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Trump, il «capolavoro» che regala a Xi le chiavi del mondo

Donald Trump rivendica «l’arte dell’accordo», ma a forza di trattare per la foto di copertina ha dato a Xi Jinping le chiavi dell’ordine globale. L’incontro con Putin, venduto come discontinuità, ha sdoganato il Cremlino dall’angolo delle sanzioni e consegnato a Pechino un partner rivitalizzato, libero di giocare la partita anti-occidentale senza pagare il prezzo dell’isolamento. Il risultato non è una pace: è una resa.

Il «capolavoro» è tutto qui. Trump ha smontato, pezzo dopo pezzo, il perno atlantico costruito dagli Stati Uniti. Ha messo in saldo la sicurezza europea e trasformato l’Ucraina in moneta di scambio, mentre Xi e Putin incassano il dividendo: un asse che propone un nuovo ordine, meno regole condivise e più sfere d’influenza.

Il resto è propaganda. Mentre a Washington si celebra l’«accordo storico», a Mosca si brinda alla fine dell’isolamento: a Putin è bastato presentarsi per tornare interlocutore inevitabile. A Pechino, invece, si pianifica. La Cina ottiene tempo e margini: guida il sud globale, attira capitali fuori dal dollaro, fissa norme alternative per infrastrutture e tecnologie. E gli alleati europei restano senza bussola, costretti a negoziare da deboli su energia e sicurezza e tecnologia. E l’Europa paga il conto: una Nato più fragile, mercati nervosi, diritti ridotti a pedine sulla scacchiera delle concessioni.

Non è realpolitik: è miopia. Un presidente che scambia le luci del palco per politica estera ha regalato ai rivali ciò che inseguivano da anni. Chiamarlo capolavoro è corretto solo se si aggiunge l’aggettivo: fallimentare.

Buon martedì. 

 

Foto di rob walsh su Unsplash

Global Sumud flotilla salpa verso Gaza. Il messaggio di solidarietà e resistenza nei dipinti di Laika

Oltre 40mila persone hanno sfilato a Genova (il corteo è partito dalla sede di Music for Peace), per accompagnare la partenza delle prime quattro imbarcazioni della flotta italiana della Sumud Flotilla, diretta verso Gaza con aiuti e solidarietà per la popolazione stremata.

Ad accompagnare il varo dell’impresa che questa volta prevede uno sciame di piccole imbarcazioni è stata una grande manifestazione di popolo, di resistenza non violenta, come non se ne vedevano più dai tempi del G8. Ed è solo il primo passo. Altre barche sono pronte a salpare per Gaza da Barcellona, Catania, Atene. Da più angoli del Mediterraneo prende corpo una carovana silenziosa e nonviolenta: la Global Sumud Flottilla è un’azione collettiva non violenta che punta a spezzare l’assedio che è anche di silenzio intorno al genocidio che sta avvenendo a Gaza.

Il messaggio è potente e travalica le barriere linguistiche grazie alle immagini della street artist Laika, che ha dipinto sui legni delle imbarcazioni la sua opera Sumud: una donna palestinese che con il dito indica la rotta. Dietro di lei, una scia di colori – rosso, bianco, verde e nero – che ricompone la bandiera palestinese. «Questa flottiglia non avrebbe dovuto esistere, perché non avrebbe dovuto esserci un genocidio», ha dichiarato l’artista. «Ma quando la barbarie ti soffoca, non puoi restare in silenzio».

Sumud, in arabo, significa resistenza, fermezza, perseveranza. È il filo che tiene insieme generazioni di palestinesi e oggi unisce attivisti da tutta Europa. Non è una provocazione: la flottiglia è carica di aiuti umanitari, viaggerà in acque internazionali, rivendicando il diritto universale a respirare, a vivere, a curarsi.

Eppure, da Israele arrivano minacce dirette. I ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, esponenti dell’ultradestra al governo, hanno dichiarato che gli attivisti saranno trattati come “terroristi” e rinchiusi in carceri di massima sicurezza. Una scelta che criminalizza la solidarietà, che confonde deliberatamente la resistenza non violenta con l’odio armato, ribaltando ogni principio di diritto internazionale.

Alle minacce del governo israeliano, gli attivisti, pur consapevoli del rischio, rispondono con l’impegno umanitario e immagini che parlando di resistenza antifascista. Laika ha disseminato le navi dei suoi poster: Liberazione, in cui una partigiana italiana prende per mano una donna palestinese; Ni una menos; e Justice 4 Awdah, dedicato all’attivista nonviolento ucciso a Masafer Yatta da un colono israeliano. Segni di un’arte tutt’altro che decorativa e che ha il coraggio di prendere posizione.

«Israele e i suoi alleati vogliono cancellare un popolo intero», avverte Laika. «Ma questa scia di colori che lasciamo alle nostre spalle rappresenta tutti noi: una marea di umanità che non si fermerà».

