a Cinisi il comizio di chiusura della campagna elettorale che doveva fare Peppino assieme a un dirigente nazionale di Democrazia proletaria, su invito dei compagni viene fatto da Umberto Santino, fondatore del Centro, che indica nei mafiosi di Cinisi, e in particolare in Badalamenti, i responsabili del delitto. In quei giorni i compagni di Peppino raccolgono resti del corpo e trovano delle pietre macchiate di sangue nel casolare in cui Peppino era stato portato e ucciso o tramortito. Avranno un ruolo decisivo nel prosieguo delle indagini. Il 16 maggio la madre di Peppino, Felicia Bartolotta, e il fratello Giovanni, rompendo con la parentela mafiosa, inviano un esposto alla Procura indicando Badalamenti come mandante dell’omicidio.
Gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale. Grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione, presso cui si costituisce un Comitato di controinformazione che nel luglio 1978 pubblica il bollettino 10 anni di lotta contro la mafia, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l’inchiesta giudiziaria, che era stata frettolosamente chiusa.

Il 9 maggio del 1979, nel primo anniversario del delitto, il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il Paese. Nel maggio del 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti. Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Peppino, nel volume La mafia in casa mia, e il dossier Notissimi ignoti, indicando come mandante del delitto Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla Pizza Connection. La madre rivela un episodio che sarà decisivo: il viaggio negli Stati Uniti del marito Luigi, dopo un incontro con Badalamenti, in seguito alla diffusione di un volantino particolarmente duro di Peppino. Durante il viaggio Luigi, a proposito dell’incontro con Badalamenti, dice a una parente: “‘Io gli ho detto: ‘Prima di uccidere Peppino, devono ucciderere me’”. Muore nel settembre del 1977 in un incidente stradale che potrebbe essere stato un omicidio camuffato. Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti.

Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.

Nel 1998, su sollecitazione del Centro, presso la Commissione parlamentare antimafia si costituisce un Comitato sul caso Impastato, presieduto da Giovanni Russo Spena e il 6 dicembre 2000 viene approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini, pubblicata, per iniziativa del Centro, nel volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio. Nel settembre del 2000 esce il film I cento passi che ha fatto conoscere Peppino al grande pubblico. Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti. Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino. Nel 2011 casa Badalamenti, confiscata, è stata assegnata all’Associazione Casa Memoria “Felicia e Peppino Impastato” e all’Associazione “Peppino Impastato”. Nel 2011 la Procura di Palermo ha riaperto le indagini sul depistaggio, indicando come responsabili l’ex maggiore e poi generale Antonio Subranni e suoi collaboratori, successivamente archiviata per prescrizione. Nell’aprile del 2012 esce una nuova edizione del volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio. Nell’aprile 2018 è stata pubblicata una nuova edizione de La mafia in casa mia, da tempo esaurito, con nuovi materiali.
(si ringrazia Umberto Santino, fondatore del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo per la collaborazione)

Bibliografia su Giuseppe Impastato

Felicia Bartolotta Impastato, con Anna Puglisi e Umberto Santino, La mafia in casa mia, La Luna, Palermo 1986, 2000, 2003; Di Girolamo, Trapani 2018.
Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli. Peppino Impastato, una vita contro la mafia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995, 2002, 2008, 2016.
Umberto Santino (a cura di), L’assassinio e il depistaggio. Atti relativi all’omicidio di Giuseppe Impastato, Centro Impastato, Palermo 1998.
Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Relazione della Commissione parlamentare antimafia presentata da Giovanni Russo Spena, Editori Riuniti, Roma 2001, 2006, Editori Riuniti University Press, Roma 2012.
Giuseppe Impastato, Lunga è la notte. Poesie, scritti, documenti, a cura di Umberto Santino, Centro Impastato, Palermo 2002-2008, 2014.
Anna Puglisi – Umberto Santino (a cura di), Cara Felicia. A Felicia Bartolotta Impastato, Centro Impastato, Palermo 2005, 2007.
Umberto Santino (a cura di), Chi ha ucciso Peppino Impastato. Le sentenze di condanna dei mandanti del delitto, Centro Impastato, Palermo 2008.
Centro Impastato, Mostra fotografica Peppino Impastato. Ricordare per continuare. Cartella catalogo, Palermo 2006.
Guido Orlando e Salvo Vitale (a cura di), Onda pazza + DVD, Stampa Alternativa, Viterbo 2008.
Peppino Impastato e i suoi compagni, Radio Aut. Materiali di un’esperienza di controinformazione, Edizioni Alegre, Roma 2008. Onda pazza 2 su Terrasini + CD, Stampa Alternativa, Viterbo 2010.
Giovanni Impastato con Franco Vassia, Resistere a Mafiopoli. La storia di mio fratello Peppino Impastato, prefazione di Umberto Santino, Stampa Alternativa, Viterbo 2009.
Giovanni Impastato, Oltre i cento passi, Edizioni Piemme, Milano 2017

Caso Moro: quale fu davvero il ruolo della Cia?

Nel libro “Moro rapito dalle Brigate rosse” Ivo Mej ricostruisce – squadernando una importante messe di documenti – i giorni del rapimento di Aldo Moro raccontando in particolare come il 16 e 17 marzo 1978 furono rappresentati dai media. Quel che ne esce va ben al di là della cronaca. Ciò che ne emerge è una vera e propria autobiografia della nazione. In filigrana, pagina dopo pagina, compare l’immagine di una Italia sotto choc, impietrita, che si fa il segno della croce piuttosto che cercare di interrogarsi sull’accaduto e cercare di capire. Nell’anniversario del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, barbaramente e vigliaccamente assassinato dai terroristi delle Br il 9 maggio 1978, abbiamo rivolto qualche domanda al saggista, autore di programmi tv e giornalista di La7.

