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Le putinate di casa nostra

Ogni volta che accade un evento complesso come la quasi guerra tra Ucraina e Russia si ha l’occasione di testare lo spessore di giornalisti, di politici, di opinionisti tuttologi e di presunti pezzi di presunta classe dirigente. Anche su una vicenda così spessa come il fragile rapporto tra Russia (e Cina) e il blocco occidentale ci tocca sorbirci tifosi sfegatati che affrontano il tema come se fosse un derby con cui poter demolire i nemici del proprio piccolo cortile con i più gravi fatti internazionali.

Così ci si mette poco a misurare lo spessore dei protagonisti in queste ore. Si passa dal direttore de Il Foglio che riesce addirittura a prendersela con i pacifisti («A che ora scendono in piazza i pacifisti?» twitta con l’allegrezza vuota di chi non teme di fare una figuraccia pur di sembrare controcorrente), c’è chi corre per accaparrarsi un posto come cameriere nazionale della Nato, c’è chi ci spiega che Putin è un difensore dei diritti umani e così via. Una serie interminabile di sfegatati che non hanno alcun complesso nell’accapigliarsi senza analizzare.

Ma i due da tenere sotto osservazione sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni, i due che su Putin hanno costruito una notevole narrazione in questi ultimi anni. Non è una cosa da poco: sono i leader del centrodestra che potrebbe essere al governo nel 2023. Nella giornata più intensa Giorgia Meloni riesce a non esprimere una posizione che sia una: ricorda l’ambasciatore italiano ucciso in Congo, riprende la storia di una donna assunta benché incinta, urlaccia che la sinistra ha paura del voto e pigia sulla dittatura sanitaria. Sulla questione russa ci fa solo sapere che “grazie alle pressioni di Fratelli d’Italia” Draghi riferirà in Aula. Non male per una presunta esperta di Putin e di geopolitica.

Salvini fa il Salvini: parla dei cinghiali a Roma, si complimenta con la nazionale italiana per le Olimpiadi invernali, racconta di un “clandestino” che tira un pugno a una suora, se l prende con Sala e poi pubblica un suo intervento per la Giornata Nazionale del Braille. A proposito, @nonleggerlo riporta su twitter qualche frase di Salvini su Putin dal 2014: “Ucraina, non si rompano le palle a Putin”, “Preferisco Putin all’Europa”, “Putin è speranza”, “Faremo la storia con Putin-Le Pen-Trump”, “Uno dei migliori uomini di governo al mondo”, “Con Putin in Italia staremmo meglio”, “Meno male che c’è Putin”, “Chi gioca contro Putin è deficiente”, “Cretino chi fa la guerra a Putin”, “Putin e Le Pen i migliori statisti”, “Vorrei Putin come alleato”, “Spero rieleggano Putin”, “Putin stimato e stimabile”, “Stimo Putin gratis”. Ieri intervistato in radio ha detto: «Io sono un amico della pace, con la Russia il dialogo è per me fondamentale, ma poi FINISCO sui giornali come amico di Putin». A ognuno le sue conclusioni.

A proposito: si può anche non tifare per i duellanti e per tifare per la pace. Una volta si aveva il coraggio di dirlo e di farlo. Oggi nemmeno quello.

Buon mercoledì.

America Latina, nel triangolo del litio svaniscono gli ecosistemi

Salar de Uyuni is the world's largest salt flat at 10,582 square kilometers (4,086 sq mi). It is located in the Daniel Campos Province in Potosí in southwest Bolivia, near the crest of the Andes and is at an altitude of 3,656 meters (11,995 ft) above sea level. The Salar was formed as a result of transformations between several prehistoric lakes. It is covered by a few meters of salt crust, which has an extraordinary flatness with the average altitude variations within one meter over the entire area of the Salar. The crust serves as a source of salt and covers a pool of brine, which is exceptionally rich in lithium. It contains 50 to 70% of the world's lithium reserves, which is in the process of being extracted. The large area, clear skies, and exceptional flatness of the surface make the Salar an ideal object for calibrating the altimeters of Earth observation satellites. (Birgit Ryningen / VWPics via AP Images)