L’impresa come dicevamo non è senza rischi. Cosa accadrà quando saranno intercettate dalla marina israeliana? Cosa accadrà quando ci sarà un punto di contatto? Ciò che sappiamo per certo gli attivisti di Global Sumud Flotilla viaggiano non per sfidare con la forza, ma per affermare un principio universale di giustizia. Navi che mostrano al mondo un’altra rotta possibile.

Lavoro, l’Europa resiste ma l’Italia arranca

Quando, all’inizio di ottobre, il Centro Studi di Lavoro&Welfare elaborerà, nel consueto Report semestrale, i dati sul mercato del lavoro in Europa e in Italia per il periodo aprile-settembre, ci troveremo ad analizzare una situazione, in qualche modo, inedita.
A testimoniarlo l’intervento, il sabato 23 agosto, della presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, al Forum di Jackson Hole, l’appuntamento annuale ospitato dalla Federal Reserve di Kansas City.
Cosa emerge, dunque, dalle statistiche sul mercato del lavoro europeo e con quale impatto potenziale sulla politica economica dell’Unione? E quale sarà la posizione dell’Italia in confronto al resto della Ue? Spiega Lagarde che, a livello europeo, il mercato del lavoro ha resistito bene ai recenti shock e si mantiene in una “forma inaspettatamente buona”.
La situazione si presenta, perciò, in una forma inedita in ragione di una risposta inattesa rispetto ai modelli storici che indicavano la probabilità di una crescita della disoccupazione a causa della stretta monetaria; la Bce, dopo aver tagliato i tassi di interesse in giugno ha infatti deciso, in luglio, di mantenerli invariati per frenare l’inflazione. Fatto che, normalmente, influisce negativamente sull’occupazione.
Ma il mercato del lavoro europeo, nonostante lo shock dei dazi che ha investito l’economia globale, è cresciuto a onta delle previsioni. In sostanza, in agosto, il tasso di occupazione nell’Unione Europea si attesta intorno al 75,8%, avvicinandosi all’obiettivo del 78% fissato per il 2030. Secondo i dati diffusi da Eurostat, nel 2024, hanno lavorato circa 197,6 milioni di cittadini europei tra i 20 e i 64 anni. La maggior parte dei Paesi membri è collocata in una forchetta occupazionale compresa tra il 70 e il 78%. Con performance – come per i Paesi Bassi, Malta e la Repubblica Ceca – tra le più alte, mentre per Italia, Grecia e Romania tali performance rimangono al di sotto del 70%.
Non si è realizzata, dunque, per il momento, la più grande paura relativa all’occupazione. Cioè, che l’effetto di una crisi, come il corto circuito in corso nella globalizzazione, lasci danni permanenti e che la disoccupazione, una volta che abbia preso l’avvio, non possa più essere disinnescata. Lagarde ha affermato che la tenuta del mercato del lavoro europeo è stata possibile grazie a tre fattori principali: una risposta ritardata dei salari reali i quali sono diminuiti, agendo come ammortizzatore; una riduzione volontaria delle ore lavorate, che ha in qualche modo messo d’accordo datori e lavoratori, mantenendo i posti di lavoro e, infine, un aumento dell’offerta di lavoro, trainato dalle donne, dai lavoratori anziani e, in un apporto percentuale decisivo, dagli immigrati.
Tutto ciò perché, sebbene il 9% dei lavoratori Ue sia straniero, questi ultimi hanno rappresentato metà della crescita occupazionale degli ultimi tre anni. In ogni caso, la Presidente della Bce avverte che questa situazione favorevole potrebbe non durare se non verrà gestita con accortezza. In particolare, Lagarde ha messo in evidenza il rischio di un declino della produttività come possibile costo di questa tenuta. Ha anche richiamato l’attenzione sulla necessità di adottare delle politiche economiche di crisi “originali”, dovunque porti questa esortazione, diverse da quelle storiche, e ha invitato i decisori politici ed economici a concentrarsi sull’importanza di capire le dinamiche attuali per affrontare i futuri shock economici. Ci attende, dunque, un autunno strano. I presupposti del quale sono difficili da interpretare.
Ancora una volta, e più che mai, sarebbe centrale che governo, forze politiche e parti sociali si concentrassero su un dialogo sociale aperto e fattivo. Perché, come già ci spiegano i numeri di Eurostat, l’Italia si muove nella porzione più debole della crescita dell’occupazione, di bassa qualità e insufficiente retribuzione. E, inoltre, le previsioni della crescita economica europea nella seconda parte dell’anno non vanno per il verso giusto a seguito dello svantaggioso (per noi) accordo (possiamo dirlo?) sottoscritto con gli Stati Uniti sui dazi.
L’autore: Cesare Damiano, già sindacalista e parlamentare in tre legislature, è stato ministro del Lavoro ed è presidente dell’associazione Lavoro & Welfare

Alberto Trentini ancora là. E noi?