Ivo Mej, studiando le carte e i servizi giornalistici di allora che idea ti sei fatto della paralisi generale di quei giorni e del ruolo che giocarono gli stessi mass media nel determinarla? «I mass media italiani vengono “scoperti” in quella tragica occasione come mezzi di manipolazione di massa. Pesò l’azione dell’agente Cia spacciato per consulente del ministro dell’Interno Cossiga, Steve Pieczienik, nei fatti un vero e proprio “controllore” dell’ortodossia atlantica del nostro Paese», risponde il giornalista e scrittore, che aggiunge: «Grazie a lui la linea di assoluta intransigenza nella trattativa con le Brigate rosse diventò la narrazione ufficiale e la sola accettata, malgrado i pur energici tentativi di Craxi di proporre un atteggiamento istituzionale diverso. La paralisi fu determinata a priori da chi aveva in mano le leve del potere e dell’informazione, che a ben vedere altri non era che la P2».

Con una scrittura narrativa incalzante, drammatica, quasi cinematografica nel libro tornano a scorrere le immagini di quella storica, interminabile, diretta del Tg1 durata 86 minuti. «Di fatto durò tutto il giorno. Era iniziato l’effetto Moro con il triste rombo degli elicotteri sopra Monte Mario», annota Mej nel libro edito da Giubilei Regnani. Subito dopo il comitato del ministero presieduto da Cossiga si mise in moto per cercare Moro. In quel comitato, ricostruisce, figuravano affiliati alla Loggia massonica P2 di Licio Gelli. Un’ombra, quella della P2, che si allunga su molte pagine nere della nostra storia. Basti pensare alla strage di Bologna e alla recente sentenza della Corte di Assise di Bologna. Che ne pensi? «Che ne penso?», mi incalza Mej a bruciapelo: «Ci sono fior di libri che sviscerano la storia della P2 e dell’Italia piduista molto meglio del mio, che la sfiora appena». Passando in rapida rassegna l’ampia saggistica sull’argomento, suggerisce di leggere “ll segreto del gran maestro” di Gianluca Barbera, «veramente illuminante -dice – sulla nascita, la crescita e la carriera di Licio Gelli, tutta all’ombra del fascismo prima e delle varie destre retrive poi».

Nella prefazione al libro “Moro rapito” il sociologo Domenico De Masi ricorda che il 9 maggio, nello stesso giorno in cui venne ritrovato il corpo di Aldo Moro, a Cinisi, venne ucciso dalla mafia Peppino Impastato. Ma la sua uccisione non ebbe altrettanta eco. Come invece meritava e merita la sua straordinaria storia di giornalista radiofonico e attivista. «La morte di un giornalista antimafia nel 1979 poteva competere con quella del presidente della Dc?» mi domanda Ivo Mej per tutta risposta ricordando che «oltretutto in quegli anni la lotta alla mafia non era certo una priorità, viste le infinite connivenze ed intrecci che aveva con la politica. Basta un nome: Salvo Lima».

Fra i vari documenti che in appendice arricchiscono il libro ritroviamo anche un frammento di Dario Fo che ebbe a dire: «Il rapimento Moro è la storia che non sono mai riuscito a raccontare… ma tre anni prima avevo scritto una pièce in cui si immaginava il rapimento di un altro democristiano, Fanfani, da parte di Giulio Andreotti, per toglierlo di mezzo». Cosa ci suggeriscono oggi quelle sue parole? «Le parole di Dario Fo, un grande precursore in molte cose, suggeriscono che certi eventi sono prevedibili da chi sappia leggere la realtà senza farsi influenzare dal racconto mainstream che cerca di imporre una sola verità» commenta Mej da profondo conoscitore del mondo dell’informazione e della Tv dove lavora da molti anni. E allargando lo sguardo alle narrazioni embedded di oggi aggiunge: «Siamo ormai in pieno 1984 orwelliano e la guerra in Ucraina con tanto di forniture belliche ne sono la sconcertante prova».

Parlando di attualità politica italiana il pensiero corre anche al 25 aprile 2023 segnato da omissioni e tentativi di riscrivere la storia da parte di esponenti del governo Meloni e della seconda carica dello Stato. Maldestri tentativi revisionisti per negare che la Resistenza fu internazionalista e trasversale, animata da azionisti (élite socialista e laica) e da comunisti ma anche da liberali, monarchici e cattolici. A questo proposito torna alla mente ciò che Aldo Moro disse il 13 marzo 1947 in risposta al collega di destra, l’onorevole Lucifero, che proponeva una Costituzione afascista anziché antifascista: «Non possiamo fare una Costituzione afascista – gli rispose Moro -. Cioè non possiamo prescindere da quello che è stato nel nostro Paese un movimento storico che nella sua negatività ha travolto per anni le coscienze e le istituzioni. Non possiamo dimenticare quello che è stato, perché questa Costituzione oggi emerge da quella Resistenza, da quella lotta, da quella negazione, per le quali ci siamo trovati insieme sul fronte della resistenza e della guerra rivoluzionaria ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale. Non possiamo, ripeto, se non vogliamo fare della Costituzione uno strumento inefficiente, prescindere da questa comune, costante rivendicazione di libertà e di giustizia». Questa fu la linea che prevalse nella sede dell’Assemblea costituente.

«Moro fu una figura senz’altro controversa – chiosa Mej -. Sinceramente antifascista, certamente cattolico, anche sinceramente amante del proprio Paese». Ma, prosegue l’autore di “Moro rapito dalle Brigate rosse”, «anche autenticamente fumoso in tutte le sue comunicazioni ufficiali (ricordiamo che durante un suo discorso all’Onu i traduttori simultanei non riuscivano a capire cosa stesse dicendo). Possiamo immaginare – prosegue Mej – che se fosse vivo oggi sarebbe senz’altro deluso dalla china presa dalla politica italiana nel suo complesso. Per lui la politica era un mezzo – complesso e spesso incomprensibile ai più – volto comunque a rispondere ai bisogni del popolo, a risolvere conflitti sociali, ad alleviare lo stato dei più sfortunati. Uno Stato che dalla guerra, dalla sconfitta, dall’umiliazione aveva tratto tutti gli elementi per risollevarsi e offrire speranze». Chi e che cosa rappresentava al fondo? «Moro – conclude Mej – rappresentò la politica del miracolo economico italiano, del buon senso che tentava di rimettere insieme i cocci di una società sgretolata, di riunire rossi e bianchi, addirittura, possibilmente, senza ostracizzare neanche i neri». Il “tutto è uguale a tutto” del democristiano doc.

