Home Blog Pagina 324

A Gaza un’intera generazione in trappola, da 15 anni

A Palestinians girls walk in the street during cold weather in a slum in Gaza City, Thursday, Jan. 27, 2022. (AP Photo/Hatem Moussa)

A 15 anni dall’inizio del blocco israeliano su Gaza, ancora 2,1 milioni di persone vivono recluse, in quella che di fatto è una prigione a cielo aperto. Un’intera generazione di giovani palestinesi, oltre 800mila, hanno trascorso la loro intera vita in questa situazione, senza conoscere nient’altro.

È la denuncia lanciata da Oxfam alla vigilia del quindicesimo anniversario dall’inizio delle restrizioni imposte sulla Striscia, di fronte ad una situazione di cui non si intravede nessuna soluzione negoziata tra le parti, nonostante gli sforzi umanitari sostenuti dalla comunità internazionale e dalle Nazioni Unite, che fino ad oggi hanno stanziato 5,7 miliardi di dollari in aiuti.

«Siamo di fronte ad una crisi divenuta cronica, che costringe organizzazioni come Oxfam,  da anni operativa sul campo, a lavorare per garantire la mera sopravvivenza di una popolazione sfinita, eppure straordinariamente resistente  – ha detto Paolo Pezzati, policy advisor di Oxfam per le emergenze umanitarie – In questo momento 7 persone su 10 a Gaza dipendono dagli aiuti umanitari per far fronte ai bisogni essenziali di ogni giorno. Il controllo di Israele sulla Striscia è pressoché totale e si spinge a livelli paradossali e punitivi nei confronti della popolazione. Pensiamo alle regole sull’esportazione di pomodori, che di fatto impediscono ai produttori di vendere ciò che hanno coltivato. Rivolgiamo un appello al Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, affinché una revoca immediata del blocco su Gaza divenga prioritaria nell’agenda internazionale».

«Molte restrizioni israeliane hanno ragioni politiche, non certo di sicurezza. Le famiglie palestinesi di Gaza subiscono collettivamente una punizione illegale – ha aggiunto Pezzati – Israele impedisce l’esportazione di pasta di datteri, biscotti e patatine fritte, ha interdetto l’uso del 3G e del 4G sui cellullari, non c’è PayPal. Certamente questo non è un Paese per giovani».

Non sarebbe ora di consegnare alla storia questi 15 anni di blocco? Ora che sono diventati tutti esperti di invasi e di invasori non è il momento di volgere lo sguardo anche qui?

Buon giovedì.

La truffa della 194 inapplicata

©Lapresse 14/05/2008 Genova,italia Cronaca Protesta aborto davanti all'ospedale galliera protesta di alcune associazioni e dei centri sociali per le parole del papa contro l'aborto e per la culla per la vita messa al galliera Nella Foto:la protesta

L’ultima relazione al Parlamento sullo stato di applicazione della legge 194 è stata pubblicata nel settembre 2021 e riporta i dati definitivi relativi agli aborti volontari eseguiti ben due anni prima, nel 2019, nonché i dati provvisori relativi al 2020. Come nelle precedenti edizioni, una parte della relazione è dedicata all’ormai solita litania nella quale si ribadisce che, nonostante le percentuali altissime, l’obiezione di coscienza non è un problema, se non in alcune aree ristrette del Paese, e che il carico di lavoro che ciascun ginecologo non obiettore deve sopportare è in ogni caso assai modesto. Basandosi su calcoli che dovrebbero risultare convincenti, nella relazione ministeriale si sostiene che in media ogni ginecologo non obiettore dovrebbe eseguire 1,1 Ivg (Interruzione volontaria di gravidanza) a settimana, il che certamente non è una gran fatica; solo in alcune regioni questo valore risulterebbe significativamente più alto, come nel caso delle 17,7 Ivg a settimana della Sicilia.

Da operatori abbiamo sempre ritenuto inaccettabilmente offensiva un’impostazione basata sull’idea che il lavoro di chi si occupa di aborto volontario sia valutabile attraverso la contabilizzazione del numero degli interventi eseguiti, che invece sono (e a volte non sono, perché in alcuni casi le donne decidono poi di portare avanti la gravidanza) solamente la conclusione di un lavoro molto più complesso ed impegnativo. Lasciando da parte il fastidio per la ostilità manifesta verso chi applica una legge dello stato, spesso sobbarcandosi costi professionali ed umani non indifferenti, abbiamo sempre avuto, da operatori, la sensazione che questa semplificazione ragionieristica non corrispondesse esattamente alla realtà con la quale ci confrontiamo quotidianamente. Prendendo ad esempio i dati del Lazio, sappiamo che ogni operatore esegue tra i 15 e i 20 aborti a settimana; dunque, per far tornare i conti, ci dovranno essere moltissimi che non li fanno.

