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Tra l’incudine giallonera e il martello dei Trattati

Un momento della manifestazione nazionale dei pensionati di Cgil, Cisl e Uil "Dateci retta" in piazza San Giovanni, Roma, 01 giugno 2019. ANSA/ANGELO CARCONI

Gli uni, (la Commissione Ue), hanno sostanzialmente vinto le elezioni europee. L’altro, Salvini, ha vinto quelle italiane. Ora il momento della resa dei conti sembra arrivare.
La Commissione sferra un doppio colpo con l’avvio delle pratiche per una procedura d’infrazione e con una raccomandazione che, nell’ambito delle competenze che la Commissione stessa ha verso tutti gli Stati membri in materia di bilanci, suona particolarmente dura verso l’Italia. Se si vuole usare in modo appropriato il detto popolare «stare tra l’incudine e il martello», questo è uno dei casi perfetti.
Se si pensa a ciò che è il governo giallonero, a quello che fa in materie sensibili come migranti e sicurezza e al fatto che sul debito vuole rilanciare con la Flat tax, cioè sforare per favorire i ricchi, contro la progressività costituzionale, non ci si può che augurare che questo governo scompaia. A leggere però le 15 pagine delle raccomandazioni vengono i brividi. Mi viene il dubbio che non si sia capito fino in fondo quale marchingegno sia stato messo in piedi nei modi, diciamo così, farraginosi con cui si è costruita la Ue. Sta di fatto che ormai dagli anni della crisi finanziaria la Commissione si è vista consegnare – con un pacchetto di norme approvate che vanno dal Six pack, al Two pack, al Fiscal compact – l’indirizzo e il controllo preventivo sui bilanci. Quando poi si arriva alle crisi estreme interviene la Troika. Ma stiamo alla “normalità”. E leggete quelle 15 pagine.
Non è che dicano “dovete stare nei parametri e non ci state”. No, intervengono su tutto. Dalle pensioni, al fisco, ai contratti. Materie che apparterrebbero ancora agli Stati. Ora, pur ritenendo che…

L’articolo di Roberto Musacchio prosegue su Left in edicola dal 14 giugno 2019


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Vittime e carnefici dei decreti sicurezza

MANIFESTAZIONE CONTRO IL DECRETO SALVINI SICUREZZA RAZZISMO MIGRANTE MIGRANTI PROTESTA MANIFESTANTE MANIFESTANTI

Mohammed era arrivato dal Mali minorenne. Stava bene a Savona. Giocava al calcio e studiava italiano al Centro di prima accoglienza (Cpa). Era maggiorenne da poco, poi quella febbre e quel mal di testa insopportabile che comunque non gli hanno impedito di impegnarsi a scuola e nel calcio fino alla fine. Un linfoma non rilevato in tempo se lo è portato via e ora i suoi amici e docenti cercano soldi per rimandare la salma a casa. Una storia di riscatto finita male. Harry, 20 anni, nato in Nigeria era «giunto in Italia nel 2017 – raccontano gli attivisti di LasciateCIEntrare – è stato inviato a Bolzano ed è passato per due centri di accoglienza straordinaria (Cas) di grandi dimensioni. Da subito il suo disagio è risultato evidente: malessere che lo ha portato a effettuare visite specialistiche, frequentare il Centro di salute mentale e a dover seguire una terapia farmacologica costante. Più volte è stato ricoverato nel reparto di psichiatria per delle forti crisi, segnalato dai servizi psichiatrici, dai servizi sociali e dai referenti del Cas. A giugno 2018, si è cercato di inserirlo in uno Sprar, in una struttura adeguata alle sue gravi problematiche per dargli la cura e l’attenzione “dovuta”». Ma non c’è stato nulla da fare. Ha ricevuto il diniego alla richiesta d’asilo, è finito nel Cpr di Brindisi dove durante la notte fra l’1 e il 2 giugno si è tolto la vita. LasciateCIEntrare ha inviato un esposto al Garante per i diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale e chiesto che si disponesse per Harry un esame tossicologico per sapere se e come è stato “curato”. Non c’è magari un nesso causa effetto ma queste due storie tragiche alludono ad altro.
I tagli al sistema d’accoglienza, la distruzione del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), il riprodursi di mega centri in cui l’assistenza personalizzata è impossibile, sono i risultati, del primo “pacchetto sicurezza” (Legge 132) e nell’avvicinarsi del 20 giugno, Giornata mondiale del rifugiato, non si può restare neutrali di fronte a questo. I grandi numeri forniti dall’Unhcr confermano che…