L’emergenza climatica e l’euforia per un futuro a emissioni zero fanno spesso passare in secondo piano un aspetto: la trasformazione energetica richiederà l’estrazione e lo sfruttamento di una massiccia quantità di metalli e minerali. A confermarlo è l’International energy agency, che nel report del 2021 affermava che «la domanda di questi minerali crescerà rapidamente con la transizione all’energia pulita». In questo processo il litio gioca un ruolo fondamentale sia nella produzione di batterie elettriche per il settore dell’automotive che per quello tecnologico.

Rispetto a dieci anni fa, la domanda di litio è cresciuta del 30% e si stima che nel 2040 arriverà al 90%. Anche il valore di mercato è aumentato spaventosamente, al punto che molti lo hanno definito “oro bianco” o “petrolio bianco”. Proprio come il petrolio, ingenti quantità si trovano in America Latina: il 63% delle riserve del mondo di questa risorsa preziosa si trova nel “triangolo del litio”, ovvero tra Bolivia, Cile e Argentina; mentre Perù e Messico ne possiedono quasi tre milioni di tonnellate. Si trova nei laghi salati a più di 5mila metri di altitudine in ecosistemi unici. I governi nazionali del Triangolo del litio vogliono muoversi in fretta per controllare l’estrazione e lo sfruttamento, sperando, con le entrate derivate, di superare la crisi economica esacerbata dalla pandemia.

Per quanto riguarda la Bolivia – che possiede 21 milioni di tonnellate – il processo di estrazione e industrializzazione del litio è affidato da più di dieci anni all’impresa statale Yacimientos de litio bolivianos. Secondo quanto affermato dal presidente in persona, Luis Arce, tra gli obiettivi dell’Agenda 2021-2025 di La Paz c’è quello di introdurre «una tecnologia di estrazione diretta del litio che [permetta] di innovare e accelerare la nostra inclusione nell’industria globale del litio». Sul piano del controllo, Arce sta agendo diversamente da Evo Morales: il nuovo presidente ha deciso di promulgare un bando per attrarre imprese private, boliviane e non, a cui affidare contratti di estrazione. Al momento sono state scelte otto imprese, provenienti da Usa, Cina, Russia e Argentina e che dovranno fare dei test pilota a livello tecnologico. I fattori che saranno analizzati riguardano il tasso di recupero dei minerali, l’impatto ambientale e il piano di protezione della comunità.

Ad aprile prossimo, sarà una commissione formata da tecnici dell’impresa statale Yacimientos de litio bolivianos a scegliere quali di queste imprese dovranno ricevere il contratto. Storia differente, invece, per l’Argentina: con 14,8 tonnellate di oro bianco a disposizione, i diritti di esplorazione e sfruttamento appartengono alle provincias, non al governo centrale. Tuttavia, Alberto Fernandez ha cercato di…


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Centri per il rimpatrio, il business della vergogna

Migrants who crossed the Mediterranean Sea by boat line up behind a fence in Lampedusa, Italy, Friday, Oct. 1, 2021, as they wait to board a ferry to Sicily. Despite the risks, many migrants and refugees say they'd rather die trying to cross to Europe than be returned to Libya where, upon disembarkation, they are placed in detention centers and often subjected to relentless abuse. (AP Photo/Renata Brito)

La Commissaria europea per i diritti umani, Dunja Mijatović, all’esplodere della pandemia aveva chiesto ai governi degli Stati membri di sospendere il trattenimento nei centri per il rimpatrio presenti, a vario titolo, nei 27 Paesi dell’Unione. Le motivazioni della raccomandazione erano dettate dal fatto che la chiusura delle frontiere avrebbe impedito di effettuare i rimpatri e che i problemi di ordine sanitario si sarebbero acuiti. Richieste che non sono state mai rispettate.