Da 290 giorni Alberto Trentini, 46 anni, cooperante veneziano, è in cella a El Rodeo, Caracas, senza accuse e senza visite. Fu fermato il 15 novembre mentre viaggiava verso Guasdualito; da allora due sole telefonate. Un ex compagno di cella svizzero racconta di 45 minuti d’aria tre volte la settimana; intanto due italo-argentini sono stati liberati il 10 agosto e una decina di americani sono rientrati in patria. La sua storia, con nomi e date, l’ha ricostruita Carlo Verdelli sul Corriere il 30 agosto 2025. 

Il punto è politico: dopo la rielezione di Nicolás Maduro a luglio oltre 60 stranieri sono merce di scambio; Trentini è l’unico italiano «puro». L’Italia si è mossa forse male e sicuramente tardi: ad aprile la telefonata di Giorgia Meloni alla madre; a fine luglio l’inviato speciale Luigi Maria Vignali con la sua missione a vuoto a Caracas. Antonio Tajani dice che «ci sono altri prigionieri» come se fosse un alibi possibile. Serve diplomazia ora, non proclami: con Erdogan, Al-Sisi e Putin i canali non sono mai mancati. La credibilità politica si misura con i risultati, mica con con la narrazione dell’impegno. 

Trentini lavorava per «Humanity & Inclusion», Nobel per la pace 1997; portava protesi e acqua nelle periferie. La sua avvocata è Alessandra Ballerini, la stessa che da nove anni chiede giustizia per Giulio Regeni. Al Lido la madre di Alberto ha chiesto: «Cosa penserà mio figlio del suo Paese?». Oggi la risposta è amara. Governo e opposizioni hanno lasciato scivolare il caso in fondo all’agenda. A Roma servirebbero astuzia e tenacia: missione preparata, mediatori terzi, un’offerta concreta. Finché Alberto non torna il risultato minimo non è raggiunto. 

Buon lunedì.

Immagine dalla pagina Facebook “Alberto Trentini libero”

Stop al genocidio a Gaza: la Mostra del Cinema diventa palcoscenico di protesta

La mobilitazione di oggi a Venezia per chiedere lo stop al genocidio in Palestina perpetrato da Israele e denunciare la complicità dei governi occidentali è stata un grande successo (diecimila partecipanti secondo gli organizzatori, cinquemila secondo la Questura).

Il corteo è partito da Santa Maria Elisabetta (Lido di Venezia) e poi si è diretto verso la Mostra del Cinema. Una scelta simbolica e politica per rompere il silenzio e puntare i riflettori della Mostra del Cinema sulla Palestina.
Centinaia di realtà, gruppi e associazioni hanno aderito alla manifestazione a cui si sono aggiunte centinaia le firme di personalità del mondo del cinema, che anche da dentro la Mostra si stanno mobilitando.

A Gaza sono in corso bombardamenti su ospedali, scuole, campi profughi; la popolazione civile viene privata di cibo e acqua; giornalisti e medici vengono uccisi; le navi umanitarie come la Freedom Flotilla (che ha appena ripreso il viaggio) nei mesi scorsi sono state sequestrate. Nel frattempo in Cisgiordania, l’apartheid e le violenze dei coloni armati continuano senza sosta. L’occupazione permanente di Gaza da parte del governo israeliano segna un’escalation che ha superato ogni limite di umanità e di diritto internazionale.
L’Italia e l’Europa, con le forniture di armi, gli accordi economici e la copertura diplomatica, sono complici di questa barbarie. È il momento di fermare il massacro:  stop al genocidio, stop alla vendita di armi, stop alla complicità occidentale.

La mobilitazione ha rappresentato una presa di posizione forte e non più negoziabile, affinché la Mostra del Cinema di Venezia non resti un evento isolato dalla realtà, ma sia spazio di denuncia del genocidio che Israele sta compiendo, della complicità dei governi occidentali e fornisca un supporto concreto al popolo palestinese.

 

 

Di seguito l’appello della manifestazione firmato da centinaia di realtà

Il genocidio è sotto gli occhi di tutte e tutti. L’esercito israeliano a  Gaza massacra la popolazione civile palestinese, prendendo di mira ospedali, campi profughi, punti di distribuzione del cibo e dell’acqua, scuole, università, chiese e moschee. 

La negazione degli aiuti umanitari, dell’acqua e del cibo sono una strategia del genocidio, portata avanti con la complicità degli Usa. e dei governi europei, compreso il nostro che continua a sostenere Israele economicamente, politicamente e diplomaticamente, continuando a fornire armi e mantenendo gli accordi commerciali. 