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola dal 14 giugno 2019


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Unioni tra persone dello stesso sesso, dopo Taiwan anche Ecuador e Botswana dicono sì

epa06853955 People participate in the LGBTI Pride Day Parade in Quito, Ecuador, 30 June 2018. Gay Pride marches are taking place across the world to promote LGBT rights and condemn discrimination and violence toward lesbian, gay, bisexual, and transgender (LGBT) people. EPA/JOSE JACOME

Ecuador e Botswana: 11243 km di distanza, due continenti diversi ma una sola ondata di diritti. Il 13 giugno, la Corte costituzionale (Cc) dell’Ecuador ha approvato con una sentenza storica il matrimonio tra persone dello stesso sesso, appianando il cammino a una riforma della legge da parte dell’Assemblea. Solo ventiquattro ore prima, in Botswana, la Corte suprema ha depenalizzato il reato di omosessualità – i rapporti gay erano puniti con il carcere fino a sette anni. Così, la comunità LGBT sta raggiungendo nuovi traguardi sul piano della parità dei diritti, in tutto il mondo: a fine maggio anche a Taiwan le nozze gay erano state legalizzate, facendo dell’isola il primo Paese asiatico a poter vantare tale libertà.

In Ecuador la votazione della Corte costituzionale è stata delle più controverse, rispecchiando la dicotomia della popolazione stessa, ideologicamente polarizzata tra l’avanzata dei diritti civili e il rispetto dei valori tradizionali. Tuttavia, con cinque voti a favore e quattro contro, due coppie di uomini hanno ricevuto il via libera per sposarsi, aprendo così la porta alle unioni civili. La reazione è immediata. Centinaia di persone occupano le strade di Quito e Guayaquil, le due principali città del Paese, sventolando enormi bandiere arcobaleno.

Da questa settimana, dunque, l’Ecuador si aggiunge alla lista degli Stati sudamericani che hanno riformato le proprie leggi in modo da concedere a tutte le coppie, indistintamente dall’orientamento sessuale, la possibilità di accedere a diritti e obblighi del matrimonio civile – lista in cui sono già presenti Argentina, Brasile, Costa Rica, Colombia e Uruguay. Il Paese latinoamericano, come riporta El País, fu già il primo della regione, nel 1998, a includere nella sua Costituzione proprio l’orientamento sessuale come categoria protetta da discriminazioni. Inoltre, dal 2015 erano possibili le unioni di fatto e l’anno scorso si era definitivamente depenalizzata l’omosessualità. Le due coppie coinvolte nella sentenza avevano intrapreso la via giudiziaria a gennaio 2018, dopo la diffusione da parte della Corte Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) di un’opinione consultiva positiva sul riconoscimento dei diritti della comunità LGBT – in particolare il diritto all’uguaglianza e alla non discriminazione, oltreché il diritto di comporre una famiglia. La Cc ha ora interpretato il parere, rendendolo valido per tutto il Paese.

La sentenza non equivale, comunque, a una riforma della legge per regolare l’effettività dei matrimoni gay. Anche se la Corte “ha fornito la direzione in cui la legge deve andare”, afferma Farith Simon, rettore del Colegio de Jurisprudencia dell’Universidad San Francisco a Quito, probabilmente, manca ancora del tempo perché questa sia implementata davvero. Il massimo interprete della Costituzione spinge l’Assemblea Nazionale perché da un lato, “riconfiguri l’istituzione del matrimonio dando un tratto egualitario alle persone dello stesso sesso” e dall’altro, inizi una riforma costituzionale. “Si spera che, per coerenza normativa, il Legislativo adegui la legge al pronunciamento della Cc sui due casi” (El País). Le decisioni di tale organo “sono obbligatorie” e le autorità ecuadoriane sono obbligate a conformarvisi, ha sottolineato Gustavo Medina, ex presidente della Corte Suprema, all’agenzia AFP (Bbc).

Anche la Corte Suprema di Gaborone ha decriminalizzato i rapporti intimi omosessuali, illegali in Botswana fin dall’epoca coloniale. Dal XIX secolo, quando l’allora Bechuanaland era sotto dominio inglese, la sezione 164 del codice penale metteva fuori legge “reati innaturali” definiti come “rapporti carnali contro l’ordine naturale”. Nel 2018, un querelante anonimo aveva portato tale legge davanti alla Corte e, l’11 giugno scorso, i tre giudici hanno votato all’unanimità per la sua revoca. La norma era “discriminatoria” ed eliminarla era una questione di rispetto dei diritti umani, secondo il magistrato Michael Leburu (Open).