Sputare sui diritti per sfregio

Non stupisce nessuno che Regione Lombardia abbia deciso per l’ennesima volta di non dare il suo patrocinio al gay pride e di non illuminare Palazzo Lombardia con i colori dell’arcobaleno. Pur di tenere fede all’immagine della cattolicissima omofobia la giunta regionale l’anno scorso aveva cancellato una votazione passata in consiglio regionale (con voto segreto) contravvenendo anche alle basilari regole nei ruoli di giunta e consiglio.

In quell’occasione l’allora consigliere regionale Alex Galizzi ci spiegò che la giunta lombarda aveva “riportato l’ordine” annullando la decisione del consiglio che il leghista definì «un errore madornale che finisce per confondere gli elettori e dare uno spaccato falsato di quello che rappresentano simili iniziative». Se abbastanza occhi e abbastanza orecchie per scorgere ancora la violenza nelle parole avremmo dovuto sobbalzare sulla sedia sentendo accostare un ordine naturale alla negazione di una manifestazione di libertà. Non è accaduto. Il consigliere leghista non è stato rieletto, mangiato dalla crescita dei suoi alleati meloniani. L’ordine naturale è rimasto inalterato, sopravvivendo a Galizzi.

Ciò che colpisce però è l’inossidabile posizione di una Regione che sopravvive ai suoi dirigenti politici restando fedele ai suoi lati peggiori. Sono fortunatamente pochi quelli che confondono gli opinabili eccessi con lo spirito di una manifestazione che non riguarda solo la comunità Lgbtqia+ ma c’entra con la libertà. Il gay pride è semplicemente il randello di una destra ideologica che bastonando una minoranza vuole manifestare il proprio posto nel mondo. E nel mondo (e in Europa) il campo è lapalissiano: chi sta con i diritti e chi li opprime. Sputare sui diritti è un tic elettorale distintivo, indipendentemente dai diritti in questione. Il no al gay pride e uguale al no ai grilli, al no alle energie rinnovabili, al no ai matrimoni egualitari, al no alle auto elettriche, al no agli inglesismi, al no agli stranieri, al no al diritto all’aborto, al no all’autodeterminazione delle donne, no all’eutanasia e a un altro milione di no su svariati argomenti.

Il no è la nuce dell’identità delle destre che si annusano e si riconoscono per le loro negazioni. Un’ossessione che rivela l’ipocrisia di fondo di chi in pubblico bastona una categoria per diventare un paladino del suo campo e poi in privato, di nascosto come accadeva decenni fa, vive gli amori che condanna. Raccontare l’avanzamento dei diritti come il sintomo del declino di una società è un ragionamento truffaldino che nasconde l’incapacità di vederli, di riconoscerli e di immaginarne di nuovi. Infine c’è l’aspetto più brutale e fascista: mentre questi si dilettano con “il gioco del no” per piacere ai loro amichetti in giro per il mondo finiscono bastonati amori reali, persone vere, famiglie in bilico. Accade così che per portare avanti la propaganda della negazione a qualcuno cambi in peggio la vita.

Buon martedì.

“Un mondo perfetto”, arte e vita si fondono nel nuovo album di The Niro

Esce in questi giorni l’album per la Esordisco, prodotto da Pierre Ruiz e Paola Cimino, Un mondo perfetto che segna il ritorno di Davide Combusti, al secolo The Niro, poliedrico artista italiano. Dieci canzoni che raccontano gli “ups” and “downs” affrontati in questi ultimi turbolenti anni e nei quali molti di noi si riconosceranno. The Niro scende in profondità, liberando i suoi più intimi pensieri, lasciando al rapporto fra uomo e donna il compito di espletarsi tra le righe e gli spazi. Al centro di tutto, non ci sono solo la conferma della sua splendida voce e lo stile della composizione, ma anche una parola che si rincorre tra le note di questi brevi ma significativi brani: felicità.

La ricerca della felicità: rincorrerla, mancarla e poi ritrovarla. Un vero e proprio viaggio del cuore che pulsa all’interno della narrazione. L’artista fa brillare i rapporti come stelle nel proprio universo ma senza tralasciare la realtà degli stessi rapporti, talvolta idealizzati, o che credevamo ci avrebbero reso felici, come accade nella title-track. Fin dalle prime note, il mood soffuso ci conduce in un ambito musicale prettamente “italiano” e al contempo in una atmosfera ispirata al trend inglese attuale.

Una urgenza creativa, quella di The Niro, che si è sviluppata negli anni e che ci fa pensare alla ricerca costante di un equilibrio. Quell’«affrettarsi con lentezza» che il musicista, forse inconsapevole, raggiunge con questo nuovo progetto che arriva a distanza di nove anni dall’ultimo lavoro di inediti, rappresentando finora la sua opera più matura. A The Niro va riconosciuto il dono della sintesi e della capacità di osservazione della musica che lo circonda, così come il giocare con le parole: mistici, erotici, ipnotici… Attento ai suoi contemporanei, che fa “propri”, l’artista rielabora passaggi che, impressi sulla pelle, diventano la sua storia, guidata da una voce eterea, quasi onirica.

Accade in “Dormi”. In questo mosaico si incastrano le tessere che rappresentano le influenze musicali più eterogenee. Scopriamo riferimenti a Bersani, Battiato, Sarcina delle Vibrazioni ma anche alle ritmiche della “Modern Love” di Bowie che vengono ricordate in “Non mi basta”, dove ritroviamo al piano elettrico Francesco Arpino, già collaboratore nel progetto Gary Lucas /The Niro. O come nel primo brano in cui il caratteristico falsetto, non può non ricordare il grande Ivan Graziani velatamente presente nella successiva “Cara”, brano dove intervengono Puccio Panettieri alla batteria e Maurizio Mariani al basso, e nel quale alcune modulazioni vocali di The Niro si intrecciano a ritmiche ispirate al leggendario Jeff Buckley, presente nei registri di questo talentuoso autore italiano.

