Home Blog Pagina 348

Il papa, il patriarca e lo zar 2.0

«Ho molti piacevoli ricordi dei nostri incontri e dei nostri costruttivi e significativi colloqui, che hanno riaffermato la somiglianza tra gli atteggiamenti della Russia e della Santa Sede sulle principali questioni internazionali. Sono fiducioso che lavorando insieme potremo fare molto per proteggere i diritti e gli interessi dei cristiani e per mantenere il dialogo interreligioso».
Era il 17 dicembre del 2021 e Putin inviava a Bergoglio gli auguri di compleanno, riaffermando la superiorità del suo potere sulla Chiesa ortodossa di Mosca, ed anzi, rimarcando come la sua direzione politica fosse inclusiva anche delle prospettive religiose.
L’accerchiamento dell’Ucraina da parte delle truppe russe era già iniziato a novembre del 2021.
Il rapporto tra Putin e il patriarca ortodosso di Mosca Kirill è un rapporto di potere ultraventennale, molto saldo, per quanto le sfere di influenza tra istituzioni civili e istituzioni religiose in Russia possano sembrare separate, in effetti sono talmente interconnesse che lui può parlare a nome di entrambi.
Bergoglio, nella cornice della sua politica mondialista, ha costruito negli anni una significativa relazione con le Chiese ortodosse, a cominciare proprio da quella di Mosca.
Come non ricordare l’incontro che ebbe proprio con Kirill a Cuba, acclamato da tutti i cattocomunisti nostrani perché si ritenne che potesse essere risolutivo per neutralizzare il regime di sanzioni contro Cuba da parte della comunità internazionale.
In quella occasione il duo Bergoglio-Kirill, redasse un documento congiunto nel quale si ribadiva il ruolo fondamentale della famiglia formata da uomo e donna, i cui effetti evangelici si stanno palesando proprio in queste ore perché i vescovi cubani, in perfetta continuità con il messaggio congiunto di Bergoglio e Kirill, hanno sferrato un attacco frontale al referendum in corso a Cuba sul nuovo codice della famiglia che permetterà alle coppie dello stesso sesso di sposarsi e di adottare.
Del resto sono proprio queste le finalità sottese a tutti i cosiddetti dialoghi interreligiosi, ovvero la negazione e il ridimensionamento dei diritti civili.
Bergoglio sta edificando la sua politica mondialista sapendo di dover condividere passaggi fondamentali con la chiesa ortodossa, e l’invasione dell’Ucraina ha scardinato pericolosamente il suo risiko religioso.
È per questo motivo che Bergoglio ha fatto carta straccia dei protocolli diplomatici, andando a far visita direttamente all’ambasciatore russo presso la Santa Sede, anziché convocarlo, come fanno normalmente i Capi di Stato.
E anche qui i cattocomunisti, i cattosocialisti e gli atei devoti si sono sovraeccitati davanti alla iniziativa del capo della Santa Sede, scambiando una monarchia allo sbando per una monarchia di grande valore diplomatico.
Bergoglio era talmente consapevole che stavano andando in fumo anni di relazioni bilaterali con le Chiese ortodosse russe, schierate con Putin, che non ha calibrato il suo gesto, la cui scompostezza istituzionale ha banalmente tradito anche il livello di dissidio interno, rimarcato peraltro con il rifiuto a partecipare ad un convegno organizzato a Firenze dai prìncipi della sua monarchia.
Del resto in tutte le monarchie assolute e in tutte le tirannie c’è sempre una opposizione interna poco visibile. Ce l’ha Bergoglio e ce l’ha anche Putin.
La Chiesa ortodossa di Mosca, esageratamente ricca perché attiva nel mercato dell’alcol, del tabacco e del petrolio, il dissidio interno lo aveva già materializzato con lo scisma dalla Chiesa ortodossa ucraina, e come tutte le organizzazioni di potere, ora ambisce ad azzerare i vertici religiosi ucraini quale conseguenza dell’azzeramento dei vertici politici ucraini da parte di Putin.
La Chiesa di Mosca vuole riprendere il controllo della Chiesa di Kiev, e Bergoglio sa che in questa partita rischia di rimanere mero spettatore, così ha spettacolarizzato un intervento che di diplomatico non aveva nulla. Tanto più che non ha espresso nemmeno un cenno alla posizione del suo omologo Kirill, limitandosi ad annunciare che forse si incontreranno in estate.
Resta inqualificabile per ogni persona dotata di un briciolo di umanità la decisione del Governo italiano di inviare armi alla popolazione ucraina, ed è persino banale dirlo, ma quando questa banalità la rimarca il Capo di una monarchia teocratica, si sa già che da parte delle masse parte la “ola”.
Le interferenze religiose negli scenari di guerra non sono mai state la soluzione, ma sono sempre state parte del problema.
E questa volta non ci sarà eccezione alla regola.

