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Il successo dell’incompetenza

Due ricercatori nel 1999 alla Cornell University hanno studiato il cosiddetto effetto Dunning-Kruger: una sorta di singolare cortocircuito per cui chi è incompetente non si accorge della propria incompetenza. In pratica esiste (ed è scientificamente provata) una distorsione cognitiva per cui l’ignorante sovrastima il proprio (poco) sapere e nello stesso tempo sottostima, se non addirittura dilegua, il sapere altrui. Il fatto è che, secondo questa teoria, l’ignorante si prende talmente sul serio che addirittura prende delle colossali cantonate senza nemmeno accorgersene e addirittura facendone motivo di vanto.

Mi chiedevo, mentre leggevo tutto questo, ma perché dovrebbe avere successo gente così, perché non dovrebbero piuttosto essere smentiti dai fatti e da coloro che sanno? Presto detto: nella stessa ricerca si sottolinea come invece lo studioso o comunque colui che sa (il contrario dell’ignorante, insomma, per dirla semplice) sia portato piuttosto a sottostimare il suo sapere: la vastità di informazioni che padroneggia lo porta a porre sempre il dubbio sulle proprie affermazioni consapevole com’è di una complessità che difficilmente si può considerare imparata del tutto.

Del resto, se ricordate i tempi di scuola, il secchione della classe era spesso il più insicuro, con il tono nelle conversazioni sempre basso, spesso preso in giro proprio per quel suo eccesso di educazione in un gruppo dove la sguaiatezza era simbolo di muscolarità. Ma erano i tempi della scuola, perdio. E invece ora il tutto si è trascinato molto più su, perfino nella scelta della classe dirigente. E la contraddizione di considerare il sapere come un ostacolo alla popolarità e alla credibilità è arrivato ben prima di questo governo. Non piacciono i professoroni perché a molti (troppi) italiani non piace essere smentiti: accarezzati tutto il giorno dalla pessima televisione, leccati dalla pubblicità, esaltati dalla politica, sono ormai assolutamente incapaci di sostenere una contraddizione.

Ed è un tema vastissimo e tra l’altro molto politico. Eppure, vedrete, che non farà nemmeno troppi clic.

Buon mercoledì.

Il giallo irrisolto della Brexit incombe sulle europee

Britain's main opposition Labour Party leader Jeremy Corbyn (C) leaves the EU Commission in Brussels on February 21, 2019 after a meeting with EU Brexit negotiator. (Photo by Aris Oikonomou / AFP) (Photo credit should read ARIS OIKONOMOU/AFP/Getty Images)

Neanche il tempo che il Parlamento europeo si attrezzasse per cominciare a diffondere i sondaggi su cui calcolare la propria composizione futura che forse i conti sono tutti da rifare. È ancora fantapolitica, ma l’eventualità che la Brexit subisca un rinvio tale da dover riammettere i seggi inglesi non è più del tutto impossibile.

La Brexit è ormai un giallo che si svolge tra i palazzi e il Paese reale: ora Corbyn chiede di tornare ad ascoltarlo, indicendo un nuovo referendum. Intanto si vota in Parlamento per tre volte su varie ipotesi di nuove trattative o di rinvio. Probabilmente Bruxelles pencola tra chi considera necessario chiudere con “chi è stato sempre con un piede dentro e uno fuori” e chi invece vede i vantaggi di un remain. Come quello di dimostrare che l’uscita dalla Ue non è un pranzo di gala. Ma anche di avere numeri diversi nel Parlamento europeo.