Una chitarra elettrica si affaccia nel brano “Never fall in love”, che assieme ad alcuni vezzi vocali ci ricorda “Treasure”, album della band britannica Cocteau Twins. L’impossibile a volte ma necessaria ricerca della felicità viene invocata in “Replay”, mentre la spensieratezza di “Stiamo bene” è evidenziata dalla figurazione in 5/4 e che ci introduce alla divertente “I just wanna dance”, dove nell’arrangiamento trova spazio la kora, l’arpa africana suonata magistralmente da Kaw Dialy Madi Sissoko, che ci porta verso orizzonti, etnie ed altri luoghi. Luoghi evocati che non stridono con il bellissimo malinconico sound delle tastiere e degli archi, condotti elegantemente da Roberto Procaccini sull’intero lavoro. Un altro brano, potenziale altro singolo, è senza dubbio “Per poi rinascere”, che per molti versi ricorda i Blackfield di Steven Wilson e Aviv Geffen. Un pezzo davvero accattivante nel reiterato ritornello. Il lavoro si chiude con “Certi amori”, inno ad una perdita dolorosa ma che la fantasia-ricordo in forma canzone diventa essa stessa ribellione alla morte, nella quale voci sognanti riprendono il racconto iniziato circa trenta minuti prima.

Un album intelligentemente breve, bello, meritevole di attenzione internazionale. Canzoni vere, sentite, che mirano al cuore: “The Niro, al cuore! Mira al cuore”, parafrasando una celebre pellicola con Clint Eastwood. Ma noi non abbiamo e non vogliamo avere difese. Ci lasciamo colpire da questi dieci brani che non sbagliano il centro, pensando che dovremmo evitare di trasformarci in «carnefici» di noi stessi e degli altri; per non rimanere solo delle «parentesi», dei vuoti contenitori che potrebbero continuare ad alimentare apparenti «mondi perfetti». La vita vera per The Niro è ben altra cosa. Anche noi lo sappiamo. Cercate questo disco. Vi terrà compagnia soprattutto al crepuscolo.

 

Leggi anche: The Niro il mio viaggio nella musica e nella poesia di Jeff Buckley 

 

 

Foto d’apertura di Paolo Soriani

I fili partono dal cuore

Tuffarsi nelle stradette di Offida, città del tombolo, borgo delle colline marchigiane, e incontrare Remo e Rhoda, creatori della compagnia Di Filippo Marionette e del Figura Offida Festival, è l’inizio di una favola.

Remo è un artista e marionettista originario proprio di Offida. Rhoda, attrice e cantante, nasce in Australia. Con la loro compagnia hanno all’attivo due spettacoli, Variations e Appeso ad un filo, che hanno incantato il pubblico di tutto il mondo, vincendo premi e riconoscimenti prestigiosi in Russia, Portogallo, Italia, Germania.

Tra una tournée e l’altra hanno accettato di rilasciare un’intervista per parlarci del loro viaggio nel teatro alla ricerca di una nuova socialità.

Come siete approdati a questo meraviglioso mondo del teatro di figura?
Remo: io ho fatto il Dams a Bologna, entrando poi in una compagnia di Commedia dell’arte. Dalle marionette non volevo nulla e ho avuto tutto, mi sono ritrovato in qualcosa che mi piaceva e che sapevo fare. Questa nuova vita è iniziata per gioco, quando visitai l’ambiente artistico catalano del Taller de Marionetas di Pepe Otal. Attraverso gli spettacoli di Jordi Bertran, marionettista superbo, ho capito che le marionette non sono né solo per bambini né, come purtroppo si pensa ancora in Italia, un’arte minore, inferiore al teatro d’attore.

Rhoda: io invece ho studiato alla Western Australian Academy of Performing Arts e mi sono innamorata delle marionette nello stesso momento in cui mi sono innamorata di Remo. Vedevo questo bell’uomo che faceva apparire mondi nuovi. Una magia che non avevo mai vissuto prima. Ora che vivo questo mondo anche io, penso che il fascino più grande di questa arte è il lavoro artigianale: creare e fare, trovare soluzioni materiali a problemi artistici. Inoltre nel mondo delle marionette ritrovo tutto ciò che avevo studiato o fatto prima come performer.

Ma cosa hanno le marionette di speciale?
Le marionette permettono di dare vita ad un mondo che crei e scopri mentre lavori con loro. Donano il tempo di giocare, di ritrovare una dimensione umana, e un’enorme libertà.
Abbassano l’ego e creano un cono d’ombra che ti aiuta e in cui, come artista, puoi muoverti protetto. Inoltre sono agili: uno spettacolo di marionette si può fare ovunque. Sono affascinanti. Nella loro semplicità, sono aristocratiche, esigono tempo per essere conosciute. La difficoltà di manipolarle non è assolutamente immaginabile senza aver provato…ma quando si trova il modo, inizia la magia.

Questa magia accade anche quando insegnate e permettete ad altri di conoscere questo mondo inaspettato?
Assolutamente sì. Ci hanno colpito molto i partecipanti ad un corso che abbiamo tenuto nel carcere di Ascoli Piceno. Talenti straordinari che, dopo una lezione fatta di esercizi e giochi teatrali, o dopo aver visto un nostro spettacolo, ci dicono sorpresi che li abbiamo fatti evadere per sessanta minuti. Si rendono conto di un altro mondo che non avrebbero mai immaginato, del lavoro che c’è dietro, e riescono a mettersi in gioco. E noi impariamo a metterci nei panni dell’altro, come ripete sempre Elio Germano. Andiamo anche negli ospedali. Il teatro sociale è fondamentale e noi cerchiamo di infondere in esso tutta la straordinaria bellezza che vediamo quando giriamo il mondo.

