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Cercasi asilo (nido)

father walking little daughter with backpack to school or daycare

L’istruzione e le opportunità educative fin dalla primissima infanzia sono il mezzo più potente che abbiamo per contrastare la disuguaglianza intergenerazionale, ovvero il legame che esiste fra la condizione socio-economica della famiglia di origine e i redditi ottenuti dai figli una volta diventati adulti. Tanto più le opportunità educative sono precoci tanto più è possibile contrastare questa forma di trasmissione della disuguaglianza e garantire a tutti i bambini uguali opportunità di mobilità sociale.

Una solida letteratura dimostra che le esperienze educative extra familiari precoci sono importanti per tutti, ma diventano fondamentali nel caso dei bambini svantaggiati, economicamente e/o socialmente. Un recente volume curato dal Network EducAzioni ha passato in rassegna diversi studi, i quali (in estrema sintesi) hanno evidenziato questi quattro punti: il primo è che i quindicenni che hanno frequentato più di un anno di educazione prescolare ottengono risultati sostanzialmente migliori rispetto a quelli che non hanno fatto tale esperienza e questo anche tenendo conto delle loro condizioni economiche e sociali di provenienza. Il secondo: i bambini che frequentano la scuola dell’infanzia hanno maggiori probabilità di completare i successivi cicli di istruzione e di conseguire un titolo universitario e, nel complesso, tendono ad avere un percorso educativo più lungo. Il terzo punto è che i bambini appartenenti a famiglie povere, che hanno la possibilità di frequentare servizi educativi nella prima infanzia, ottengono migliori risultati nel prosieguo della loro vita, sia durante gli studi che nel mercato del lavoro, guadagnando in media il 25% in più da adulti rispetto a coloro che non sono esposti agli stessi stimoli. Infine il volume ha evidenziato che l’investimento nell’educazione (da parte delle famiglie e del sistema educativo) nei primi anni di vita ha rendimenti più elevati rispetto a investimenti più tardivi, in quanto non si devono rimediare “danni” già avvenuti negli anni precedenti.

Il nido è un servizio d’élite
Nonostante queste evidenze, le famiglie che più diffusamente si avvalgono dei servizi educativi per la prima infanzia (di cui i nidi sono la forma più diffusa) sono quelle con redditi e titoli di studio più alti. Infatti, secondo i dati Istat relativi al 2019, il reddito netto annuo equivalente delle famiglie con bambini iscritti a un servizio per la prima infanzia è mediamente più alto (24.213 euro) di quello in cui ci sono bambini non iscritti pur avendo meno di tre anni (17.706 euro). Inoltre, i tassi di frequenza di tali servizi crescono all’aumentare della fascia di reddito familiare (dal 19,3% del primo quinto di reddito si passa al 34,3% dell’ultimo quinto). Anche il titolo di studio dei genitori è…

L’autrice: Chiara Agostini, ricercatrice in Analisi delle politiche pubbliche, fa parte di Percorsi di secondo welfare, un laboratorio di ricerca legato all’Università degli Studi di Milano


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Patrimonio d’arte e colonialismo, un passato che non passa

In this Friday, Nov. 23, 2018 file photo a visitor looks at wooden royal statues of the Dahomey kingdom, dated 19th century, at Quai Branly museum in Paris, France. France will return 26 African artworks to Benin later this month as part of long-promised efforts to give back artwork taken from Africa during the colonial era. (AP Photo/Michel Euler, File)

L’arte ha sempre un significato sociale. Ma, oserei dire, anche politico. Maria Pia Guermandi lo rende ben chiaro con il suo Decolonizzare il patrimonio: saggio sfaccettato, coltissimo ma scritto in modo assai coinvolgente. Gli argomenti che l’archeologa affronta sono molteplici: dall’uso e abuso del patrimonio storico artistico sbandierato come un feticcio dal potere per affermare una propria egemonia, al patrimonio distrutto o colonizzato dai regimi, fino al tema attuale della sua colonizzazione da parte di un turismo “estrattivo” (e non della conoscenza) che va di pari passo alla mancata democratizzazione dell’accesso al patrimonio (sono le due facce di una stessa medaglia).

Avremo modo di ritornare su questa molteplicità di temi parlando anche di altri volumi usciti nella collana Antipatrimonio di Castelvecchi diretta dalla archeologa e coordinatrice di Emergenza cultura insieme allo storico dell’arte e rettore dell’Università per stranieri di Siena, Tomaso Montanari.

Ora vorremmo concentrarci qui sui capitoli che Guermandi dedica alla ferocia del colonialismo occidentale che si è abbattuto su popolazioni native inermi ma anche sulla loro storia e cultura, puntando a cancellarne le tracce o a stravolgerne il senso.

Il nerbo della sua ricostruzione riguarda i saccheggi del patrimonio continentale africano che molti Paesi, Italia compresa, hanno compiuto durante lunghi anni di barbarie coloniale.

Tornando a scavare nel nostro passato Maria Pia Guermandi denuncia le distruzioni operate dal “nostro” esercito sul patrimonio libico e etiopico. Altro che italiani brava gente!