Se si avesse un rinvio che superasse la data di insediamento del nuovo Parlamento infatti gli inglesi dovrebbero rimanere. Si dovrebbe così tornare alla vecchia composizione con alcune decine di seggi in più, ritornando al totale precedente e togliendo qualcosa a chi si era visto aumentare la propria rappresentanza (compresa l’Italia). Il risultato però dovrebbe essere quello di riportare in maggioranza assoluta i seggi dei due tradizionali schieramenti, popolare-conservatore e socialisti. I sondaggi pubblicati fin qui hanno infatti gettato l’allarme rosso sulla perdita di questa maggioranza e sul pericolo populista. Cosa in realtà molto propagandistica visto che…

L’articolo di Roberto Musacchio prosegue su Left in edicola da venerdì 8 marzo 2019


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Le storie dei partigiani che oggi più che mai bisogna conoscere. E la Resistenza vive attraverso l’arte

Ad uno ad uno, purtroppo, se ne vanno i partigiani della grande impresa della Resistenza contro la dittatura fascista e l’occupazione nazista. Muore Umberto Grilli “Lunghèt” che non aderisce alla Repubblica di Salò, fugge in provincia di Como ed entra nella 52esima Brigata Garibaldi a Lanzo d’Intelvi. Ci abbandonano Soemo Alfieri, il partigiano “Russia” di Parma, che fino all’ultimo mantiene quel legame forte tra i valori della Resistenza e del lavoro, ed Enrico Angelini, che cancella personalmente una svastica impressa sulla targa in memoria dei ribelli alla Cascina Radicosa, tra Trevi e Foligno.

Ci salutano tutti in silenzio: la staffetta Pierina Tavani di Caorso, nome di battaglia “Stella”, che non abbandona la profonda umanità davanti alla follia del nuovo corso del razzismo, il comandante Aldo Sacchetti di Carrara, uno degli uomini della liberazione di Cuneo, Ercolina Gibin di Novara, Danilo Filius “Bob” di Portovaltravaglia, Duilio Paesani di Rimini, Ezio Lavezzi di Imperia, Ugo Berga della Valsusa, Pietro Beccuti di Asti, Giovanni Calisto “Zanò” di Cuneo, Nerina Lanzoni e Alfonso Merzi “Nino” di Reggio Emilia. L’ultimo addio alla partigiana Olga Bernardi di Castelfranco è sulle note di “Bella ciao”, la stessa canzone che si porta via Enzo Biagi, Giovanni Pesce (anche con “Ay Carmela”), Onorina Brambilla, Erminio Lissi, Franco Pasquet e centinaia e centinaia di partigiani. Ci lasciano così, senza troppe celebrazioni, come persone normali, umili e semplici, protagonisti della grande stagione delle scelte, e lasciano un vuoto che è impossibile da colmare. E con loro potrebbero svanire le storie dell’Italia partigiana.

L’Italia liberata. Storie partigiane (uno spettacolo di teatro civile, un film girato e illustrato), parte proprio da qui, dalla fine anagrafica di una generazione che in soli venti mesi, dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, riprende le redini del Paese, lo conduce attraverso la Costituzione repubblicana verso la democrazia, dopo lunghi anni governati dal regime fascista, dalle barbarie e dall’orrore del nazismo. È un’idea ambiziosa sostenuta da centinaia di persone che partecipano ad una straordinaria campagna di crowdfunding sulla piattaforma di Becrowdy, il patrocinio non oneroso di Arci, Coop Lombardia, Matera 2019 Open Future, Comune di Milano, e la fondamentale collaborazione con l’Associazione Ponti di memoria e i tanti circoli Anpi e Arci sparsi nel territorio. Giungo al progetto di L’Italia liberata. Storie partigiane dopo quattro libri sulla Resistenza: Il paese della vergogna (Chiarelettere, 2007, anche cd con i Gang), Orazione civile per la Resistenza (Promomusic, 2012), Giovanni e Nori, una storia di amore e Resistenza (Laterza, 2014, anche cd e film), I Carnefici (Sperling & Kupfer, 2015, anche film). E ci arrivo dopo alcune centinaia tra spettacoli e reading messi in scena dal 2004 in Italia nei luoghi della Resistenza, e in Europa, in versione solista e accompagnato da Gang, Gaetano Liguori, Michele Fusiello, Massimo Priviero, e altri incontrati lungo il cammino.