Solidarietà intermittente

27.02.2022, Medyka, POL, Krieg in der Ukraine, Flüchtlingsstrom, im Bild nach dem russischen Einmarsch in die Ukraine suchen Tausende Menschen im benachbarten Polen Zuflucht. Die meisten von ihnen sind Frauen und Kinder. Männer können nicht gehen, da sie zum Kampf mobilisiert werden. // After the Russian invasion of Ukraine, thousands of people are seeking shelter in neighboring Poland. Most of them are women and children. Men cannot leave as they are being mobilized to fight. Medyka, Poland on 2022/02/27. EXPA Pictures © 2022, PhotoCredit: EXPA/ Pixsell/ Armin Durgut *****ATTENTION - for AUT, SLO, SUI, SWE, ITA, FRA only*****

Ne abbiamo parlato nel buongiorno di ieri: mentre (per fortuna) l’Europa apre le porte ai profughi ucraini si va formando la sempre più nitida convinzione che esistano disperati che hanno il diritto di essere aiutati e disperati che abbiamo il diritto di lasciare al macello. Non è un argomento da poco perché finita (speriamo presto) la guerra le macerie di questa stortura umanitaria diventeranno combustibile per certa politica. Non è un caso che ieri Giorgia Meloni rilanciasse la questione dei “profughi veri” e dei “profughi finti” sui suoi social.

Ieri è intervenuta anche l’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, esprimendo sconcerto per quanto sta avvenendo ai confini tra Polonia e Ucraina dove viene impedito l’ingresso nel territorio nazionale e quindi nel territorio dell’Unione europea a cittadini di Paesi terzi, in prevalenza africani e asiatici, regolarmente soggiornanti in Ucraina per motivi di studio o di lavoro, nonostante nel territorio ucraino sia in corso un devastante conflitto. «Si tratta – scrive Asgi – di una gravissima violazione del diritto umanitario internazionale – che impone di proteggere qualsiasi civile in fuga dalla guerra – ma anche del diritto alla non discriminazione sulla base della nazionalità. Parimenti vi è violazione del divieto di respingimento della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati, nonché di una violazione del diritto dell’Unione, al cui rispetto la Polonia come stato membro è vincolata. La Polonia è tenuta al rispetto dell’art.3 della Convenzione europea per i diritti umani  che vieta in modo assoluto il rinvio di qualsiasi persona verso luoghi nei quali essa possa essere esposta a tortura o trattamenti inumani e degradanti e ha l’obbligo di registrare le domande di asilo di tutti coloro che si presentano ai suoi valichi di frontiera senza che possa essere attuata alcuna illegittima differenziazione in base alla cittadinanza, nazionalità o altra condizione del richiedente. Il comportamento delle autorità polacche pone in essere una forma di discriminazione basata sulla appartenenza nazionale che risulta essere in aperta violazione anche della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale sottoscritta anche dalla Polonia. L’inaudita gravità dei fatti sopra citati evidenzia nuovamente quanto la Polonia stia violando in modo grave e sistematico le normative internazionali ed europee in materia di asilo e di tutela dei diritti fondamentali come già avvenuto sul confine bielorusso dove migliaia di rifugiati sono stati respinti e decine di essi sono morti di stenti anche a causa della condotta delle autorità polacche».

Forse dovrebbe far venire i brividi pensare che alle porte dell’Europa il colore della pelle, nel 2022, sia la discriminante per accedere alla salvezza. E forse dovrebbe provocare una certa vergogna sapere che gli afghani (ve li ricordate gli afghani e tutta Europa che prometteva di salvarli dai talebani?) ormai sono passati di moda e rimangono respinti al gelo. Non è una buona notizia che siano diventati di moda dei rifugiati “utili” da accogliere se serviranno come armi politiche contro gli altri. Chissà se qualcuno se ne accorge.

Buon giovedì.

Nella foto: una profuga a Medyka, al confine tra Polonia e Ucraina, 27 febbraio 2022

 

Cosa non abbiamo imparato dalla Guerra fredda

European Commission President Ursula von der Leyen speaks during an extraordinary session on Ukraine at the European Parliament in Brussels, Tuesday, March 1, 2022. The European Union's legislature meets in an extraordinary session to assess the war in Ukraine and condemn the invasion of Russia. EU Commission President Ursula von der Leyen and Council President Charles Michel will be among the speakers. (AP Photo/Virginia Mayo)

È avvenuto quello che Biden considerava da settimane inevitabile: il 24 febbraio la Russia ha violentemente invaso l’Ucraina, scatenando una guerra “fratricida” tra russi ed ucraini che coinvolge eserciti, milizie e, soprattutto, l’intera popolazione civile ucraina, con la sistematica distruzione di veicoli, infrastrutture, case civili e vite umane di un Paese di oltre 40 milioni di persone.
La guerra è diventata inevitabile perché gli Stati Uniti e i loro 29 alleati Nato avevano messo la Russia in un angolo da cui poteva uscire – almeno secondo Putin e il suo ristretto entourage – solo con un’offensiva militare. In effetti, la Russia doveva affrontare uno scenario in cui gli Usa le avrebbero sempre più stretto intorno al collo il cappio con un’ulteriore espansione verso est della Nato, combinata con il rafforzamento militare da parte degli Usa dei loro junior partners Nato dell’Europa orientale.
Ad accompagnare quella militarizzazione c’era la prospettiva di un’accelerata guerra di propaganda, alimentata dai grandi media mainstream occidentali, per infiammare le opinioni pubbliche contro la Russia. Think-thanks finanziate dal governo Usa – come il National endowment for democracy e il German Marshall fund – sono impegnate a fondo per cercare di influenzare la politica europea e russa con l’obiettivo di un cambio di regime.
In questa fase, due sono le domande chiave da porre: cosa verrà fatto? e cosa si dovrebbe fare?