Un punto di osservazione sulle condizioni dei migranti ora ce lo offre il volume, da pochi giorni in libreria edito da Seb 27, dal titolo Corpi reclusi in attesa di espulsione. La detenzione amministrativa ai tempi della sindemia, curato da Francesca Esposito, Emilio Caja e Giacomo Mattiello. Il testo, a cui hanno collaborato ricercatrici e ricercatori in ambiti multidisciplinari e provenienti da diversi Paesi, ha il gran pregio di offrire una panoramica, per quanto non esaustiva (non tutti i 27 Stati sono trattati nel volume che però considera anche Paesi extra Ue) su quanto è accaduto nel sistema di internamento per persone la cui presenza è considerata illegale, soprattutto negli ultimi due anni. Gli autori non mancano di spiegare in sintesi come funzionino nel Paese in esame, tali strutture – che hanno elementi in comune e altri caratteristici legate ai contesti – e i loro punti di vista, come di osservazione, diversi, non impediscono ad ognuna/o di indicare un approccio radicalmente abolizionista come unica soluzione praticabile.

Ne parliamo con Francesca Esposito, lecturer presso la Scuola di scienze sociali all’università di Westminster a Londra e direttrice associata di Border criminologies, (una piattaforma interattiva sulla detenzione ) realizzata all’Università di Oxford. Il suo punto di vista di ricercatrice e attivista – ha lavorato molto soprattutto in merito alla detenzione delle donne migranti – ha il pregio di contenere i dati inequivocabili delle analisi quantitative e qualitative e lo sguardo mai lontano dall’indignazione verso un sistema che considera ingiusto e criminale.

«Premetto che invece di “pandemia” abbiamo scelto di usare il termine “sindemia”, utilizzato da Merrill Singer quando si affrontava l’emergenza Aids. Sindemia perché è impossibile non considerare insieme la crisi sanitaria e i suoi aspetti sociali. Le disparità sociali non solo influiscono nel poter o meno evitare il contagio, ma si sono acuite, creando un numero enorme di nuovi poveri e marginali – afferma Esposito -. Ed entrando nel tema che affrontiamo nel libro, non possiamo che confermare il fatto che il sistema di trattenimento non si è bloccato. Anzi, si è nel frattempo riorganizzato».
La curatrice del libro fa alcuni esempi: «In Italia non c’è stata una misura ufficiale per…


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La finestra di Overton

Joseph Overton era un sociologo americano. Morì giovane, a 43 anni, schiantandosi su un aereo ultraleggero che stava pilotando in circostanze mai del tutto chiarite. La sua teoria di ingegneria sociale, la “finestra di Overton”, ha avuto una certa notorietà postuma. Studiava i meccanismi di persuasione e di manipolazione della masse che vengono usate nel marketing e sempre di più anche nella politica.

Overton riteneva che qualsiasi idea, anche la più assurda è lontana dall’immaginario contemporaneo, potesse trovare la sua “finestra” di possibilità per diventare universalmente accettata. Il trucco sta tutto nell’inserirla con cura nel circuito dell’opinione pubblica seguendo 6 passaggi fondamentale che si potrebbero sintetizzare così:

  1. L’impensabile. Quando l’idea risulta inaccettabile e vietata. Con il primo passaggio però si comincia a parlare di ciò che prima non veniva nemmeno lontanamente immaginato. E il parlarne apre le porte alla finestra successiva.
  2. Radicale. Qualcosa è vietata ma con eccezioni. L’idea continua a essere considerata inopportuna ma la proposta viene comunque letta come una provocazione.
  3. Accettabile. La finestra entra nel socialmente rilevante e ci si chiede se abbia senso vietarlo agli altri, nonostante il disaccordo generale. In questa fase i salotti televisivi si aprono a presunti “esperti”.
  4. Ragionevole. In questa fase ormai l’idea ha perso tutto il suo carico eversivo. Ormai è più che comprensibile. Non resta che creare le condizioni per lo stadio successivo.
  5. Diffuso. Ora l’idea raccoglie consenso politico e di mercato. Il sentire comune viene rappresentato anche da figure pop che ne portano avanti gli ideali.
  6. Legale. L’idea diventa legge dello Stato.