Allora dovevo mettere in campo un progetto ampio: narrare la vita di uomini e di donne che con le loro azioni coraggiose hanno cambiato il corso della Storia; smontare attraverso l’oggettività della documentazione, orale e scritta, la forza delle parole e della narrazione, le tesi false del nuovo revisionismo; trasferire alle nuove generazioni, attraverso linguaggi moderni come quelli del teatro e del cinema, grazie all’ausilio dell’illustratore Giulio Peranzoni, la memoria di migliaia di persone che hanno pagato, anche con la vita, il prezzo delle loro idee di democrazia e di libertà.

Almeno 45mila partigiani civili italiani morti in combattimento o fucilati dopo atroci torture; 22mila mutilati e invalidi; 45mila soldati uccisi in azione, quelli che dopo il 3 settembre 1943, a seguito del breve armistizio di Cassibile, decidono di schierarsi contro i nazifascisti (34mila nell’esercito, 9mila in marina, 2mila nell’aviazione); 20mila soldati morti nei combattimenti poco dopo l’armistizio, 13.400 nei trasporti in mare; 10mila militari assassinati nei Balcani; 9.500 soldati e 390 ufficiali della 33a divisione Fanteria Acqui del generale Antonio Gandin, impegnata a Cefalonia, Corfù e Zante, annientata dai nazisti; 815mila soldati rinchiusi nei lager per essersi rifiutati di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, 40mila sterminati, come altri 36mila civili; 15mila tra civili, partigiani, simpatizzanti della Resistenza trucidati nelle 2.274 stragi naziste e repubblichine avvenute in Italia. Sono numeri oggettivi e impressionanti che non si possono dimenticare. Ci dicono spesso che bisogna voltare pagina. Ma almeno bisogna conoscerla e leggerla. E allora leggiamola fino in fondo, senza perdere neppure una parola.

Il progetto L’Italia liberata è il grande progetto multimediale di Daniele Biacchessi sulle storie partigiane della Resistenza. Tra le prossime tappe dello spettacolo, Magenta (30 marzo), Monticelli d’Ongina (5 aprile). Il libro omonimo esce il 2 aprile 2019 per Jaca Book. Il film con la regia di Daniele Biacchessi e le illustrazioni di Giulio Peranzoni è pianificato nel 2020. L’intero progetto sarà finanziato attraverso la campagna di crowdfunding dal 2 febbraio al 2 aprile 2019 sulla piattaforma Becrowdy.