E voi poi il mondo lo portate anche ad Offida, con il vostro FOF, il Figura Offida Festival.
Sì, una bellissima avventura, iniziata ormai otto anni fa. Tre giorni di spettacoli di burattini, marionette, circo e molto altro, (140 repliche nel 2022) in tutti i vicoli e le piazzette del paese. Con stand gastronomici e di associazioni impegnate nel sociale, come l’Avis di Offida, Emergency e molte altre, e con la nostra partner storica, la Pro Loco di Offida. Un’iniziativa che è diventata una ricchezza preziosa del territorio e soprattutto dei suoi abitanti, che la rivendicano, partecipando a decine come volontari.

Come funziona il festival?
Per alcuni giorni le strade di Offida si riempiono di spettacoli. Location e orari variano molto, per permettere a tutti di assistere alle repliche degli spettacoli scelti. Il pubblico non paga nulla. Noi infatti pensiamo che l’arte debba essere gratuita per chi la fruisce. Poi, dato che allo stesso tempo non è possibile non pagare gli artisti, grazie alle sovvenzioni della Pro Loco di Offida, paghiamo soggiorno, viaggio e l’equivalente di un rimborso spese a tutte le compagnie presenti al Festival. Il pubblico poi, liberamente, se ama lo spettacolo visto, aggiunge “a cappello” quanto vuole.

Chi sono gli artisti che si esibiscono per le strade di Offida?
Gli artisti che invitiamo a lavorare sono gli stessi che abbiamo incontrato in tournée, in altri Festival, quelli che apprezziamo e di cui ci fidiamo, per questo il clima del festival è molto caldo e affiatato. Ormai gli abitanti di Offida sono fieri del loro festival e lo scorso anno abbiamo avuto migliaia di spettatori da tutta Europa.

Che impatto culturale ha il Fof sulla vita della cittadina?
Sono tante le ricadute positive per la zona. La città vive giorni incantevoli; l’arte viene proposta a grandi e piccini; il senso civico di tutti, la socialità e la condivisione vengono nutriti con allegria. Siamo felici ogni volta, anche perché alla fine dell’evento non si registra mai un eccesso, un intoppo grave. Le strade di Offida la mattina dopo sono pulitissime. Inoltre siamo fieri del messaggio che arriva ai bambini. Qui non crescono più volendo fare soltanto il calciatore o l’influencer. Sperimentando, vivendo il festival e i vari laboratori che ospitiamo, i ragazzi cominciano a pensare di poter fare gli artisti da grandi, realizzano un nuovo mondo possibile. Infine ci sono ricadute positive per tutto il territorio intorno al nostro. Noi infatti non siamo gelosi del festival e abbiamo tenuto corsi, ad esempio nei paesi terremotati, per tutti coloro che volessero imparare come organizzare e gestire un evento di questo tipo e portata.

Grazie, Remo e Rhoda. Ci vediamo ad Offida.

«Se dai ricevi»

«L’Egitto ci ha aiutato rinunciando ai suoi carichi quest’estate per mandarli in Italia per riempire gli stoccaggi. Questi sono Paesi che se dai ricevi». Sono le parole pronunciate durante la convention di Forza Italia dall’amministratore delegato dell’Eni, elogiando la sua bravura nel sopperire al taglio del gas russo con il gas egiziano in nome dell’antica amicizia tra i due Paesi.

Si è dimenticato Descalzi di spiegarci minuziosamente cosa abbia dato l’Italia per ricevere. Si è dimenticato anche di raccontarci quali siano le caratteristiche di questa “antica amicizia”. Sappiamo sicuramente che noi italiani dall’Egitto insieme al gas abbiamo ricevuto il cadavere di Giulio Regeni, ammazzato da uomini di al-Sisi che non riusciamo a processare perché il governo egiziano protegge gli assassini. Abbiamo ricevuto anche l’immagine delle botte sul corpo di Patrick Zaki, fotografia del pessimo stato dei diritti in Egitto.

E chissà come spiegherebbe Descalzi (e quelli d’accordo con lui) di scegliere di liberarsi del regime russo virando sul regime egiziano. Fingendo, come accadde con Putin, di non vedere i segnali di un Paese che potrebbe essere benissimo essere il prossimo regime. Chissà se Descalzi sarà brillantemente pronto al prossimo giro quando ci sarà da smarcarsi da un nuovo regime fingendo di non averlo concimato, esattamente come accaduto con Putin.

Un anno fa proprio Descalzi aveva spiegato che era importante risolvere il caso Regeni «per creare stabilità nel Mediterraneo». «Ho sempre cercato e ribadito nei miei incontri in Egitto, anche al livello di presidente (Abdel Fatah al Sisi), l’importanza di chiarire questa situazione proprio per i rapporti che ci sono tra Egitto e Italia, (…) due Paesi che devono rappresentare un momento di stabilità in una situazione non facile» nel Mediterraneo, disse Descalzi audito dalla commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni.

Si era dimenticato di dirci che stava dando per ricevere. Mica giustizia, per ricevere il gas.

Buon lunedì.