Che la relazione ministeriale ci restituisca una fotografia assai sfocata della situazione italiana ce lo conferma il libro “Mai dati. Dati aperti (sulla 194). Perché sono nostri e perché ci servono per scegliere”, scritto a quattro mani da Chiara Lalli, docente di storia della medicina e giornalista, e Sonia Montegiove, giornalista e informatica. Inviando richieste di accesso civico generalizzato a circa 200 strutture sanitarie, le autrici ci dimostrano la sostanziale inutilità di una relazione basata su dati aggregati, chiusi, non aggiornati. Dalle informazioni ufficiali, seppur parziali, inviate loro, emerge un’altra realtà, nella quale, ad esempio, non tutti i ginecologi non obiettori si occupano di interruzioni di gravidanza, vuoi perché lavorano in ospedali nei quali non esiste un centro IVG, vuoi perché sono impegnati in altri servizi e non fanno aborti, ecc. In questo senso è illuminante il caso dell’Ospedale Sant’Eugenio di Roma, dove solo due dei dieci ginecologi non obiettori censiti si occupano di IVG.

Il libro di Lalli e Montegiove, dunque, analizzando i dati e le risposte ricevute da un certo numero di strutture sanitarie (non sono tutte, non è un campione, ma certamente ci fa capire molto) ci mostra i problemi nella loro dimensione reale, che è quella che ci serve se vogliamo capire, e se vogliamo individuare le criticità per cercare di risolverle o comunque di minimizzarle.

Con la pandemia la consapevolezza dell’importanza dei dati aperti e aggiornati è certamente aumentata. Nella relazione sullo stato di applicazione della legge 194, nonostante il Ministero della Salute avesse sottolineato che le IVG sono urgenze indifferibili, i dati preliminari relativi al 2020 riportano che, per l’emergenza sanitaria, alcune strutture hanno deciso in autonomia di ridurre il numero di interventi, o di sospendere le procedure farmacologiche o chirurgiche o addirittura di sospendere il servizio IVG. Quali sono queste strutture? Impossibile capirlo attingendo al calderone dei dati aggregati, ormai vecchi, vecchissimi. Cosa è successo alle donne che non hanno avuto risposta alle loro richieste, in un periodo nel quale gli spostamenti tra le regioni erano difficilissimi?

“Mai dati. Dati aperti (sulla 194). Perché sono nostri e perché ci servono per scegliere” non è un libro sull’obiezione di coscienza, ma da quella prende le mosse per dimostrare quello che non può emergere se non in maniera sfumata ed edulcorata dai dati chiusi e aggregati per macroaree. Dire che il 67% dei ginecologi italiani è obiettore può tener vive le polemiche ma non serve alle donne che hanno il diritto di essere informate per poter scegliere; l’obiezione di coscienza di per sé può non essere un problema, ma certamente lo diventa quando le amministrazioni regionali non applicano la legge. Disporre di dati aperti ci permette di individuare le aree nelle quali l’accesso alla IVG è ostacolato, se non addirittura negato, e di inchiodare gli amministratori alle responsabilità che la legge 194 attribuisce loro, in termini di erogazione dei servizi, in termini di organizzazione, in termini di formazione e aggiornamento del personale.

Partendo dai dati e dalle osservazioni che le autrici hanno preliminarmente comunicato al suo congresso nazionale, l’associazione Luca Coscioni per la Libertà di ricerca scientifica ha inviato una lettera aperta al Ministro della Salute e alla Ministra della Giustizia, nella quale si chiede che i due dicasteri, attraverso la valutazione di dati aperti e aggiornati, verifichino nella realtà lo stato di applicazione della legge 194, e che alcuni finanziamenti previsti per le regioni siano subordinati alla reale applicazione della legge (https://associazionelucacoscioni.it/wp-content/uploads/2022/05/Lettera-aperta-al-Ministro-della-salute-Roberto-Speranza-1.docx.pdf ).

Se, all’indomani del 44mo compleanno della 194, vogliamo assicurare a tutte le donne l’accesso all’aborto, la possibilità di scegliere la procedura, i migliori standards clinici, minimizzando le diseguaglianze tra le regioni, dobbiamo rompere l’inerzia del riferire passivamente i dati complessivi, dobbiamo scoprire le inadempienze, dobbiamo agire su di esse. E forse, dopo 44 anni, i dati aperti possono aiutarci a capire anche che vi sono parti della legge che andrebbero modificate, per garantire realmente a tutte il diritto alla salute.

29.5.2022

Anna Pompili, ginecologa, membro del Consiglio Generale Ass. Luca Coscioni, cofondatrice di AMICA (Ass. Medici Italiani contraccezione e aborto)

 

 

L’articolo prosegue su Left del 10 giugno 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

 

</a

Egregi G7, così potreste salvare l’Africa dalla fame

20 May 2022, Berlin: German Chancellor Olaf Scholz (SPD - M), receives the demands to the G7 from Carolina Claus and Benjamin G'nther, the co-chairs of the G7 Youth Summit. The delegates of the Y7 Summit from the member states and the guest delegations developed their political demands to the G7 on current issues and gave them to Chancellor Scholz to take to the meeting in Elmau. Photo by: Michael Kappeler/picture-alliance/dpa/AP Images