Joseph Overton non era un moralista e il suo schema ovviamente non è progressista o reazionario. Dentro ci si può mettere qualsiasi prodotto, qualsiasi ideale che sia di destra o di sinistra. Del resto riprende l’idea della “rana bollita” di Noam Chomsky che diceva: «Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da alcuni decenni – sostiene Noam  Chomsky – ci accorgiamo che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci abituiamo. Un sacco di cose, che ci avrebbero fatto orrore 20, 30 o 40 anni fa, a poco a poco sono diventate banali, edulcorate e oggi ci disturbano solo leggermente o lasciano decisamente indifferenti la gran parte delle persone. In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alle libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura, alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano lentamente ed inesorabilmente con la complicità costante delle vittime, ignoranti o sprovvedute».

Ieri Alessandro Guerani in un tweet scriveva: «Se oggi fossero in politica sarebbero percepiti così: Junio Borghese: destra populista. Almirante: destra moderata. Zanone: liberal-socialista. Andreotti: sinistra riformista. Craxi: sinistra. Donat Cattin: sinistra radicale. Berlinguer: terrorista. Capanna: Satana». Appena mi è capitato di leggere mi ha fatto sorridere. Ripensando a Overton molto meno.

Buon martedì.

Lidia Menapace, partigiana per sempre

Uno scricciolo dall’aspetto fragile e dalla forza interiore grandissima. Così ci appare Lidia Menapace all’inizio del film che le ha dedicato il regista e attore Massimo Tarducci. Uno scricciolo di donna ma pronta a fare la rivoluzione. Una rivoluzione senza armi, ma con la cultura e con le idee.
Le armi, quelle materiali, si rifiutò di imbracciarle anche quando, giovanissima, partecipò alla lotta partigiana. Poi, nel percorso della sua lunga vita, la scelta del pacifismo si fece in lei sempre più radicale: pacifismo inteso come non violenza e insieme come proposta culturale, di cambiamento della mentalità (anche di linguaggio: «non usiamo il verbo combattere, meglio “lottare”. La lotta è nobile», diceva) e al contempo come azione concreta, senza scendere a compromessi.

«Via la guerra dal mondo», diceva da ultimo, rileggendo in chiave internazionalista «L’Italia ripudia la guerra»che è il cardine dell’articolo 11 della Costituzione antifascista. «Bisogna abolire l’esercito e investire in sanità», affermava con grande lungimiranza. Manca fortemente il suo impegno pacifista oggi che venti di guerra spirano in Europa.
L’Italia, obbediente alla Nato, ha già speso 78 milioni per schierare mezzi nelle aree calde dell’Europa dell’Est (vedi Left n.6 dell’11 febbraio) e il ministro della Difesa Guerini ha già raggiunto quota 15 miliardi per missioni di guerra in un anno.
Ritroviamo dunque, più attuali che mai le parole della partigiana pacifista nel film Per Lidia Menapace, appunti di viaggio a Bolzano che ci restituisce una Lidia spiritosa, resistente, come lo è stata fino al 2020 quando il Covid purtroppo se l’è portata via a 96 anni. Il film di Tarducci ci fa ritrovare la sua gioia di vivere, di incontrare, di spostarsi, di conoscere, di ospitare, in un flusso di immagini di partenze e arrivi, di stazioni e treni su cui amava viaggiare sempre rigorosamente in seconda classe.

Scorrono in questo film scorci della sua amata Bolzano, città di confine mitteleuropea, laboratorio di dialogo e di confronto fra culture diverse. Balenano gli spazi dove più amava stare: le piazze, la cucina, lo studio stracolmo di libri.
Lidia Menapace era un’insegnante, una ricercatrice (fu cacciata dall’Università del Sacro Cuore nel 1968 per aver preso posizione con uno scritto dal titolo Per una scelta marxista). È stata donna impegnata in politica e senatrice eletta nelle liste di Rifondazione comunista, partito a cui era iscritta fin dalla sua nascita nel 1991. Ma prima di tutto Lidia Menapace era una partigiana. «Sono una ex insegnante, una ex parlamentare, ma non una ex partigiana», dice perentoria nel film. «Perché essere partigiani è una scelta di vita». E questo suo antifascismo calato nel presente era ciò che…


