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Siria, l’illusione di una svolta

Dall’ascesa al potere di Al-Jūlānī, la Siria viene spesso raccontata come all’inizio di una rivoluzione copernicana. La verità purtroppo è ben diversa, con più di settemila vittime di scontri armati tra dicembre 2024 e oggi e il 90% della popolazione che vive in stato di povertà. In questo contesto, Paesi come la Giordania spingono per il rientro dei rifugiati nel Paese devastato da dieci anni di conflitto. Si fa spazio per il ricollocamento coatto dei gazawi?

Il doppio fronte aperto da Tel Aviv in Medio Oriente (che intanto avanza in Siria conquistando territori) rischia di oscurare una delle più lunghe e gravi crisi umanitarie della regione nonché quella che allo stato attuale continua a coinvolgere il più alto numero di rifugiati. In Siria, nonostante i venti occidentali favorevoli con cui è stato accolto Aḥmad Ḥusayn al-Shara, noto soprattutto nel mondo arabo con il nome di battaglia dei tempi della decennale militanza nelle file dell’Isis ‘Al-Jūlānī’, a sei mesi dalla sua ascesa al potere la situazione resta disastrosa.

Secondo i dati della Banca mondiale, più del 90% della popolazione del Paese levantino vive al di sotto della soglia della povertà, la disponibilità elettrica civile è di poche ore al giorno in tutto il territorio con il 70% degli impianti di produzione distrutti e la maggior fonte di esportazione resta il traffico illecito di captagon, una metamfetamina a basso costo.

Non solo. Con un noto approccio poco incline al rispetto del diritto internazionale, dallo scorso dicembre l’esercito israeliano ha mantenuto l’occupazione “in posizione difensiva” di buona parte dei territori del sud tra le alture del Golan, arrivando fino a una ventina di chilometri da Damasco, e secondo l’Osservatorio siriano per i diritti Umani (Sohr) dall’inizio dell’anno sono più di quaranta i raid aerei “preventivi” di Tel Aviv sui territori siriani, soprattutto nei pressi della capitale, Hama e Homs.

Dove non arriva la difesa aggressiva di Israele, ci pensa l’esigenza di assestamento del nuovo potere a promuovere un clima di instabilità e terrore, reprimendo con la forza qualsiasi accenno di dissenso e sostegno al predecessore Bashar Al-Assad. Ancora secondo il Sohr, tra l’8 dicembre 2024 e il 6 giugno 2025, più di settemila persone hanno perso la vita in Siria a causa degli scontri armati. Questo quadro apocalittico non sembra però intenerire i Paesi arabi circostanti che hanno avviato una politica di rimpatri più o meno forzati dei siriani rifugiati nei loro territori dal 2012 ad oggi.

Tra i Paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati e rifugiate siriane c’è la Giordania, che pur non avendo firmato la Convenzione sullo Status di rifugiato del 1951 ha garantito una accoglienza pressoché totale della popolazione confinante almeno fino al 2019. Al momento il Paese conta circa un milione e duecentomila rifugiati siriani, tra i campi di accoglienza e le periferie delle maggiori città, soprattutto al centro e nord, come nei governorati di Mafraq e Irbid.

Con il cambio di regime, dall’inizio dell’anno l’approccio della corona hashemita rispetto alla crisi siriana è cambiato drasticamente. I requisiti per l’accesso al lavoro formale si sono fatti stringenti e il costo per la regolarizzazione dei lavoratori siriani è stato equiparato a quello degli expat occidentali, arrivando a toccare l’ammontare esorbitante di poco più di duemila dollari l’anno. In parallelo, con un’azione passata pressoché inosservata e dalla portata umanitaria devastante, il governo di Amman ha decretato la chiusura dell’Emirate Jordanian Refugee Camp di Mrajeeb Al Fhood, tra le pianure aride del governatorato di Zarqa.

Ai più di diecimila rifugiati residenti, tra cui bambini nati all’interno del campo e persone accolte da più di dieci anni, è stato intimato di decidere nell’arco di 48 ore se essere rimpatriate in Siria o ricollocate nel campo di Azraq, nel deserto ovest del Paese, un insediamento di bungalow prefabbricati in plastica gestito dalle Nazioni unite che ospita già 35mila persone rifugiate e, secondo fonti interne al mondo umanitario, a stento ne può accogliere un altro migliaio. La chiusura definitiva del campo è prevista per la fine di giugno. Ad oggi, meno del 15% dei residenti ha optato per il ricollocamento ad Azraq, mentre la stragrande maggioranza ha scelto di beneficiare dei servizi di logistica messi a disposizione dalle Nazioni Unite per il rientro nella terra di origine.

Nonostante la pressione su più fronti, secondo i dati aggiornati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), da dicembre 2024 poco meno di 70mila siriani sono rientrati nel proprio paese, circa il 6% della popolazione rifugiata totale presente in Giordania. Di questi, più della metà hanno riportato ai delegati Unhcr che la scelta di rientrare è stata pesantemente condizionata dalle difficoltà crescenti legate al loro status di rifugiati in un paese non più accogliente come in precedenza.

Il drastico cambio di politica a livello nazionale è stato sicuramente influenzato dal taglio dei fondi statunitensi al settore umanitario che a livello globale costituivano circa il 25% del budget gestito dalle Nazioni Unite per progetti di risposta alle crisi in tutto il mondo. In particolare, la Giordania dipendeva in maniera profonda dai fondi dell’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti (Usaaid), destinati non solo al settore umanitario ma anche alla cooperazione e a settori strategici di sviluppo del Paese come salute ed educazione. Un dato indicativo è rappresentato dalla perdita di circa 35mila posti di lavoro nel solo Paese arabo come conseguenza diretta del taglio dei fondi da gennaio 2025 ad oggi.