Le attuali crisi stanno producendo effetti molto severi sulla sicurezza alimentare, tema che interessa numerose zone del mondo, ma che si manifesta soprattutto nei Paesi africani. L’accesso sicuro al cibo è un bisogno fondamentale per la sopravvivenza delle persone e precondizione per sfruttare al meglio le opportunità della loro vita. Le crisi convergenti del cambiamento climatico, dei conflitti e della pandemia, con conseguenti crisi economiche e alimentari hanno effetti devastanti sulla salute delle persone, soprattutto di quelle che vivono nelle aree più vulnerabili. Il numero di persone che soffrono la fame estrema in Kenya, Somalia ed Etiopia è più che raddoppiato rispetto all’anno scorso, passando da 10 milioni agli attuali 23 milioni. Il gruppo dei delegati Youth7 ha avuto la fortuna di vedere la partecipazione di rappresentanti di Paesi e organizzazioni diversi dai soli membri del G7, in particolare l’Ue, il Senegal, l’Indonesia, il Sudafrica e l’Ucraina. In vista del vertice del G7, i giovani rappresentanti hanno colto l’occasione per discutere di soluzioni immediate e strutturali alla crisi alimentare globale.

La guerra in…

(In collaborazione con Alessio Laconi)

 

L’articolo prosegue su Left del 10 giugno 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

 

</a 

Il Wto alla prova dei prezzi

FILE - Farmers harvest with their combines in a wheat field near the village Tbilisskaya, Russia, July 21, 2021. The Organization for Economic Cooperation and Development is warning that Russia's war in Ukraine will disrupt commerce and clog up supply chains, slashing economic growth and pushing prices sharply higher around the globe. In a grim assessment out Thursday, March 17, 2022, the 38-country OECD said that over the next year the conflict would reduce the broadest measure of economic output by 1.08% worldwide. (AP Photo/Vitaly Timkiv, File)

Nel 2030, anno entro cui la comunità internazionale aveva promesso di sconfiggere la fame, le persone che non potranno mangiare tutti i giorni potrebbero superare gli 840 milioni. Nel 2021 193 milioni di persone sono rimaste stabilmente senza cibo, 40 milioni in più del 2020, 85 milioni in più rispetto a solo 5 anni prima. Produciamo, però, abbastanza cibo per tutti, se solo se lo potessero permettere: secondo il Rapporto globale 2022 sulle crisi alimentari, redatto da una ventina di agenzie internazionali sotto la regia dell’Onu, sono stati gli shock economici mal governati negli ultimi anni ad aver tolto il cibo dalla bocca a oltre 139 milioni di persone, che si sono aggiunte ad altri 30 milioni di affamati da condizioni climatiche estreme, e ad altri 23 milioni e mezzo ridotti al digiuno dalle guerre o dall’insicurezza dei propri territori. Tutte vittime dell’incapacità della politica di regolare i mercati per garantire loro il diritto fondamentale di rimanere in vita.

Il cibo c’è ma i prezzi aumentano lo stesso
«Non abbiamo un problema di disponibilità: il cibo c’è. Ogni anno il mondo produce circa 780 milioni di tonnellate di grano, e quest’anno ne mancano appena 3 milioni». Eppure il suo prezzo internazionale è cresciuto del 61% tra gennaio e marzo 2022. Luca Russo, analista senior sulle Crisi alimentari della Fao, ha chiarito in un’intervista a Al Jazeera che «la crisi alimentare in corso non è nuova: è esplosa in 20-30 Paesi negli ultimi 6 anni».

Nonostante la…

 

* L’autrice: Monica Di Sisto è giornalista e vicepresidente di Fairwatch, osservatorio italiano su clima e commercio.

L’articolo prosegue su Left del 10 giugno 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

 

</a

Giorgia Meloni ovvero la normalizzazione dei reazionari

Giorgia Meloni vola in Andalusia per sostenere la candidata di Vox. Impugna il microfono e comincia a strillare: «Non ci sono mediazioni possibili, o si dice sì o si dice no. Sì alla famiglia naturale, no alla lobby Lgbt, sì alla identità sessuale, no alla ideologia di genere, sì alla cultura della vita, no a quella della morte». Poi continua a modo suo: «Sì all’universalità della croce, no alla violenza islamista. Sì ai confini sicuri e no all’immigrazione di massa. Sì al lavoro dei nostri cittadini, no alla grande finanza internazionale. Sì alla sovranità del popolo, no ai burocrati di Bruxelles. Sì alla nostra civiltà e no a coloro che vogliono distruggerla».

Il pubblico bela qualche olé a tempo, una televendita dal vivo solo che al posto delle pentole e la bicicletta in omaggio qui si celebrano i “patrioti d’Europa”. Scandalo dalle nostre parti. È comprensibile, a forza di normalizzare Giorgia Meloni per inginocchiarsi al prossimo probabile potentato d’Italia molte penne italiane ce l’hanno rivenduta come una simpatica canaglia che sembra cattiva ma in fondo non è pericolosa.