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Terza età, mai più soli

Marianne Duncan works in the rehab room Wednesday, Feb. 3, 2021, at Arbor Springs Health and Rehabilitation Center in Opelika, Ala. Coronavirus cases have dropped at U.S. nursing homes and other long-term care centers over the past few weeks, offering a glimmer of hope that studies and health officials link to various factors, including the start of vaccinations, the easing of a post-holiday virus surge and better prevention. (AP Photo/Julie Bennett)

«A volte penso che sarebbe meglio “morì” prima di mia madre perché il dolore che proverei per la sua perdita sarebbe terribile, ma poi ci ripenso. Come farebbe senza di me?». Sono le parole di Daniela Spadoni, preoccupata per il destino di sua madre nel caso non fosse più in grado di provvedere ai suoi bisogni primari. Daniela è seduta su una sedia nel magazzino di Nonna Roma, un’associazione che gestisce un banco del mutuo soccorso alimentare nella Capitale e più precisamente in viale Togliatti, un confine d’asfalto di quattro corsie tra il quartiere Centocelle – in via di gentrificazione – e la più centrale fra le borgate popolari romane: Quarticciolo. Aspetta il suo pacco alimentare insieme a quello della madre, mentre troneggia con la corporatura possente di un’ex atleta ma il sorriso dolce amaro di chi ne ha viste tante. Da ragazza era cintura nera di judo terzo dan, arrivando a gareggiare persino nella nazionale. Oggi mentre si tiene la schiena per i dolori racconta che nonostante non possa lavorare, e riceva una pensione di invalidità di soli trecento euro mensili, quasi ogni giorno in cui le è possibile si reca a trovare sua madre di ottantasette anni, anche essa invalida al 100%, percorrendo i dieci chilometri che separano il suo quartiere San Basilio dalla casa della mamma.

«Una volta non mi ha risposto per un giorno intero. Mi sono preoccupata tantissimo e sono corsa, con i miei tre cani in braccio, da lei. L’ho trovata sul balcone che prendeva il sole tranquilla, credo che stia diventando sorda o stia perdendo poco a poco la ragione». I pensieri che affliggono questa donna però non assillano solo poche persone nel nostro Paese, anzi. È stato calcolato da uno studio Istat che il 30,3% degli over 65 ha grandi difficoltà nell’essere autonomo: non riesce a usare il telefono, prendere le medicine, gestire le risorse economiche, preparare i pasti e fare la spesa. Il Censis invece dichiara che in Italia vivono oltre 2,8 milioni di anziani non autosufficienti, il 20% del totale degli invalidi e l’81% del totale di chi percorre la Terza età. L’alto tasso di disoccupazione, l’abbassamento delle tutele per i lavoratori e l’alto numero di pensionati – pari al 63% – che ricevono meno di 750 euro di assegno, sono fattori che allargano le fila di chi non possiede le risorse economiche per gestire un anziano non autosufficiente. Più di quattro milioni di famiglie in Italia si misurano con questo problema, quasi quante quelle che percepiscono il reddito di cittadinanza. E, nel secondo Paese più vecchio al mondo dopo il Giappone, si tratta di numeri necessariamente destinati ad aumentare.

La politica e gli organi di stampa hanno dato però finora, ai problemi della Terza età, un’attenzione quasi del tutto marginale, nonostante gli…


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La sempiterna tentazione all’ammucchiata

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 20-02-2022 Roma Congresso di Azione Nella foto Carlo Calenda eletto segretario Photo Roberto Monaldo / LaPresse 20-02-2022 Rome (Italy) Congress of the Azione party In the pic Carlo Calenda

Carlo Calenda è stato eletto segretario del partito Azione. Ha vinto lui nel partito fondato da lui, chi l’avrebbe mai detto. Ma il punto politico è un altro: ogni volta che Calenda si ritrova a proferire parola per uno spazio più largo di un tweet si ha l’occasione di misurarlo in tutta la sua scadente saccenza politica che annebbia tutto il resto. Non sarà un caso che tra lui e Renzi non scorra buon sangue nonostante riconoscano di essere della stessa pasta: proporre come soluzione politica se stessi come leader è il primo punto della loro agenda politica. Poi succede che i punti politici, quelli veri, vengano inevitabilmente sbiaditi dall’auto promozione.