In parallelo, fonti più vicine alla diaspora palestinese, come il Fronte di Azione Islamico, vedono in questa inversione di rotta del governo giordano un fare spazio a una potenziale accoglienza della popolazione gazawi secondo il surreale piano di ‘ristrutturazione’ della Striscia annunciato da Trump. Nonostante la negazione netta del re Abdallah II in varie conferenze, non ultima durante il summit dei leader arabi di febbraio a Riyadh, le pressioni statunitensi e l’intensificarsi del fuoco israeliano sulla popolazione palestinese allo stremo potrebbero spingere il leader giordano a fare inversione di rotta. Su questa scelta pendono le ferite ancora aperte del settembre nero del 1970 e la guerra interna tra l’esercito giordano e il Fronte di Liberazione Palestinese. Una deportazione di massa dei palestinesi infatti potrebbe riaccendere i focolai di rivolta interna mai sopiti da parte della minoranza di origine palestinese nel Paese che ammonta a circa il 30% della popolazione, in un periodo in cui il malcontento per il laissez-faire della corona rispetto all’imperialismo israeliano cresce di giorno in giorno.

In un quadro già profondamente instabile in tutta la regione, le condizioni della popolazione rifugiata siriana e della stessa Damasco sembrano giocare un ruolo chiave. La caduta del dittatore Bashar Al-Assad, principale nemico di Tel Aviv all’interno della Lega Araba, ha sicuramente spianato la strada all’attacco sull’Iran e la posizione filo-occidentale di Al-Jūlānī sembra ispirare una maggiore fiducia nel programma militare israeliano. I prossimi giorni saranno decisivi per capire il reale ruolo di quella che fu, insieme all’Egitto, la principale potenza militare araba nello scacchiere internazionale.

Come al solito, al centro dei due e più fuochi, milioni di famiglie rifugiate cercano con poca speranza un presente di stabilità che pare sfuggire costantemente da sotto i piedi. La chiusura dell’ennesimo campo profughi e le pressioni internazionali per il rientro forzato all’interno di un Paese che non esiste più sono l’ennesimo emblema di una comunità globale incapace di difendere chi subisce le ferite più violente di una storia non scelta.

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L’autore: Guglielmo Rapino è un cooperante, attivista per i diritti umani e organizzatore di eventi culturali. E’ l’ideatore del Festival delle cose belle che torna dal 27 al 31 agosto torna a Pietralunga (Pg). Giunto alla sua sesta edizione è curato da  Rapino insieme al collettivo della “Tribù”nella cornice naturale della Valle dell’Om, bioagriturismo immerso nell’Appennino umbro-marchigiano.Concerti, workshop, performance, laboratori sociali, proiezioni e spettacoli per una comunità che cresce di anno in anno. Indipendente e autofinanziato, il festival vive soprattutto grazie al passaparola e alla partecipazione di chi sceglie di farne parte.
Programma completo e iscrizioni: festivaldellecosebelle.it

In foto, un’immagine di Aleppo ai tempi della guerra civile
Foto di Mahmoud Sulaiman su Unsplash

Proiettili sull’Ocean Viking, silenzio da Roma

La sera di domenica, in acque internazionali, una motovedetta libica ha sparato contro la nave umanitaria Ocean Viking mentre si dirigeva – su indicazione del centro di coordinamento italiano – verso un barcone in pericolo. Proiettili ad altezza d’uomo hanno infranto i vetri del ponte di comando. La procura di Siracusa ha aperto un’inchiesta, l’Unione europea chiede spiegazioni a Tripoli, il governo italiano evita di rispondere. Questo è il quadro.

C’è una catena di comando e di responsabilità: Roma affida la gestione dei soccorsi, la «guardia costiera» libica interviene con le armi, l’Ue che l’ha finanziata prende tempo. Nel frattempo, persino la «libera pratica» sanitaria viene negata alla nave come se un adempimento potesse sterilizzare la violenza delle pallottole. L’unica urgenza, per il Viminale, diventa colpire chi salva vite: Mediterranea fermata a Trapani per aver rifiutato il porto-fantasma di Genova dopo dieci persone recuperate in mare.

I numeri smentiscono la propaganda che vorrebbe sbarchi «in crollo» a colpi di confronti truccati col 2023. La realtà è un’altra: lo Stato delega il lavoro sporco, la politica si rifugia nelle formule («chiediamo chiarimenti») e nel frattempo si costruisce un precedente. Se sparare a una nave di soccorso non comporta conseguenze immediate, che messaggio si manda al Mediterraneo? Che la vita umana può essere trattata come una variabile negoziabile in un memorandum. In questa resa dei conti, il silenzio istituzionale diventa una forma di complicità.

Buon mercoledì

Immagini dalla pagina ufficiale di Sos Mediterranee

L’IA al fronte: la guerra che divora il diritto internazionale

illustrazione di Laura Trivelloni

Il diritto internazionale nasce con una transizione dalla coercizione veicolata con la forza alla coercizione diplomatica, mediata da istituzioni sovranazionali e codici normativi condivisi. Componente cruciale di questa transizione è stata l’elaborazione di una disciplina minuziosa del diritto internazionale umanitario (IHL), che governa con precisione ogni aspetto dei processi decisionali e operativi delle attività belliche. L’obiettivo è definire i criteri per valutare la legittimità dei conflitti e l’ammissibilità delle prassi che ne seguono. In questo senso, il diritto internazionale e l’IHL in particolare non sono solo un insieme di regole e burocrazia, ma denotano l’impegno a evitare la guerra e a preservare un residuo di moralità e liceità quando questa diventa ineluttabile.
Il ritorno della gunboat diplomacy è un tentativo di invertire la transizione verso un ordine internazionale stabile e basato su regole condivise e a ignorare l’impegno a evitare la guerra o comunque a rispettare valori fondamentali quando la guerra è in corso. Ne sono un esempio l’invasione dell’Ucraina per annetterne una parte alla Russia, il conflitto a Gaza e le dichiarazioni sull’annessione della Groenlandia agli Stati Uniti. Le conseguenti posture muscolari e unilaterali degli Stati che ricorrono a questa forma di diplomazia sfidano apertamente gli istituti del diritto internazionale.