Ci sono ancora Paesi che vanno in direzione contraria e rimangono fermi su posizioni arcaiche: il Kenya ha da poco riconfermato la legge che vieta rapporti tra persone dello stesso sesso e che prevede fino a 14 anni di carcere. Invero, le relazioni LGBT sono ancora illegali in più di 70 Paesi, quasi la metà nel continente africano. Con il Botswana, solo Angola, Seychelles, Mozambico, Sao Tomé e Principe e Lesotho hanno depenalizzato il reato di omosessualità, mentre il Sudafrica è l’unica nazione africana ad aver legalizzato le unioni civili – l’equivalente di Taiwan per l’Asia. Qui, a una settimana dalla sentenza di metà maggio, sono risultati celebrati già 166 matrimoni gay; la Corte aveva deliberato con parere positivo nel 2017, e, da quel momento, ci sono voluti due anni per la riforma legislativa del Parlamento.

 

Un’umanità infeltrita

Proviamo ad uscire per un giorno dalla politica (è venerdì, ce lo concediamo) e a pensare piuttosto al quadro generale, all’umanità che abbiamo intorno o, meglio, alla comunità che dovremmo avere intorno e che invece appare sempre più disgregata, a brandelli, ferita da una disputa tra due fazioni che se ci pensate non si parlano nemmeno più. Quando qualcuno incontra qualcun altro apparente alla fazione opposta non ha nemmeno più la voglia di provare a spiegare. Succede nei bar, negli uffici, a cena fuori: c’è chi dà addosso ai negri e ai poveri e ti assale quel groppo in gola perché sai che se rispondi quello risponderà con gli slogan, nessuno ascolterà l’altro, e si finisce solo per sfidarsi a colpi di retorica. Come se ci fosse un muro in mezzo. Come se fossimo diventati tutti isole che al massimo ogni tanto si scontrano ma non si incontrano mai.

Provate a pensare alla responsabilità di ciò che abbiamo intorno. C’erano tempi in cui ci si curava che la nazione fosse potabile, qualcosa di cui essere fieri (altro che il patriottismo di plastica di questi tempi). Poi abbiamo cominciato ad accontentarci che la nostra città non avesse troppi problemi. Poi il nostro quartiere. Poi il nostro condominio. Infine il nostro cortile. Abbiamo ristretto gli spazi di cui vogliamo prenderci cura perché ci hanno convinto che sia troppo da radical chic essere solidali ad ampio raggio. E ci siamo cascati. Ci occupiamo di noi stessi e dei nostri parenti più prossimi. L’egoismo è diventato addirittura un dovere civico. Roba da non credere. E l’essere umano si è fatto isola. Un arcipelago di uomini in cui il meccanismo della comunità è stato infranto, lasciando qualsiasi gesto solidale alla naturale propensione di ognuno, senza più essere invece un normale ingranaggio di una società che sia davvero sociale.

Siamo diventati un’umanità infeltrita. Ripiegati su noi stessi traffichiamo con i nostri piccoli egoismi pensando di brigare con quelli tutto l’essenziale, lasciando indietro gli ultimi e anzi allontanandoli ancora per non inquinarci la vista. Siamo tutti arroccati sulle nostre miserie godendo delle disgrazie degli altri miserabili.

E per questo ci vorranno anni, decenni, per provare a rimettere le cose a posto. Per trovare la formula del collante che ci tenne insieme.

Buon venerdì.

Fine dei giochi per Julian Assange? Londra valuta l’estradizione negli Usa

epa07536522 Protesters stand in front of the British Embassy, asking for WikiLeaks founder Julian Assange to be released, Brussels, Belgium, 29 April 2019. Julian Assange was arrested at the Ecuadorian embassy in London on 11 April 2019. EPA/STEPHANIE LECOCQ

La morsa di Trump si stringe attorno al fondatore di WikiLeaks, Julian Assange. Dopo l’emissione, a fine maggio scorso, di 18 capi d’accusa nei suoi confronti, l’11 giugno il dipartimento di Giustizia Usa ne ha formalmente richiesto l’estradizione al Regno Unito e la mattina del 13 giugno il ministro dell’Interno britannico, Sajid Javid, ha rivelato di aver firmato e certificato l’ordine di “espatrio”. Secondo Javid, Assange «è giustamente dietro le sbarre. La richiesta di estradizione degli Stati Uniti sarà al vaglio del tribunale venerdì».