Cosa verrà fatto?
La risposta alla prima domanda è chiara. Siamo dentro un’altra era di guerra fredda, che potrebbe facilmente trasformarsi in calda e persino nucleare. La situazione è molto più pericolosa della prima guerra fredda poiché gli Usa sono molto più potenti della Russia, rispetto alla loro posizione nei confronti dell’ursa. Di conseguenza, l’equilibrio è precario, motivo per cui il mondo potrebbe facilmente precipitare in qualcosa di ancora più terribile della guerra ucraina.
Il punto di vista dei neoconservatori americani – fautori di una declinazione estremista dell’ideologia dell’”eccezionalismo americano” ed eredi della dottrina imperiale Cheney-Rumsfeld – sostiene che gli Usa debbano essere globalmente dominanti e militarmente non sfidabili, e ha definitivamente trionfato nella politica americana. Un trionfo che si riflette nella frase “the United States must retain overmatch” della National Security Strategy del 2017 e ora anche nel Partito Democratico, che rappresenta l’ala “liberal” della politica nazionale americana, oltre che nelle opinioni dei media liberal d’élite.

I vincitori sono le forze politiche, economiche e culturali dello status quo di Washington. Il più grande vincitore è l’ala liberal dell’establishment neoconservatore che ora ha una pista chiara per spingere l’egemonia globale degli Usa sotto la falsa bandiera della promozione della democrazia. Ancora più importante, i neoconservatori hanno intrappolato i leader politici europei – da Scholz a Macron -, avendo sabotato la possibilità che si arrivasse ad un pacifico produttivo riavvicinamento che avrebbe potuto unire la Russia all’economia e alla famiglia europea. Il secondo vincitore è ovviamente il complesso militare-industriale che può aspettarsi di continuare a fare enormi profitti, disponendo di budget utramiliardiari (770 i miliardi chiesti da Biden per il 2023). A differenza della prima guerra fredda, non ci sarà alcun vantaggio per le classi lavoratrici. Questo perché la Russia non ha un’agenda politica economica globale equivalente al socialismo, la cui minaccia aveva costretto l’élite capitalistica dominante a fare concessioni ai lavoratori durante i “trenta anni gloriosi”. In effetti, le classi lavoratrici rischiano di perdere man mano che i budget militari diventeranno ancora più grandi sia negli Usa sia nella Ue. Ancora più importante, la rinascita di nazionalismo e militarismo giocherà il ruolo già sperimentato nel ‘900, dividendo le classi lavoratrici e migliorando così la capacità delle élite economiche e politiche di boicottare qualsiasi programma che preveda un cambiamento economico progressivo.

Ma, di gran lunga il maggiore perdente è l’Unione europea, che è stata vergognosamente svenduta da una classe politica rinunciataria e pavida (dobbiamo, purtroppo, rimpiangere la Merkel). Primo, l’Ue ha rinunciato all’opportunità economica di dare vita ad un partenariato pacifico con la Russia. Perderà invece mercati importanti e pagherà molto di più per l’energia. Si renderà inoltre ancora più vulnerabile economicamente e suscettibile alle punizioni Usa, (soprattutto se la Russia sarà rimossa dal sistema di messaggistica finanziaria Swift), come già accaduto con le multe multimiliardarie imposte alle banche europee in relazione a Cuba, Iran, Sudan, Libia, Myanmar, Siria ed altri Paesi sotto sanzioni Usa. È possibile, infine, che le sanzioni sconvolgano l’economia russa, ma sicuramente faranno molto male all’economia Ue (soprattutto se si arriverà al divieto delle importazioni di petrolio, gas e cereali dalla Russia).
In secondo luogo, ancora una volta, l’Ue subirà il pesantissimo contraccolpo della spinta al dominio degli Usa, soprattutto in termini di un nuovo flusso di richiedenti asilo e profughi. È quello che è successo con Iraq, Libia, Siria e Afghanistan. Le conseguenze hanno già fertilizzato la rinascita dell’estremismo della destra europea, che ora promette di ampliarsi. Nel frattempo, gli Usa sono protetti dalla maggior parte di quell’effetto dagli oceani Atlantico e Pacifico e dalla loro autosufficienza energetica.

Cosa dovrebbe essere fatto?
Anche rispondere alla domanda su cosa dovrebbe essere fatto è facile, ma arrivarci inizia a sembrare impossibile. Ciò che dovrebbe essere fatto è una profonda ricalibrazione che riduca l’influenza degli Usa in Europa, rafforzi l’Unione Europea e miri all’inclusione della Russia nella famiglia europea come era stato previsto dal presidente Gorbačëv nel 1990.
Il punto di partenza è riconoscere che non si può tornare indietro nel tempo. Nuovi fatti sono avvenuti. C’è stata l’espansione verso est della Nato, il colpo di stato sponsorizzato dagli Usa in Ucraina nel 2014, la rioccupazione russa della Crimea e ora l’invasione russa dell’Ucraina.
Poi, c’è bisogno di un fondamentale cambio di mentalità che richiede di riconoscere che la Russia non è l’Unione Sovietica. È un’economia debole con una popolazione in declino che non ha né la capacità né il desiderio di governare i Paesi dell’ex Patto di Varsavia.
Con questi due punti di riferimento, è possibile tracciare una strada da seguire. L’Ucraina deve accettare di essere permanentemente uno stato neutrale, così come la Finlandia e l’Austria durante la Guerra Fredda. Gli Usa devono smettere di armare la Polonia, un Paese dotato di un sistema politico nazionalista intollerante che probabilmente sarà una futura fonte di gravi problemi. E gli Usa devono smettere di potenziare le capacità militari degli stati baltici, una provocazione aggressiva verso la Russia.