Inoltre con il perseguimento del sistema di apartheid e pulizia etnica portata avanti dall’esercito israeliano e dai coloni armati nella Cisgiordania occupata, l’uccisione programmata di giornalisti e medici, il sequestro di navi come la Freedom Flotilla, ed ora l’annuncio ufficiale dell’occupazione di Gaza fatto da Netanyahu, l’escalation di violenza sembra non avere fine. Israele sta annientando Gaza e la Palestina: ogni limite è stato superato. Le atrocità vanno fermate!

Nel momento in cui gli occhi del mondo saranno puntati su Venezia e la Mostra del Cinema, abbiamo il dovere di far sentire la voce di tutte le persone che si indignano e si ribellano: puntiamo allora i riflettori della Mostra sulla Palestina.

Non vogliamo più sentirci impotenti, Israele va fermato!

 

 

Visionaria 2025: A Garbatella il festival che diserta le narrazioni dominanti

La Villetta Lab, alla Garbatella, Roma

Dal 2 settembre prende il via l’ottava edizione di Visionaria, alla Villetta Social Lab di Garbatella, il cuore democratico e antifascista di Roma. Un appuntamento nato nel 2018 e che, anno dopo anno, è diventato molto più di una rassegna: un intreccio di dibattiti politici e culturali, cinema, musica, socialità. È lo spazio in cui le persone si incontrano non solo per assistere, ma per resistere e costruire insieme un altro presente.

Il titolo scelto quest’anno, “Disertiamo: spezzare la narrazione dominante, abitare un altro presente”, dice molto. In un tempo attraversato da guerre, disuguaglianze, derive autoritarie e un linguaggio pubblico sempre più intriso di paura, Visionaria diventa un atto di resistenza culturale. Non un semplice evento, ma un gesto politico, collettivo, che restituisce voce a chi è sistematicamente escluso dalle narrazioni ufficiali.

Viviamo un passaggio storico che ci interroga profondamente. Mentre le destre si rafforzano, anche in Italia, seminando ordine al posto della giustizia e confini al posto dei diritti, la sinistra è chiamata a uno scatto di coraggio. Non possiamo limitarci a gestire l’esistente: dobbiamo osare, immaginare, disobbedire. La politica, se vuole essere credibile, deve tornare a farsi visione e pratica di trasformazione.

In questo quadro, momenti come Visionaria non sono marginali, ma decisivi. Perché dai quartieri e dalle città può nascere una nuova forza popolare, capace di contrastare l’egemonia della paura e di ridare sostanza a parole svuotate dall’uso strumentale. Pace, diritti, accoglienza, giustizia sociale: non come slogan, ma come pratiche quotidiane di comunità.

Per sei giorni, alla Villetta, troverete dibattiti con intellettuali e attivisti, spettacoli musicali e teatrali, momenti di convivialità. Tra gli ospiti ci saranno artisti, giornalisti, esponenti della società civile e amministratori locali. Tutti uniti dalla volontà di costruire l’alternativa.

Visionaria è femminile, plurale, disobbediente. È memoria antifascista che diventa futuro. È un festival che danza e accoglie, che fa delle parole un atto di lotta e di bellezza.

L’invito è semplice e diretto: venite, partecipate, portate con voi le vostre domande, le vostre storie, la vostra voglia di cambiare. Perché non c’è trasformazione senza corpi e senza presenze.

Vi aspettiamo a Garbatella. Non per assistere. Ma per esserci e iniziare a camminare insieme.

VISIONARIA 2025 Tantissimi gli ospiti della kermesse che di tiene alla Villetta Lab a Roma dal 2 al 7 sembre a cominciare dal sindaco Gualtieri, l’assessore Smeriglio e il presidente del Municipio Ciaccheri, il consigliere Marotta e poi Luciana Castellina i politici Walter Tocci, Francesca Ghirra, Loredana De Petris, i sindaci Zedda, Lepore, Ferdinandi e Coletta, i giornalisti Marco Damilano, Alessandra Sardoni, Daniela Preziosi, Simona Maggiorelli e Laura Cimino. E ancora: Francesca Nardi di Gaza Freestyle, Karim Thib – Movimento Studenti Palestinesi,Wesam Ahmad – Al-Haq in collegamento da Ramallah, lo scrittore Sandro Bonvissuto, le insegnanti Eleonora Minelli e Assunta Amendola autrici del libro di Left sulla scuola Lotta di classe ( il 3 settembre alle 19).

Qui il programma completo: www.visionaria-urban-fest.it

Gli amici di Putin sono sempre gli stessi

C’è un filo che torna e s’annoda dove la politica finge di non vedere. Il Consiglio dei ministri del 28 agosto 2025 ha nominato Stefano Beltrame ambasciatore a Mosca, crocevia simbolico e reale della nostra postura estera. È più di una promozione: un segnale. A Vladimir Putin, con cui dovrà «gestire i rapporti», e a Matteo Salvini, di cui Beltrame è stato consigliere diplomatico nel governo Conte I e compagno di itinerari russi. Secondo le ricostruzioni, fu tra gli organizzatori della missione a Mosca del 2018 attorno all’hotel Metropol. Spezzoni di biografia diventano linea di governo. 