I giorni di congresso di Azione verranno ricordati tra le altre cose per l’irruento ritorno dell’odio antimeridionale, qualcosa di talmente logoro che nemmeno Salvini lo percorre più: dice Calenda che «se il federalismo al Sud non ha funzionato è per colpa degli elettori del sud, che non son in grado di votare persone capaci e competenti». State sicuri che qualcuno di sicuro lo applaudirà convinto, del resto molti liberal di casa nostra non sono nient’altro che la versione edulcorata della destra populista che fingono di voler combattere. Hanno capito perfettamente che se si riuscisse a instillare un po’ di odio sociale senza apparire sgrammaticati ma addirittura competenti si potrebbe rischiare di esse considerati illuminati. Del resto è lo stesso Calenda che dice di ispirarsi al liberalsocialismo di Gobetti e Rosselli, senza avere studiato abbastanza per sapere che il programma politico di Giustizia e Libertà intendeva il liberalismo come mezzo per giungere al socialismo e prevedeva ingenti nazionalizzazioni. Esattamente l’opposto dell’idea calendiana.

Del resto è lo stesso Calenda che propone un salario minimo (e fin qui potrebbe essere una buona notizia) di 7 euro all’ora, sempre sulla linea che ebbe da ministro quando magnificò i salari da fame italiani come mezzo di attrazione degli investimenti esteri. Dice Calenda che è disposto ad allearsi con tutti basta che siano d’accordo con lui e all’appello di Calenda rispondono Giorgetti (quindi la Lega) e timidamente Letta (ponendo dei distinguo). Così il sogno di Carlo è realizzato: fare l’ago di una bilancia che non ha nemmeno le basi per tenere in piedi il piatto. Pensare a un “campo largo” con chi ha idee opposte (almeno sulla carta) è populismo peggiore di quello che Calenda dice di voler combattere. E non è un caso che il marchio doc di “Draghi” sia il fondotinta che serve per coprire un’operazione indigeribile fin dalle intenzioni.

È la solita tentazione all’ammucchiata tutta italiana, quella che puzza da un chilometro di disperato e disperante tentativo di autopreservazione e che contribuirà ancora una volta a infiammare gli estremismi e allontanare gli elettori. Il progetto politico si potrebbe sintetizzare così: una bella ammucchiata, tutti dentro esclusi Meloni e Conte. Noi che qui fuori osserviamo e non aspiriamo a essere né migliori e nemmeno competenti osserviamo che Calenda dice da sempre di non volere mai e per nessun motivo allearsi con il M5s (scelta legittima), Letta ci dice «per vincere le elezioni contro il centrodestra dobbiamo comporre una grande alleanza in cui stia il M5s» e Calenda e Letta promettono di voler vincere insieme le elezioni del 2023.

Buon lunedì.

Così possiamo salvare i capodogli del Mediterraneo dall’estinzione

A sud-est della punta più meridionale dell’Italia, in prossimità della costa greca, vivono gli ultimi capodogli del Mediterraneo orientale, in un’area chiamata Fossa Ellenica. Queste ultime balene sono in grave pericolo: l’Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn) classifica tutti i capodogli del Mediterraneo come «in via di estinzione», ma in particolare questa popolazione orientale conta solo da 200 a 300 individui ed è considerata dagli scienziati come la più piccola del Mediterraneo.

