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Ciad, in fuga da Boko Haram

La chiamano la “kamikaze”. Halima Yakoy Adam vive in un’isola del lago Ciad. A 15 anni si sposa con un uomo che si arruola nel gruppo jihadista Boko Haram e la porta su un’altra isola, vicino al confine nigeriano. Il suo destino sembra segnato. Il marito la inganna e la “vende”. Viene costretta ad addestrarsi per diventare kamikaze. Era il 22 dicembre del 2015 quando viene drogata e spedita a farsi esplodere al mercato di Bol insieme ad altri terroristi. Al momento di attivare la cintura esplosiva Halima sceglie la vita. Sfila la cintura e la mette in una borsa della spesa. Durante l’esplosione degli altri kamikaze lei rimane gravemente ferita e le amputarono le gambe fino al ginocchio. Dopo un periodo di carcerazione e poi di riabilitazione, viene aiutata dalla sua comunità e rientra al villaggio sull’isola di Ngomirom Doumou.

Oggi Halima ha 19 anni e vive con le protesi che le permettono di camminare e di fare una vita normale. Da poco ha completato la formazione come assistente legale e si considera un “agente di cambiamento” che sensibilizza le sue “sorelle” contro il radicalismo e la violenza estrema. «Mi piace quello che sto facendo – ha detto Halima di recente all’Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) – non voglio che altre ragazze o ragazzi facciano i miei stessi errori e siano reclutati nell’estremismo e nella violenza». Halima ha scelto la vita. «Ho avuto una seconda possibilità – spiega – ora voglio restituire qualcosa alla mia comunità».

La regione soffre da anni le conseguenze della lunga campagna armata ad opera del gruppo terroristico Boko Haram. Nato nel 2009, ha creato il suo califfato nel nord est della Nigeria. Da allora la sua violenza si è estesa anche agli Stati confinanti che affacciano sul lago come Camerun, Ciad e Niger generando circa 2,4 milioni di sfollati.

A rendere ancora più drammatica la vita delle popolazioni del lago è…

L’articolo di Cristina Mastrandrea prosegue su Left in edicola dal 14 dicembre 2018


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Essere donna in Pakistan. La sfida? Abbattere i tabù

In this picture taken on May 13, 2018, Pakistani women celebrate as they ride pink motorcycles during the pink motorcycles rally in Lahore. - Punjab government launched a Pink Motorcycle Scheme with the aim to empower women in society. (Photo by ARIF ALI / AFP) (Photo credit should read ARIF ALI/AFP/Getty Images)

Se chiedete a qualcuno in Italia se conosce qualche famosa donna pakistana, non esiterà a nominare Malala Yousafzai, la più giovane premio Nobel per la pace della storia, Sharmeen Obaid-Chinoy, due volte vincitrice dell’Oscar per miglior cortometraggio documentario, Benazir Bhutto prima premier donna in un Paese musulmano, e Asma Jahangir, l’avvocatessa che è diventata la prima donna in Pakistan a ricoprire il ruolo di presidente della Corte suprema.

Se invece chiedete di nominare un famoso uomo pakistano, faranno fatica a pensare anche ad un solo nome. Eppure, l’immagine che le persone in Italia hanno del Pakistan e delle sue donne è comunque quella costruita intorno ai casi di violenza contro le donne, che le mostrano come deboli vittime, abusate e torturate sia fisicamente che mentalmente da famiglie patriarcali e una società complice.

La donna pakistana è spesso considerata repressa, silenziosa e con un ruolo passivo in un destino che non la vede protagonista. Se questo è ancora vero per molte donne, specialmente quelle appartenenti alle classi sociali più basse, le meno istruite e quelle che abitano nei territori rurali del Paese, c’è una classe media in fermento, con sempre più voglia di sfatare i tabù, sfidare gli equilibri, riappropriarsi degli spazi pubblici.

Sono infatti poche le donne che si avventurano nei luoghi pubblici, per paura di essere importunate, molestate o giudicate dagli sguardi di uomini e le vecchie generazioni.