Il ministro Tajani rivendica la decisione come ordinaria amministrazione mentre a Roma si riorganizza la Farnesina: Cecilia Piccioni trasloca alla Direzione generale per gli Affari politici, Beltrame s’insedia a Mosca. La Lega esulta, Luca Zaia saluta «una garanzia», Giorgetti non smentisce il pressing. Palazzo Chigi manda un messaggio: nessuno strappo, si torna alla realpolitik che chiude gli occhi sulle guerre quando conviene alla coalizione e alle convenienze di partito. In sintonia con la nuova Casa Bianca di Trump.

In un Paese serio, una scelta così si spiega in Parlamento, con trasparenza su dossier, criteri e indirizzi. Qui si procede di tacito accordo, come se il passato non esistesse e come se la Russia fosse un capitolo neutro. È l’ennesimo pezzo di politica estera piegato agli equilibri interni: una cartolina inviata a Mosca e alla sede della Lega. Il resto è scena. E il conto, come sempre, lo paga la credibilità dell’Italia.

Buon venerdì. 

 

Foto Gov

Argentina: la tangentopoli che può far cadere il governo Milei

Nel pieno della campagna elettorale per le elezioni parlamentari di ottobre, tiene banco da giorni, in Argentina, lo scandalo di corruzione che coinvolge Karina Milei, sorella del presidente Javier Milei, nonché segretaria generale della presidenza.
Stando alle registrazioni audio, rese pubbliche dalla stampa argentina, di Diego Spagnuolo, amico ed ex avvocato di Javier Milei, dirigente dell’Agenzia nazionale per le persone con disabilità (Andis), il presidente era a conoscenza dello schema corruttivo che toccava esponenti di primo piano del suo governo, incluso la sorella.
«Gli ho detto: Javier, tu sai che stanno rubando, che tua sorella sta rubando», è la frase contenuta in uno degli audio in cui Spagnuolo rivela l’intero funzionamento dello schema delle tangenti che le case farmaceutiche dovevano versare (pari all’8% degli incassi) per ottenere dei contratti dallo Stato.
A detta del dirigente, a Karina Milei, soprannominata dal fratello presidente “il mio capo”, era assegnato tra il 3% e il 4% degli incassi.
Spagnuolo non è uno qualunque, ma uno dei primi ad aderire al progetto politico ultraliberale “La Libertad Avanza”.
Da quando Milei è diventato presidente, Spagnuolo veniva considerato uno dei suoi uomini di massima fiducia. Da avvocato, intentò la causa ai giornalisti Fabián Doman, Martín Candalaft, Paulo Vilouta e Débora Plager per un milione di pesos ciascuno, dopo che questi avevano fatto un parallelo tra il nazismo e certe dichiarazioni di Milei, come per esempio: «Siamo esteticamente e moralmente superiori, sinistroidi di merda».
Dopo aver difeso gratuitamente il futuro presidente dell’Argentina, nel corso della campagna elettorale, rimasero grandi amici, fino allo scoppio dello scandalo, meno di una settimana fa, quando fu accompagnato alla porta, senza troppe cerimonie.
La denuncia alla magistratura è stata presentata dall’avvocato dell’ex presidente Cristina Kirchner, Gregorio Dalbón, venerdì scorso, dopo la diffusione di parte delle registrazioni audio.
Oltre al presidente Milei, la sorella, e lo stesso Diego Spagnuolo, sono stati denunciati il funzionario Eduardo “Lule” Menem, nipote dell’ex presidente Carlos Menem, nonché cugino dell’attuale presidente della Camera dei deputati, Martím Menem, ed Eduardo Kovalivker, azionista di maggioranza della Suizo Argentina S.A, un colosso farmaceutico fondato nel 1923.
Restato in silenzio, Milei ha fatto sapere dal suo portavoce che l’Andis sarebbe stata sottoposta a dei controlli, e che avrebbe nominato revisori contabili. Nessuna parola sul ruolo di prim’ordine svolto dalla sorella, principale beneficiaria della trama corrotta.
Nella denuncia, emerge un «sistema di riscossione e pagamento di tangenti relative all’acquisto e alla fornitura di medicinali, con diretta incidenza sui fondi pubblici». I reati contestati sarebbero «corruzione, amministrazione fraudolenta, negoziazioni incompatibili con l’esercizio di funzioni pubbliche e violazione della legge sull’etica pubblica».
Prima di diventare presidente, Javir Milei raccontava alla stampa che a tenergli i conti era proprio la sorella Karina che svolge, in Argentina, una funzione simile alla first lady, accompagnandolo nei viaggi e apparizioni pubbliche: ruolo che ha continuato ad esercitare nonostante lo scandalo in corso. Lunedì 25 agosto, all’inaugurazione del nuovo edificio della Corporación América, una holding con investimenti nel settore aeroportuale, energetico, agricolo e vitivinicolo – nella quale Javier Milei ha lavorato per 15 anni – Karina c’era ancora.
Nel corso delle perquisizioni, ordinate dal giudice Sebastián Casanello, venerdì 22 agosto, Diego Spagnuolo si è rifugiato a casa di un parente.