Il colonialismo italiano del Regno d’Italia e poi fascista si avventò con ferocia su questi Paesi, facendo stragi anche con gas letali, saccheggiando, deturpando. Salvo poi lucrare anche sulla “ricostruzione” a cui furono costretti operai locali ridotti in schiavitù.

La vicenda dell’Arco di Tripoli ripercorsa da Guermandi nel libro è emblematica e illustra bene questo uso propagandistico della romanità. Dedicato a Marco Aurelio e a Lucio Vero, eretto nel 163 d. C, l’arco fu immediatamente oggetto di interesse degli archeologi italiani, sodali e complici dell’avventura coloniale nel sostenere «il battage retorico sulla necessità di un ritorno nelle terre dell’impero romano». In epoca fascista ne fu avviata una risistemazione, eliminando due fondaci islamici e nel 1937, in occasione della visita di Mussolini in Libia, «poté apparire nel suo isolamento, recintato, al centro di un vuoto asettico di una piazza creata dalla distruzione di edifici e dell’assetto viario precedente», scrive Guermandi.

Di terribili esempi di questo genere Decolonizzare il patrimonio ne racconta molti, mostrando come il recupero di resti archeologi propagandato in termini trionfalistici dalla stampa italica fosse servito a sostenere l’immagine del Regime che rivendicava la legittimità della guerra e della occupazione come riappropriazione di pezzi di storia dell’Impero romano. Con questa enfasi e retorica il turismo italiano in quelle regioni fu incoraggiato dal Touring club in chiave esotica, stigmatizzando le popolazioni locali come inferiori, fin dal colore della pelle, in contrapposizione con il biancore della Venere di Cirene del II del secolo. d.C che fu trasferita a Roma e celebrata anche su francobolli. Sulla rivista Difesa della razza nel 1938, «la purezza della razza ariana era ancora una volta rappresentata da una statua classica», rimarca l’archeologa.

Non andò meglio con la popolazione e con il patrimonio etiope. Anzi: la guerra d’Etiopia del 1935-1936 e l’occupazione fascista falcidiarono la popolazione: bombardamenti con gas, riduzione dei civili ai lavori forzati, stupri. E come “danno collaterale” il saccheggio del patrimonio culturale. È ben nota la vicenda della stele di Axum, portata a Roma, come omaggio a Mussolini e imperituro ricordo della sua «gloriosa impresa bellica».

Grande merito di questo libro di Maria Pia Guermandi è la ricostruzione puntuale di queste pagine buie della nostra storia riportandole nel dibattito di oggi, evidenziando come l’ideologia coloniale sia ancora pienamente attiva e sia insomma «una faccenda che ci riguarda».

Da alcuni anni una nuova sensibilità è cresciuta riguardo alla necessità di restituire opere d’arte saccheggiate ai Paesi dove sono nate. Un dibattito che non riguarda solo l’Italia (che fin qui purtroppo non ne è stata toccata a sufficienza) ma anche molti altri Paesi occidentali. A cominciare dalla Gran Bretagna, dove la querelle va avanti da decenni nel mondo accademico e sui media. Il British Museum, in particolare, è stato al centro di un ampio dibattito per i suoi tesori spesso acquisiti in modo illegittimo. Il prestigioso museo londinese, per statuto, ha sempre respinto ogni richiesta di restituzione. Alla Grecia che da tempo reclama i fregi del Partenone, (su questo Christopher Hitchens scrisse un celebre pamphlet I marmi del Partenone, Fazi, 2006), ha dato solo una risposta scarsamente accettabile.

«I trustee del British – scrive Guermandi – hanno ribadito il valore “universale” dei marmi fidiaci which transcend cultural boundaries, in cui i confini da trascendere continuano però a essere solo quelli greci».

Intanto, in attesa di una più civile risposta, il museo dell’Acropoli ad Atene, che ospita il resto del fregio di Fidia e dei suoi assistenti, ha lasciato spazi vuoti per i marmi mancanti.

Anche questo, purtroppo, è solo uno dei tanti esempi che potremmo fare. Accenniamo solo che il governo dell’Isola di Pasqua, guidato dal popolo indigeno Rapa Nui che ha conquistato l’autonomia dal Cile, ha avanzato una richiesta simile. Lo stesso ha fatto la Nigeria per riavere le opere razziate nel 1897, quando le truppe britanniche misero a sacco e distrussero l’antico palazzo reale del Benin, in quella che è ora Benin City, in Nigeria, trafugandone gli antichi tesori. Le migliaia di opere in bronzo, ottone, avorio e legno che furono rubate sono oggi sparse in 160 musei e collezioni private in diverse parti del mondo.

L’archeologo e docente a Oxford Dan Hicks ha parlato del saccheggio sistematico e pianificato del palazzo reale di Benin in un libro dal titolo eloquente, Brutish Museums. Restituire le opere rubate ai Paesi d’origine è il primo passo, sostiene Hicks, per riparare le ingiustizie e le atrocità del passato.