È per cambiare questo status quo che un gruppo di ragazze ha deciso di creare il movimento Girls at Dhabas. I dhabas sono…

L’articolo di Sabika Shah Povia prosegue su Left in edicola dal 14 dicembre 2018


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Antonello da Messina ritorna in Sicilia

Antonello da Messina e la Sicilia, la Sicilia di Antonello. Sono i due percorsi che lo storico dell’arte e curatore Villa indaga in questo saggio di cui proponiamo un estratto per presentare la mostra al via dal 14 dicembre a Palermo

«Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni?/Brillano tra le foglie cupe le arance d’oro. /Una brezza lieve spira dal cielo azzurro,/ Il mirto è immobile, alto è l’alloro!/ La conosci tu?/ Laggiù!/O amato mio, con te vorrei andare!». Quella terra  impregna la nostalgia di Mignon, ne Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister. Goethe l’ammirò nel 1787, commentando definitivamente: «L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine alcuna nello spirito. Qui è la chiave di ogni cosa».

Questa terra che tanta immagine lascia nell’animo la intendiamo anche attraverso gli spazi e la luce, gli sguardi e i sentimenti, i luoghi monumentali e i paesaggi mentali di un pittore che li ha fissati con impasti e velature, cromie e tocchi di biacca, tavole di quercia e di pesco, per Crocifissioni e Pietà e Annunciazioni. Immersi in quella luce che segna e costruisce gli spazi, quella luminosità morbida e intensa, quei meriggi che restano negli occhi di un artista che volle sempre tornare alla sua terra.

E ancor più la comprendiamo attraverso i ritratti di chi l’abitò, nel sedimentarsi e concentrarsi di popoli e genti, stili e linguaggi nell’isola al centro di un Mediterraneo che sei secoli fa era il vero mercato del mondo, il luogo degli scambi delle arti, artisti e artefici. La conosciamo attraverso la mano geniale che sapeva restituirci tutta la vicenda umana di una terra nei volti inquadrati da uno sporto di finestra su cui appoggia il cartiglio con la sua firma, non il loro nome. È lui che li ha fatti vivere, non loro che l’hanno pagato in once d’oro. Li ritrae consegnando allo spettatore un racconto, una storia, un intero trattato sull’umana natura. Ferma l’attimo del respiro, coglie il fremito di un labbro, la certezza di uno sguardo…

Antonio de Antonio, Antonellus messanensis nell’autografia: ciò che di Antonello da Messina è sopravvissuto a terremoti, smembramenti, fallimenti di famiglie, naufragi, alluvioni, pareti umide, incuria degli uomini, ignoranza, avidità, insulse paure, dabbenaggini, è disperso in raccolte e musei fra Tirreno e Adriatico, oltre la Manica, al di là dell’Atlantico. Mari noti e ignoti attraversati nei secoli da mercanti e intenditori, antiquari, critici, diplomatici: tutti affascinati – come Enrico Pirajno, barone di Mandralisca – dagli occhi e dalle luci, dall’incanto enigmatico del più grande ritrattista del Quattrocento (e forse di sempre). Ogni suo pezzo è giunto a noi fortunosamente, avventurosamente: molti misteriosamente. A ciascuno dobbiamo restituire un’attenzione tesa, una riflessione attenta….

A Giovan Battista Cavalcaselle, un mazziniano che raccolse valigie di appunti e disegni, spetta l’amorevole ricostruzione di un primo catalogo del messinese. Di cui un conterraneo, formidabile erudito, Gaetano La Corte Cailler, si impegnò a cercare, trovare e trascrivere documenti notarili oggi per noi imprescindibili, preziosi e unici: il testamento della nonna, il ritorno dalla Calabria con tutta la famiglia su un brigantino noleggiato dal padre; la dote della figlia, l’acquisto di una casa, e il litigio con il vicino. Qualche contratto e infine il testamento, datato febbraio 1479. Altro di lui non c’era: un’alluvione aveva disperso le ossa, più terremoti avevano distrutto prove documentarie a Noto e in altri paesi siciliani. L’antica Messina era già stata distrutta e poi ricostruita nel 1783. Terremoto del 10°, ultimo grado Mercalli, poi maremoto. Di Messina non resta nulla: e nulla dell’ancona fermata negli schizzi precisi e dettagliati di Cavalcaselle, nulla dell’archivio con i documenti trascritti da La Corte Cailler. Senza quelle trascrizioni, senza quegli schizzi, nulla sapremmo del più grande e ammirato pittore siciliano.