In questo scenario, l’uso dell’IA nella difesa può rivelarsi uno strumento tanto efficace quanto discreto per erodere il diritto internazionale dall’interno e ridurlo a un mero fantoccio. L’impiego di sistemi IA nelle operazioni di difesa – in assenza di una regolamentazione ade guata – introduce una zona grigia in cui gli Stati possono eluderne sistematicamente i principi senza incorrere in sanzioni formali. Considerato l’ingente impegno profuso nell’adozione dell’IA nella difesa, questa zona grigia risulta vantaggiosa tanto per gli Stati liberali quanto per quelli autoritari. Entrambi possono beneficiare dell’assenza di vincoli normativi chiari per sviluppa- re e usare sistemi IA nella difesa perseguendo i propri obiettivi strategici senza dover rendere conto alle istituzioni internazionali. Tale convergenza di interessi favorisce, paradossalmente, il disinteresse degli Stati liberali per i processi di governance dell’IA nella difesa, compromettendo la loro credibilità nel promuovere un ordine internazionale basato sullo Stato di diritto. Questa dinamica rischia di trasformare l’innovazione tecnologica da strumento di progresso in catalizzatore di regressione normativa, minando le fondamenta stesse del sistema internazionale costruito nel secondo dopoguerra. La convergenza tra il revival della gunboat diplomacy e il vuoto regolamentativo che circonda la trasformazione della difesa innescata dall’IA configura uno scenario preoccupante: è un’opportunità strategica per quegli attori che percepiscono il diritto internazionale co- me un ostacolo e non come una garanzia di stabilità sistemica. È una convergenza preoccupante anche per il futuro delle democrazie liberali, perché esiste una relazione di reciproca influenza tra il modo in cui i conflitti vengono condotti e le società che li combattono.

Come osservava Clausewitz, più che un’arte o una scienza, la guerra è un’attività sociale; come gran parte delle altre attività sociali, i conflitti rispecchiano i valori delle società e sfruttano i loro sviluppi tecnologici e scientifici. A loro volta, i principi che utilizziamo per regolare la condotta in guerra hanno un ruolo fondamentale nel plasmare le nostre società. Basti pensare alla progettazione, all’uso e alla regolamentazione delle armi di distruzione di massa: nel corso della Seconda guerra mondiale, queste armi sono state rese possibili da svolte nel campo della fisica nucleare. La violenza catastrofica che è stata scatenata sulle città di Hiroshima e Nagasaki però ha portato a un consenso globale, mai visto fino ad allora, che ha determinato nel dopoguerra l’avversione del mondo per l’uso di quelle armi.

La Guerra fredda e i trattati nucleari che vi hanno posto fine hanno definito le modalità in cui le tecnologie nucleari e le armi di distruzione di massa possono essere utilizzate, tracciando un confine tra conflitti e atrocità. In questo modo, i trattati e le regolamentazioni per l’uso delle armi di distruzione di massa hanno contribuito a orientare le società contemporanee verso il rifiuto della retorica bellicosa degli inizi del xx secolo, per tendere invece alla pace e alla stabilità.

Le cose non sono diverse oggi con le società digitali. Da un lato, l’uso dell’IA nella difesa ha un grande potenziale di migliorare il funzionamento delle organizzazioni della difesa, di rafforzarne le capacità e di rendere le operazioni militari più sicure, efficaci ed efficienti. Dall’altro, sappiamo che, se rimane non regolato, l’uso dell’IA nella difesa può avere implicazioni negative gravi in termini di stabilità, di diritti degli individui e dei gruppi, di violazioni dei principi della Teoria della cosiddetta “guerra giusta”. Si pensi, per esempio, al caso dell’intelligence open source nel conflitto russo-ucraino. L’uso diffuso degli smartphone fra i cittadini ha consentito al personale militare di sfruttare intelligence raccolta dalla popolazione civile e con- divisa sui social media per ottenere stime approssimate della posizione dei combattenti nemici. Questo ha sollevato preoccupazioni crescenti per l’estensione della sorveglianza militare della società civile e per il rischio di coinvolgere la popolazione civile nelle operazioni militari. Qui la domanda è se siamo disposti ad accettare che il trade-off tra efficienza della difesa e protezione dei civili sia a favore della prima.

Un quadro etico sull’uso dell’IA nella difesa deve essere fermo riguardo ai rischi etici e ai casi limite, ma allo stesso tempo deve essere capace di identificare il potenziale positivo dell’IA per la difesa e offrire linee guida per sfruttarlo in conformità con i valori che fondano le nostre società. Questo equilibrio è delicato e particolarmente complesso. Esige un sostanziale in- vestimento di tempo e risorse, e richiede uno sforzo congiunto da parte di studiosi, tech providers, decisori politici e operatori del settore della difesa. Gli studiosi, in particolare gli eticisti, svolgono un ruolo cruciale nell’individuare valori, principi, teorie del valore e persino linee guida per implementare i loro quadri di riferimento.