Giorgia Meloni è pericolosa, eccome. Nelle sue parole, nel suo programma, tra le sue idee si trovano pericolosi ritorni. Ha ragione Lia Quartapelle (Pd) quando dice che «nel deserto che sta diventando la destra, la Meloni sembra quella con le idee chiare, quella meno peggio degli altri. Ma la realtà è che, sotto sotto, lei è sempre la stessa cosa: parole d’ordine fasciste e un passato che non è mai passato». Quartapelle prosegue: «Quando la Meloni parla di lobby Lgbtq, di trame della finanza, di famiglia naturale come se ci fossero famiglie innaturali, quando definisce “l’abisso della morte” i legittimi diritti delle donne ad abortire, sta usando le parole d’ordine della destra estrema. Inoltre, si rifà a una politica dell’identità come se ci fosse un attacco alla tradizione. Ma io di attacchi non ne vedo da nessuna parte. La politica dell’identità si fa quando non sai cosa fare sulle politiche sociali o del lavoro».

Giorgia Meloni se l’è presa per le parole dell’esponente Pd. Sapete cosa ha negato? Di aver preso soldi dalla Russia. Sul resto, evidentemente è d’accordo, se non fiera. Se poi Meloni riuscirà a prendersi in mano il Paese e mostrerà i suoi lati neri vedrete che gli stessi che oggi contribuiscono alla sua potabilità lanceranno l’allarme.

Che danni procura il giornalismo al servizio del potente. Che Paese sempre pronto allo sbando è quello in cui il potere è una virtù.

Buon mercoledì.

In Francia ha vinto Mélenchon

Hard-left figure Jean-Luc Melenchon arrives to vote in the first round of the parliamentary election, Sunday, June 12, 2022 in Marseille, southern France. French voters are choosing lawmakers in a parliamentary election as President Emmanuel Macron seeks to secure his majority while under growing threat from a leftist coalition. (AP Photo/Daniel Cole)

La Nuova unione popolare ecologista e sociale guidata da Mélenchon è la vera vincitrice del primo turno delle elezioni francesi. Ha ottenuto gli stessi voti di Macron (il 25,7%) e ha distanziato di 8 punti Marine Le Pen. Il risultato è straordinario e se dalle nostre parti ci fosse anche solo una goccia di sinistra nel sedicente partito di centrosinistra ieri avremmo dovuto assistere almeno a qualche timido assaggio. Dal Pd invece si scorge addirittura una certa preoccupazione. È comprensibile: Mélenchon è la dimostrazione plastica che qualsiasi timidezza nell’attuare pratiche realmente di sinistra non sia una “mediazione” ma sia una calcolata ricerca del compromesso.

Mélenchon ha costruito uno schieramento che non si limita a proclamarsi di sinistra ma si oppone nettamente anche al liberismo fintamente progressista. È andato oltre all’idea di “partito” tenendo insieme movimenti, sindacati, malesseri organizzati e organizzazioni. Ha interpretato i conflitti, piuttosto che negarli, facendosene carico anche nel renderli pubblici parlandone ovunque. Non si è messo in testa una fantomatica “unità della sinistra” che avrebbe inglobato storie inconciliabili con i valori di cui si fa portatore: è fiero della propria radicalità. Una parola che da noi suona come una bestemmia.

Quello che qui in Italia qualche penna definisce «exploit del populismo gauchiste di Mélenchon» (che teneri i nostri editorialisti spaventati da chi smodatamente vorrebbe rovesciare i soliti poteri) è semplicemente un programma che non consente smussature. Potrebbe funzionare qui? Resta ovviamente tutta da vedere la declinazione italiana di un’esperienza politica francese. Siamo fin troppo abituati al giochetto deludente del papa straniero. Ma come osserva Nicola Fratoianni la scelta di Mélenchon «ha consentito alla sinistra e agli ambientalisti francesi di bucare il tetto di cristallo del voto utile, che li aveva sempre penalizzati in precedenza». Se leggete il programma elettorale di Mélenchon vi accorgerete che esiste una visione del mondo che non rimane imbucata nella cassetta degli idealisti e ottiene enorme consenso popolare. Ognuno tiri le somme.

Buon martedì.

</a

Maurizio Martina: Il dovere di sfamare il mondo

16 October 2015, Milan, Italy - Maurizio Martina, Minister of Agriculture, Food and Forestry Policies of Italy delivering his speech during World Food Day Ceremony at Expo Milan. Photo credit must be given: ©FAO/Giuseppe Carotenuto. Editorial use only. Copyright ©FAO

«Secondo il Global report on food crises, pubblicato il 4 maggio, nel 2021, circa 40 milioni di persone in più hanno sofferto di insicurezza alimentare acuta rispetto al 2020, portando il totale a 193 milioni di persone in 53 Paesi e territori». Maurizio Martina, vice direttore generale della Fao (l’organizzazione Onu per l’alimentazione e l’agricoltura) ed ex ministro delle Politiche agricole, esordisce così, con i numeri allarmanti del rapporto pubblicato dall’alleanza internazionale di cui fanno parte Ue, Fao e Wfp. E la situazione nel 2022 desta ancora più preoccupazioni, soprattutto in quei Paesi «che già sperimentano situazioni catastrofiche rispetto alla fame e alla malnutrizione come Yemen, Somalia, Sud Sudan e Afghanistan». Di fronte alla crisi alimentare causata dalla guerra in Ucraina che si è innestata in un sistema però già fragile, abbiamo chiesto a Martina di fare il punto sull’emergenza attuale ma anche di delineare soluzioni a medio-lungo termine per garantire quella sicurezza alimentare in tutti i Paesi del mondo che, ricordiamo, è uno dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu.