Per la rinascita civica di Roma c’è una rete in movimento

Roma è sotto assedio dell’incapacità e del pressapochismo. Il governo della città si esprime tramite mediocri spot di immagine e vuoti sostanziali su temi cruciali: trasporti, rifiuti, servizi alla persona, manutenzione. Alla sindaca Raggi e al suo entourage manca sia un’idea di città, anzi un’idea di Capitale, che un’idea di gestione ordinaria. Eppure, nonostante lo sfascio a cui la politica consegna Roma, segni di rinascita civile si diffondono con sempre maggiore pervasività nei quartieri romani. Giornali come La Repubblica (in particolare con rubrica “La Città che resiste” nella cronaca di Roma), riviste come Left e l’Espresso hanno monitorato, sostenuto e affiancato questa rinascita, con importanti articoli nei quali è emersa la voce della città che resiste, quella delle piccole e grandi comunità che non parlano di cambiamento, lo praticano quotidianamente. È la comunità del fare quella che ci racconta di un’alternativa possibile, una collettività plurale che riconosce i propri pari e, spesso, non si riconosce nei partiti e nei soggetti organizzati della Sinistra ufficiale.
Se guardiamo con attenzione quello che cresce sotto le macerie dei partiti scopriamo un mondo che unisce il saper fare alla visione complessiva di cambiamento: “grande come una città”, le comunità agenti del Municipio VIII, il movimento delle donne, i tanti comitati locali su ambiente, politiche sociali e culturali, le reti antirazziste e molte altre soggettività in città, affermano l’esigenza di esserci, di mettere a disposizione il proprio tempo per cambiamenti concreti, si esprimono in termini sempre più ampi nei laboratori di riqualificazione della vita urbana, nell’attivismo a sostegno delle fasce povere della popolazione, nella difesa dei diritti umani e civili.
Questi laboratori civici hanno, di fatto, indicato la strada per sconfiggere le destre alle scorse elezioni amministrative nei Municipi VIII e III, facendosi forza egemone sui programmi e sui modelli partecipativi, tutti fondati sull’abbassamento della soglia di accesso alla politica, sull’inclusione, sul rifiuto di meccanismi di delega e di legittimazione verticistica da parte delle segreterie delle forze politiche. Mi sembra che la risposta al populismo e alle destre razziste sia già sotto i nostri occhi, stia dentro questa moltitudine; matura con sempre maggiore consapevolezza un ruolo più marcatamente politico intorno alle amministrazioni dei quattro Municipi romani amministrati dalla sinistra, mentre in tutti gli altri compone, consapevolmente o meno, la tessitura sociale di una ipotesi alternativa di governo della cosa pubblica.
Su un piano più ampio, cittadino, la mobilitazione delle donne (sia a sostegno della Casa Internazionale e di Lucha y siesta che per l’assunzione nell’agenda politica delle priorità indicate dal movimento femminista), quella contro gli effetti locali del decreto Salvini, le mobilitazioni per l’ambiente e il diritto all’abitare, configurano uno spazio civico ricco di professionalità, saperi e visioni fondamentali per qualsiasi proposta di governo della città. Presto si tornerà a discutere intorno alle elezioni comunali, all’assetto che la sinistra dovrà darsi per questa cruciale scadenza. È necessario “soltanto” che questa ricchezza acquisti consapevolezza della propria potenza costituente di un nuovo spazio politico; è necessario che trovi le occasioni per mettersi in rete e definire le regole del gioco di una rinascita politica e culturale della città.
Dovremo, nei mesi che ci aspettano, denunciare con maggiore coraggio i disastri che il governo di Virginia Raggi procura alla città, dovremo intensificare l’opposizione a questa maggioranza tracotante e incompetente e al tempo stesso favorire il dialogo e la messa in rete del civismo politico che anima i nostri territori. Federare il civismo politico, quindi, e, come diceva bene Amedeo Ciaccheri in un recente articolo, i soggetti concreti dell’operatività sociale e culturale, la pluralità delle “comunità agenti” presenti in città.
In fondo, occorre investire sul grande capitale sociale, di partecipazione pubblica emergente; dobbiamo raccogliere il segnale delle ultime amministrative municipali: investire sulla partecipazione diretta dei cittadini e, insieme, sulla necessità di rinnovamento delle forze politiche della sinistra.
Si può fare.

Lo dico da papà

C’è un allarme sicurezza, in Italia, che non cavalca nessuno perché in fondo gli accusati alla fine siamo noi e quindi non c’è posto per paure o per vittimismo. In realtà le denunce sono stabili ma l’affidamento ai servizi sociale dura sempre di più, perché la rieducazione è più dura e perché la reiterazione dei reati, purtroppo, comincia a diventare seria. Parliamo dei minorenni, i nostri figli potremmo dire per semplificare e per rendere meglio l’idea, che in 21.268 (attenzione, di cui quasi 16.000 italiani) che compiono reati e che negli ultimi 10 anni sono aumentati del 50%. Sono le famose baby gang chiamate così perché fanno meno spavento eppure si dedicano a reati di tutto rispetto: da quelli che si sono mandati quasi 100.000 messaggi su whatsapp per mettersi d’accordo come torturare con una pistola un loro nemico a Maurizio Lutricuso ucciso fuori da una discoteca perché aveva rifiutato una sigaretta a dei ragazzini.

Gli omicidi compiuti da minorenni sono aumentati (lo certifica il Viminale) del 3,64% e soprattutto la classifica delle città coinvolte inverte, anche in questo caso, totalmente i nostri pregiudizi: svetta Bologna prima di Roma, Catania e Palermo con i suoi 2.239 ragazzi in carico ai servizi sociali. Lì, dalle parti di Casaleccchio di Reno minori italiani e stranieri si sono integrati benissimo alla faccia di Salvini nello smercio di droga. C’è Milano con i suoi 20 arresti nell’ultima settimana (una settimana, eh), Roma con le sue rapine che imitano lo stile del film Gomorra e Torino con le sue rapine che avvengono addirittura in centro. A Bari furti, aggressioni e scippi di minori italiani nel quartiere Libertà oltre a Napoli e Palermo dove i legami con la criminalità organizzata si fanno più forti.