Considerato lo scenario geopolitico attuale e il ritmo di adozione dell’IA nella difesa, questo lavoro è estremamente urgente. Tuttavia, la maggior parte della responsabilità e del carico ricade sugli attori statali e sull’apparato della difesa: devono affrontare le sfide etiche dell’IA e adottare quadri etici adeguati, robusti e sviluppati in modo indipendente per affrontarle in modo autentico. Ciò implica accettare che la governance etica dell’IA nella difesa debba essere tanto completa e profonda quanto i cambiamenti che questa tecnologia comporta. Alla fine, questa è l’unica via per garantire che l’IA funzioni come una tecnologia per la stabilità e, possibilmente, per la pace, per evitare che sia un mero strumento di guerra e che finisca per facilitare il ritorno di posture anacronistiche e antitetiche ai valori che, a caro prezzo, abbiamo eletto a fondamento delle democrazie liberali dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

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Doppio appuntamento

Mariarosa Taddeo interviene al Festival della mente di Sarzana il 30 agosto alle ore 9.45 al Teatro degli Impavidi. Il titolo della sua conferenza è “Guerre digitali: la difesa dell’invisibile”: Per millenni la guerra è stata concepita come un binomio di coercizione e forza. Nelle nuove guerre cyber la coercizione opera senza la forza. Niente esplosioni, ma disruption di sistemi, reti, processi. L’obiettivo non sono edifici o territori, ma flussi di dati e servizi online. Elementi invisi bili, eppure cruciali per le nostre società. Quale quadro etico può orientarci quando il campo di battaglia è invisibile? Giovedì 18 settembre Taddeo ne parlerà a Pordenonelegge, alle 11 nell’Arena Europa.

Mariarosa Taddeo

L’autrice:

Mariarosaria Taddeo è Professor of Digital Ethics and Defence Technologies presso l’Oxford Internet Institute, University of Oxford. È anche Defense Science and Technology Fellow presso l’Alan Turing Institute di Londra. È stata insignita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella del titolo di Grande Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana. Il suo lavoro si concentra principalmente sull’analisi etica dell’IA, dell’innovazione digitale. È autrice di Codice di guerra. Etica dell’intelligenza artificiale nella difesa (Raffaello Cortina, in uscita il 26 agosto).

 

Festival della mente 2025:

La rassegna va in scena a Sarzanadal 29 al 31 agosto con 34 appuntamenti che intrecciano scienza, filosofia, letteratura e arte attorno al tema dell’invisibile. Tra i protagonisti, Marco Malvaldi riflette sul “ragionevole dubbio”, mentre Edoardo Albinati indaga l’invisibile in letteratura. La matematica di Alfio Quarteroni incontra l’intelligenza artificiale,e la neuroscienziata Michela Matteoli racconta la plasticità del cervello. In primo piano le nuove ricerche di Leor Zmigrod, che ne Il cervello ideologico (Rizzoli) mostra come il pensiero ci plasmi anche biologicamente. Accanto a loro, Francesca Mannocchi porta le microstorie dei “nuovi invisibili” delle guerre, bambini e famiglie cancellati dalla cronaca.  E ancora, la grande lezione di Guido Tonelli su L’eleganza del vuoto (Feltrinelli, 2025), quella di Alessandro Barbero sulle donne nel Medioevo (dopo Romanzo russo, Sellerio), fino al dialogo su adolescenti e fragilità firmato Donatella Di Pietrantonio (L’età fragile, Einaudi) e Matteo Lancini (Chiamami adulto, Raffaello Cortina). Un’edizione che invita a guardare oltre il visibile, per cogliere ciò che è più profondo. Info: festivaldellamente.it 

Il governo degli amici degli evasori

Il governo recita la parte del paladino della «legalità», ma al bilancio la maschera cade. La Corte dei conti certifica che nel 2024, a fronte di 72,3 miliardi di evasione accertata, allo Stato sono arrivati 12,8 miliardi: il 17,7%. Quando l’accertamento diventa cartella esattoriale, l’incasso precipita al 3%.  

La stessa Corte indica la causa: «Radicate aspettative di successive rottamazioni» e la diffusa convinzione di poter sfuggire all’esecuzione forzata. Chi attende la prossima sanatoria scommette sullo Stato smemorato e vince. I controlli sfiorano l’irrilevanza: 1,4% delle attività economiche in un anno, una su settanta.  

La narrazione dei «risultati storici» regge solo confondendo gli incassi da pace fiscale con la lotta all’evasione. Sono scorciatoie che drogano i numeri e indeboliscono la deterrenza. La rottamazione-quater ha già lasciato per strada 11,2 miliardi di rate scadute tra il 2023 e il 2024: adesioni usate per rinviare i pignoramenti, non per pagare. 

Il punto politico: un esecutivo che invoca legalità a giorni alterni ha scelto la clemenza strutturale verso chi evade, riducendo i controlli e moltiplicando le vie d’uscita. Lo Stato è inflessibile con chi dichiara e distratto con chi scompare. E la comunità, cui mancano scuole, sanità, trasporti, paga due volte: quando l’imposta non entra e quando l’ingiustizia diventa sistema. La legalità, se è tale, pretende continuità e coraggio: meno condoni, più controlli, più riscossione vera.

Buon martedì. 