L’Unione Europea deve battersi per definire una nuova architettura della sicurezza europea e per espandere gli scambi commerciali con la Russia. Un matrimonio economico tra Ue e Russia sarebbe la vera svolta. La Russia ha materie prime (energetiche, minerali, terra, cibo) e ha bisogno di tecnologia e beni capitali. L’Europa ha tecnologia e beni capitali e ha bisogno di materie prime. Diminuendo la minaccia contro il presidente Putin, tale partenariato promuoverebbe il miglioramento politico interno in Russia. I regimi autoritari reprimono quando sono minacciati, mentre sono più tolleranti quando non lo sono.
La parte difficile è che l’Ucraina dovrebbe essere ricostituita come stato federale e potrebbe anche essere necessario dividerla, dati i fatti nuovi ancora in corso. Con l’incoraggiamento degli Usa, l’Ucraina ha giocato con il fuoco e si è bruciata.
Se il matrimonio tra Ue e Russia non si farà, la Russia convolerà a nozze con la Cina, portando in dote gas, petrolio, materie prime e cibo, ed ottenendo tecnologia e beni capitali. Negli ultimi anni, il Cremlino ha riorientato il commercio lontano dall’Occidente e verso la Cina, attualmente il suo partner commerciale numero uno, per arrivare a superare i 200 miliardi di dollari entro il 2024, il doppio rispetto al 2013. E se Mosca e Pechino diventano partner strategici eserciteranno il dominio sull’Eurasia, chiudendo la porta a Usa e Ue.

La minaccia dei neoconservatori americani
Tragicamente, è probabile che nulla di tutto ciò accada perché è profondamente in contrasto con l’obiettivo del dominio globale dei neoconservatori Usa, e i politici dell’Unione Europea si sono disonorati come tirapiedi degli americani.
Una Russia forte, prospera e politicamente progressiva sarebbe un’enorme minaccia per l’agenda neoconservatrice Usa. Questo è il motivo per cui gli Usa hanno ora chiesto la liberalizzazione politica della Russia, sapendo benissimo che in questo momento storico causerà solo debolezza e disintegrazione.
Un’Unione Europea forte, unita e prospera aggraverebbe la minaccia all’agenda neoconservatrice Usa. E un’Ue che aiutasse la Russia lungo la via della prosperità aggraverebbe doppiamente tale minaccia.
I media occidentali stanno ora concentrando l’attenzione sull’invasione della Russia. In quel punto focale c’è una tacita riscrittura della storia. I neoconservatori Usa vogliono che la storia inizi con l’invasione, mentre tutto il resto che è accaduto prima deve essere spazzato via nel “buco della memoria” di Orwell. Ciò significa dimenticare le ferite e le minacce che gli Usa hanno inflitto alla Russia per 30 anni; dimenticando come gli Usa hanno aiutato a depredare la Russia per un decennio dopo la caduta del Muro di Berlino, dimenticando la promessa fatta di non espandere la Nato verso est, dimenticando la minaccia rappresentata dai missili difensivi ed offensivi installati ai confini della Russia e dimenticando il fatidico colpo di stato del 2014 sponsorizzato dagli Usa in Ucraina.
Affinché la classe politica dell’Ue abbandoni la sua sudditanza al disegno di dominio dei neoconservatori Usa e rivendichi la sua “autonomia strategica”, forse sarà necessario lo shock di un ritorno di Donald J. Trump (o di un suo clone) alla presidenza nel 2024.


Per approfondire, Left del 4-10 marzo 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

La scelta di Pechino

FILE - Chinese President Xi Jinping, right, and Russian President Vladimir Putin talk to each other during their meeting in Beijing, China on Feb. 4, 2022. Three weeks ago, on the eve of the Beijing Winter Olympics, the leaders of China and Russia declared that the friendship between their countries "has no limits." But that was before Russia's invasion of Ukraine, a gambit that will test just how far China is willing to go. (Alexei Druzhinin, Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP, File)

Sembra impossibile pensare che i due principali governanti del mondo, che in modi e tempi diversi si vogliono presentare alternativi all’Occidente, si siano accordati secondo una regola alla base della cultura dell’Antica Grecia. Sembra proprio che in occasione dell’incontro fra Xi Jinping e Putin il 4 febbraio 2022 all’apertura dei Giochi Invernali di Pechino, il presidente cinese avrebbe pregato il suo ospite di attendere la fine di giochi prima di sferrare l’attacco all’Ucraina. E così è stato. È successo l’inimmaginabile. Alla fine della Seconda guerra mondiale sembrava che i contendenti cercassero un nuovo assetto vitale. Dopo gli orrori della guerra, Urss e Stati Uniti, Patto di Varsavia e Nato erano alla ricerca di un nuovo equilibrio, ma durò poco. La Guerra di Corea, scoppiata nel giugno del 1950, determinò l’inizio della Guerra fredda, oggi tanto evocata. Nessuno di noi pensava davvero che la Russia di Putin avrebbe invaso l’Ucraina, quando leggevamo il resoconto di quello storico incontro a Pechino di Xi con Putin. Molto probabilmente l’ospite russo informò il suo migliore alleato delle sue vere intenzioni ed è da immaginare che se Russia e Cina si erano trovati d’accordo nel giudizio su Washington, più difficile credere che Xi non abbia avvisato Putin dei rischi di un tale mossa. L’atteggiamento di Pechino – che certamente sapeva che cosa sarebbe successo una volta finiti i giochi invernali (non le para olimpiadi invernali, che si stanno ancora svolgendo) – fin dal primo giorno dell’invasione, iniziata il 24 febbraio (4 giorni dopo la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Pechino) è stato cauto, fino all’estremo.