Il libro di Guermandi affronta e argomenta il tema delle necessarie restituzioni senza trascurare di mettere in luce anche il meno visibile razzismo che talora innerva perfino i progetti più avanzati. Molto si è discusso a questo proposito del seducente Musée du quai Branly inaugurato nel 2006 a Parigi. Per quanto la concezione degli spazi interni disegnati da Jean Nouvel riflettesse il ribaltamento dei criteri etnografici classici, con gli oggetti presentati in una sorta di continuum come opere da percepire emozionalmente più che razionalmente, alla fine, fa notare Guermandi, il fatto che vi siano incluse solo opere extraeuropee, crea comunque una compartimentazione e una separazione fra culture di serie A e serie B.

In Decolonizzare il patrimonio ovviamente, visti i fatti più recenti, non poteva mancare un capitolo dedicato alle proteste contro i monumenti e statue razziste che punteggiano le piazze negli Stati Uniti, ma anche quelle di molte città europee. L’abbattimento della statua di Edward Colston a Bristol, la vandalizzazione della statua del feroce colonialista Leopoldo II in Belgio (che ora potrebbe essere sostituito con monumento alle vittime del colonialismo belga) non sono avvenuti a caso. Il movimento Black lives matter negli Stati Uniti ha segnato un risveglio di pensiero antirazzista, provocando un effetto “domino” che ha coinvolto anche l’Europa. Guermandi se ne occupa nel libro sostenendo la necessità di leggere il significato politico della statuaria nei luoghi pubblici, che – come ci è capitato di scrivere in altre occasioni – sempre estende la sua aura su spazi condivisi ridisegnandone il senso. Questo è un fatto che non può essere trascurato. Anche per questo avevamo salutato su Left come gesto fertile di pensieri anti razzisti le secchiate di vernice rosa che le femministe hanno gettato sulla statua di Montanelli a Milano. Come è noto nel 1935 in Etiopia l’intoccabile Montanelli, in difesa del quale si mobilitano ancora oggi molti colleghi, prese in sposa una dodicenne e ancora nei suoi ultimi anni scrisse parole agghiaccianti nei suoi riguardi. Perché, ci domandiamo, una statua che celebra Montanelli che comprò e violentò una bimba svetta in un giardino pubblico frequentato da bambini?

 


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Buone nuove, le idee delle architette lasciano il segno

Architetto? Architetta? Architettrice? È una ricorrente domanda dopo che Melania Mazzucco ha pubblicato per Einaudi il romanzo su Plautilla Bricci,
La mostra al MAXXI a Roma (fino all’11 settembre) si presenta come un’interessante esposizione di architettura, in cui protagoniste sono donne architetto: Buone nuove, allora, come titolano Pippo Ciorra, Elena Motisi, Elena Tinacci che l’hanno curata.
Questa al MAXXI non è la prima occasione di approfondimento sul tema. È da tempo che il mondo dell’architettura si muove in questa direzione (vedi box), ma questa mostra, sia per la città che la ospita che per l’autorevolezza del museo, è una tappa significativa.

Stazioni
La mostra ha una organizzazione limpida che è una delle sue grandi qualità. È scandita infatti in “stazioni” e “tavoli”. Le stazioni sono destinate a dodici donne architetto che creano vere installazioni con plastici, disegni, schermi, ambienti visitabili che simulano le spazialità delle opere.
Colpisce subito Benedetta Tagliabue che nella propria vasta produzione sceglie una sola opera: è il pluripremiato padiglione della Spagna all’Expo di Shanghai del 2010, un lavoro che segna una strada entusiasmante tra tecnologia e artigianato. La ricerca dello studio Embt (Enric Miralles, 1955-2000 e Benedetta Tagliabue) si è concentrata in questa occasione sul tema dell’intreccio che dalla campagna spagnola vola in Cina e permette di realizzare l’opera con il rivestimento esterno fatto da artigiani locali e l’ondulante ossatura metallica prefabbricata e progettata con le più sofisticate tecnologie informatiche. La bellezza voluttuosa della pelle dell’edificio in rafia e canne e del curvilineo spazio interno incanta. Il pubblico al MAXXI apprezza anche un grande pezzo al vero.

Opposto è il lavoro di Elizabeth Diller che ha realizzato due anni fa The Shed. Si tratta di una opera finanziata con la percentuale destinata al sociale (come sarebbe anche da noi in verità) del gigantesco complesso Hudson Yards a New York costruito coprendo i binari ferroviari. The Shed per un verso, è duro e sgradevole, per un altro, magnifico.
Ricordo la Diller quando ne parlò all’inaugurazione undici anni fa al Maxxi proprio di fronte a Zaha Hadid, la progettista del museo romano. In quella occasione Diller anticipò The Shed attraverso una ipotesi di museo “riconfigurabile”. Non si capiva bene cosa avesse in mente. Si pensava a una idea su base elettronica, come Blur, il padiglione-nuvola all’Expo svizzera del 2002 dove diecimila e più ugelli (condotti da cui esce acqua nebulizzata, ndr) avvolgevano l’architettura in maniera sempre diversa e interattiva al mutare del clima e dell’ora. Ma nell’opera realizzata a New York si è di fronte a una riconfigurabilità tutta meccanica ispirata alle gru sulle banchine dell’Hudson. Come una…