Estate, ferie e infortuni sul lavoro

Il mese di agosto svolge una funzione essenziale nella gestione del rapporto di lavoro: è il tempo dedicato alle vacanze per recuperare le energie profuse durante un anno di lavoro.
La nostra Carta costituzionale, all’articolo 36, quello che si riferisce alla retribuzione, riconosce che “il lavoratore ha diritto….a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.
E il Ferragosto ci rimanda all’espressione latina Feriae Augusti (“riposo di Augusto”) che sta ad indicare la festività istituita dall’imperatore Augusto nel 18 a.C., da celebrarsi il  primo giorno di agosto.
Era un tempo di riposo e di festeggiamenti che celebravano la fine dei lavori agricoli.
Ma in Italia, l’8 agosto, è il giorno del ricordo della tragedia di Marcinelle in Belgio, la miniera di carbone Bois du Cazier in cui, la mattina dell’8 agosto 1956, persero la vita 262 minatori, tra i quali 136 italiani, vittime di un drammatico incidente sul lavoro.
E si ricordano con commozione i tanti lavoratori italiani che sono “deceduti in luoghi lontani dall’Italia, prevalentemente per stato di necessità, lavoratori che seppero contribuire con impegno, onestà e dedizione alla prosperità dei Paesi che li accolsero”, come ha ricordato il presidente Mattarella.
E, dal 2001, la data dell’8 agosto è riconosciuta come la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo e questa occasione ci interroga sul come svolgere una equilibrata riflessione in tema di flussi migratori non volontari, fattori sui quali si innestano aspre contese politiche identitarie.
Marcinelle è un evento che, ponendo l’accento sulla storia dell’emigrazione, ci impone il dovere, se non l’obbligo, di promuovere la tutela dei lavoratori e la dignità del lavoro in tutte le sue manifestazioni, con l’evidente obiettivo di impedire il ripetersi in futuro di simili sciagure.
Ma anche quest’estate, che volge al termine, in tema di infortuni sul lavoro dobbiamo registrare, con dolore, alcuni eventi che ci consegnano alcune nuove e deprecabili perdite di vite umane.
Dal Nord al Sud si sono verificati infortuni che hanno evidenziato insopportabili errori nell’organizzazione del lavoro e hanno posto l’accento sulle corrette modalità di svolgimento della prestazione, sulla prevenzione e sulla protezione dei rischi professionali.
A Napoli, il 25 Luglio, un montacarichi si ribalta e 3 operai, che erano sul tetto per realizzare interventi di coibentazione di un palazzo di 6 piani, sono precipitati nel vuoto per circa 20 metri e sono morti sul colpo. Erano tre operai edili: Ciro Pierro, Vincenzo Del Grosso e Luigi Romano, rispettivamente di 62, 54 e 67 anni, residenti tra Napoli, Calvizzano e Arzano. Erano su un cestello che, scorrendo sul binario, li aveva portati sul tetto: cestello che si è ribaltato e per i tre non c’è stato scampo e, sulla base delle prime ricostruzioni, i lavoratori non disponevano di imbracature idonee a garantire l’ancoraggio a un punto fermo in modo da frenare la caduta.
Il montacarichi era stato noleggiato dall’impresa edile che disponeva del patentino per effettuare il montaggio e un perno del binario sul quale scorreva il cestello ha ceduto, provocando una sua repentina perdita di quota e il successivo ribaltamento. Due di questi lavoratori erano al nero. E nel Veneto, a Santa Maria di Sala, nella città metropolitana di Venezia, il 4 agosto due lavoratori di origine egiziana, Ziad Saad Abdou Mustafa, 21 anni, e Sayed Abdelwahab Hamad Mahmoud, 39 anni, che stavano eseguendo operazioni di bonifica nella vasca di una fossa biologica, hanno perso la vita a causa delle esalazioni.
Un bilancio drammatico in quest’infortunio su cui stanno indagando gli operatori dello Spisal, il servizio sanitario di sicurezza sui luoghi di lavoro, arrivati sul posto assieme ai carabinieri e ai vigili del fuoco.
Dalle prime informazioni si è appreso che gli operai al lavoro la mattina erano tre, intervenuti su incarico di una ditta con il compito di verificare il funzionamento corretto delle fosse biologiche a servizio di una abitazione. La vasca era aperta e uno degli operai é sceso per eseguire un’ispezione, senza più riemergere; a quel punto si sarebbe calato anche il secondo operaio, con l’intenzione di aiutare il collega, e anche lui non è più risalito. C’è da verificare quindi se le emissioni di sostanze abbiano causato il decesso dei lavoratori, o se siano rimasti incastrati.
Una volta lanciato l’allarme sono stati i pompieri a recuperare i due corpi senza vita. Il nucleo Nbcr (rischi nucleari, biologici, chimici e radiologici) ha operato per la messa in sicurezza dell’area. “Ennesima tragedia di una strage continua. Non capiamo cosa possa essere successo in una residenza privata” è stata la dichiarazione di un dirigente sindacale. I morti sul lavoro nel veneziano sono raddoppiati rispetto all’anno scorso: un trend inaccettabile. È giusto porsi alcune domande di fronte a queste morti. Chi dirige i lavori e utilizza questi operai, ha spiegato loro la pericolosità della mansione? Ha fornito le giuste indicazioni? C’è stata la formazione? E soprattutto, sono state messe in atto tutte le procedure di sicurezza e vigilato perché venissero rispettate?
La parola che unifica sforzi ed impegno può essere una sola: prevenzione. E su questo versante dobbiamo essere tutti impegnati ad assicurare l’attuazione del nuovo accordo raggiunto nella Conferenza Stato–Regioni in tema di formazione, intesa come strumento principe della prevenzione.
Nel nuovo accordo si parla di programmi, si pone l’accento sulla vigilanza e vengono poste le premesse per la valutazione della sua efficacia. La nostra legislazione sul tema è avanzata ed illuminante, ma ancora siamo a piangere i morti e a invocare l’inasprimento delle sanzioni e il rafforzamento dei controlli. Ma il vero problema é che il muro degli oltre 1.000 morti all’anno, certificati dall’Inail, non si riesce ad abbattere da 15 anni a questa parte. Occorre, quindi, che si faccia strada una nuova cultura dell’impresa che assuma la sicurezza sul lavoro come metro di misura della propria competitività e del proprio successo e che includa l’utilizzo dei nuovi strumenti di di digitalizzazione e di intelligenza artificiale volti alla prevenzione nell’ambito delle proprie scelte di investimento.
Su tale fronte il discorso deve essere condiviso, ma a noi sta a cuore lavorare sulle persone, dai datori di lavoro ai lavoratori, per dare un senso ed anche una premialità ai comportamenti virtuosi (fondamentale il ruolo dell’Inail), che facciano dell’obiettivo infortuni zero l’obiettivo da raggiungere.
Vorremmo poter raccontare storie positive, impegni concreti, buone prassi ed efficaci comportamenti nel lavoro, per dare un senso e un saldo orientamento alla tutela della dignità del lavoro. Al di là della retorica.