Alla prima conferenza stampa del portavoce del ministero degli esteri cinese, i giornalisti hanno fatto di tutto per fargli pronunciare le parole “invasione” o “guerra”, ma non c’è stato verso. Se scorriamo il Quotidiano del Popolo di questi giorni, dobbiamo arrivare alla terza pagina per trovare il toponimo Wukelan o Ucraina. Non troviamo descrizioni di quelli che per noi sono fatti: invasione, guerriglia, guerra, devastazioni, ecc. troviamo solo riferimenti sulla «situazione in Ucraina». La Cina sta tentando di camminare sul difficile crinale di non sostenere completamente il “nuovo” amico russo, ma al tempo stesso non cadere in un abbraccio mortale con il “nuovo” nemico americano. L’Europa, nonostante i tentativi cinesi, agli occhi di Pechino sembra scomparsa dall’orizzonte, completamente manovrata dalla Nato e da Washington che ha voluto spingere per un conflitto in seno all’Europa, con l’intento di allontanare Mosca e Pechino dal nostro continente.
La cautela cinese si è vista anche a New York quando gli ambasciatori cinese ed indiano si sono astenuti sulla risoluzione voluta dagli Stati Uniti di ferma condanna della Russia, per la quale era scontato il veto di Mosca appunto. Ma è pur sempre un segnale. Come è forse più di un gesto, il fatto che Pechino sta cercando di inviare segnali di distensione e richieste al dialogo, raccogliendo il…


L’articolo prosegue su Left del 4-10 marzo 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Ci sono profughi veri e profughi finti. Davvero

«Sui profughi, l’Ucraina potrà contare sull’Italia. Faremo la nostra parte, senza riserve», ha detto ieri Mario Draghi. In sei giorni di guerra sono già 520mila i profughi fuggiti dall’Ucraina. Come ricorda Matteo Villa dell’Ispi, nel 2015, nel corso della più grande emergenza umanitaria della storia dell’Ue, ci vollero 4 mesi per superare quota 520mila arrivi. Insomma, siano nel bel mezzo di “un’invasione” solo che la parola “invasione” non la usa più nessuno.

Accogliere i profughi ucraini è un dovere morale, su questo non ci sono dubbi. Draghi ieri ha promesso l’applicazione della direttiva 55/2001 che prevede protezione immediata e temporanea per i rifugiati ucraini. Il segretario del Pd Letta ha scritto: «Dobbiamo esprimere gratitudine e sostegno per chi in Polonia, Romania e Moldavia sta accogliendo in queste ore centinaia di migliaia di profughi dall’Ucraina. Uno sforzo umanitario immane. Una straordinaria dimostrazione di solidarietà». A ruota Salvini ha colto la palla al balzo: «Oggi ho mandato un messaggio al premier di Polonia e al premier d’Ungheria, tanto vituperati, per ringraziarli per il grande sforzo di accoglienza umanitaria che stanno facendo».

Ma cosa accade in Polonia? Forse conviene saperlo. Conviene sapere che la Polonia è quello stesso Paese che con l’assenso dell’Ue ha approvato la legge sui “push-back” illegali, quella dei respingimenti, quella dello stato di emergenza al confine con la Bielorussia per impedire l’azione degli operatori umanitari e dei giornalisti che denunciano ripetute aggressioni dalle forze armate polacche. La Polonia è il Paese che lascia uomini, donne e bambini a ghiacciarsi nei boschi senza acque né cibo, che li rinchiude in centri di detenzione illegali dove non possono incontrare operatori umanitari e avvocati. Sono quelli che stanno costruendo una barriera al confine (tra l’altro distruggendo la foresta Białowieża, patrimonio Unesco). Sono gli stessi che hanno lasciato morire al confine almeno 21 persone l’anno scorso.

Gli ucraini passano. E gli altri? Niente. Quelli che scappano da guerre che non consideriamo “nostre” rimangono respinti. Quasi sempre la scelta si basa sul colore della pelle. Scrive Grupa Granica (che riunisce diverse associazioni umanitarie della zona): «Continuiamo a ricevere richieste di assistenza da persone che fuggono da conflitti armati che hanno luogo in altre parti del mondo, tra cui Siria, Yemen e Afghanistan. Incapaci di utilizzare le vie legali per entrare in Polonia, queste persone rischiano la vita nelle foreste di confine. Al confine bielorusso, a differenza di quello ucraino, la guardia di frontiera non accetta domande di protezione internazionale e non offre riparo; ricaccia le persone in Bielorussia, un Paese che sostiene l’invasione russa dell’Ucraina. E mentre secondo le disposizioni della Convenzione di Ginevra ogni persona in fuga da persecuzioni e violenze dovrebbe avere il diritto a un rifugio sicuro, queste due frontiere – quella della Bielorussia e quella dell’Ucraina – rendono chiaro che la possibilità di esercitare questo diritto dipende dalla nazionalità della persona che cerca protezione».