Nella foto Giulio Regeni dal sito di Amnesty international

Stefania Limiti ricostruisce quell’estate del 73 quando progettarono un golpe in Italia

Accadde di tutto in quel breve arco di tempo che va dalla strage di piazza Fontana (1969) al ritorno di Aldo Moro al governo del Paese (1974). Fu un tempo di fuoco, attraversato da scosse golpiste non respinte da aree del potere che usarono il loro (brutale) anticomunismo per mantenere il potere stesso. Il partito dominante era in grande crisi, in quei mesi la Democrazia cristiana (Dc) oscillava come un pendolo alla ricerca di un porto sicuro.
Nel libro L’estate del golpe (Chiarelettere) attraverso quegli eventi raccontando una sola storia, quella che ruota intorno all’attentato del 17 maggio 1973 contro Mariano Rumor, figura di spicco della Dc, e al golpe progettato per quell’estate.
Tra tutte le cose importanti che avvennero nel 1973 quell’attentato, seppur dirompente per la sua violenza, resta in penombra. Forse perché fallito, per la mano incerta del killer. Ma fu una strage. A terra, davanti al portone della questura, restarono quattro morti e quarantacinque feriti, vittime innocenti.
Non è uno scherzo attentare alla vita di un politico di tale rilievo, e quasi riuscirci. È un’azione carica di implicazioni anche per il valore simbolico dell’obiettivo: non solo per le sue alte funzioni – ministro dell’Interno in quel momento, già presidente del Consiglio quando scoppiò la bomba in piazza Fontana, per cinque anni segretario della Dc –, ma anche per essere egli stesso, Rumor, con la sua persona e la sua storia, un’espressione della classe politica che si era fatta Stato.
L’attentato alla questura di Milano è maledettamente complicato, come tutti i fenomeni che lambiscono zone del potere italiano, intrecciando protagonisti diretti ad altri che si nascondono, non sono visibili, non vogliono farsi riconoscere. Non esiste nella nostra storia la sfacciata platealità del tenente colonnello Antonio Tejero, che nel febbraio del 1981 brandì l’arma in prima persona per assalire il Parlamento spagnolo. Il vivace militare perse e non si ebbero dubbi su quanto era appena accaduto: in un Paese che stava uscendo da una lunga dittatura, un pezzo residuale delle forze armate aveva tentato di riprendere il potere, e aveva fallito.
Nel nostro caso il gesto dell’attentatore, Gianfranco Bertoli, è sì plateale: quando viene bloccato è nervoso ed esaltato, si dice fervente anarchico in cerca di vendetta per la morte di Pino, il ferroviere Giuseppe Pinelli caduto giù da una finestra della questura milanese. In realtà il terrorista non vuole affatto farsi riconoscere, vuole passare per quel che non è: si dichiara anarchico, invece è un neofascista. Il silenzio di Rumor e di tutto il partito dominante, intorno a un’azione frontale di assalto al potere, è stato di sicuro agevolato dalla personalità eccentrica dell’attentatore, che ha offerto una chiave per chiudere il caso.
La nostra storia parte dunque da lui, Bertoli, che va inquadrato bene, perché non è affatto così solo e così anarchico come vuol far sembrare. È l’ultimo anello di una catena golpista, la base operativa di una cupola di mandanti che ruota attorno al secondo protagonista del racconto, Amos Spiazzi di Corte Regia, l’uomo che ha in mano la Gladio del Nord Italia.
In quegli anni, attorno a Spiazzi gravita tutto un mondo che sogna di abbattere la democrazia costituzionale. Tutti ce l’hanno a morte con la Resistenza, soprattutto odiano il patto antifascista da cui è nata la Repubblica. Alcuni sono un residuo del Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese, golpisti perdenti ma non domi, altri sono uomini di Ordine nuovo, agenzia del terrore e costola del Movimento sociale italiano (gli eredi del regime fascista), altri ancora provengono dal Movimento di azione rivoluzionaria (Mar) di Carlo Fumagalli, il terrorista più atlantista di tutti, esperto nel far saltare tralicci al Nord.
Il problema è che Spiazzi, oltre a essere un golpista, è un ufficiale dell’esercito italiano, un uomo delle nostre istituzioni che dietro di sé può contare su tanti altri uomini in divisa. Poi c’è un altro problema: il nostro servizio di informazioni conosce bene quel fattivo mondo di terroristi. Il numero due del servizio, Gianadelio Maletti, «uomo del silenzio», dà protezione al finto anarchico Bertoli, avendo già fatto cose simili in passato ed essendo stato poi condannato per quelle.
Paolo Emilio Taviani, esponente della Dc che è stato padre di Gladio ma non vuole avere sulle spalle la responsabilità di tutti quei fascisti che l’hanno invasa, capisce quel che sta accadendo e fa di tutto per denunciare le pericolose pretese dei neo- fascisti. Arriva anche a dire che non esistono gli opposti estremismi, che il pericolo proviene solo da una parte (e ha ragione). La sua carriera politica finirà lì. Sciolto Ordine nuovo, Taviani tornerà ai suoi studi colombiani.
In definitiva, raccontiamo una storia che nasce fuori ma è anche dentro lo Stato. E si conclude inevitabilmente nelle stanze della Dc, con l’ultimo protagonista, Mariano Rumor, presidente del Consiglio del «gran rifiuto»: non volle dichiarare lo stato d’emergenza nelle ore successive alla strage di piazza Fontana, non avallò alcun tentativo di rottura dell’ordine istituzionale e politico. Ma i neofascisti accusarono lui, uomo tranquillo e perbene del fattivo Veneto, di essere venuto meno a un patto.
Come fu possibile? E si vendicarono dopo tre anni e mezzo?
In questa intricata matassa gli stragisti dovevano essere riusciti ad aprire un varco, un canale di comunicazione con gli ambienti istituzionali, e qualcuno poteva aver avvelenato i pozzi. Ma in effetti non fu solo vendetta quella esplosa davanti alla questura: fu la tappa di un ambizioso (e pretenzioso) piano golpista preparato per l’estate. Un piano che solleticava tanti appetiti.
All’alba degli anni Settanta la Dc è in mezzo al guado. Quando avviene la strage, è in corso un acceso viavai di incontri in vista dell’assise congressuale del giugno successivo. Le correnti stanno tentando di trovare una soluzione al forte disorienta- mento causato dal dirottamento della formula del centrosinistra fanfanian-morotea e dal superamento del doroteismo, buono negli anni del centrismo.
Dopo uno straordinario ciclo di lotte sociali che ha dato più potere al mondo del lavoro, e rafforzato i propositi vendicativi di una classe imprenditoriale reazionaria, le pulsioni verso un governo d’ordine sono fortissime. In tanti dentro la Dc non hanno affatto intenzione di liquidare l’eredità del Ventennio con cui il partito ha sempre avuto familiarità: per esempio, un segretario (Flaminio Piccoli) è stato eletto grazie agli uffici dell’ex generale Giuseppe Aloja, amico di Pino Rauti e Guido Giannettini e massimo sponsor della guerra non convenzionale.
Nei sotterranei della Democrazia cristiana le forze della reazione sono pronte a una svolta, tanto che, pochi mesi prima di quel maggio, il segretario politico Arnaldo Forlani sente perfino il bisogno di lanciarsi – gesto che non è nelle sue corde – nella denuncia del pericolo fascista proveniente dalla destra reazionaria. «È il più grave dalla Liberazione a oggi…, stanno attentando all’integrità dello Stato» dirà in un comizio pubblico. Si sa già del tentato golpe Borghese e Forlani vuole rendere noto che un attacco durissimo della destra non sarà accolto da tutta la Dc. Così Moro nel Memoriale: «Una forte ondata di destra (strategia della tensione) scuote il Paese e Forlani per contrastarla pensa di batterla sul tempo, cogliendo i fascisti minacciosi ma ancora impreparati e anche rinviando di un anno il referendum sul divorzio» nel timore di dare sponda all’onda nera. Intanto sono forti sulla testa dei dirigenti democristiani le pressioni del Dipartimento di Stato, mai libero dalla paranoia anti- comunista, per un governo d’ordine, mentre Moro è intento a costruire la sua «strategia dell’attenzione» verso il Pci.
In definitiva in quella fase regna un gran caos. L’azione di Bertoli finisce per provocare un sussulto riunificante nel partito che faticosamente tenta di uscire dalle secche, mentre matura il ritorno di Moro. Ma solo per breve tempo. Le forze occulte in Italia possono perdere ma non essere sconfitte.
Del resto, l’album del golpismo italiano non è ancora completo, mancano le foto di tanti protagonisti. Diversi volti li conosciamo, alcuni li incontreremo nelle pagine di questo libro, talvolta sono anche un po’ naïf e pittoreschi, in generale quasi tutti sono personaggi senza alcuna epica e forse per questo ci siamo risparmiati il golpe. Ma non una democrazia a bassa intensità.