Dopo aver provato a sfuggire alla polizia con il suo veicolo, è stato bloccato e gli è stato sequestrato il telefono. Nei messaggi audio diffusi dalla stampa, Diego Spagnuolo afferma di avere messaggi telefonici che incriminano la sorella del presidente, e di averli conservati, nel caso in cui cerchino di attribuirgli l’intera responsabilità della faccenda.
Le prime perquisizioni sono state effettuate nella sede dell’agenzia che dirigeva, poi presso la sede della Suizo Argentino S.A., il principale fornitore di medicinali dell’Agenzia nazionale per la disabilità. Gli agenti hanno sequestrato dei computer, e portato via la documentazione relativa ad acquisti e gare d’appalto per farmaci.
All’imprenditore Emmanuel Kovalivker, uno dei proprietari della Suizo Argentina, sono stati sequestrati 266mila dollari, e alcuni dispositivi elettronici, mentre provava a scappare con la sua auto, munito del passaporto; l’altro proprietario dell’azienda, suo fratello Jonathan Kovalivker, è riuscito a fuggire. Prima, però, ha svuotato due delle casseforti di casa sua, lasciando alle spalle una terza, contenente la cifra di 50mila dollari.
Gli agenti hanno perquisito anche la casa di Daniel María Garbellini.
Beniamino dell’ex presidente conservatore Mauricio Macri, Garbellini era stato nominato responsabile degli affari sociali della Corporación Buenos Aires Sur, un’organizzazione nata per promuovere lo sviluppo della zona sud di Buenos Aires, quando Macri faceva il sindaco della capitale, nel 2007.
Dopo diversi incarichi di prestigio, nella pubblica amministrazione dei governi di destra, Garbellini faceva il direttore dell’Accesso ai servizi sanitari dell’Andis. Ora risulta rimosso dall’incarico, assieme a Diego Spagnuolo che, negli audio, gli dà del «delinquente».
L’unico membro del governo che si è espresso a riguardo è stato il presidente della Camera, Martín Menem, a sostegno del proprio cugino, implicato nello scandalo. «Non posso garantire l’autenticità o meno delle registrazioni audio» ha detto, aggiungendo però di poter mettere «le mani sul fuoco per Eduardo ‘Lule’ Menem e Karina Milei».
Lo scandalo si inserisce in un contesto in cui il governo Milei ha attuato drastici tagli alle misure di sostegno per i disabili, con oltre 300 licenziamenti in settori sensibili, ritardi nei pagamenti ai fornitori, e minacce di privatizzare la sanità pubblica.
La cornice ideologica è quella in cui le persone con disabilità rappresentano un «peso sociale». Tant’è che sono state pesantemente offese dal governo Milei, in più occasioni, forse la più grave all’inizio dell’anno, con la risoluzione 187/2025, redatta proprio dall’Andis diretta da Spagnuolo.
L’agenzia che avrebbe il compito di difendere i diritti delle persone con disabilità ha modificato la classificazione della disabilità intellettiva da “lieve, moderata, grave o profonda” alle categorie di “idiota”, ‘imbecille’ e “debole mentale profondo, moderato o lieve”, provocando ondate di protesta da diverse organizzazioni della società civile.
In questo secondo anno di mandato, Milei e il suo partito hanno perso importanti votazioni al Congresso, che ha revocato i tagli alla spesa pubblica e annullato molti decreti presidenziali che danneggiavano i più deboli.
Nei frammenti audio divulgati il 25 agosto dal giornalista Jorge Rial, per Radio 10, l’ex dirigente Spagnuolo rivela che la Ministra del “Capital Humano” di Milei, Sandra Viviana Pettovello, e l’ex ministra degli Esteri Diana Mondino erano, anche loro, a conoscenza delle tangenti erogate alla sorella del presidente.
L’incapacità di Javier Milei di difendersi dall’accusa di corruzione, che rischia di travolgere l’intero governo, si riflette direttamente sulla base, colpita da un forte imbarazzo: alla motosega simbolica, come allegoria per i drastici tagli alla spesa, promessi dal suo governo, sono subentrati i soldi veri, sequestrati a imprenditori che provano a fuggire, perquisizioni in abitazioni private e aziende, esponenti di primo piano del suo governo che fuggono dalla stampa, nonché registrazioni audio che continuano ad emergere, trascinando un po’ tutti.
Da giorni, i militanti del partito di Milei (La liberdad avanza), chiamati libertarios, lasciano vuote le postazioni dove possono fare campagna elettorale per i loro candidati alle legislative del 26 ottobre, in cui saranno assegnati 127 dei 257 seggi della Camera, e 24 dei 72 del Senato: molti non reggono le prese in giro via social, lo svuotamento delle chat su WhatsApp, e la rabbia dei comuni cittadini che si avvicinano non più per chiedere informazioni, su candidati o proposte, ma per lasciare qualche monetina da consegnare alla sorella e agli amici del presidente.