Il capo dell’organizzazione mediatica internazionale che diffonde documenti sensibili per l’interesse pubblico era stato arrestato per la prima volta nel 2010 dalla polizia britannica, a seguito di un mandato d’arresto europeo e internazionale – poi ritirato nel 2017 – su richiesta delle autorità svedesi, con l’accusa di stupro e aggressione sessuale nei confronti di due donne. Scampata l’estradizione in Svezia, nel giugno 2012 aveva ottenuto asilo politico all’ambasciata dell’Ecuador a Londra, in cui ha vissuto per 7 anni fino allo scorso 11 aprile, giorno del secondo arresto. Infatti, il Presidente ecuadoriano Lenin Moreno gli ha revocato l’asilo politico accusandolo di aver violato svariate volte l’accordo di convivenza stanziato per la sua permanenza all’ambasciata.

Motivo della richiesta di estradizione statunitense è la sua presunta collaborazione con l’ex analista dell’intelligence militare Bradley Manning (oggi Chelsea Manning) nell’hackerare una password per introdursi nei sistemi informatici governativi, in particolare in un network per l’archiviazione di materiale classificato – il Secret protocol network. Lo scopo era sottrarre documenti e comunicazioni riservate, «in modo che WikiLeaks potesse diffonderli sul suo sito web». Circa 250mila dispacci e 500mila documenti riservati relativi all’attività militare americana in Afghanistan e Iraq e sulle condizioni di detenzione nella prigione di Guantánamo sono stati diffusi da WikiLeaks nel 2010, in quello che è conosciuto come Cablegate. Tra questi, anche il video “Collateral Murders” che documenta una strage di civili di un raid aereo a Baghdad nel 2007, in cui sono state uccise dodici persone, di cui due giornalisti di Reuters.

Inizialmente, Assange doveva rispondere alla giustizia americana solo di cospirazione e intrusione informatica ma lo scorso mese gli sono stati imputati altri 17 capi d’accusa. Il più controverso è proprio quello che riguarda la violazione dell’Espionage act, ossia «incoraggiare, ricevere e pubblicare informazioni sulla difesa nazionale». «Molti di questi documenti erano classificati a livello “secret”, dunque la loro divulgazione non autorizzata può causare seri danni alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti», si legge nella nota del dipartimento di Giustizia. Nessuno, sottolinea la Cnn, è mai stato condannato negli Stati Uniti per quello che, secondo alcune associazioni per i diritti civili, potrebbe costituire un pericoloso precedente. Invero, c’è chi ritiene che ciò sia «un assalto diretto al Primo emendamento», ovvero alla libertà d’espressione, come l’Unione americana per le libertà civili.

Per confermare l’estradizione del 47enne australiano, il tribunale britannico, il 14 giugno, deve stabilire se in questo caso sussiste il principio della double criminality: esiste cioè nel Regno Unito una legge simile a quella che Assange ha violato negli Usa? Comunque, dall’inizio della vicenda due funzionari delle Nazioni Unite avevano preso le sue parti. Agnes Callamard, relatore speciale sulle esecuzioni extragiudiziali, e Nils Melzer, relatore speciale sulla tortura. Quest’ultimo, dopo averlo visitato, affermava che Julian mostrasse già sintomi associati a una prolungata esposizione a torture psicologiche e che l’estradizione lo avrebbe esposto «a un rischio reale di violazione dei diritti umani, inclusi la libertà di espressione, il diritto ad un processo equo e al divieto di trattamenti o punizioni crudeli, inumani e degradanti».

«La libertà è l’obbligo di essere esseri umani»

Viola le norme e promuove la xenofobia il decreto Salvini bis. Lo denuncia anche l’Onu. Dopo i danni provocati dal decreto sicurezza e immigrazione (che Stefano Galieni ricostruisce su questo numero, facendo il punto, in vista della giornata del rifugiato), il nuovo provvedimento preme l’acceleratore sulla criminalizzazione della migrazione negando diritti umani e di asilo previsti dalla nostra Costituzione, dai trattati internazionali e dalla legge del mare (in un quadro, va ricordato, già di per sé drammatico di quasi totale assenza di canali umanitari).

Dopo essersi accanito a smantellare il sistema di accoglienza territoriale diffusa – di cui Riace, grazie a Mimmo Lucano, è stata un’eccellenza (lo documentiamo nel libro allegato a questo numero di Left) il ministro dell’Interno prosegue sulla strada delle politiche sicuritarie che trattano qualunque emergenza, conflitto e fenomeno sociale come questione di ordine pubblico.

Anche il più pacato dissenso viene in questo modo tacitato. Abbiamo assistito increduli al sequestro di uno striscione appena un po’ ironico durante una manifestazione del pubblico impiego. Intanto però (non ci stancheremo di denunciare) le esternazioni e le azioni violente di gruppi di fascisti del III millennio proseguono indisturbate in spazi pubblici. Con quello stesso approccio il ministro dell’Interno e vice presidente del Consiglio vorrebbe trattare anche un ambito delicato come quello sanitario, affiancando all’intervento medico psichiatrico quello giuridico. Lo prevede il disegno di legge della leghista Rossella Fiormaria Marin per la riforma dell’assistenza psichiatrica.