L’appuntamento: L’estate del golpe  di Stefania Limiti sarà presentato il 7 giugno alla Libreria Libraccio di Roma

La forza della nonviolenza

Quest’ultimo anno la cultura della guerra e della violenza sembra che abbiano preso spazio, almeno in certi media. Come l’editoria e i giornali nonviolenti sono riusciti a affrontare questa situazione? Quali sono state le cose più significative? Lo abbiamo chiesto a Mao Valpiana presidente del movimento nonviolento e coordinatore dell’omonima casa editrice che sarà fra i protagonisti dell’Eirenefest di Roma anche quest’anno.

«La guerra, e tutto ciò che la prepara e ne consegue, è pervasiva. Gli interessi economici che vi stanno dietro (quindi legati soprattutto all’industria bellica, prima, e alla “ricostruzione”, poi) sono gli stessi che finanziano il generale sistema dei media. I capitali che sostengono la produzione di armi, sono gli stessi che finanziano gli editori della comunicazione “bellicista”. La guerra ha bisogno di consenso, e se lo compera come una merce qualsiasi. È sempre stato così, e funziona. Basta vedere storicamente il ruolo della stampa e della propaganda nel corso della prima guerra mondiale», risponde Valpiana. «Non c’è quindi da stupirsi, purtroppo, se lo stesso meccanismo viene applicato alla guerra moderna»

Anche in Italia molti giornali generalisti si sono “messi l’elemetto”?

Sì alcuni per convinzione, altri per interesse, altri ancora si sono semplicemente venduti a chi paga bene. Contrastare questa tendenza, per chi come noi è ricco solo di ideali ma ha il portafoglio vuoto, è difficile. Difficile, ma non impossibile. E infatti, nonostante il fiume di denaro che i “padroni della guerra” hanno messo anche nell’informazione (meglio sarebbe chiamarla “disinformazione”), l’opinione pubblica italiana non si è fatta abbindolare, se è vero – come è vero – che i sondaggi registrano che la maggioranza del paese è negativa rispetto alle posizioni e alle scelte del governo di partecipazione alla guerra. I nostri giornali (parlo per la nostra rivista “Azione nonviolenta”) hanno affrontato il tema con approfondimenti specifici. In particolare noi abbiamo fatto la scelta di dare la parola alle vittime delle guerra e di amplificare nel nostro Paese le posizioni e le attività dei movimenti pacifisti dei paesi coinvolti nel conflitto, Russia, Ucraina e Bielorussia.

Se vuoi la pace prepara la pace: come possiamo, individualmente e collettivamente lavorare per quest’obiettivo?

La nonviolenza è prima di tutto prevenzione. Il conflitto va trasformato e gestito prima che esploda la violenza degeneratrice. Fermare una guerra prima che avvenga è molto più efficace che farlo quando la parola è passata alle armi. Poi tutto si complica maledettamente, e a quel punto ci si può impegnare per limitare i danni, per aiutare o soccorrere, ma diventa quasi impossibile fermare le bombe con la nonviolenza. Per questo la strategia nonviolenta è quella preventiva, lavorare oggi per preparare la pace di domani. Maria Montessori diceva: “facciamo la pace, un bambino alla volta”. C’è un grande investimento nel futuro, una fiducia nel lavoro educativo, in questo suo importante insegnamento. Dunque il lavoro per la “educazione alla pace” è fondamentale. L’editoria, la comunicazione, l’informazione giovano un ruolo decisivo in questo senso.

Ho la sensazione che la nonviolenza come tematica e pratica stia prendendo peso nelle società, che il tema -alla violenza si risponde con nonviolenza – abbia più spazio: come la vedi tu?