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Fine vita, lo Stato non entri nel rapporto medico-paziente

Una grande occasione mancata, la bocciatura del referendum abrogativo sull’eutanasia. Una brutta notizia, dopo circa un milione di firme raccolte, con grandissimo impegno di tanti giovani, con la forza ed il coraggio che storicamente contraddistingue i radicali e l’associazione Luca Coscioni. Difficile non pensare a un condizionamento dovuto alla costante ingerenza da parte della Chiesa, dove vengono occultati e scontati crimini inemendabili come la pedofilia che riteniamo impossibile non menzionare, a differenza di altri contesti.

Tuttavia, giuristi ed esperti favorevoli a una legge sull’eutanasia non hanno potuto fare a meno di concordare con il no della Consulta, perché l’abrogazione parziale di una norma penale che impedisce l’introduzione dell’eutanasia legale in Italia avrebbe aperto a un rischio troppo alto: fare rientrare nella legge per l’eutanasia l’omicidio del consenziente, non proteggendo soggetti più fragili che invece devono essere tutelati.

Lo slogan del referendum, “liberi fino alla fine”, parla di una libertà che restituisce dignità alla vita umana, perché chiede che malati organici affetti da patologie croniche, con danno fisico comprovato ed irreversibile, si vedano riconosciuti il diritto di rifiutare una vita disumana e che le loro famiglie non vivano l’esperienza di assistere impotenti alla loro sofferenza.

Dovrebbe essere soltanto il…

*L’autrice: Daniela Polese è psichiatra e psicoterapeuta


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Perché serve subito una legge sull’eutanasia

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 14-09-2020 Roma , Italia Cronaca Fine vita- eutanasia legale Nella foto: Mina Welby, storica sostenitrice del fine vita, assieme ai militanti dell'Associazione Luca Coscioni manifesta davanti alla Camera dei Deputati per protestare contro l'inerzia legislativa del Parlamento a 7 anni dal deposito della proposta popolare per l'eutanasia legale Photo Mauro Scrobogna /LaPresse September 14, 2020  Rome, Italy News End of life - legal euthanasia In the photo: Mina Welby, historical supporter of the end of life, together with the militants of the Luca Coscioni Association demonstrates in front of the Chamber of Deputies to protest against the legislative inertia of Parliament 7 years after the filing of the popular proposal for legal euthanasia

Premetto: sono una iscritta all’associazione Luca Coscioni da anni ed ho sostenuto il referendum sull’eutanasia perché speravo che, data la materia e poiché ho una irriducibile fiducia negli esseri umani, cui i parlamentari, pare, appartengano, la convocazione del referendum avrebbe chiamato a recepire, prima del voto stesso, la richiesta referendaria nell’ordinamento, attraverso appositi interventi legislativi. Sono fermamente convinta, infatti, che solo un atto di forza avrebbe potuto imporre un dispiacere allo Stato oltretevere, cui i nostri rappresentanti sono psicologicamente genuflessi.

Ma, oggettivamente, vi erano molte probabilità che il quesito non passasse il vaglio della Corte costituzionale e non per demerito dei promotori, ma per oggettivo limite dello strumento: un’ascia laddove è necessario il bisturi.

Nella nostra democrazia, la cui architettura è disegnata nella Costituzione, il potere legislativo è in mano al Parlamento. Di fronte all’inerzia legislativa degli eletti, il popolo ha a disposizione alcuni, limitati ma incisivi, strumenti di iniziativa popolare, tra cui il referendum. In estrema sintesi, sono astrattamente possibili tre tipologie di referendum: abrogativo, propositivo e costituzionale.

I referendum “propositivi”, “deliberativi” e “legislativi” non sono previsti dalla Costituzione italiana: solo lo statuto degli enti locali può prevedere forme di consultazione della popolazione nonché procedure per l’ammissione di istanze, petizioni e proposte di cittadini singoli o associati.

A livello nazionale, pertanto, per incidere sulle leggi o sugli atti aventi valore di legge, il popolo italiano ha…

*L’autrice: Valentina Angeli è avvocato penalista del Foro di Roma


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Eutanasia, c’è già ma non si dice

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 15-02-2022 Roma, Italy Referendum - esame quesiti Corte Costituzionale Nella foto: Filomena Gallo, Marco Cappato, Valeria Imbrogno, Mina Welby, gli avvocati GianEttore Gassati, Gianni Baldini davanti al Palazzo della Consulta Photo Mauro Scrobogna / LaPresse February 15, 2021 Rome, Italy Politics Referendum - examination of questions of the Constitutional Court In the photo: Filomena Gallo, Marco Cappato, Valeria Imbrogno, Mina Welby, gli avvocati GianEttore Gassati, Gianni Baldini outside the palace of tu Costitutional Court

Siamo ancora nella terra di nessuno. Lontano dai riflettori mediatici che si sono accesi dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il referendum promosso dall’associazione Luca Coscioni, nei letti d’ospedale e nelle abitazioni di chi vive con un malato terminale, l’eutanasia clandestina, o nascosta, non conosce soluzione di continuità. L’Italia resta senza una legge che regola il diritto a una morte dignitosa e, al di là della decisione della Consulta o dalla mancanza di un serio e laico dibattito politico, chi vive il dramma personale e familiare di una malattia che intrappola il paziente terminale in una condizione di sofferenza insopportabile rimane solo a prendere scelte drammatiche definitive e fuori dall’ordinamento penale, come il suicidio o l’omicidio di un malato consenziente.