4.132 rapine, 4.568 lesioni volontarie, 4.630 arresti per stupefacenti e quasi 10.000 per furto.

Questi non sono invasori. Questi sono i nostri figli. Sono quello che siamo chiamati a fare noi. Non ci sono élite da accusare e nemmeno nemici da inventare. Ci sarebbe la politica, che in Italia da decenni continua a disinvestire sulla cultura e sulla scuola. Cosa gliene fotte, di togliere qualche miliardo alla scuola che non porta abbastanza voti.

Lo dico da padre. Questi sono i nostri figli.

Buon martedì.

L’inaccettabile sentenza di tre giudici donna che assolvono uno stupratore

Esprimiamo tutto il nostro profondo, arrabbiato, dissenso diffondendo sui social, via email e via telefono quello che le donne non avrebbero mai voluto sentire. Ad Ancona, tre giudici donna hanno assolto uno stupratore considerando impossibile che avesse compiuto l’atto criminoso perché la vittima “sembrava un maschio”. Ovvero era brutta e quindi inappetibile! Nel mondo artificiale ed artificioso creato da un irresponsabile battage pubblicitario, solo le bellezze gonfiate, siliconate, betulinizzate potranno, d’ora in poi, considerarsi vittime accreditate da eventuali denunce contro eventuali stupratori perché “bellezza fa giustizia”. Questo, in pratica, è il nuovo dogma approvato con tanto di sentenza assolutoria di due individui da parte di ben tre giudici donna della Corte di Appello di Ancona che hanno ribaltato la sentenza di primo grado che condannava due giovanotti rispettivamente a 5 e 3 anni per essere stati, il primo, il violentatore, ed il secondo, il palo, che ha protetto l’amico violentatore. E se “bellezza fa giustizia”, “non essere bella non fa giustizia”. Perché la vittima è una ragazza di 22 anni di origine peruviana che ha raccontato di essere stata stuprata da due suoi compagni della scuola serale. Ma la ricostruzione della ragazza non è stata considerata credibile dalle tre magistrate nonostante che gli stessi medici dell’ospedale a cui si era subito rivolta nel marzo 2015 avessero riscontrato lesioni compatibili con la violenza sessuale. Ebbene, in un clima generale di odio contro le donne ed i soggetti più deboli, di razzismo non più latente ma sfacciatamente palese grazie alle cosiddette politiche antimigranti, l’umiliante e disintegrante violenza subita da una giovane ragazza peruviana non ha prodotto quella indignazione, quella coscienza giuridica scevra da contaminazioni di sorta ma immacolatamente “super partes” nelle menti e nei cuori di tre donne che hanno scritto questa sentenza che fa orrore ai sostenitori e difensori dei diritti umani costituzionalmente garantiti. Perché, come riporta Repubblica, nelle motivazioni della sentenza si legge testualmente: “In definitiva, non è possibile escludere che sia stata proprio Nina a organizzare la nottata “goliardica”, trovando una scusa con la madre, bevendo al pari degli altri per poi iniziare a provocare Melendez (al quale la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo “Nina Vikingo”, con allusione a una personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare) inducendo ad avere rapporti sessuali per una sorta di sfida”. Quindi, per le tre donne magistrate, è stato l’aspetto mascolino della ragazza ad avere agito da deterrente per uno stupro che loro hanno ritenuto mai verificatosi. Ancora una volta la voce di denuncia delle donne vittime di stupro viene esaminata con il bisturi della diffidenza a priori ma questa volta tale diffidenza è aggravata da un preconcetto di tipo maschilista che alberga, con nostro stupore, anzi, con nostro orrore, addirittura nelle menti di tre donne adulte e per di più detentrici di poteri di giudizio istituzionale che possono incidere pesantemente sulle vite delle persone. Rimane un’unica speranza di fronte a questo svilimento, per non dire “imbarbarimento” dell’autorità giudiziaria. Per fortuna la Cassazione ha annullato la sentenza. Il Tribunale dovrà esprimersi nuovamente.Aspettiamo. L’indignazione e l’attenzione delle donne resta viva più che mai.