Certamente in questi ultimi decenni si sono fatti molti progressi. Quando da ragazzino (ormai più di mezzo secolo fa…) ho iniziato ad interessarmi e frequentare la nonviolenza, venivamo totalmente ignorati, o peggio derisi, e poi repressi. Gli obiettori di coscienza venivano messi in carcere. Avevamo tutti contro, partiti, istituzioni. Le voci che si levavano a favore della nonviolenza, dell’obiezione di coscienza, contro la scelta militare e contro la violenza politica, erano isolatissime. Oggi, dopo cinquant’anni di iniziative, mobilitazioni, organizzazione, finalmente la nonviolenza è divenuta “discutibile”, cioè degna di essere discussa. Anzi, molte ideologie che sembravano solidissime, sono tramontate nel nulla. La storia del Novecento ha condannato figure che impersonificano imperi che sembravano invicibili: Hitler e Stalin sono stati condannati dalla storia, e solo la figura di Gandhi è rimasta a portare luce anche alle generazioni di oggi. Il messaggio della nonviolenza è l’unico del Novecento che resta valido anche per il nuovo secolo, l’unico esente dal fallimento. Certo, la guerra vuole ancora farsi spazio, ma le nuove generazioni hanno capito che come diceva Gandhi “occhio per occhio e tutto il mondo diventa cieco”. La nonviolenza è l’unica alternativa possibile. L’unica che funziona davvero.

Il movimento nonviolento ha lavorato in questi tempi molto sul tema della obiezione di coscienza e presenterà anche a Eirenefest la sua proposta: ce la puoi raccontare?

L’obiezione di coscienza è il fondamento della nonviolenza. Per fermare la guerra bisogna non farla. Per cessare il fuoco bisogna non sparare. La forza della nonviolenza sta in queste semplici verità. Per questo dentro alle parti in conflitto, sia tra gli aggrediti che tra gli aggressori, abbiamo scelto coloro che comunque vogliono sottrarsi alla logica della violenza  e decidono di praticare già oggi le vie della pace. I movimenti nonviolenti sono presenti (anche se minoritari) sia in Russia, Bielorussia e in Ucraina. Sono i nostri interlocutori e con loro sosteniamo gli obiettori di coscienza, disertori, renitenti alla leva che non vogliono combattere con le armi, che spezzano i loro fucili. La campagna di “Obiezione alla guerra”, che presenteremo anche ad Eirenefest, consiste nell’aiuto concreto ai giovani che rifiutano l’arruolamento, fornire la difesa legale, il sostegno anche economico, l’aiuto per l’espatrio. Anche se la stampa ufficiale non ne parla, e se in Russia e in Ucraina il fenomeno viene negato, nascosto, censurato, sono migliaia e migliaia i giovani che hanno scelto questa strada. Vengono dipinti come “traditori”, nemici della patria, vigliacchi, ma sono in realtà gli unici che amano la propria patria, senza odiare quella altrui, gli unici delle due parti che già si parlano, che lavorano insieme, che mettono in atto progetti di pace. La richiesta che facciamo ai governi dell’Europa, è quella di aprire le porte, di accogliere come fratelli gli obiettori di coscienza russi e ucraini, di riconoscere loro lo status di “rifugiati politici” e di offrire loro asilo e protezione. Anziché dare armi per alimentare il fuoco della guerra, accogliamo chi il fuoco lo vuole spegnere. La pace futura passa da qui.

L’intervista a Mao Valpiana è stata realizzata da Olivier Turquet coordinatore italiano di Pressenza e ideatore dell’Eirenefest, che si tiene a Roma

Le mani insanguinate di Haftar

Per comprendere quali siano i programmi del governo italiano per aiutarli “a casa loro” basta ripercorrere la giornata di ieri, quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni s’è intrattenuta per stringere le mani lordate di sangue di Khalifa Haftar, fresco di condanna come criminale di guerra l’anno scorso in un tribunale della Virginia.

È lo stesso Haftar che fu braccio armato di Gheddafi nel Ciad. Fatto prigioniero dai ciadiani prima di essere liberato dagli Usa dove si trattene giusto il tempo di aspettare la caduta del “dittatore libico” (qui da noi si diventa dittatori solo quando si diventa inutili) per tornare in Libia a tentare golpe a ripetizione.

Il curriculum sanguinario non ha impedito a Haftar di varcare le soglie di Palazzo Chigi. Per il governo italiano “l’uomo forte della Cirenaica” è un “tappo”. Chiedono a lui di bloccare le partenze dalla regione (10mila su 17mila nel 2023 secondo i dati ufficiali del governo). Non è troppo difficile immaginare quali siano i metodi che Haftar sia disposto a utilizzare. Ma questo non conta. Ci si affida alla memoria molle degli italiani che dal 2017 digeriscono il memorandum libico firmato dall’ex ministro del’Interno Minniti. Non sarà difficile firmarne un altro anche con lui.

Non è nemmeno difficile immaginare quali potrebbero essere i dettagli dell’accordo. Al ras libico interessano i soldi e i mesi per “contenere le partenze”, che è la formula diplomatica per condonare le illegittime detenzioni e le violenze. Giorgia Meloni penserà di avere trovato un alleato fedele – lo pensano da anni della cosiddetta Guardia costiera libica – e invece sta semplicemente legittimando l’ennesimo signorotto di una Libia che è una polveriera di autocrati locali che cercano un equilibrio nazionale.

Haftar però non ha nessun interesse nel bloccare le partenze. Haftar, come tutti gli autocrati a cui l’Europa prova ad appaltare il controllo delle frontiere, esiste ed è potente proprio grazie alle partenze. I migranti sono la leva con cui ha potuto fregiarsi di un incontro ufficiale con la presidente del Consiglio italiana e con il ministro degli Esteri italiano.

Può bastare un particolare. Ieri Giorgia Meloni ha stretto le mani insanguinate di Haftar per chiedergli di bloccare le partenze dalla Cirenaica che secondo diverse fonti locali è gestita da Saddam Haftar, figlio del generale. Eccoci qui.

Buon venerdì.