Una regolamentazione sul fine vita che garantisca il diritto del malato terminale a una morte dignitosa si aspetta dal novembre 1984 quando al governo c’era Bettino Craxi e il Parlamento viveva la IX legislatura. La proposta di legge recava il numero 2405 e si intitolava “Norme sulla tutela della dignità della vita e disciplina della eutanasia passiva”. Non se ne fece nulla. Chissà se è una coincidenza ma a febbraio di quell’anno Craxi aveva rinnovato i Patti lateranensi di Mussolini e 4 mesi dopo il deposito di quella proposta sull’eutanasia passiva fu promulgata la legge di ratifica del nuovo Concordato con l’introduzione dell’8permille e dell’ora di religione, due capisaldi della ingerenza ecclesiastica nel vissuto quotidiano dei cittadini italiani. Da allora nulla è cambiato. Nemmeno dopo che in Svizzera è stato reso legale il suicidio assistito (cioè l’auto somministrazione di un veleno da parte del malato sotto controllo medico), che è accessibile anche ai cittadini stranieri (alla modica cifra di 12mila euro in media).

Dunque l’eutanasia in Italia c’è ma ufficialmente non…


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I finti -ismi sono questa cosa qui

A woman and child peer out of the window of a bus as they leave Sievierodonetsk, the Luhansk region, eastern Ukraine, Thursday, Feb. 24, 2022. Russian President Vladimir Putin on Thursday announced a military operation in Ukraine and warned other countries that any attempt to interfere with the Russian action would lead to "consequences you have never seen." (AP Photo/Vadim Ghirda)

Tutti angosciati e smarriti per l’invasione di Putin. I due blocchi contrapposti di tifosi osservano la guerra e la appiattiscono sulla loro narrazione. In fondo a loro la guerra in sé interessa pochissimo, l’importante è trovare la chiave narrativa per dimostrare che gli amici dei loro nemici sono cattivi e che i nemici dei nemici sono buoni. In Italia (da sempre terra di conquista per gli ignoranti di storia e di geopolitica) si riesce a leggere ogni evento, anche il più complesso e il più lontano, come cartina tornasole delle proprie zuffe di cortile. Il gioco è sempre quello: creare due schieramenti contrapposti per riuscire a vedere chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Così da una parte ci sono i filoatlantisti che invocano le bombe della Nato («i nostri aerei dovrebbero già essere in volo, i nostri missili già partiti» scrive pugnace Fabrizio Rondolino, e sarebbe bello immaginarlo con l’elmetto in testa pronto a partire anche lui) e dall’altra parte coloro che in nome di reminiscenze storiche (o per l’amore degli autoritarismi) venerano Putin. Provare a costruire un discorso più complesso diventa difficile, quasi impossibile: o di qua o di là. Fare una guerra è già un’azione bestiale, usarla per la propria propaganda da cortile è ripugnante e immorale.

Non vedere la distribuzione delle responsabilità storiche e politiche di ciò che sta accadendo è facile, è sicuramente comodo. Di certo i signori della guerra si avvantaggiano: si avvantaggiano coloro che con la guerra impegnano il Pil, si avvantaggiano quelli che con la guerra accontentano le proprie lobby, si avvantaggiano i ministri della guerra come il nostro Guerini che possono dare nuova linfa alle spese per gli armamenti, si avvantaggiano coloro che sanno parlare solo la lingua della guerra perché rimangono muti di fronte allo spessore che richiede la pace.

Un dato è certo: il sovranismo di cui si parla da tempo in Europa è questa cosa qui. Il sovranismo parafascista che fu di Trump, che è di Putin e che è di qualche leader anche qui da noi, ora si può ammirare in tutto il suo tragico splendore. È stato pensato da Trump e da Putin come grimaldello per indebolire l’Europa e renderla terreno di conquista. In nome di questo sovranismo distorto iniettato in quest’epoca è possibile compiere le azioni più becere e chiamarle “difese della Patria”. Non è un caso che l’estrema destra esulti: il filo nero va da Putin a Trump, Orban, Le Pen e compagnia cantante.