Cavalcaselle era giunto in Sicilia alla fine del dicembre 1859 e vi resterà fino al marzo 1860. Con partenza da Palermo, il suo itinerario si svolge per Monreale, Termini Imerese, Cefalù, Alcamo, Castelbuono, Polizzi Sottana, Castrogiovanni (Enna), Leonforte, Catania, Castroreale, Messina e nuovamente Palermo. L’esito è in un taccuino di 81 fogli sciolti e 14 lucidi, oltre a una relazione di quanto visto in due lettere indirizzate a Crowe. Ha cercato informazioni da fonti tradizionali e notizie degli archivi municipali, da eruditi locali, guide diverse, e poi costruendo una rete di rapporti, come quello con il deputato barone Enrico Mandralisca, possessore di un Ritratto d’uomo che certifica ad Antonello in una lettera che accompagna la restituzione di «cappuccio – mantello – e gambali nella speranza che tutto si riportato in buon ordine». Poi a Messina avrà una nuova, più articolata visione di Antonello. Scopre con emozione nel parlatorio del convento di San Gregorio lo smembrato polittico firmato e datato 1473, e ne scrive, entusiasta e definitivo: «Opera stupenda che giustifica le lodi degli scrittori veneziani riguardo Antonello …. Vi basta dire per la bellezza, che il putto sente di Leonardo da Vinci, e come colore supera molte opere dello stesso Bellini. Il tipo e carattere della Madonna sono dei più belli di quanto ho veduto nella scuola veneziana. La mezza figura dell’angelo sente del fiammingo. Ha una certa affettazione come vedesi in Piero della Francesca. Questa pittura mi suggerisce nuove idee e mi fa trovare Antonello quale doveva essere. Antonello occupa un gran posto tra i quattrocentisti (è il creatore della scuola Veneta). L’anno 1473, e il metodo, dolcezza, e fusione di colore giustificano la nostra credenza riguardo all’anno del quadro di Anversa, cioè essere stato quello dipinto nel 1475. Così pure mi prova essere il S. Girolamo di Baring opera di Antonello e non di Van Eyck».

Da allora però molto si è potuto riconoscere, ripulire, attribuire: il catalogo si è fatto scientifico, le ricerche continuano, le discussioni e le attribuzioni si susseguono. Sono avventure che richiederebbero, ciascuna, la penna di un romanziere che sappia conservare la lucidità del saggista. Iniziano Lionello e poi il padre Adolfo Venturi, Bernard Berenson dà contributi fondanti dopo parziali incertezze, Roberto Longhi già nel 1914 scrive con il suo stile mirabile pagine essenziali in cui ricolloca Antonello a fianco dei veneziani e segnatamente di Bellini, e sottolinea il clima e la lezione di Piero della Francesca anche sulla maturazione dello stile unico di Antonello. Longhi lo riconosce anello di congiunzione creativa fra i ponentini, gli amati fiamminghi e la grande stagione veneziana, mediata dall’isolata riflessione sulla prospettiva e la morbidezza della luce centro italiana, i volumi di Piero. Fin dal saggio del 1914 dedicato a Piero dei Franceschi e la pittura veneziana, Longhi legge Antonello nella sua dimensione storico artistica, inscrivendolo in un quadro culturale organico: diventa il fautore della sintesi fra luce e volume, una lezione seguita fino a studi più recenti fondati sulla ricezione della pittura veneziana…

Ma poi, affrettatamente: Voll nel 1902 suggerisce Antonello per una Crocifissione che fa parte della collezione del barone Samuel von Brukenthal e si trova a Hermannstadt. La Storia stabilirà nuovi nomi per nuovi riscatti nazionali: la città del barone diventa Sibiu, e a lungo quella di Antonello diverrà la Crocifissione di Bucarest. Berenson fa acquistare presso l’antiquario fiorentino Augusto Mazzetti nel 1911 la tavola che conosciamo come la Vergine leggente di Baltimora. All’importantissimo convegno messinese del 1981 Federico Zeri annuncia la scoperta di un’opera che definisce giovanile, una tavoletta devozionale di 15 centimetri per 10, consumata dai baci del fedele che se la portava al seguito in un astuccio di cuoio. E ora l’Ecce Homo, con San Gerolamo nel deserto al recto, è a New York. E l’affascinante storia del Barone di Mandralisca che torna da Lipari con il ritratto su tavola di un ignoto il cui beffardo sorriso ha sconvolto la mente della figlia del farmacista nella cui bottega, sportello di mobile, è giunto per vie misteriosissime? Diventa lo splendido romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio, primo capolavoro di Vincenzo Consolo. E a Cefalù, in teca, l’ignoto “baruni” continua ad inquietarci.