Una delle principali minacce per queste balene sono le collisioni con navi commerciali. La rotta della maggior parte delle navi dirette a nord da Creta e dal Peloponneso infatti attraversa direttamente l’habitat dei capodogli. La ricerca condotta da Alexandros Frantzis, direttore scientifico dell’Istituto per la ricerca sui cetacei Pelagos, e sostenuta dal Fondo internazionale per il benessere degli animali (Ifaw) insieme al Wwf Grecia ed a OceanCare, ha identificato la Fossa ellenica – a ovest ed a sud del Peloponneso e a sud-ovest di Creta – come habitat critico per queste balene. I mammiferi marini nuotano in profondità e si trovano qui tutto l’anno, unica area in cui sono stati osservati gruppi familiari nel Mediterraneo orientale. Qui si possono osservare le madri con i loro piccoli, a volte persino durante l’allattamento.

I capodogli – nome scientifico Physeter macrocephalus – hanno una struttura sociale complessa non diversa da quella dagli elefanti: vivono in gruppi familiari guidati da una “matriarca” esperta e possono essere visti “socializzare” e comunicare intensamente. I capodogli comunicano attraverso suoni brevi e rumorosi detti «click» e localizzano le loro prede grazie l’eco-localizzazione, in modo molto simile ai pipistrelli. Questi mammiferi acquatici si concentrano di solito attorno alla curva dei 1000 m di profondità, in zone marine dove il fondale oceanico può scendere ben oltre. Una luogo perfetto per queste balene che possono immergersi fino a 2000 m e rimanere sott’acqua per 60-90 minuti, cacciando la loro preda preferita: i calamari.

Il capodoglio è una delle due sole specie di grandi balene che si trovano regolarmente nel Mar Mediterraneo e si crede che questa popolazione sia isolata dagli altri capodogli nel resto del mondo. L’altra grande specie di balena che si trova qui è la balenottera comune, il secondo mammifero più grande sulla terra dopo la balenottera azzurra. Purtroppo, entrambe queste specie di grandi balene entrano spesso in collisione con le navi, fenomeno che gli esperti chiamano «ship strikes». Con la crescente quantità di merci spedite attraverso l’oceano ed il conseguente aumento del numero di navi nei nostri mari, il rischio che…


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Zhai Yongming: Il mondo ha ancora bisogno di poeti

Zhai Yongming è fra le poetesse cinesi più importanti del panorama odierno. Nel 1984, attraverso le istanze avanguardiste e femministe della raccolta Donna, lancia una sfida senza precedenti al tradizionale discorso maschile, divenendo madre della “poesia femminile” cinese, dando vita a quello spazio “tutto per sé” in cui finalmente essere ed esprimersi liberamente. Negli anni Novanta, con uno stile narrativo-teatrale, osserva sia la realtà quotidiana che la storia del passato, soprattutto dal punto di vista dell’immagine della donna. Dagli anni Duemila, scrive poesie sulla società contemporanea, dedicandosi anche all’arte con installazioni e progetti innovativi, in cui fonde poesia e altri linguaggi. Nel 1998 apre il caffè La notte bianca, importante centro artistico-culturale a Chengdu, la città dove è nata nel 1955.
Zhai Yongming ha accettato con grande disponibilità ed entusiasmo a rispondere ad alcune mie domande.

Qual è oggi in Cina la situazione generale della “poesia femminile”? E quali sono secondo lei i cambiamenti maggiori rispetto al passato?
Ho letto il testo di un’importante critica letteraria che apprezzo, in cui diceva che il lato positivo dell’occuparsi di Women’s studies è quello di avere continuamente la possibilità di scoprirsi e di riflettere sulla propria identità; il lato negativo è che in molti pensano che tu sia in grado di occuparti soltanto di questo tipo di studi. Alla fine, però, ha anche rilevato che non c’è una regola fissa e che non è detto che le scrittrici debbano occuparsi necessariamente del proprio essere donne né degli studi di genere. Le sue parole un po’ rattristano perché fin dalla nascita della “poesia femminile” a metà degli anni Ottanta, c’è sempre stato questo tipo di divisione. Riguardo alla questione genere, negli ultimi quarant’anni, non sono stati fatti molti passi in avanti, anzi, sono addirittura stati fatti degli impercettibili ma significativi passi indietro. Molte scrittrici, proprio per evitare questa etichetta maschile del “possono solo occuparsi di studi femminili” (zhi neng zuo nüxing yanjiu只能作女性研究), preferiscono nascondere, svilire, la propria identità di donne. È per questa ragione che molte autrici, oggi, rifiutano l’etichetta di “scrittura femminile” (nüxing xiezuo女性写作). Questa formulazione, dunque, subisce due tipi di discriminazione: da una parte c’è quella di un trito pensiero maschile, dall’altra quella perpetrata dalle donne stesse che mettono da parte la propria identità di genere e scendono a compromessi. Nonostante in generale, in Cina, la questione di genere sia sicuramente migliorata negli anni, la realtà è che a ogni dieci passi in avanti, ne corrispondono cinque indietro, rendendo questo cammino particolarmente impervio. Tuttavia, ciò che mi consola è che…