Dall’altra parte l’imperialismo Usa può avvantaggiarsene. L’occasione è ghiotta se è vero che qualcuno ha subito dimenticato la storia recente. Forse sarebbe il caso di ricordare che qualche giorno fa alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza il segretario della Nato Jens Stoltenberg aveva tuonato felice che «l’allargamento della Nato negli ultimi decenni è stato un grande successo e ha anche aperto la strada a un ulteriore allargamento della Ue». Solo che l’allargamento della Nato parte da quel 1999 in cui la Nato demolì la Jugoslavia, passa dall’inglobamento dei primi tre Paesi dell’ex Patto di Varsavia (Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria), poi Estonia, Lettonia, Lituania (già parte dell’Urss), poi Bulgaria, Romania, Slovacchia (già parte del Patto di Varsavia), Slovenia (già parte della Federazione Jugoslava), fino all’Albania nel 2009 (un tempo membro del Patto di Varsavia) e la Croazia (già parte della Federazione Jugoslava) e nel 2017 il Montenegro (già parte della Jugoslavia) e nel 2020 la Macedonia del Nord (già parte della Jugoslavia). In vent’anni si è passati da 16 a 30 Paesi arrivando fino all’interno del territorio dell’ex Urss, con la Nato che altro non è che il vestito buono (e molto lungo) delle leve militari Usa. Anche questo è un “sovranismo” (considerato più buono) che altro non è che egoismo politico.

Intanto in Ucraina c’è una minaccia immediata per le vite e il benessere di 7,5 milioni di bambini. Negli ultimi giorni colpi di armi pesanti lungo la linea di contatto hanno già danneggiato infrastrutture idriche di base e scolastiche. Se i combattimenti non si fermeranno, decine di migliaia di famiglie potrebbero essere costrette a sfollare, facendo drammaticamente aumentare i bisogni umanitari. Ma di questo parleranno poco o niente, quasi nessuno. Del resto come ripeteva spesso Gino Strada, ogni guerra ha una costante: il 90% delle vittime sono civili che non hanno mai imbracciato un fucile e non sanno perché gli arriva in testa una bomba. Le guerre vengono dichiarate dai ricchi e potenti, che poi ci mandano a morire i figli dei poveri.

Buon venerdì.

Nella foto: Una donna con il figlio in fuga su un autobus, Sievierodonetsk, Ucraina orientale, 24 febbraio 2022

Eutanasia e suicidio assistito, cronache da Vaticalia

Il diritto a un fine vita che sia umano, senza sofferenze inutili è una conquista di civiltà e ci riguarda tutti. La società civile lo sa, da qui la valanga di firme per il referendum sull’eutanasia promosso dall’associazione Coscioni e altri che è stato poi bocciato dalla Consulta. C’è stata una così grande risposta perché tutti sappiamo che cosa significa, sappiamo che le persone non possono essere lasciate sole, abbandonate al loro destino di malattia terminale e costrette a soffrire inutilmente. Perché non è solo una questione di cure palliative e di terapia antidolore – pur essenziali -; è anche una questione di qualità della vita. Da parte della politica è ipocrita e delinquenziale chiudere gli occhi, lasciando che dilaghi l’eutanasia clandestina. Eppure il Parlamento ancora latita, esita, scende a compromessi, si genuflette ai diktat del Vaticano, come era già accaduto per la legge 40/2004 e per tante altre questioni che riguardano i diritti civili impropriamente detti “eticamente sensibili”.

Già nel 2019 la stessa Consulta aveva sollecitato il Parlamento a colmare il vuoto normativo dopo essere intervenuta in merito al caso di Fabiano Antoniani (Dj Fabo). Assolto per aver aiutato il giovane tetraplegico ad andare a morire in Svizzera, lo stesso Cappato parlò di una sentenza storica. Ma il Parlamento da allora non ha risposto, anzi è diventato il porto delle nebbie per quanto riguarda il tema del fine vita. Si sono mossi invece i tribunali, come quello di Ancona che ha riconosciuto a “Mario” (come Dj Fabo tetraplegico dopo un incidente stradale) il diritto – se vuole – di assumere un farmaco per porre fine alle proprie sofferenze divenute insostenibili. La legge sul suicidio assistito ora all’esame della Camera e che dovrebbe arrivare al voto a marzo, rischia di mettere in discussione anche questa conquista, perché tanti sono i paletti previsti.