Il modo in cui sono stati accolti i rifugiati e i richiedenti asilo dall’Ucraina ha dimostrato che la Polonia è in grado di garantire la sicurezza delle persone che cercano protezione. È in grado di fornire loro assistenza e sostegno adeguati e, soprattutto, un passaggio sicuro attraverso la frontiera. Ricordate qualche giorno fa quando Salvini parlava di “profughi veri” e “profughi finti” e tutti si sono giustamente ribellati a quella sconcezza? Bene, è diventata la linea politica dell’Ue.

Buon mercoledì.

 

Quale futuro per l’economia circolare

Urban farming sustainability concept, captured in Milan, Lombardy, Italy

La pandemia ha messo in evidenza la fragilità del rapporto fra uomo e natura e le conseguenze catastrofiche che derivano da una sua alterazione. Forse fra i pochi aspetti positivi di questa tragedia planetaria c’è un rinnovato interesse per l’ambiente, sia pure ancora solo a livello potenziale e con tutte le contraddizioni e i limiti di una cultura disabituata a fare i conti con questi temi.
La necessità di far ripartire l’economia in un quadro di maggiore sostenibilità sta gettando le basi per il superamento della dicotomia fra ecologia, reddito e lavoro. Mai come in questo particolare momento della nostra storia recente si è manifestata in tutta la sua evidenza la connessione che lega questi tre elementi dentro la necessità di elaborare un nuovo modello di sviluppo.

A fronte (o forse si potrebbe dire anche a dispetto) di questa evidenza, la politica che governa il mondo intero, l’Europa e i singoli Stati sembrano a volte muoversi in direzione ostinatamente contraria. Come se le emissioni climalteranti non si fossero già manifestate in tutta la loro devastante brutalità, come se l’emergenza climatica non fosse già sufficientemente acclarata, come se la pandemia non ci avesse insegnato nulla.
La Cop 26 di Glasgow, più che fornire risposte, ha posto altre domande. Prima fra tutte come bloccare l’uso dei combustibili fossili per contenere il riscaldamento globale nel limite di 1,5 °C, questione vitale ma rimasta ancora di fatto irrisolta.
Allo stato attuale, le emissioni di CO2 di ogni abitante del pianeta sono mediamente doppie rispetto a quelle necessarie per traguardare questo obiettivo, anche se con forti sperequazioni fra Paesi ricchi e Paesi poveri. Le emissioni climalteranti dell’1% della popolazione più ricca sono non doppie, ma 30 volte superiori a quelle considerate in linea con questo obiettivo.
Per questo, la lotta all’inquinamento e all’emergenza climatica si configura sempre di più come lotta ai privilegi di pochi ai danni di molti.

In Europa, dopo mesi di polemiche molto accese, la Commissione ha pubblicato il testo della tassonomia verde che orienta il piano degli investimenti considerati sostenibili per i prossimi 30 anni. Fra questi, incredibilmente, rispuntano il nucleare e il gas.
Anche le cosiddette sezioni “resilienti” del Piano nazionale di ripresa e resilienza mostrano notevoli contraddizioni. Dei 68,6 miliardi di euro assegnati alla transizione ecologica, 5,27 miliardi di euro sono dedicati complessivamente allo sviluppo di una filiera agroalimentare sostenibile e dell’economia circolare. Nello specifico, all’economia circolare (che è l’unico vero motore di una rivoluzione verde) sono stati assegnati appena 2,6 miliardi di euro. La maggior parte dei fondi sono dedicati alla…


L’articolo prosegue su Left del 25 febbraio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Non è tempo, ci dicono

Mentre Ucraina e Russia trattavano un eventuale accordo per cessare il fuoco decine di persone e centinaia di feriti rimanevano per terra per gli attacchi missilistici russi sulla città di Kharkiv. Il consigliere del ministero degli interni ucraino Anton Herashchenko ha dichiarato in un post su Facebook: «Kharkiv è appena stata massicciamente attaccata dai razzi. Decine di morti e centinaia di feriti». Solo questo può bastare per stabilire la catastrofe umanitaria che si sta svolgendo. Numeri precisi non ce ne sono ma ieri il ministero ucraino comunicava che «352 civili ucraini sono stati uccisi finora durante l’invasione della Russia, inclusi 14 bambini». Il ministero ha affermato che altre 1.684 persone, inclusi 116 bambini, sono rimaste ferite.

La banca centrale russa ha aumentato i tassi di interesse al 20% dal 9,5% dopo che il rublo è precipitato fino al 40% lunedì sulla scia delle sanzioni occidentali. Amnesty International ha condannato l’uso riferito da parte della Russia di munizioni a grappolo in Ucraina. Josep Borrell, l’alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri, ha dichiarato: «A seguito della richiesta del ministro degli affari esteri ucraino, stiamo immediatamente rispondendo mobilitando il Fondo europeo per la pace per due misure di assistenza di emergenza per finanziare la fornitura di materiale letale e non letale a l’esercito ucraino. Questa è la prima volta nella storia che l’Ue fornirà attrezzature letali a un paese terzo». Fare la pace con la guerra significa tradire la natura stessa della fondazione dell’Unione Europea ma ci dicono che non è tempo per queste cose. Anzi, l’Ucraina ha formalmente presentato la domanda per entrare nell’Ue. Qualcuno ha fatto notare che accettare con procedura d’urgenza un nuovo membro in guerra con la Russia equivalga a una dichiarazione di guerra. Inutili ragionamenti, anche questi, dicono.