Quali soluzioni politiche possono essere messe in atto per superare nell’immediato la chiusura dei porti e l’impossibilità per gli agricoltori ucraini di procedere ai raccolti?
In questi giorni si sta tentando di trovare mezzi alternativi alle navi, con tentativi via camion, treni e fiumi, ma sono soluzioni insufficienti. Rimane quindi fondamentale trovare una chiave politico-diplomatica per negoziare lo sblocco dell’esportazione delle circa 20 tonnellate di cereali presenti nei silos ucraini. Le negoziazioni devono concentrarsi sul trovare criteri di sicurezza per il trasporto via mare lasciando partire le navi dal porto di Odessa.

In questa situazione qual è il ruolo della Fao?
La Fao sostiene le…

L’intervista prosegue su Left del 10 giugno 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

 

</a

Nessuna mela al giorno

23 September 2021, Saxony-Anhalt, Stendal: Employees of the Stallbaum fruit farm harvest apples of the Elstar variety. With the beginning of autumn, the apple harvest is slowly coming to an end. The last apples are expected to be harvested from the plantations in mid-October. The season was good, according to the operators of the Stendal barn shop, which is part of the fruit farm. The rain in spring had allowed the fruit to thrive. Until the end of the harvest, about 150 tons will be harvested on the orchards of the fruit farm. Photo by: Klaus-Dietmar Gabbert/picture-alliance/dpa/AP Images

Siamo oramai abituati a vivere in un mondo in cui pressoché ogni cosa può essere sottoposta a proprietà privata per trarne un guadagno. Anche quando quella cosa, se fosse liberamente utilizzabile da tutti, potrebbe salvare numerose vite umane. Ne abbiamo avuto una tragica conferma durante la pandemia, con India, Sudafrica e un centinaio di altri Paesi a chiedere al resto del mondo la sospensione dei brevetti su vaccini e cure anti Covid che ne rallentavano tragicamente la produzione e la distribuzione (richiesta peraltro mai accettata dall’Organizzazione mondiale del commercio). Ma questo non è l’unico episodio concreto e attuale in cui l’uso di brevetti alimenta e aggrava una crisi mondiale. Se guardiamo al climate change e all’insicurezza alimentare – un fenomeno già grave, ora acuito dalla guerra in Ucraina – incontriamo un altro tipo di licenze proprietarie che aggravano questi drammi, di cui poco si parla. È anche a causa di questi brevetti se intere produzioni agricole rischiano di saltare senza essere rimpiazzate a causa del surriscaldamento globale o di nuovi patogeni, oppure se il mondo contadino è sempre più impoverito a tutto vantaggio dei grandi colossi dell’agroindustria, e a tutto svantaggio dei cittadini, specie dei Paesi più poveri. Stiamo parlando dei brevetti sulle piante e sui semi. Uno strumento nato un centinaio di anni fa, che ha del tutto ridisegnato il paradigma produttivo nel mondo agricolo e agroalimentare. E ci ha accompagnato fino all’odierna realtà, in cui “club” gestiti da potenti aziende di breeding – impegnate cioè nella selezione genetica delle piante – decidono chi può coltivare una determinata varietà, di fatto dominando la filiera dell’ortofrutta. Proprio a questo tema è dedicato Chi possiede i frutti della terra (Laterza), nuova opera di Fabio Ciconte, direttore della associazione ambientalista Terra! e autore di diverse inchieste giornalistiche e pubblicazioni su filiere agroalimentari, caporalato e climate change.

Il saggio, nelle sue prime pagine, ci teletrasporta negli Stati Uniti di inizio Novecento, una realtà fatta di imprenditori agricoli e agronomi pionieri, e di vicende che spiazzano chi le legge per la prima volta. Come quella che parte da una scatola con una dozzina di mele, recapitata ad uno dei più grandi vivai degli Usa, la Stark bro’s nurseries. All’azienda ogni anno arrivano mele da tutto il Paese, inviate dai contadini per partecipare al tradizionale concorso dei vivai Stark per la frutta migliore. Quando le assaggia, Paul Stark non ha dubbi. Deve…

L’articolo prosegue su Left del 10 giugno 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

 

</a

Non vediamo l’ora di assistere al referendum sul Reddito di cittadinanza

Foto LaPresse 12 Giugno, 2022 Milano, Italia News Matteo Salvini al seggio di via Martinetti per le votazioni dei referendum sulla giustizia. Nella foto: Matteo Salvini Photo LaPresse June 12, 2022 Milan, Italy News Matteo Salvini at the polling station in via Martinetti to vote in the referendum on justice. In the picture: Matteo Salvini

In un Paese normale, dove questi presunti leader politici avrebbero un buon amico che gli direbbe di smettere di vivere nella loro bolla, oggi dovremmo avere tutti i leader di partito nelle piazze per un tour di comizi al contrario. Ascoltare invece di parlare, tastare il polso di un Paese che mentre questi discutono delle loro alleanze vere, finte e presunte è pieno di persone che guardano con enorme preoccupazione il proprio futuro.