Per poter accedere al suicidio assistito bisogna essere maggiorenni, capaci di intendere e di volere, essere affetti da una patologia organica irreversibile e dalla prognosi infausta, che provoca sofferenze, ed essere tenuti in vita da trattamenti sanitari, la cui interruzione provocherebbe la morte. In questi casi il medico e il personale sanitario coinvolti nel suicidio assistito non saranno imputabili. Ma la proposta in discussione prevede anche l’obiezione di coscienza. Per quanto gli ospedali pubblici siano tenuti a rispondere al malato garantendogli la possibilità di esercitare il proprio diritto, sappiamo bene come vanno poi in realtà le cose in Italia. La legge 194 garantisce il diritto all’interruzione di gravidanza, ma proprio a causa dell’altissimo numero di obiettori in Italia, è largamente disapplicata. La norma di cui Bazoli (Pd) è relatore, con tutta evidenza, rende quell’auspicato “liberi fino alla fine” una chimera per molti malati affetti da patologie organiche incurabili. Intanto anche sul testo al vaglio (e che non si avvicina minimamente alle richieste dei referendari) è partito il fuoco di fila delle destre e dei cattolici con centinaia di emendamenti. Il papa non ha mancato di tornare a ripetere che la vita umana appartiene a Dio e che non c’è un diritto alla morte. Lo ha fatto anche l’8 febbraio il giorno in cui andava in discussione alla Camera la legge sul suicidio assistito sulla quale la maggioranza resta divisa. «Io sto con le parole del Santo Padre. Per me la vita è vita, quindi voteremo di conseguenza», ha detto il capo della Lega Salvini. «Siamo di fronte a una deriva: è la cultura della morte», gli ha fatto eco la deputata Martina Parisse (Ci) nel corso delle successive dichiarazioni di voto. E con loro, a cascata, molti altri da Binetti (Udc) a Meloni (FdI) e oltre. Ma di quale vita stanno parlando? È vita umana essere ridotti allo stato vegetativo, senza possibilità di relazioni umane? È vita umana una vita che sia diventata meramente biologica avendo perso la propria realtà mentale e psichica? E perché non lasciare libero di scegliere chi non la ritenga più tale?

Ricordiamo ancora le violente affermazioni di Silvio Berlusconi nei riguardi di Eluana Englaro che era in stato vegetativo permanente da 17 anni…

La tecnologia medica che ha progredito enormemente e ci ha portato vantaggi incommensurabili permette anche di tenere in “vita” una persona precipitata in uno stato vegetativo irreversibile. La legge, la bioetica, devono intervenire per garantire perché vengano rispettati il rapporto, medico-paziente e le volontà anche di chi non può più esprimerle. Eluana lo aveva detto ai suoi genitori che non avrebbe voluto sopravvivere attaccata alla macchine, ma ci sono voluti 17 anni di lotte in Tribunale di suo padre Peppino Englaro perché fosse fatta la volontà della ragazza.

Non possiamo dimenticare la lotta politica e civile di Welby, di Coscioni, di Nuvoli e di tutti gli altri malati che coraggiosamente, insieme agli attivisti radicali, hanno fatto del loro doloroso privato un fatto pubblico per la conquista di diritti di tutti. Non possiamo far finta che non esistano quel milione e passa di firme per l’eutanasia. Lo abbiamo detto e scritto tante volte, il Paese reale è più avanti di questa classe politica inginocchiata. È tempo che questa società civile si faccia sentire anche con il voto mandando in Parlamento politici progressisti, democratici, laici, preparati, aggiornati anche sugli avanzamenti della biomedicina e della psichiatria, che si occupino di realtà umana con la mente libera da ogni soggezione vaticana. Idealmente anche a quella classe politica di sinistra “a venire” è rivolta questa storia di copertina dedicata al tema del fine vita e dei diritti civili negati in Italia con inchieste e autorevoli interventi di costituzionalisti, analisti e psichiatri.

 

* Illustrazione di Meo Claudia Pagliarulo (OfficinaB5)


L’editoriale è tratto da Left del 25 febbraio 2022 

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Fine vita mai

Il punto più basso è forse stato lo show del presidente della Corte costituzionale Giuliano Amato nella conferenza stampa indetta per spiegare la decisione con cui la Consulta il 15 febbraio ha ritenuto inammissibile il quesito referendario sul suicidio assistito. «Leggere o sentire che chi ha preso la decisione non sa cosa è la sofferenza ci ha ferito ingiustamente. Si sarebbe finito per legittimare l’omicidio del consenziente ben al di là dei casi per i quali ci si aspetta l’eutanasia», ha detto Amato per giustificare la sentenza. Una iniziativa inedita quella di convocare i giornalisti così come è inedito che la Corte si senta in dovere di motivare una propria decisione. «Vi dico una cosa che non potrei dire – ha proseguito Amato – ma non è detto che se si fosse presentata la questione in termini di legittimità costituzionale dell’omicidio del consenziente la nostra decisione non avrebbe potuto essere la stessa che abbiamo preso sul suicidio assistito», cioè la depenalizzazione a determinate condizioni. «Occorre dimensionare il tema dell’eutanasia alle persone a cui si applica – ha infine detto il presidente della Corte costituzionale – ossia a coloro che soffrono. Non potevamo farlo sulla base del quesito referendario, con altri strumenti può farlo il Parlamento».