Gli autori: Cesare Damiano è presidente di Lavoro&Welfare, Nunzio Leone è giuslavorista e formatore in Salute e Sicurezza sul Lavoro

 

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Corte penale sotto assedio: l’Occidente firma l’impunità

All’Aja la giustizia internazionale oggi respira a tratti. Nei corridoi della Cpi una cappa di paura immobilizza persone e decisioni: effetto combinato delle pressioni Usa e Israele, ricostruite da Chiara Cruciati su Il Manifesto.

Le sanzioni statunitensi di febbraio contro Karim Khan e decine di funzionari di cui ha scritto Micaela Frulli su Left seguite da misure sui suoi vice, hanno prodotto uno stallo che blocca da maggio i mandati per apartheid contro Ben Gvir e Smotrich. 

Khan è in ferie forzate dopo accuse di molestie trasformate in leva politica; intanto un legale vicino a Israele gli ha sussurrato all’Aja «distruggeranno te e la Corte». 

L’8 luglio, all’Assemblea degli Stati membri, gli Usa hanno intimato di fermare indagini e mandati; nessun governo ha replicato. 

Qui sta lo scandalo: l’architettura del diritto internazionale vacilla per la scelta di piegare la Corte con sanzioni e intimidazioni. Se cade Khan, le indagini sul «file Palestina» rischiano l’archiviazione amministrativa o un binario morto. 

Cruciati indica il punto d’impatto: colonie e apartheid, il cuore dell’impresa israeliana che teme l’effetto domino di un precedente. 

Serve un ombrello politico, soprattutto dall’Europa. L’Italia tace. Se i governi abdicano, il messaggio è semplice: la forza detta la legge e la Corte, nata contro l’impunità, si fa monito impotente. È il passaggio in cui si decide se la Cpi resterà un tribunale o scivolerà a ornamento istituzionale.

Buon lunedì

 

In foto la sede della Corte penale internazionale, fonte Wcommons

La vittoria della destra in Bolivia, con il sostegno della Chiesa. Ora la cultura andina è a rischio

In Bolivia, a duecento anni dall’indipendenza del dominio coloniale spagnolo, le campane delle chiese, che per mesi avevano richiamato la popolazione di un Paese che registra la più alta percentuale di indigeni del Sudamerica, a votare alle presidenziali del 17 agosto 2025 per candidati che rappresentassero i valori cristiani, hanno suonato nuovamente a festa. Sono riuscite a portare al secondo turno, a sorpresa, il senatore Rodrigo Paz Pereira, candidato del Partido demócrata cristiano (Pdc), con il 32,2% dei voti.
«Tutto ciò che dite o fate, fatelo nel nome del signore Gesù», esordiva il Comunicado de la Conferencia Episcopal Boliviana en las vísperas de las elecciones nacionales 2025.
Questo documento, datato 12 agosto 2025, ha unito con un filo rosso i due eventi più importanti della Bolivia: le elezioni presidenziali nell’anno in cui si celebra il bicentenario dell’indipendenza, e il centenario della “Immacolata di Copacabana”, effige imposta come “Regina della Bolivia”, plasmata con i tratti somatici andini, alla fine del Cinquecento, con l’obiettivo di convertire gli indigeni al cattolicesimo.
Vediamo insieme chi sono i due sfidanti al ballottaggio di ottobre. Il senatore ed economista Rodrigo Paz Pereira nasce in Spagna, durante l’esilio del padre, Jaime Paz Zamorra, già presidente della Bolivia (1989-1993). Il padre è stato un mancato sacerdote, fondatore del MIR (Movimiento de izquierda revolucionaria), un movimento che godeva di forte sostegno tra la classe operaia negli Anni 70, poi perduto progressivamente quando è arrivato al potere avendo applicato le stesse ricette ultraliberali delle destre, con interventi importanti sulla privatizzazione, e leggi incentrate su un sovrasfruttamento delle risorse naturali.
Nelle recenti elezioni boliviane, Jorge “Tuto” Quiroga, punto di riferimento della destra boliviana, e candidato per la coalizione Libertad y Democracia, già a capo del Paese tra il 2001 e il 2002, ha capitalizzato un buon secondo posto, alle spalle di Rodrigo Paz Pereira. Anche per lui, l’appello alla religione cattolica e al liberalismo sfrenato è stata la ricetta vincente del rispettabile risultato elettorale. «Motosega, machete, forbici e tutto quello che troverò» rispose ai giornalisti che gli chiedevano se avrebbe applicato la formula argentina per aggiustare i conti dello Stato.
Sebbene la Costituzione definisca la Bolivia come uno Stato laico, la religione è onnipresente in ogni ambito del potere. La Chiesa cattolica prende posizione ed esprime opinioni sulla politica durante le messe, e le autorità si rivolgono a sacerdoti o pastori per chiedere la loro “benedizione” all’inizio di ogni mandato.
In queste elezioni, dei quasi otto milioni aventi diritto al voto, l’affluenza è stata dell’89% (circa 7 milioni di votanti). L’87% ha eletto candidati schierati al centro-destra e destra, relegando i socialisti del MAS (Movimiento al Socialismo), al potere da vent’anni, all’irrilevanza elettorale, con l’elezione di un solo deputato e nessun senatore.
Il 19,4% dei voti è stato nullo, un dato che dimostra che l’appello di Evo Morales al suo elettorato ha, in parte, avuto effetto: i voti nulli hanno superato quelli andati al candidato dell’estrema destra Samuel Doria Medina, simpatizzante di Trump e Netanyahu.