Il ministro lo aveva preannunciato mesi fa ed ora è tornato a ribadirlo in un salotto tv, mentre proseguono le audizioni sul provvedimento che, come ha scritto su Left lo psichiatra Francesco Fargnoli, «ripristina di fatto i criteri della legge Giolitti del 1904». In concreto prevede che il trattamento sanitario obbligatorio (Tso) sia disposto dal sindaco su proposta-motivata di un medico, nel caso in cui la patologia si manifesti con aggressività auto o eterodiretta. L’attuale criterio previsto dalla 180 riguarda la presenza di alterazioni psichiche. Ma non solo. Il ddl prevede che sia un giudice, e non un medico, a prolungare i trattamenti sanitari obbligatori oltre il settimo giorno all’in-terno di strutture residenziali psichiatriche. «Il problema diventa non più la diagnosi e la cura della malattia ma la pericolosità sociale», scrive Fargnoli.

E questo in un quadro di tagli alla sanità (si parla di 2 miliardi in meno al fondo sanitario nazionale nella nota sul nuovo Patto della salute inviata dal ministero della Salute), di carenza di personale medico e psichiatrico nelle strutture pubbliche e di crescente domanda di cura. La chiusura dei manicomi è stata una grande conquista di civiltà ma poi la 180 non ha dato sufficienti risposte ai malati, troppo spesso abbandonati a se stessi e rimandati in famiglia. Una legge che addirittura ci farebbe tornare agli inizi del Novecento non potrebbe che peggiorare enormemente questo stato di cose. Pensiamo ai casi più delicati: come rispondere, per esempio, ad esordi patologici fra i più giovani? Come fare prevenzione? Occorrono più investimenti, più strutture, non servono interventi ideologici di legislatori incompetenti, ma soprattutto serve una nuova cultura psichiatrica come scrivono gli autorevoli esperti che hanno collaborato alla realizzazione di questa articolata storia di copertina che mette al centro la questione della salute mentale, del benessere, della prevenzione.

Dopo le fake news propalate dai media mainstream sul caso di Noa, dopo i disperanti messaggi di incurabilità che sono stati diffusi, abbiamo sentito l’esigenza di andare più a fondo. Lascia sgomenti la storia della diciassettenne olandese che si è lasciata morire di fame e di sete, non riuscendo a trovare una cura per il dolore psichico in cui era precipitata dopo essere stata stuprata. Una storia che colpisce e obbliga tutti a riflettere. La denuncia sferzante e la richiesta d’aiuto contenute nel suo libro testamento lasciano senza respiro. Noa punta il dito contro la carenza di strutture nella pur modernissima Olanda ma soprattutto denuncia la violenza di una cultura che nega il dolore psichico: «Se hai una malattia fisica ti operano subito, se stai male di testa puoi aspettare anche due anni prima di avere un posto». Siamo di fronte a una cultura apparentemente liberale che, aggiungiamo noi, poi arriva ad accettare, come se fosse una libera scelta, la decisione di andarsene a 17 anni, dopo essere stata abusata da un pedofilo a 11 anni e violentata da due uomini in adolescenza.

«La libertà è l’obbligo di essere esseri umani» ha scritto Massimo Fagioli anche su queste pagine. «Se in una storia d’amore lasciare andare l’altro può significare lasciargli la libertà di proseguire la propria vita da solo, in medicina e in particolare in psichiatria, dobbiamo dare alle parole amore e libertà un altro senso», scrivono gli psichiatri Francesca Fagioli e Andrea Masini. A loro lasciamo la parola.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 14 giugno 2019


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Conoscenza, cura e libertà

Il 30 marzo del 1921 Ellen West è dimessa dalla clinica Bellevue di Kreuzlingen diretta da Ludwing Binswanger dopo un consulto con un altro famosissimo psichiatra dell’epoca, Eugene Bleuler. Entrambi gli psichiatri convergono sulla gravità della diagnosi e sull’inutilità di proseguire la cura della paziente che è affetta, anche, da anoressia. A Bellevue, Ellen annota nel suo diario il 18 marzo: «Cominciano a ricomparire i sintomi della depressione, ma sotto sta un’altra malattia, non so come si chiama, ma penso che sia una qualche incurabile malattia mentale».