Un governo con la clausola di dissolvenza

Il premier Giuseppe Conte nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi a Roma, 7 marzo 2019. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

“Vi invito a soprassedere dalla comunicazione dei capitoli di gara…”, scrive Conte alla Telt (la società italo-francese responsabile della realizzazione dell’opera Tav) in cui, stile Totò, riesce a metterci dentro di tutto parlando di niente. Come quando da ragazzi si viene interrogati senza avere studiato e si rivendono divagazioni come se fossero risposte. Il governo italiano ha scritto alla Telt per «evitare di assumere impegni di spesa gravanti sull’erario italiano» e anche per «adoperarsi per non pregiudicare gli stanziamenti finanziari posti a disposizione dall’Unione europea». La storia della botte piena e della moglie ubriaca qui si aggiunge di un altro interessante capitolo degno di moderne “baruffe chiozzotte”.

Intano Fico dice (a suo modo, giustamente) che la battaglia contro Tav non è ideologica ma identitaria e allora viene da chiedersi perché mettere in piedi quella baracconata sui costi-benefici quando bastava un capo politico che facesse politica.

Giuseppe Conte è tutto contento per avere steso un documento da azzeccagarbugli che in realtà fa accapponare la pelle. Chi di voi parteciperebbe, mettendoci soldi, fatica e lavoro, a un progetto su cui grava la clausola di dissolvenza che permette al governo di dire “ah, allora ci abbiamo pensato, non ne facciamo niente, riportatevi a casa tutto”? Nemmeno un pazzo, dai, non scherziamo.

La vera clausola di dissolvenza è su questo governo che si tiene in piedi solo perché Salvini non sa bene come fare a tornare a elezioni rompendo con i 5 Stelle per poi essere costretto a fare un governo magari con Berlusconi (e quindi spera di mettere altro fieno in cascina) e i 5 Stelle sono terrorizzati nel mettere alla prova il proprio gradimento nazionale e poi bussare magari alla porta del Pd.

Quindi? Quindi si va avanti anche qui con la clausola di dissolvenza, come quelle coppie, che non si lasciano perché non saprebbero dove andare.

In tutto questo il ministro dell’Interno trova però il tempo di querelare Vauro (e quindi Left, e quindi la nostra direttrice Simona Maggiorelli) per una vignetta di satira che spargerebbe odio. Avete letto bene: Salvini, lo spartitore d’odio (potrebbe scattare un’indagine della Polizia Postale sul suo conto) in tutto questo trova il tempo di querelare Left.

Siamo sulla strada giusta. Resistere.

Buon lunedì.

Brexit o non Brexit, i diritti dei cittadini vanno tutelati

Silhouette of a couple standing and looking through big window at cracked and damaged United Kingdom and European union flags.