La sconfitta della Sinistra: una fossa scavata a quattro mani dai suoi leader
Capo sindacale dei coltivatori di coca (cocaleros), Evo Morales ha governato la Bolivia per tre mandati consecutivi, tra il 2006 e il 2019.
Durante i primi due mandati, le esportazioni di gas subirono una vera e propria impennata. La risorsa, venduta a prezzi estremamente competitivi, garantì delle buone entrate nelle casse dello Stato, che vennero parzialmente indirizzate a programmi sociali, permettendo una redistribuzione più equa delle risorse economiche.
La Costituzione del 2009, fortemente voluta dal governo Morales, fu di grande impatto per i popoli andini, venendo la Bolivia riconosciuta come uno Stato plurinazionale, cioè, formato da nazioni indigene portatrici di culture diverse, tutte quante abilitate a prendere parte nel processo decisionale del Paese.
La bramosia del potere di Evo Morales è stata probabilmente la ragione principale del suo declino. Non avendo mai accettato il divieto costituzionale del limite dei mandati, Morales riuscì a farsi rieleggere per la terza volta, nel 2019, grazie ad una sentenza della giustizia elettorale. A seguito di violenti scontri verificatisi in tutto il paese, che lasciarono a terra 27 morti e centinaia di feriti, tra oppositori e sostenitori, dovette dimettersi sotto l’accusa di brogli elettorali (mai dimostrati), accerchiato dalla pressione dei militari.
Nel 2020 vennero indette nuove elezioni ed il compagno di partito Luis Arce, già Ministro dell’Economia in tutti i governi di Morales, nonché ritenuto il vero artefice del “miracolo boliviano”, riuscì a vincere al primo turno con il 55,5% dei voti.
Negli anni successivi, tuttavia, la guerra fratricida tra i due leader più forti della Sinistra e l’incapacità di Arce nel trovare soluzioni alla grave crisi economica del paese, legata ai prezzi globali delle commodity (energetiche e minerarie), favorì la frammentazione delle organizzazioni indigene e contadine in lotta per la terra.
Così, la perdita del potere di acquisto, ottenuta durante il governo di Morales, e la mutata politica del MAS, portarono un’emorragia di consensi.
La scarsità di dollari, la speculazione, la mancanza di carburante alle pompe, andarono di pari passo con l’aumento della repressione e l’arresto delle cupole dirigenziali di organizzazioni indigene e contadine, un tempo ferventi sostenitrici del MAS, ma ora in contrapposizione alla linea politica di Arce.
Il vuoto creatosi a Sinistra non fu solo politico, ma anche morale. Evo Morales venne accusato di traffico di minori, per il presunto accordo stipulato con i genitori di una ragazza 15enne, dalla quale nel 2015 avrebbe avuto un figlio.
La sinistra, scevra di ricette economiche innovative ed antitetiche a quelle della destra, e priva di candidati credibili, ha capovolto lo scacchiere politico dopo quasi vent’anni di egemonia.
Il prossimo ballottaggio, del 19 ottobre 2025, sarà tra destra e destra, tra Jorge Quiroga, che a volte si presenta come un viso di destra moderata, altre come un emulo dell’ultraliberale argentino Javier Milei, e il democristiano Rodrigo Paz, che dovrà tener conto dei voti che gli ha assicurato il terzo arrivato del primo turno, l’estremista di destra Samuel Doria Medina6.

Dietro lo slogan “Capitalismo para todos, no para unos cuantos”
La Chiesa cattolica in Bolivia conta oltre otto milioni di battezzati su una popolazione di 12,4 milionidi abitanti. Il 60% della popolazione è indigena quechua e aymara, per la maggior parte residente sull’altopiano andino. Il loro contributo all’economia arriva tramite l’agricoltura tradizionale, in particolare la produzione di quinoa, mais e frumento, oltre a prodotti derivati dalla pastorizia di lama e vigogna.
L’aumento dei costi produzione ha portato questi popoli, evangelizzati nei secoli, a migrare verso le città: senz’acqua, a rischio denutrizione, e sempre più dipendenti dai sussidi statali, hanno assorbito la propaganda liberale, riconoscendosi non più come popoli dotati di valori culturali ancestrali, ma come poveri urbani, e perciò umiliati e traditi dai loro leader di sinistra, alla pari dei lavoratori dei grandi centri.
Con lo slogan “Capitalismo para todos, no para unos cuantos”, Rodrigo Paz ha proposto a questi popoli l’illusione di riprendere potere e controllo sui loro mezzi di produzione, trattandoli da “imprenditori impoveriti”, e non da popoli storicamente emarginati, vittime di pregiudizi razziali e depredati dalle loro risorse. La loro liberazione dalla condizione di subordinazione alle élites, legate a settori come l’agricoltura, l’estrazione mineraria e, più recentemente, i settori dei servizi e della tecnologia, è diventata così una loro esclusiva responsabilità: se seguono le direttive di un economista liberale, laureatosi in Spagna, una soluzione la si troverà, e sarà soddisfacente per tutti, è stato il messaggio sottinteso.
L’immedesimazione dell’elettorato indigeno boliviano, quello più tradizionale, passato alla destra, con quello dei lavoratori urbani impoveriti, che aspira all’ascesa sociale da “imprenditori di sé”, pur sempre nel rispetto delle regole del capitalismo liberale, per la perdita della fiducia nei leader progressisti, è senz’altro la peggiore eredità della guerra tra Morales ed Arce.
Con la destra al potere, sostenuta dalla chiesa, il principio costituzionale del plurinazionalismo, fortemente osteggiato da entrambe, per avere introdotto nella Costituzione il concetto di Madre Terra, capace di mettere in discussione il modello patriarcale, diffuso dal cristianesimo tra i popoli andini, potrebbe essere abolito di punto in bianco.
L’autodeterminazione dei popoli indigeni, già poco riconosciuta o rispettata, e quel poco che resta dei loro millenari sistema di credenze, e modi di vita alternativi, rischiano la definitiva cancellazione, se rimasti sprovvisti di tutele costituzionali.