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Vaccini anti Covid, se il brevetto non va all’Africa…

A nurse administers an AstraZeneca vaccination against COVID-19, at a district health center giving first, second, and booster doses to eligible people, in the low-income Kibera neighborhood of Nairobi, Kenya Thursday, Jan. 20, 2022. At least 2.8 million doses of COVID-19 vaccines donated to African countries have expired, the Africa Centers for Disease Control said Thursday, citing short shelf lives as the major reason. (AP Photo/Brian Inganga)

Sono passati ormai oltre due anni dall’inizio dell’emergenza Covid, e più di uno da quando in Occidente sono stati autorizzati i primi vaccini contro il coronavirus, ma l’Africa ancora lungi dall’essere protetta perlomeno a livelli modesti dal contagio. Solo l’11% della popolazione del continente, infatti, risulta attualmente vaccinata con ciclo completo, stando ai dati dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa Cdc). Una disfatta che comporta due conseguenze gravi – la persistente vulnerabilità delle fasce più fragili dei cittadini africani rispetto al Covid e il rischio che il virus diffondendosi pressoché indisturbato generi nuove e potenzialmente più pericolose varianti – e che ha due cause principali, l’insufficienza dei programmi internazionali di vaccinazione come Covax (coordinato dall’Oms) e l’ostinazione con cui alcune potenze mondiali continuano ad impedire la sospensione temporanea dei brevetti utili a realizzare i vaccini, Unione Europea, Svizzera e Gran Bretagna in testa.

Per aggirare almeno quest’ultimo fattore che mette in pericolo l’Africa, e provare ad avvicinarsi all’obiettivo del 70% di popolazione vaccinata entro fine anno fissato dai leader dell’Unione africana, una farmaceutica sudafricana è riuscita a realizzare una “copia” del vaccino prodotto da Moderna. L’azienda si chiama Afrigen biologics e ha sede a Città del Capo. La sperimentazione, va detto, è ancora alle prime fasi. Gli scienziati hanno prodotto solamente alcuni microlitri del vaccino, partendo dai dati che Moderna ha utilizzato per realizzare il proprio antidoto.

La ricerca di Afrigen è stata portata avanti grazie anche al sostegno dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che alla fine della scorsa estate ha creato in Sudafrica un hub di trasferimento tecnologico con lo scopo di rafforzare in Africa – ma anche, più in generale, in tutti i Paesi a basso e medio reddito – la produzione di vaccini e in particolare quelli a tecnologia mRna. L’hub è un collettore che ha messo a disposizione delle realtà produttive locali le informazioni indispensabili per creare un vaccino anti Covid. È sostenuto tra gli altri dalla piattaforma Covax, e ne fanno parte centri di ricerca e aziende consorziate, tra le quali – appunto – la Afrigen.

«I vaccini di Moderna e Pfizer-Biontech sono ancora destinati principalmente alle nazioni più ricche» ha dichiarato Martin Friede, il funzionario Oms che coordina l’hub, «il nostro obiettivo è consentire ad altri Paesi di crearne di propri». Proprio l’Oms, secondo quanto ha riportato la rivista Nature, si era inizialmente rivolta alle due big del farmaco quando l’hub veniva lanciato nel giugno 2021, chiedendo un…


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