In foto WP, Javier Milei assieme alla vicepresidente Victoria Villarruel

L’autrice: L’avvocata per i diritti umani Claudiléia Lemes Dias è scrittrice e saggista. Tra i suoi libri Le catene del Brasile (L’Asino d’oro ed.) e il nuovo Morfologia delle passioni (Giovane Holden ed.)

Allergica alle domande, affamata di palchi

C’è un tratto costante nell’ultima stagione di Giorgia Meloni: trasformare ogni palco in un contro-Parlamento. Al Meeting di Rimini ha ripetuto il canovaccio: santini e poeti, promesse per «famiglie» e scuole private, poi l’affondo contro giudici e migranti. «Le toghe non ci fermeranno», «non c’è giudice, politico o burocrate» che le impedirà di imporre il suo schema securitario. La fiera devota diventa tribunale itinerante: la premier accusa, decide, assolve se stessa. 

Il dettaglio politico, più che estetico, è la gestione della parola pubblica. Meloni è fieramente allergica alle domande: lo ha detto a Trump con un orgoglio che suona programma, e a Rimini l’hanno blindata perfino dai cronisti. Niente conferenze stampa, pochi spigoli imprevisti, molto palco amico per «fare opposizione all’opposizione». E Comunione e Liberazione applaude, fedele alla sua antica inclinazione a carezzare il potere, qualsiasi volto indossi.

Nel merito, la sostanza sta nei bersagli. La riforma della giustizia è proclamata come liberazione dalle «correnti», ma si addita una «minoranza di giudici politicizzati» come nemico politico. Sull’immigrazione si rivendicano i campi in Albania e la guerra alle Ong; sul welfare si invoca la «libertà educativa» con più fondi alle private; sui salari, silenzio. È una pedagogia del consenso che alimenta tifoserie e non risposte. Gli applausi di Rimini dicono molto di lei, ma soprattutto di chi preferisce il quieto zelo all’utile contraddizione. 

Buon giovedì. 

 

Foto Gov

Lo scandalo delle donne che pensano

Ho iniziato a scrivere questo libro nei giorni abissali in cui è morta l’illusione che ha accompagnato il nome dell’Europa. Sono i giorni in cui le stolte guerre in corso hanno tolto ogni dubbio sulla “sconfitta dell’Occidente”, di cui è certo, tra gli altri, Emmanuel Todd. Sono riconosciute le sue capacità di analisi di quei livelli della realtà in cui operano gli schemi e gli stereotipi di genere maschile. Cosa dire, allora, della convinzione di lunga data delle donne pensanti, una convinzione ose rei dire millenaria? Molte di noi osservano con trepidazione la cattiva strada imboccata definitivamente dall’Europa a partire dalla sconfitta di Platone per mano di Aristotele, che ha delegittimato la filosofia erotica del suo maestro. La sconfitta è stata poi consolidata da Cartesio, e assunta a livelli insuperabili da Hegel… Non ci voleva molta intelligenza a comprendere gli errori logici ed etici del sentenzioso Aristotele, secondo cui la schiavitù è naturale e l’utero delle donne in fondo si può considerare una pentola di coccio. Ma queste e altre prodezze filosofiche non sono state discusse, all’epoca, se non da Assiotea di Fliunte, e hanno continuato a nutrire la filosofia e la cultura europee, poi divenute “occidentali”, fino ai nostri giorni, nei quali perdurano dominando l’apocalisse del presente. Quell’intelligenza (intus legere) è mancata e continua a mancare perfino in molti intellettuali contemporanei, che sono invitati a occupare la scena pubblica senza capire che è proprio la loro forma mentis dicotomica e misogina a portare alla fine la bella promessa che l’Europa aveva fatto al mondo… Eppure, queste radici, fin dall’inizio custodite dalle donne, furono ben presto obliterate e dilaniate esemplarmente con il femminicidio di Ipazia, la sincretica direttrice della Biblioteca di Alessandria, la cui morte fu accolta con tripudio proprio dal vescovo Cirillo, cristianissimo.