Ieri alcuni politici nostrani hanno applaudito la Polonia che ha aperto le porte ai rifugiati ucraini utilizzando per la prima volta in Europa la Direttiva 55 del 2001. Come fa notare Melting Pot Europa è la stessa Polonia che lascia donne, uomini e minori senza acqua né cibo nelle zone boschive al freddo, che rinchiude per mesi le persone in centri di detenzione sorvegliati chiusi privandole della propria libertà, senza poter incontrare né avvocati né attivisti. Qualche giorno fa tutti prendevano in giro Salvini che parlava di “rifugiati veri e rifugiati finti” e poi nel giro di qualche ora hanno attuato quella strategia. Ma non è tempo per disquisire di altri disperati, ci dicono.

A proposito: l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vasily Nebenzya, dice che l’invasione russa è una notizia falsa. Sembra un farsa e invece è una tragedia in bilico.

Buon martedì.

Nella foto: frame di un video su attacco missilistico a Kharkiv, Ponomarenko twitter

Ambiente, in Toscana il partito betoniera colpisce ancora

Siena city panoramic skyline, countryside and rolling hills in a misty day. Tuscany, Italy, Europe.

La legge Marson, ovvero la norma della Regione Toscana 65/2014, legge guida in Italia da svariati anni per il suo carattere avanzato in tema di tutela ambientale, territoriale e urbanistica, è sotto attacco. Si tratta di un attacco reiterato, da parte del Partito democratico, avanzato con due proposte di legge in Consiglio regionale. La prima, approvata a novembre 2021, riguarda la semplificazione nel mettere in atto interventi di riuso e riqualificazione del patrimonio edilizio toscano. Si va dall’ampliamento della nozione di ristrutturazione edilizia, alla possibilità di comprendere interventi anche di aumento di volumetria, alla proroga del piano operativo dei Comuni da tre a cinque anni, fino al dimezzamento, rispetto al dettato originario, dei tempi di attesa per l’autorizzazione sismica. Tali modifiche avevano già sollevato polemiche per l’allentamento dei paletti a salvaguardia dell’ambiente inteso in senso ampio. E siamo all’attuale, nuova, proposta di legge di modifica, attualmente in discussione in commissione, dove si sta cercando di far quadrare il cerchio. Infatti, con quest’ultima proposta di legge sempre di marca Pd (partito che d’altro canto rappresenta la stessa maggioranza che nel 2014 dette il via libera alla legge Marson), si sta tentando di semplificare nuovamente la legge nel senso di prevedere, di fronte alla richiesta di celerità per la stesura e messa in cantiere dei progetti legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), una sottrazione, se non di diritto, di certo di fatto degli stessi all’obbligo di Valutazione ambientale strategica (Vas) e della Valutazione di impatto ambientale (Via).

Cosa sono, in pratica, queste due verifiche? La Valutazione di impatto ambientale è una procedura utilizzata per la valutazione dei progetti e delle singole opere. La fase di adozione della Via è quella della progettazione. Il principio che regola la sua attuazione è quello della prevenzione del rischio, che viene quindi ipotizzato e studiato per vagliare alternative e soluzioni più compatibili. La Valutazione ambientale strategica invece, è un processo che viene messo in atto per valutare gli effetti dello sviluppo di piani e programmi territoriali e si adotta quindi in fase di pianificazione e programmazione territoriale. Lo scopo è quello di analizzare gli effetti ambientali che possono verificarsi con la messa in opera di piani e progetti, prevedendo le potenziali risposte ambientali. Si tratta di due strumenti complementari che hanno la stessa finalità: prevenire eventuali danni e tutelare l’ambiente su cui l’uomo interviene.
In cosa consiste la semplificazione oggetto della nuova proposta di legge di modifica? Di fatto, nell’introduzione di molte procedure di silenzio assenso, vale a dire, come spiega la…


L’articolo prosegue su Left del 25 febbraio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Tanto fumo, niente progresso

Barrister and cannabis leaf (Ikon Images via AP Images)

La battaglia per raggiungere il quorum non sarebbe stata semplice, ma alle urne la maggioranza degli italiani, il 67%, avrebbe votato sì al referendum sulla legalizzazione della cannabis. È quanto emerge da un recente sondaggio Swg per La7. Peccato che non si terrà alcuna votazione popolare sul tema, dopo che la Corte costituzionale la settimana scorsa ha bocciato il quesito abrogativo per cui gli attivisti del comitato promotore del referendum sulla cannabis nell’estate del 2021 avevano raccolto oltre 600mila firme, la maggior parte delle quali in formato digitale. Una doccia fredda per molti cittadini, in particolare tanti giovani, che avevano creduto nella possibilità di cambiare una normativa considerata ipocrita, criminogena e inutilmente repressiva.

In estrema sintesi: il quesito intendeva eliminare il reato di coltivazione, rimuovere le pene detentive per ogni condotta legata alla cannabis e cancellare la sanzione amministrativa del ritiro della patente. Molte sono state le motivazioni addotte a sostegno di questa riforma dai membri del comitato promotore. Meglio legale – progetto che coinvolge tra gli altri parlamentari, medici, imprenditori e avvocati, e che promuove una campagna pubblica per la legalizzazione della cannabis e la decriminalizzazione dell’uso delle altre sostanze – ne cita innanzitutto cinque. Legalizzare la canapa, dicono, avrebbe liberato il sistema giudiziario da migliaia di procedimenti inutili, fatto cadere molti tabù che ancora oggi impediscono a chi ne ha diritto di curarsi, aperto a nuove possibilità di impresa, colpito gli affari delle mafie e fatto risparmiare allo Stato fino a dieci miliardi ogni anno, tra gettito aggiuntivo dovuto alla commercializzazione del prodotto e risparmio economico su attività di polizia e del sistema giustizia (lo evidenzia una ricerca della Università di Messina).
Ma la Consulta, come ha spiegato il presidente Giuliano Amato in una inusuale conferenza stampa lo scorso 16 febbraio, ha cassato il referendum.