Il 4 aprile muore suicida dopo aver scritto la sua ultima lettera nella quale si congeda dai luminari che l’hanno seguita sperando che un giorno il suo caso possa servire alla scienza. Nel 1944, dopo il suicidio del figlio primogenito, Binswanger pubblica il caso di Ellen West che resterà uno dei più famosi della psichiatria nel quale egli sostiene che la malattia della paziente è «un modo di essere nel mondo» e «la morte ne è la logica conseguenza». Dopo due tentativi di terapie psicoanalitiche e dopo numerosi ricoveri nella sua clinica il grande psichiatra capisce che non ha nessuna possibilità di curare la ragazza e la dimette pur sapendo quello che la paziente farà. Scriverà poi che quella di morire è stata una scelta consapevole, il suo destino. Scriverà di aver accettato la “libertà” della paziente e di non averla ostacolata in alcun modo poiché quello era il suo Dasein.

Anche in epoca successiva Binswanger continuò a ritenere giusta la propria decisione di lasciar andare Ellen West verso la morte. Quando nel 1961 Karl West gli invia gli auguri per il compleanno, egli risponde: «La decisione di allora è stata una delle più dolorose della mia vita. Ma nonostante abbia negli anni approfondito la mia esperienza, continuo ancora oggi a ritenerla una scelta giusta. Ricorderò sempre la Sua collaborazione basata su una fiducia assoluta e su una capacità di comprensione che si incontra raramente».
Questo caso ha formato tutta la psichiatria del nostro secolo e in particolare la corrente detta esistenzialista che ha avuto in Basaglia il suo epigono e nella legge 180 la sua espressione. Il caso di Ellen West ha…

L’articolo di Francesca Fagioli e Andrea Masini prosegue su Left in edicola dal 14 giugno 2019


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Il legittimo diritto di sparare (cazzate)

Sorpresa. Il tabaccaio di Ivrea non ha avuto nessuna colluttazione con i ladri del suo distributore automatico. E non avrebbe sparato in aria per farli fuggire. Anzi, chi indaga ha anche dubbi che sia sceso effettivamente dalla sua abitazione che sta lì vicino alla tabaccheria. Tutto falso. Falso anche che il grave turbamento psichico l’abbia potuto cogliere visto che il nostro pistolero moderno ha pensato bene di affacciarsi al balcone e da lì sparare alla schiena al ladro che era già in fuga. Complimenti per la mira, innanzitutto.

Come previsto, la legge sulla legittima difesa comincia a mietere le sue vittime e permette a un tabaccaio di uccidere un ragazzo di 24 anni fingendo di essersi difeso ma dovendo inventarsi l’attacco. Così succede che l’eroe di casa nostra prima racconti una versione dei fatti, poi venga smentito in pieno dagli esami dell’autopsia e quindi decida di avvalersi della facoltà di non rispondere, che è cosa ben diversa da chi ha delle ragioni da esporre e tutto l’interesse che vengano ascoltate e verbalizzate.

Qui invece è un tiro al piccione solo che il piccione si chiama Ion e viene colpito direttamente dal balcone, nulla a che vedere con quanto insistono a raccontarci il ministro Salvini e la famelica Giorgia Meloni. Se questa è legittima difesa allora state pronti, di notte, a camminare aderenti ai muri per evitare che qualcuno possa essere turbato dai vostri passi. E per tutti quelli che ritengono giusta la morte di un presunto ladro attraverso una vigliacca esecuzione fatta dal balcone e in pantofole allora consiglio di rileggersi la Costituzione (che so, di questi tempi non va molto di moda) e pensare cosa succederebbe se una notte, per fame, sia uno dei vostri figli a pagare con la vita ciò che il carcere dovrebbe dirimere secondi i principi che tengono in piedi questo Paese.

Ma il legittimo diritto di sparare cazzate è anche di chi, non contento di avere partorito una legge sulla legittima difesa che è solo propaganda, ora si ritrova nelle vesti di ministro a raccontare una storia falsa, propagarla dappertutto prima degli accertamenti della magistratura e poi come al solito, codardo, dimenticarsi di rettificarla.

Avanti così.

Buon giovedì.

Linea dura di Pechino sulle proteste di Hong Kong

A Hong Kong è ormai sera. Il traffico è bloccato da questa mattina, le forze dell’ordine ancora schierate. Decine di migliaia di protestanti muniti di mascherine e occhiali di protezione – molti di loro sono giovanissimi – si stanno scontrando con la polizia, dopo aver costretto il Parlamento a rinviare a tempi non definiti il dibattito sulla nuova legge sulle estradizioni forzate in Cina, che avrebbe dovuto svolgersi oggi alle 11 ora locale (le 3 in Italia). Il governo sostiene che l’emendamento sia necessario perché Hong Kong non diventi un’isola felice per i criminali, mentre i cittadini temono che il progetto possa portare a processi e detenzioni arbitrarie per mano del sistema giudiziario cinese. Alcuni manifestanti sono stati arrestati, altri portati via in ambulanza dopo le cariche della polizia che per la prima volta nella storia di Hong Kong ha sparato proiettili di gomma. 