Noi donne lo abbiamo sempre intuito, ma oggi, oso sperare, l’umanità intera potrebbe finalmente comprendere ciò che Alda Merini voleva suggerire nel gremitissimo Teatro Bibiena, durante Festivaletteratura a Mantova. Un interlocutore adorante le domandò cosa pensasse davvero degli uomini. Dopo una breve pausa, Merini rispose: «Si sa che gli uomini non pensano». Una frase oscena, per il pubblico presente, ma decisiva per noi oggi, se si vuole osservare con vera trepidazione il punto cruciale in cui la parte maschile dominante ha condotto senza ravvedimenti il mondo di tutti e di tutte. Alda Merini, a suo modo, ha detto la verità: si può dire, in coscienza, che sia un pensare veramente quello che ha prodotto la forma mentis dicotomica, e perciò stesso escludente, imposta dalla filosofia alla civiltà europea, nonostante le obiezioni radicali femminili? In coscienza, se ha ancora valore questo lemma, dobbiamo dire di no!

La forma dicotomica della filosofia idealista europea può essere considerata come una filosofia astratta, avulsa dalla realtà e perfino offensiva nei confronti della vita quotidiana, dove uomini, donne e bambini cadono sotto le morali pubbliche dominanti e le bombe conseguenti. Svegliatevi!, viene da scrivere. Le donne pensanti sperano nel risveglio generale da molto, troppo tempo, e lo fanno – lo facciamo – fuori dal la scena illuminata dai fari del mainstream di ogni epoca, ed è per questo che il pensare veramente delle donne rimane osceno, respinto, inascoltato, e a volte beffeggiato. Ma non importa, perché con questo libro non intendo affatto incoraggiare rotture, ma tagli simbolici, svolte radicali, sì. Perché con questo libro voglio dire che si può diventare intelligenti, come lo sono state a costo della vita alcune donne abitate da amore filosofico proposte in queste pagine. È inutile continuare a interrogare un muro con la domanda “quale bellezza salverà il mondo?”, oppure lamentare “l’assenza di verità e amore”, perché le donne custodiscono da sempre sia la sapienza d’amore, sia il segreto della gentilezza e della bellezza di cui si può essere capaci nella condizione umana. Inascoltate dagli intellettuali vanitosi e dalla politica istituzionale che lancia bombe e minaccia perfino di sganciare quella bomba definitiva di cui non posso e non voglio nemmeno pronunciare il nome.

Con questo libro, inizio un cammino orientata da princìpi incontrovertibili e non ancora esplicitati completamente nel nostro tempo. Qui mostro soprattutto vicissitudini di pensatrici che sono state considerate oscene per le loro considerazioni filosofiche in controtempo. Vorrei così incoraggiare un taglio alla ripetizione storica: inviterei così a svegliarsi per intercettare, nel presente, le donne-intellettuali, forse le uniche figure che Gramsci avrebbe considerato “organiche”. Senza ombra di perplessità, non solo da parte mia, quelle delle donne pensanti sono le uniche istanze rivoluzionarie e incorruttibili rimaste nel mondo, condivise con le compagne di strada assieme alle quali avanziamo coraggiosamente nel tempo.

Non è rimasto altro orizzonte di senso affidabile nella “sconfitta dell’Occidente”. Non c’è altro orientamento che i giovani uomini e le giovani donne possano seguire, ed è per questo che riempiono le sale europee quando si parla di Carla Lonzi: filosofa femminista radicale, a cui Pasolini negò l’alleanza che lei gli aveva chiesto con insistenza; pensatrice che disse a Pietro Consagra «vai pure»; colei che volle mostrare come si possa «alzare i rapporti umani allo stato d’amore». La misoginia, conscia o inconscia, non ha mai risparmiato gli intellettuali, neanche quelli con siderati più democratici e illuminanti. Tanto che anche oggi David Bidussa si trova a scrivere che non servono più “intellettuali infedeli, ma intellettuali radicali. Ne propongo cinque: Susan Sontag, Edward Said, Tony Judt, Zygmunt Bauman, Tzvetan Todorov. Nessuno di loro è in vita e la loro riflessione per i temi e le domande è sul tavolo, a disposizione di chi voglia con tinuare e rinnovare quel percorso. Chi sta raccogliendo quell’eredità? C’è un futuro per gli intellettuali? C’è qualcosa che non sia solo brontolare o essere accigliati? Ovvero che non si limiti ad essere postura o ad alzare la voce? Chi oggi pone domande scomode e ineludibili al senso comune chiedendo risposte adeguate?”

Alle ultime tre domande rispondo: sì, ci sono filosofe – alcune fanno filosofia per mestiere, altre la praticano nella vita, nelle lotte, nelle parole – ma tutte sono, in fondo, intellettuali radicali. Al momento, ci siamo noi. Come sempre.

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L’appuntamento: Esce il 27 agosto per Edizioni Tlon Pensiero osceno. Lo scandalo delle donne che pensano di Annarosa Buttarelli. Il libro – un viaggio attraverso le vite e le idee di grandi pensatrici  da Elisabetta del Palatinato a Olympe de Gouges fino a Hannah Arendt. Dopo l’anteprima al Festivaletteratura di Mantova il 12 settembre alle 19,30 viene presentato al festival Con-vivere a Carrara

 

 

In apertura Domenichino Sibilla, particolare wcommons