Saprebbero, ad esempio, che l’unica lista che interessa davvero non è quella dei presunti amici di Putin buoni per giornali che – come i referendum – hanno più opinionisti che lettori ma la lista della spesa che soffre negli ultimi giorni del mese, in attesa spesso del salario da fame del mese successivo.

Saprebbero, i nostri politici, che esistono preoccupazioni che riguardano il domani, subito qui, e che con l’autorevolezza (vera o presunta) del presidente del Consiglio non riescono a impolpare il proprio conto corrente. Saprebbero anche che mentre si discute di diritti con la frivolezza di influencer con stipendi da senatori c’è gente che è nata in Italia e non riesce a ottenere la cittadinanza, scoprirebbero che la comunità LGBTQ+ continua a contare feriti nel bollettino quotidiano, scoprirebbero che la precarizzazione del lavoro ha precarizzato anche le speranze, scoprirebbero che la povertà aumenta mentre certa imprenditoria ingrassa, scoprirebbero che in Italia si riesce a essere poveri anche lavorando.

Ma non lo capiranno, vedrete, e faranno peggio. Anzi, non vediamo l’ora di assistere al referendum sul Reddito di cittadinanza.

Buon lunedì.

 

</a

Gli infiniti mondi di Joyce

Tra i massimi traduttori delle opere di Joyce in italiano e ordinario di letteratura inglese all’Università per Stranieri di Perugia, Enrico Terrinoni ha scritto un bruciante libro su Joyce a Roma: Su tutti i vivi e i morti (Feltrinelli). Non è una biografia, non è un saggio, non è un romanzo, ma un’opera originale, appassionata e appassionante, che nasce dalla fusione di generi diversi. Squisitamente joyciana questa piccola «opera mondo» si è già guadagnata il Premio De Sanctis ed è entrata nella terna del Premio Viareggio. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Enrico Terrinoni, come si appresta a festeggiare il Bloomsday del 16 giugno 2022, anno del centenario dell’Ulisse di Joyce?
Sarò a Dublino a presentare un libro che ho curato assieme a Declan Kiberd e Catherine Wilsdon dal titolo The book about everything. L’Ulisse di Joyce è infatti un libro che riguarda ogni aspetto della vita, da quelli visibili a quelli invisibili, il pensiero, il sogno. E che ci riguarda tutti. È un libro in cui possiamo sempre ritrovarci, ma anche perderci. Per questo abbiamo deciso di mettere insieme un gruppo di diciotto scrittori, intellettuali, artisti e anche professionisti – uno chef, un’ostetrica… – nomi non necessariamente associati a quello di Joyce, assegnando a ognuno un episodio del libro da rileggere. Da loro abbiamo ricevuto una serie di letture interessantissime, provocatorie, eretiche, molto sui generis proprio perché non provengono da joyciani di professione ma da lettori che hanno la voglia e il coraggio di cimentarsi ancora con questo mostro sacro della letteratura. Tra gli autori Jhumpa Lahiri, Joseph O’Connor, Tim Parks, Edoardo Camurri, e poi il grande filosofo Richard Kearney, il brillante economista David McWilliams e tanti altri amici. Festeggeremo il Bloomsday così, cercando di restituire l’Ulisse alla gente, a quei lettori eterogenei per cui Joyce l’ha scritto, strappandolo se vogliamo alle mani esclusive ed esclusiviste degli esperti.

Anche quest’anno è difficile pensare questa data senza Giulio Giorello, filosofo laico, amante dell’Irlanda. Un suo ricordo del vostro incontro

A Giulio ho dedicato la mia ultima traduzione bilingue di Ulisse. Era un uomo straordinariamente generoso, soprattutto con i giovani. Un pensatore libero, curioso, affascinato dalla sfida di sondare strade pericolose. La prima volta che ci vedemmo fu a Firenze, per presentare il mio primo Ulisse assieme a Riccardo Michelucci. Ne aveva parlato bene proprio su Left e diventammo subito amici. Poi abbiamo fatto tanti viaggi e conferenze in Italia e in Irlanda. Proprio con lui e Riccardo avremmo dovuto presentare gli scritti di Bobby Sands al Salone di Torino, e per questo lo chiamammo da Dublino il giorno delle elezioni del febbraio 2019. Ci disse che era entusiasta di venire. Per lui Bobby era il simbolo più autentico della libertà e del coraggio. Fu l’ultima volta che lo sentii. Ci manca immensamente.

In questa sua biografia letteraria di Joyce a Roma lei tratteggia anche alcuni aspetti dei suoi esordi. Quanto contò l’incontro con Yeats e poi con Pound? Si emancipò da loro?