«Abbiamo dichiarato inammissibile il referendum, io dico, sulle “sostanze stupefacenti”, non sulla “cannabis”. Basti dire – ha dichiarato il presidente della Corte – che il quesito è articolato in tre sotto-quesiti. Il primo relativo all’articolo 73 comma 1 della legge sulla droga prevede che scompaia tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, ma la cannabis è alla tabella 2, quelle includono il papavero e la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo – ha specificato Amato – è sufficiente a farci violare obblighi internazionali plurimi che abbiamo e che sono un limite indiscutibile dei referendum. E ci porta a constatare l’inidoneità dello scopo perseguito».
In pratica, per i giudici della Consulta il quesito sarebbe scritto male, aprirebbe alla coltivazione di droghe pesanti e violerebbe il diritto internazionale. È davvero così? Per capirlo, abbiamo chiesto una replica ad…


L’articolo prosegue su Left del 25 febbraio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

La brutta china

In this handout photo taken from video released by Ukrainian Police Department Press Service released on Friday, Feb. 25, 2022, firefighters inspect the damage at a building following a rocket attack on the city of Kyiv, Ukraine, Friday, Feb. 25, 2022. Russia is pressing its invasion of Ukraine to the outskirts of the capital. That comes a day after it unleashed airstrikes on cities and military bases and sent in troops and tanks from three sides. (Ukrainian Police Department Press Service via AP)

Putin fa il Putin, anche perché ormai gli rimane solo quello. Sono fissati per oggi, al netto di prevedibili novità, i colloqui tra Ucraina e Russia. «Abbiamo convenuto che la delegazione ucraina si sarebbe incontrata con la delegazione russa senza precondizioni al confine ucraino-bielorusso, vicino al fiume Pripyat», ha annunciato il presidente ucraino Zelensky sul suo canale ufficiale Telegram, descrivendo una telefonata con il presidente Aleksandr G. Lukashenko di Bielorussia. Lukashenko «si è assunto la responsabilità di garantire che tutti gli aerei, elicotteri e missili di stanza sul territorio bielorusso rimangano a terra durante il viaggio, i colloqui e il ritorno della delegazione ucraina», ha spiegato Zelensky. Il leader bielorusso è uno stretto alleato di Putin.

Negli stessi minuti Putin si è rimesso a fare il Putin, ordinando ai suoi militari di mettere in massima allerta le forze di deterrenza nucleare del Paese in risposta alle “dichiarazioni aggressive” dei Paesi Nato. Minacciare con il nucleare e alzare il livello dello scontro è la strategia del leader russo. Giudicare Putin che apre ai negoziati con l’Ucraina e contemporaneamente minaccia il mondo è fin troppo facile.

L’Europa trova l’intesa per le sanzioni: «Stiamo chiudendo la spazio aereo dell’Ue ai russi. Proponiamo un divieto a tutti gli aerei di proprietà registrati o controllati dalla Russia di atterrare, decollare o sorvolare il territorio dell’Ue», ha dichiarato Josep Borrell. «Sarà applicato a qualsiasi aereo, compreso i jet privati degli oligarchi», ha aggiunto. Ursula von der Leyen parla di «misure restrittive» contro «i più importanti settori» dell’economia della Bielorussia. «Stop all’export di prodotti come  carburanti minerali, tabacco, legname, cemento, ferro e acciaio. E sarà esteso il divieto di scambi commerciali» per quei settori sui quali «è stata sanzionata la Russia», ha detto ancora von der Leyen. Tra le altre misure in campo, «stop alle transazioni con la banca centrale russa e congelamento dei suoi asset all’estero. Esclusione di importanti banche russe da Swift».

Ma l’esultanza vera dei signorotti della guerra arriva per l’annuncio che l’Ue per la prima volta finanzierà l’acquisto di armi. Esultanza generale. Passa qualche minuto e ovviamente si chiede a gran voce (non è per niente una sorpresa) di aumentare le spese militari in Italia. Il ministro della guerra Guerini sorriderà sornione. Poi un giorno ci spiegheranno come possano applaudire il Papa che invoca il silenzio delle armi e con l’altra mano firmare gli assegni. Teneteli bene a mente perché sono gli stessi che fingono di non sapere che armare i civili significa prepararsi a contare le vittime tra i civili. Un altro avviso: tutti quelli che ci dicono che non si possono avanzare ragionamenti complessi sotto le bombe sappiano che potrebbero usare la stessa urgenza per le guerre in Yemen, in Siria, in Libia e altri conflitti.

La china però è evidente: essere interventisti per risultare autorevoli è la via maestra. Del resto quelli che inviano armi all’Ucraina curiosamente sono gli stessi che le spedivano ai russi. La militarizzazione dell’Ue, nata come progetto di pace, si può dire completata. Dicono che sia l’unica soluzione possibile. Una volta si diceva che la guerra era l’ultimo rifugio degli incapaci. Oggi abbiamo un’altra guerra “giusta” da combattere. E la china è brutta.

Buon lunedì.

Nella foto: vigili del fuoco a Kiev dopo un attacco missilistico, 25 febbraio 2022