Da più parti si sono levate voci di protesta contro l’uso eccessivo della forza contro i manifestanti (79 feriti di cui 2 gravi, il più giovane ha 15 anni) e la governatrice Carrie Lam che in un primo momento aveva dichiarato che si sarebbe comunque votato entro giovedì 20 ha deciso di rimandare tutto a una data incerta.

Le proteste – le più grandi dal 1997 – erano iniziate il 10 giugno, in seguito all’annuncio della stessa Lam in sostegno al decreto. Inizialmente pacifiche, le contestazioni hanno subito un’improvvisa escalation di violenza: si è cercato di bloccare l’edificio parlamentare, alché la polizia è intervenuta con idranti, spray urticanti, lacrimogeni e pallottole di gomma – il tutto trasmesso in diretta streaming grazie ai media locali. Alla fine, i manifestanti sono riusciti a irrompere nella sede del Consiglio, usando le barricate di metallo che circondavano il palazzo per attaccare la polizia.

L’eco dell’evento sta diventando internazionale. Contro la legge si sono espressi avvocati, organizzazioni per i diritti umani e diversi governi stranieri, tra cui quello statunitense. Martedì sera Nancy Pelosi, Presidente della Camera dei Deputati americana, ha condannato la bozza, in quanto lesiva dell’autonomia dell’ex colonia britannica. Ha dichiarato che il decreto “dimostra spaventosamente la sfacciata volontà di Beijing di calpestare la legge per silenziare il dissenso e soffocare la libertà dei cittadini di Hong Kong” (South China Morning Post). La dura risposta cinese non si è fatta attendere: Geng Shuang, portavoce del ministro degli Esteri, ha sottolineato che Hong Kong è un affare interno cinese e che nessun’altra nazione può intromettersi, «la Cina esprime forte insoddisfazione e risoluta opposizione nei confronti degli Stati Uniti, per aver fatto dichiarazioni irresponsabili e osservazioni incorrette sull’emendamento» (South China Morning Post).

Notoriamente, Cina e USA sono già in conflitto su svariati fronti, dal commercio internazionale alle restrizioni americane sul colosso tecnologico Huawei. Geng ha aggiunto anche che Bejing sostiene con forza l’impegno del governo di Hong Kong nel modificare la legge sulle estradizioni e che l’autonomia dell’isola è già da tempo implementata dal principio “un Paese, due sistemi”.

Intanto, secondo quanto riportato dall’Ansa, il capo della polizia ha reso noto che gli scontri sono stati riclassificati come “rivolta”, con gravi implicazioni per tutti gli arrestati. Nonostante il rinvio della seduta parlamentare sia una vittoria per i manifestanti, l’accanito sostegno della Lam non fa sperare in un passo indietro, soprattutto perché la legge sembra essere diventata simbolo dell’autorità del Partito comunista stesso sulla città.

La sezione italiana del partito della Sinistra europea

Mi permetto di dire la mia su come la Sinistra esce dopo l’assemblea del 9 giugno.

La sconfitta subita è stata certamente pesante ed è una sconfitta che lascia in molti, dubbi e ripensamenti, non era quindi scontato che la presenza all’assemblea fosse di oltre le 350 persone e

che molti non siano neanche riusciti ad entrare. A loro vanno le nostre scuse e il nostro ringraziamento, con la speranza che ci si possa ritrovare in seguito e comunque, a loro come a chi è interessato a partecipare alla discussione resta il nostro impegno a raccogliere il maggior numero di contributi ad un confronto che deve necessariamente restare aperto.

Sicuramente abbiamo fatto una cosa importante mantenendo la promessa di rivederci dopo le elezioni e di ancor più grande importanza è il fatto che molti se non tutti gli interventi hanno mostrato la volontà di andare avanti.

Andare avanti, dunque, ma come e perché?