Possiamo certamente affermare che senza di loro non avremmo oggi il Joyce che conosciamo. Fu Yeats a credere in Joyce e a convincere il grandissimo Pound a puntare su di lui. Malgrado l’aneddotica del primo incontro e qualche giudizio iniziale giovanile possa non dare questa impressione, per Yeats Joyce nutrì grande stima sempre. Anche negli ultimi anni, era in grado di recitare per ore le sue poesie. Per Pound rimase l’amicizia nonostante la sua deriva fascistoide che Joyce prese in giro a più riprese e che non poteva condividere. Non credo tuttavia che né Yeats né Pound ebbero un’influenza sostanziale su Joyce dal punto di vista stilistico o letterario. Lo aiutarono a inserirsi nel panorama internazionale delle lettere e a condurre battaglie rilevanti. Yeats ebbe, per il primissimo Joyce, una qualche importanza per via del comune interesse per l’esoterismo; e di certo l’afflato celticheggiante del Finnegans wake deve molto anche alle ricerche e alle scoperte di Yeats. Di Pound invece non risulta che ammirasse più di tanto la poesia. Ne ammirava la capacità manageriale e il genio editoriale.

Joyce fu sempre in esilio. E al contempo dall’Irlanda non si separò mai con la mente. Mai con il cuore. Come lei scrive in Su tutti i  vivi e i morti. Quella lontananza – vicinanza fu il motore della sua opera?

Ci avviciniamo sempre a quello che ci spaventa, altrimenti non avrebbero tutto questo successo i film horror. Joyce lasciò l’Irlanda per via di due forze che ne minavano la libertà e lo sviluppo morale, intellettuale e politico: l’impero britannico (o «brutannico», come dice lui) e la Chiesa cattolica romana. Se abbandonò l’Irlanda fu per sfuggire ai tentacoli di queste forze, non perché non si sentisse irlandese o perché odiasse il suo Paese. Al contrario, con la propria opera voleva far aprire gli occhi innanzitutto al suo popolo, e poi, in seconda battuta, a tutti noi. L’esilio è un tratto caratteristico di tanti scrittori irlandesi, pensiamo a Beckett o al grande Brendan Behan che disse «L’Irlanda è un gran bel posto… da cui ricevere una cartolina». A volte la lontananza serve a tenere acceso un fuoco, a mantenere in vita una scintilla capace di incendiare. Tanti grandi rivoluzionari vissero in esilio, e forse possiamo considerare la condizione dell’esule affine a quella del rivoluzionario. Per vedere meglio, a volte bisogna allontanarsi un po’ dall’oggetto che si osserva. La vicinanza deforma, anche se, come ci spiegano i fisici della materia, consente di vedere le dinamiche microscopiche. Ma poi, alla fin fine, è con quelle macroscopiche che dobbiamo fare i conti. 

Perché prima del suo libro la vicenda di Joyce a Roma era rimasta un “buco nero degli studi”?

Roma è un luogo “strano”. Così ne parla negli appunti del suo unico dramma Exiles – che può significare “esuli”, “esiliati” o persino “esilii”. Strano perché riproduce l’abbraccio di quelle due forze da cui era fuggito, una monarchia al comando e la Chiesa di Roma. Più che un buco nero degli studi su Joyce – perché di libri e articoli accademici di grande rilievo ce ne sono eccome – direi che fino ad ora Roma non era stata messa al centro dell’esistenza e degli sviluppi della carriera di Joyce per un pubblico non specialistico. E invece ha un posto centrale, perché è a Roma che Joyce ha l’idea di scrivere qualcosa dal titolo Ulysses, a Roma nasce nella sua mente The Dead, Roma è il luogo dell’esilio della coppia autobiografica protagonista di Exiles che abbandona Dublino, a Roma abbiamo le prove di una maturazione di una coscienza politica di stampo socialista, e così via. In virtù di certi suoi giudizi spietati sulla capitale, si è voluto dare l’impressione che Roma non fosse centrale per Joyce, ma non è così, come dimostra una meravigliosa parola inventata del Finnegans wake, “Jeromesolem”, che fonde insieme Gerusalemme, Roma, san Girolamo e forse persino Salem con i suoi ricordi di streghe condannate a morte. Insomma, Roma fu per Joyce un luogo del trauma, ma non è detto che non sia il fulcro della sua esperienza letteraria.

Joyce arrivò nella Capitale solo per trovare un lavoro bancario che gli consentisse di vivere più decentemente o anche per una ricerca più personale sulle orme di Giordano Bruno e del suo universo infinito?

Entrambe le cose. Come sempre, nel suo caso, motivazioni pratiche si mescolano a intenzioni profonde. Bruno era presente nel suo immaginario già da molto tempo prima. Nel 1903 Joyce recensì puntualmente uno studio su Bruno che ha una importante sezione biografica, e il Nolano è già citato in Stephen Hero, l’opera che è alla base di Un ritratto dell’artista da giovane, ossia il Dedalus. Bruno sarà poi sempre più presente in Ulisse e nel Wake. Da Bruno, Joyce trae l’idea che viviamo in un mondo umbratile, dai contorni sfumati, e che vivere nella luce ci accecherebbe. Da lui prende il coraggio e l’audacia di sfidare tutto e tutti. Fu Bruno, a mio avviso, a insegnare a Joyce che da un universo infinito non può che procedere l’idea di una mente infinita, «immarginabile» come si legge nel Wake, e dunque di un linguaggio anch’esso infinito, perché la nostra mente è strutturata linguisticamente. Poi, Joyce ventiquattrenne andò a vivere a due passi dall’ultima prigione di Bruno a Tor di Nona. Una coincidenza strabiliante. Mi ricorda quando, a vent’anni, mi trasferii a Dublino e presi casa a due passi da dove era nato e cresciuto il mio scrittore preferito, Brendan Behan.