Che il suicidio assistito in Italia crei inevitabili frizioni (del resto siamo il Paese che ha appaltato da secoli la propria morale alla Chiesa) è risaputo ma che il capo della Consulta intervenga con una conferenza stampa fortemente politica indica che oltre al Vaticano anche altri poteri brighino per svilire una battaglia di civiltà. È il solito trucco di minare agli occhi dell’opinione pubblica la credibilità dei comitati promotori di un referendum per demolirne il principio senza entrare nel merito. «L’hanno dipinto come un referendum sull’eutanasia, mentre era sull’omicidio del consenziente, e formulato in modo da estendersi a situazioni del tutto diverse da quelle per cui pensiamo possa applicarsi l’eutanasia. Un risultato costituzionalmente inammissibile – ha reagito Marco Cappato a nome dell’associazione Luca Coscioni -. Dire che nel quesito si parlava di eutanasia e non di omicidio del consenziente contiene una manipolazione della realtà. Il quesito è come stabilito dalla Corte di Cassazione sull’omicidio del consenziente. Se Amato non gradisce i termini della nostra propaganda politica, ciò non ha nulla a che vedere con l’ammissibilità. O c’è un errore materiale nel giudizio dei due quesiti, o c’è un attacco in malafede al comitato promotore. Scelga il presidente della Corte quale delle due possibilità».

Ciò che è certo è che alla Camera dei deputati gli emendamenti sul testo della legge che deve introdurre in Italia il suicido assistito (ovvero il momento in cui il farmaco necessario a uccidersi viene assunto in modo autonomo dalla persona malata) ora costringono i partiti a…

 

* Illustrazione di Chiara Melchionna


L’articolo prosegue su Left del 25 febbraio 2022 

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Il modello tedesco e il salario minimo

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 20-12-2021 Roma, Italia Politica Palazzo Chigi - incontro Draghi Scholz Nella foto: Il Presidente del Consiglio del Governo italiano Mario Draghi con Cancelliere della Repubblica Federale di Germania, Olaf Scholz.  Photo Mauro Scrobogna / LaPresse 20-12-2021 Rome, Italy Politics Palazzo Chigi - meeting with Draghi Scholz In the photo: The President of Council of the Italian Government Mario Draghi with Chancellor of the Federal Republic of Germany, Olaf Scholz.

Fino a pochi mesi fa in onore della Merkel dalle nostre parti era tutto un elogio continuo alla vicina Germania per come conduceva le politiche del lavoro. Tra i centristi (e non solo) vige una strada regola per cui innamorarsi dei leader degli altri e adottarli come modello è un’abitudine continua. Ogni volta c’è qualche personaggio politico da proporre come faro per non prendersi nemmeno la briga di dover studiare il benché minimo compitino.

Mentre da noi Calenda ha pensato di fare la figura del progressista proponendo un salario minimo di 7 euro all’ora durante il congresso con i suoi azionisti di partito, la Germania proprio ieri ha varato un aumento del salario minimo a 12 euro all’ora dagli attuali 9,82: un rialzo di oltre il 20% che sarà in vigore dal primo ottobre. Il via libera è arrivato dal gabinetto tedesco, annunciato in conferenza stampa a Berlino dal portavoce del governo Steffen Hebestreit. L’aumento era uno dei progetti fondamentali dei socialdemocratici, concordati nel programma con Verdi e Liberali. Per chi lavora 40 ore settimanali si arriverà a circa 2.110 euro mensili, mentre ora la paga base non poteva scendere sotto i 1.621 euro (secondo gli ultimi dati Eurostat). Badate bene: stiamo parlando di salario minimo, non di stipendio medio.

Non sono passate due settimane dall’accordo in Spagna tra governo e sindacati (lì i sindacati non vengono presi a calci ma addirittura consultati, strano vero?), il salario minimo è stato fissato a 1.000 euro su 14 mesi, con validità retroattiva al primo gennaio. Sono 35 euro in più rispetto all’attuale stipendio minimo che si attestava a 965 euro al mese per quattordici mesi. Alcune associazioni di imprenditori si sono sfilate dall’accordo, protestando. Il governo spagnolo ha tirato dritto.

il Lussemburgo è in testa alla classifica dei Paesi Ue, con 2.256 euro di salario minimo mensile. Si parte da 1.774 euro in Irlanda, da 1.725 in Olanda. Poi 1.658 euro in Belgio, 1.603 in Francia. Segue la Spagna che su 12 mensilità passa da 1.125 a 1.167 euro, quindi la Slovenia a 1.074 euro, Portogallo 822, Malta 792, Grecia 773, Lituania 730, Grecia 773, Polonia ed Estonia 654. Le ultime due nazioni sopra i 600 euro sono Slovacchia (646) e Croazia (623). In Ungheria si scende a 541, in Romania a 515 euro. Fanalino di coda dell’Unione europea è la Bulgaria con 332 euro.

Da noi esiste una proposta di legge firmata da Nunzia Catalfo che vorrebbe fissarlo a 9 euro lordi. Il Pd, per bocca del segretario Letta, si dice d’accordo con l’introduzione del salario minimo ma ne parla come un obiettivo di medio-lungo periodo. Non è una dichiarazione granché confortante. Forza Italia invece vorrebbe un salario minimo legato alla produttività: «Pretendere salari più elevati a prescindere creerebbe un cortocircuito tale da mettere in ginocchio interi comparti economici», ha detto qualche giorno fa la presidente di Forza Italia, Anna Maria Bernini, dimostrando di non avere idea di cosa sia il salario minimo. Gli altri? Muti e contrari.

Evidentemente la Germania non è più un modello.

Buon giovedì.