*

Cinquecentotrentanove anni per rimetterne insieme l’eredità visiva. La mostra Antonello da Messina riunisce a Palermo, in Palazzo Abatellis, dal 14 dicembre 2018 al 10 febbraio 2019, quasi la metà delle opere esistenti di Antonello Da Messina, accanto ad opere coeve. Curata dal professor Giovanni Carlo Federico Villa (già curatore della mostra del 2006 alle Scuderie del Quirinale) nasce dalla collaborazione fra la Regione Sicilia e il Comune di Milano dove la mostra verrà presentata – a Palazzo Reale, in collaborazione con MondoMostre Skira – dopo la tappa palermitana.

Il testo di Giovanni Carlo Federico Villa prosegue su Left n° 50 in edicola dal 14 dicembre 2018


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Quei lavoratori consegnati dal governo alle agromafie

«Il decreto Salvini ha dato il via alla lotta alle agromafie». Così si esprimeva il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio ad inizio ottobre. Un’affermazione incoraggiante, che evidenzierebbe almeno un merito tra l’inventario di conseguenze nefaste e disumane del provvedimento targato Viminale. Peccato che sia vero il suo esatto contrario.

A dirlo sono i sindacalisti impegnati in prima linea contro il caporalato e gli analisti che da anni studiano il fenomeno. Non solo nega diritti fondamentali a chi fugge da guerre e dalla fame, depotenzia l’accoglienza virtuosa degli Sprar (il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), aumenta gli irregolari e il disagio sociale, prolunga l’attesa per ottenere la cittadinanza, limita il diritto di manifestazione col reato di blocco stradale (checché ne pensino i fan pentaleghisti dei gilet d’oltralpe): il decreto Sicurezza offre anche un incredibile assist alle cosche che fanno affari in agricoltura. In particolare a quelle straniere.

«Il decreto Salvini fa un favore enorme al caporalato, perché eliminando la protezione umanitaria e smantellando gli Sprar alimenterà una fortissima concentrazione di persone in condizioni che definirei “subumane”, in una cornice di privazione dei diritti. Nei ghetti, oppure ammassate nei Cara», spiega Leonardo Palmisano, etnografo e saggista, docente di Sociologia urbana al Politecnico di Bari. «Queste persone – spiega – si troveranno facilmente sottoposte al ricatto del sistema dei caporali. Che opera, ogni giorno di più, sotto al controllo severo della mafia nigeriana dell’Ascia nera». Una mafia che si sta diffondendo in quelle zone più a rischio d’Italia dove lo sfruttamento del lavoro bracciantile è più esasperato, come ad esempio in Calabria o nel Gargano.

«L’Ascia nera (Black axe, ndr), che ha una straordinaria capacità di soddisfare anche il mercato dello spaccio e della prostituzione, è in espansione, e ha ottimi rapporti con il clan dei Romito a Foggia, con la ‘ndrangheta a San Ferdinando, ma anche a Ballarò con Cosa nostra. A Castelvolturno sono arrivati addirittura a scacciare i casalesi», spiega l’autore di Mafia caporale e di Ghetto Italia (con Yvan Sagnet), che su questa particolare organizzazione criminale con base in Africa ha da poco chiuso un nuovo libro, in uscita nei prossimi mesi.

Insomma, il ministro della ruspa, col suo provvedimento fiore all’occhiello, indirettamente rifornisce bacini di persone disperate, facili prede dei racket malavitosi. E la mafia nigeriana ringrazia. Niente male, per…

L’inchiesta di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 14 dicembre 2018


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La democrazia (e il sindacato) che non c’è nelle forze armate

Italian Prime Minister Giuseppe Conte (R) with Italian Minister of Defense Elisabetta Trenta during the Republic Day celebrations (Festa della Repubblica) in Rome, Italy, 02 June 2018. The anniversary marks the founding of the Italian Republic in 1946. ANSA/GIUSEPPE LAMI

C’è una vertenza invisibile che si trascina da mezzo secolo. È la battaglia per la sindacalizzazione dei militari, 350mila lavoratrici e lavoratori in divisa separati, a volte contrapposti ad arte, da chi una divisa non l’indossa. Questa lotta s’è intrecciata, nelle stagioni in cui la speranza era più forte del rancore, con le ondate di rivendicazioni civili e sociali fin dalla fine degli anni 60 quando, sulla scia di autunni caldi, si tenevano riunioni clandestine di poliziotti, allora ancora militarizzati, e si formavano comitati di ufficiali e sottufficiali democratici, oppure per la smilitarizzazione e i pieni diritti anche di forestali e finanzieri, e i soldati di leva portavano in caserma le stesse inquietudini e speranze che infervoravano la società e le medesime forme organizzative (ricordate i Proletari in divisa?) dei movimenti sociali.