Parafrasando il film western Mezzogiorno di fuoco del regista Fred Zinnemann, la società civile britannica sta affilando le sue armi, pacifiche e nonviolente, per non cadere nella trappola liberista della Brexit che vuole salvare i privilegi del mercato a scapito dei diritti fondamentali di cittadinanza. L’appuntamento è fissato per sabato 23 marzo, quando i cittadini inglesi e quelli europei residenti in Gran Bretagna si riuniranno a Londra sei giorni prima dal divorzio formale tra Regno Unito ed Unione Europea, che potrebbe peraltro slittare a dopo il 29 marzo. «Fate decidere il popolo – Per un nuovo voto sulla Brexit» sarà lo slogan principale della manifestazione. In effetti, il dibattito istituzionale in Gran Bretagna è totalmente ingessato sulla tempistica dell’appartenenza o meno del Regno Unito al mercato unico europeo, mentre vengono oscurate le conseguenze che la Brexit avrà sui diritti fondamentali di almeno cinque milioni di persone, tanti sono i britannici che lavorano e risiedono nell’Ue e gli europei che fanno altrettanto in territorio Uk (tra cui più di 300 mila italiani). Al momento non c’è nessuna certezza giuridica sul carattere permanente da riconoscere nella fase post-Brexit alla cittadinanza europea come espressa dai trattati costitutivi dell’Unione europea: milioni di persone corrono dunque il rischio di vedersi privare da un giorno all’altro di diritti fondamentali sui quali hanno costruito la loro vita familiare e professionale nell’Ue e in Gran Bretagna, e ad oggi non sanno a quali condizioni per esempio dovranno sottostare per risiedervi o lavorare. Un’ipotesi contro la quale si sta mobilitando la parte più significativa della società civile e politica britannica che rivendica a gran voce lo status quo sui diritti fondamentali, Brexit o no.
Contro questa ipotesi scellerata di una perdita inaccettabile di diritti democratici collettivi, abbiamo lanciato in Gran Bretagna una “Iniziativa dei cittadini europei” (Ice): si tratta di un diritto di iniziativa legislativa indirizzata alla Commissione europea che, con le firme e il sostegno di almeno un milione di cittadini europei in tutti gli Stati membri Ue da raccogliere entro il mese di luglio, intende costringere l’esecutivo di Bruxelles ad attivare procedure legislative perché gli europei che vivono in Gran Bretagna e i britannici che vivono nell’Ue possano continuare a godere esattamente degli stessi diritti di residenza, circolazione, lavoro ed organizzazione familiare che hanno oggi.
L’unica cosa che interessa davvero al governo di Theresa May è mettere al riparo la Gran Bretagna dagli effetti economici e finanziari di una “Brexit dura”, senza accordo, tra Londra e Bruxelles: sulla questione dei diritti di cittadinanza, invece, continua a…

Tony Simpson è il rappresentante legale dell’Ice, Iniziativa dei cittadini europei.

Per informazioni qui   

Per firmare l’appello dell’Ice qui 

L’articolo di Tony Simpson prosegue su Left in edicola da venerdì 8 marzo 2019


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Algeria al voto, con l’incognita Bouteflika

The girl holds a placard reading 'No to a 5th term, Bouteflika Get out !'. Algerians in Toulouse gathered on the main square of Toulouse, the Capitole, to protest against the re-election bid of Algerian President Abdelaziz Bouteflika. He's in power since 1999 and if elected, it will be his 5th presidential term. In Algeria, protests swelled since their beginning ten days ago. Opponents say he's no longer fit to fit to lead, citing his poor health and what they call chronic corruption. Toulouse. France. March 3rd 2019. (Photo by Alain Pitton/NurPhoto via Getty Images)

Alla fine il sì dell’anziano e malato Abdelaziz Bouteflika alle presidenziali algerine del prossimo 18 aprile è arrivato con un semplice comunicato: «In risposta agli inviti e agli appelli, dichiaro la mia candidatura». Come sua abitudine, il presidente, al potere dal 1999, ha temporeggiato un po’ prima di ricandidarsi per la quinta volta alla carica più alta del Paese. Avrà incassato il pieno appoggio dell’esercito e della ricca classe imprenditoriale locale prima di annunciare il suo fatidico sì lo scorso 10 febbraio? Probabile, a condizione però che sia sempre lui ancora a decidere. I dubbi a riguardo non sono pochi: da quando è stato colpito nel 2013 da un ictus, Bouteflika è su una sedia a rotelle e ha limitato i suoi spostamenti all’estero e le sue apparizioni pubbliche in Algeria. Le sue condizioni di salute sono da tempo al centro di un accesso dibattito politico interno tra chi (i suoi oppositori) ritiene che il protagonista della «riconciliazione nazionale» dopo la brutale guerra civile degli anni Novanta non sia più adatto a governare e chi (i suoi sostenitori e soprattutto il ceto dirigente) al contrario sostiene l’esatto contrario.
«Certamente non ho più la forza fisica che avevo prima, cosa che non ho mai nascosto al nostro popolo – ha ammesso nella sua lettera di candidatura – ma la volontà incrollabile di servire la patria non mi ha mai abbandonato e mi permette di superare le costrizioni legate ai problemi di salute che ognuno di noi ad un certo punto può trovarsi ad affrontare». Bouteflika è stato sincero sulle sue condizioni fisiche, meno però quando ha promesso che, una volta rieletto, implementerà riforme sociali, politiche ed economiche. Sono infatti parole che più volte ha pronunciato, ma che finora non ha mai mantenuto.
Ma al di là della consistenza o meno delle sue promesse elettorali, la sua ricandidatura è significativa perché mostra come l’élite politica ed economica algerina non sia stata ancora capace di trovare un accordo su un “nuovo” nome che possa garantire una successione indolore al suo ventennio di governo. La sua partecipazione alle presidenziali ripropone inoltre anche una domanda inquietante: chi governa realmente il Paese?…