Il perché ci è forse più chiaro e alcuni degli interventi hanno sottolineato il cambio di fase che sta accedendo, anche a livello globale, nel processo di globalizzazione capitalista e questo ci consegna una ridefinizione dello scenario in cui ci muoviamo in Italia ed in Europa. Il nazionalismo e la destra offrono una nuova soluzione alla crisi di credibilità che il modello neoliberista sta producendo in Europa e nel mondo. Anche in Italia, dopo anni di desertificazione sociale, in cui conta la sola risorsa e dimensione individuale, spesso la sola speranza di “farcela” è affidata ad una propria consegna nelle mani del più forte. Nella speranza di essere garantito della propria individuale condizione di lavoro e di status sociale o almeno di trovare un sostegno nel pensare che la propria salvezza passa nella difesa da chi gli è sotto, vedendo in questo un nemico da cui difendersi. Anche a costo di sacrificare la propria umanità.

A tutto ciò non abbiamo saputo rispondere con una proposta altrettanto efficace. Siamo rimasti incastrati tra chi continua a proporci la stessa idea di competizione nel mercato globale a cui fare affidamento per stare nel mondo e chi risponde con la xenofobia e la chiusura nazionalista, facendo leva sulla paura.

A questa nuova fase occorre far fronte con coraggio e con uno sguardo lungo. La lista e dunque la proposta che abbiamo costruito, non ha futuro se non si misura con la portata degli eventi che abbiamo di fronte.

È possibile la definizione di uno spazio politico che esca da questo duopolio? Se si come?

La sensazione di rivivere una storia già vista è troppo forte per restare muto o indifferente. Lo stallo in cui penso siamo incastrati è più o meno quello che abbiamo già vissuto subito dopo le scorse elezioni europee, quando, usando le stesse parole, abbiamo preso atto che non si poteva avere una “stretta organizzativa” intorno alla lista de L’Altra Europa con Tsipras e abbiamo scelto di lasciare aperta la discussione e non dare una forma organizzata alla partecipazione di chi aveva sostenuto la lista e alle assemblee che si erano formate.

È evidente che allora il nodo era politico. È possibile, allora come ora, avere una sinistra alternativa e fuori dai campi esistenti? La risposta allora è stata “vediamoci e discutiamo”.

Allora l’affidamento fatto verso i garanti non tenne a lungo e l’allontanamento una dopo l’altra di quelle figure ci ha riportato al punto di partenza. Una sinistra divisa e frammentata e con lo stesso nodo politico irrisolto.

Certo queste elezioni hanno pronunciato un verdetto e se ci fosse stato un risultato migliore, forse, non saremmo a questo punto. Ma il risultato è forse anche il frutto di una debolezza della proposta che abbiamo costruito senza il dovuto investimento e con tempi ridotti all’osso.

In questi anni abbiamo cercato di dare forma alla definizione di questa alternativa. Lo abbiamo fatto sempre con il massimo dell’apertura a chi “fuori di noi” poteva essere interessato alla ricostruzione di una forza politica che si ponesse questa ambizione con apertura e senza preclusioni verso altri.

Eppure tutti i tentativi fatti non hanno prodotto i risultati sperati. Da dove ripartire dunque?

Sono di ritorno da un incontro con le reti internazionali che si occupano di economia buona ed ecologica. Tante esperienze che mostrano che alternative al modello economico che ci sta portando al disastro ambientale ci sono e sono praticate.

Come transform! europe e Sinistra Europea abbiamo lavorato affinché tutte queste pratiche, insieme a tutte le idee e le analisi che vengono prodotte sul terreno dei Commons, abbiano un qualche significato politico. Forse partire da questi contenuti, da come nella pratica è possibile definire un modello di economia alternativo che funziona, sarebbe utile anche a noi. Pratiche che servano anche a radicare un conflitto contro un sistema politico che resta ancorato al vecchio/nuovo modello economico capitalista.

Per questo penso sia possibile ricominciare da qui, dalle esperienze dirette di alternativa praticate e dalla definizione dei Commons come una piattaforma politica per la sinistra del XXI secolo. Non quindi una ricomposizione politica che arriva, spesso, solo in prossimità della scadenza elettorale, ma un cammino che riconnetta le esperienze di lotta nel mondo del lavoro e della salvaguardia dell’ambiente capace di costruire una alternativa credibile e concreta.

Per farlo non ci sono scorciatoie, serve l’impegno di tutti e di tutte, serve definire un processo che renda ognuno ed ognuna, protagonista e direttamente coinvolt* nelle scelte collettive. Serve che il Partito della Sinistra Europea si apra e diventi lo spazio in cui le differenze si ricompongono, In cui partiti, associazioni, movimenti, singoli individui, trovino la forma di discussione, cooperazione e decisione, per definire una alternativa reale, a livello europeo.

Serve la sezione italiana del Partito della Sinistra Europea

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Articolo pubblicato sul sito di Transform! Italia