L’educazione cattolica ebbe un enorme peso su di lui ma cercò una emancipazione dall’obbedienza alla Chiesa. Si liberò anche del pensiero religioso?

Joyce si allontana dalla Chiesa, ma non dalla religiosità intesa in quanto campo di azione della spiritualità. Sappiamo che era estremamente superstizioso, e questo è un aspetto della trasformazione di quel suo esser stato profondamente religioso. Continuano a interessarlo sia i dibattiti teologici sia la ritualità, ma ovviamente l’astio nei confronti dell’istituzione fa sì che le strutture religiose rimangano, nella sua mente, appunto delle strutture, delle impalcature. Fondamentali per la sua scrittura, ma svuotate da una qualunque fede. I suoi testi, soprattutto quelli della maturità, sono a loro modo dei testi “sacri” e misterici. Non sono letteratura nel senso stretto del termine. Puntano continuamente a rivelare “ri-velando”. A Joyce non interessa una didattica spicciola, non interessa dare istruzioni su come vivere o intrattenere, o farsi dire bravo. Lui mira a renderci individui emancipati, consapevoli della propria libertà, padroni delle nostre scelte.

Dalle lettere di Joyce al fratello Stanislaus rimasto a Trieste dopo il trasferimento dello scrittore a Roma in qualche modo sembra di vedere la trama del rapporto “complesso” fra Vincent van Gogh e suo fratello Theo. Che ne pensa?

È un parallelo interessante, perché entrambi credettero ciecamente nei rispettivi fratelli geniali. Ma Theo fu sconvolto dalla morte di Vincent mentre Stannie lo fu dal cambio di rotta di Joyce, quando abbandonò la strada dell’iperrealismo di Ulisse per inoltrarsi nelle selve dell’inconscio sognante e “incubista” del Wake. Stannie rifiutò, per poi pentirsene, la copia del Finnegans che James si offrì di fargli avere. Poi morì nella notte tra il 15 e il 16 di giugno del 1955, ossia a Bloomsday. Senza Stanislaus, Joyce non avrebbe vissuto come ha vissuto nei primi anni difficili a Trieste e a Roma. Mi piace però ricordare un altro rapporto simile tra fratelli, quello tra Elio ed Ettore Schmitz (Italo Svevo). Anche Elio come Stannie annotava in un taccuino “le gesta” del fratello maggiore per il quale aveva un affetto assoluto – e ricambiato.

Come legge il rapporto di Joyce con Nora?

Nora è la musa ispiratrice di Joyce. Non solo lo accompagna, lo segue, lo sorregge, ma lo rimprovera, lo insulta, lo rimette al suo posto. Da lei Joyce importa nella sua scrittura un immaginario legato all’Irlanda dell’ovest, quella più a contatto con la cultura gaelica. Da lei trae l’ispirazione per la scrittura del cosiddetto flusso di coscienza, senza punti o virgole. Molly Bloom è in gran parte Nora Barnacle. È Nora a suggerire a Joyce, a mio avviso, che ogni uomo ha in sé una parte femminile, proprio come ogni donna conserva aspetti maschili. Questa verità lapalissiana, che la psicologia ha scandagliato, ancora fatica ad essere accettata da chi è ossessionato dall’idea di un’identità fissa e marmorea dell’umano. Joyce, grazie a Nora, ci dice che “identità” è una parola falsa, perché parla di differenza e non di essere identici ad alcunché.

A Trieste nacque sua figlia Lucia, concepita a Roma tra il 1906 e il 1907. Lui che aveva drammatici problemi di vista, scelse religiosamente questo nome. Che rapporto ebbe con questa figlia che si ammalò di schizofrenia?

Lucia è anche il personaggio di un romanzo di Svevo che Joyce amava. Non sappiamo abbastanza di Lucia, e non c’è da fidarsi troppo delle tante speculazioni romanzate che circolano. Joyce amava sua figlia più di ogni altra cosa, lo dimostrano i documenti e i fatti. Letteralmente, si svenò per lei, e fece di tutto per portarla con sé a Zurigo quando era confinata in una clinica nella Francia occupata. Non ci fu attimo della sua vita in cui non pensò alla figlia sfortunata e geniale. Non sappiamo neanche bene di cosa soffrisse. Anche in quel campo, in gran parte ci fidiamo di speculazioni e diagnosi sommarie. Di certo, Lucia è per Finnegans wake quel che Nora era stata per Ulysses. Per Joyce fu una musa, un pensiero costante, una guida nell’oscurità in cui avrebbe brancolato senza di lei.

Disegno di Vittorio Giacopini

L’intervista prosegue su Left del 10 giugno 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

 

</a