 

L’articolo di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola da venerdì 8 marzo 2019


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Quale immigrazione

ROME, ITALY - FEBRUARY 11: Vice Premier and Minister of the Interior Matteo Salvini holds a press conference in the Sala Salvadori of the Chamber of Deputies in front of a painting of the Battle of Lepanto depicting boats and shipwrecks at sea, about the outcome of regional elections in Abruzzo, on February 11, 2019 in Rome, Italy. (Photo by Simona Granati - Corbis/Getty Images,)

A pochi mesi dalle elezioni europee di maggio, chiacchiere social e selfie a parte, quali sono le reali posizioni delle forze politiche italiane sul tema dell’immigrazione?
Per cercare di andare oltre gli slogan, siamo partiti da un importante documento stilato da alcune associazioni – non solo italiane – che si occupano di immigrazione, diritti umani e frontiere, e collaborano all’interno dell’Osservatorio solidarietà della Carta di Milano (lanciata il 20 maggio 2017 durante la manifestazione “Insieme senza muri”). Nelle 12 pagine del documento, dal titolo Migrazione, accoglienza e antirazzismo, carta di impegno per i candidati e le candidate alle elezioni europee si elaborano riflessioni e proposte di sistema.
La loro versione definitiva sarà pubblicata sul sito osservatoriosolidarieta.org. Nel testo si affronta in maniera interdisciplinare il tema, proponendo alcuni impegni, e si chiede a chi aspira ad essere eletto a Strasburgo di sottoscriverli. Alla vigilia di una campagna elettorale in cui il tema delle migrazioni sarà usato come una clava per conquistare consensi, abbiamo chiesto ad alcuni esponenti – dal M5s, al Pd, a Rifondazione, passando per Più Europa e Patria e Costituzione (Eleonora Forenza, Stefano Fassina, Benedetto Della Vedova, Paola Taverna ed Emanuele Fiano – vedi titoli più avanti, ndr) – di rispondere su alcuni punti ben precisi. Il documento parte da parole chiave come “confini” chiedendo se, data anche l’assenza di reali emergenze, si intenda continuare a sostenere regimi come quello turco o situazioni atroci come quella libica con l’unico obiettivo di “far diminuire gli arrivi”. È possibile con questi Paesi rompere gli accordi bilaterali, spesso di polizia e contemporaneamente intervenire contro l’aumento delle frontiere interne in Europa? O in nome della “sicurezza” si intende lasciare i singoli Stati liberi di reprimere?
E poi, per impedire una condizione di perenne emergenzialità dei migranti, perché non si interviene finalmente per cambiare alla radice il Regolamento Dublino?
Altro piatto forte della retorica securitaria è quello dei “rimpatri,” affrontato attraverso accordi bilaterali con regimi che violano le libertà fondamentali e con dispositivi come la legge Salvini, che ripotenziano strumenti di detenzione amministrativa (i Cpr).
Va poi affrontata la questione…

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola da venerdì 8 marzo 2019


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