 

L’autrice: L’avvocata per i diritti umani Claudiléia Lemes Dias è scrittrice e saggista. Tra i suoi libri Le catene del Brasile (L’Asino d’oro ed.) e il nuovo Morfologia delle passioni (Giovane Holden ed.)

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Brindisi amaro: il vino lo paga l’Italia

Palazzo Chigi celebra il «bicchiere mezzo pieno»: «non è l’ideale ma abbiamo evitato una guerra commerciale». Nel conto, però, c’è un mezzo bicchiere di vino costosissimo. L’accordo Usa-Ue sui dazi fissa una tariffa orizzontale del 15% e, soprattutto, non concede l’esenzione ai simboli del made in Italy agroalimentare: vini, olio, pasta, formaggi. Proprio i vini sono la voce più colpita: 317 milioni di euro solo qui; per l’agroalimentare l’ammanco vale circa 1 miliardo. Sul totale dell’export italiano, Unimpresa stima un danno tra 7 e 8 miliardi, su una base di 66-70 miliardi: oltre il 10%. 

Mentre a Palazzo Chigi si brinda, a pagare saranno imprese e famiglie. Se i margini si assottigliano, i listini salgono: un’inflazione +0,3–0,5 punti costerebbe 2,5–4,2 miliardi alle famiglie. La narrazione del «male minore» regge fino a quando? La task force dazi riunita alla Farnesina prova a raddrizzare la rotta, ma intanto l’intesa impegna l’Europa ad acquistare più energia statunitense e a «incrementare in modo sostanziale le commesse di attrezzature militari» americane. Bruxelles alleggerisce i vincoli su emissioni e deforestazione per le produzioni Usa e «riconosce gli Stati uniti come destinazione più sicura per gli investimenti», dirottando capitali e commesse oltreoceano.

Il sovranismo che aveva promesso scudi per il made in Italy presenta un conto. L’alleanza celebrata come friend-shoring diventa dipendenza: energia, armamenti, tariffe. E quel bicchiere che il governo descrive mezzo pieno, per chi produce e per chi compra è già mezzo vuoto. Anzi: lo paghiamo tutto.

Buon venerdì. 

Marah, funerale d’accusa

A San Giuliano Terme l’addio a Marah non è un rito: è una deposizione. Vent’anni, evacuata da Gaza, è morta a Pisa di corpo sfinito e di assedio. I medici hanno parlato di malnutrizione estrema, il Comune di «genocidio». La procura, per ora, ha scelto di non aprire un’indagine. Intanto, a poche ore di distanza, il governo israeliano rilancia il piano di colonizzazione E1, e l’esercito annuncia la nuova spinta su Gaza City. I puntini si uniscono da soli.

Il funerale dice l’essenziale che la politica tace: «Marah è il simbolo della sofferenza» e della responsabilità che rimbalza dall’Europa a Tel Aviv. Chi chiama “incidenti” le morti da fame confida nella stanchezza dell’opinione pubblica; chi interrompe i corridoi umanitari, o li riduce a vetrina, si fida dell’impunità. Da mesi la strategia è l’esibizione della forza come comunicazione: mostrare il crimine per normalizzarlo, amministrare il lutto per renderlo invisibile.

C’è un punto di non ritorno in questa estetica dell’occupazione: la giuridicizzazione al contrario. Le autorità amministrano la tragedia con verbali, determine, protocolli, ma sospendono la domanda centrale: da dove viene questa morte. Finché l’Italia accetta di assistere in silenzio, continueremo a contare i funerali e a distribuire responsabilità in frazioni.

Il nome di Marah obbliga a scegliere. O si prende sul serio il diritto internazionale – cessate il fuoco, fine dell’assedio, stop a colonie e complicità – oppure si decide che la ragione di Stato vale più della vita. Nel primo caso la democrazia respira; nell’altro, si abitua a trattenere il fiato.

Buon giovedì. 

Compagno Salvo, memoria viva dell’antimafia

Tra le sue molte qualità, Salvo Vitale aveva quella di ridere di mafia molto più sul serio di molti polverosi e narcisisti studiosi del crimine organizzato. Salvo Vitale era uno dei compagni di Peppino Impastato, ma soprattutto Salvo Vitale era quell’idea, nata in quegli anni, di dedicarsi totalmente all’attivismo.

Oggi potremmo dire che Salvo Vitale ha inventato l’antimafia internazionale ancora prima che qualcuno coniasse il termine. Era mille cose, perché conteneva migliaia di battaglie e di tutte sapeva sempre dove fosse il capo del filo.

Aveva compiuto 82 anni pochi giorni fa. Facendosi carico della lezione di Peppino e dell’esperienza della trasmissione radiofonica Onda pazza, è diventato il più autorevole giullare antimafioso dalla parte degli oppressi. Con la sua generosità spericolata ha tenuto viva la memoria di Peppino e di mamma Felicia attraversandone tutte le stagioni: sia quando quella storia era un culto che rischiava di appannare i sensi sia quando qualcuno sperava di rimetterla nel cassetto dei memorabilia.

Salvo Vitale è morto, ma è stato tremendamente vivo. Così vivo che se lo portano in giro a pezzi i tanti giovani che ha incontrato, infaticabile araldo della giustizia come bene vitale, insieme all’arte, insieme alla conoscenza, insieme alla consapevolezza. Cercava “il focolaio di agitazione che nasce dove ci sono uomini che subiscono ingiustizie”. “È lì che c’è un compagno, è lì che resiste l’idea della lotta, la volontà di non arrendersi alla sopraffazione”, aveva scritto.

Salvo non c’è più. “Mettere in mezzo a tutto una grande, comune risata”, diceva. Un sorriso, compagno Salvo.

Buon mercoledì.