All’inizio degli anni 80 un primo risultato si poté toccare con mano: le stellette furono scucite dalle spalline dei poliziotti i quali finalmente potettero dar vita a sindacati, seppure diversi da quelli dei lavoratori civili (non possono federarsi, né scioperare, né occuparsi di ordinamento, addestramento, impiego del personale) e a volte protagonisti di episodi inquietanti, soprattutto le sigle più legate alle destre, allergiche ai processi contro colleghi che commettono abusi, ai numeri identificativi, a norme contro la tortura e all’agibilità politica delle proteste sociali.

Per i soldati, invece, fu inventato un meccanismo di rappresentanza, nel ’78, ancora più anomalo e ingessato, anacronistico fin dalla promulgazione: i consigli di base, intermedi e centrali di rappresentanza, Cobar, Coir e Cocer, con le stesse gerarchie che condizionano la vita militare, competenti su temi marginali e solo consultivi. Il loro isolamento dagli altri cittadini, secondo la legge, dovrebbe servire a garantire le esigenze di coesione interna, la loro neutralità dalla politica e la fedeltà alla Repubblica, ma nel resto d’Europa – in sintonia con i trattati internazionali – tutti i militari possono organizzarsi in sindacati senza che questo abbia mai inficiato le rispettive stabilità politiche, come dimostra pure la storia della sindacalizzazione della polizia.

«Secondo noi è il modello da seguire per realizzare un modello di tutela non corporativo» spiegano a Left i delegati Cocer Guardia di finanza Eliseo Taverna, Daniele Tisci, Alessandro Margiotta e Guglielmo Picciuto. «Ci si è assuefatti a un sistema di rappresentanza con mere funzioni consultive – aggiungono – che non ha mai avuto…

L’inchiesta di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 14 dicembre 2018


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Una sfida culturale

Quando, su Left del 13 ottobre scorso, Natascia Di Vito ed io proponevamo di raccogliere il sassolino lanciato alla folla di Riace dalla contagiosa indignazione di un giovanissimo migrante, non immaginavamo che l’idea di candidare Mimmo Lucano al Nobel per la pace, emersa contemporaneamente in diverse iniziative con la spontaneità delle azioni urgenti, avrebbe generato un’onda così impetuosa nelle acque intorpidite della sinistra italiana.

Nel corso del cammino la proposta ha giustamente precisato il suo obiettivo: non la persona ma l’esperienza, Riace. Quell’esperienza che, a partire dal primordiale gesto umano dell’accoglienza, ha ridato vita a un paese spopolato dell’entroterra della Locride trasformandolo in un modello di integrazione e di sviluppo ripreso da decine di altri comuni in tutta Italia.

L’arresto di Lucano appariva già allora un estremo campanello d’allarme, il segno che la violenza della politica stava superando il limite oltre al quale i suoi effetti di lungo termine sulle istituzioni, sulla società, sulla vita delle persone rischiavano di divenire difficilmente reversibili. In questi due mesi quella sensazione si è rafforzata e l’ossessione del governo per la distruzione del modello Riace si è confermata il fulcro di una strategia sancita dal varo del cosiddetto decreto sicurezza e attuata capillarmente attraverso una serie di provvedimenti vessatori, come il reiterato smantellamento dei centri di accoglienza romani. Per una destra impegnata nella costruzione artificiosa di un’emergenza immigrazione è necessario distruggere ogni idea e pratica dell’accoglienza, imporre a profughi e migranti un’esistenza sempre più disumana e intollerabile per alimentare quel senso comune di tensione e insicurezza su cui fonda il proprio potere. 

Più che mai, allora, la candidatura di Riace al Nobel può rappresentare un punto di partenza simbolico e concreto per convogliare un’opposizione e un rifiuto verso questo circolo vizioso in cui si rincorrono false narrazioni e reali attacchi alle libertà e ai diritti. Da un lato occorre difendere una pratica di integrazione e arricchimento reciproco di cui Riace è solo un esempio e che, offrendo prospettive di futuro a chi fugge da condizioni di vita disumane, smentisce e ribalta un’immagine di antagonismo fra rifugiati e italiani. Dall’altro si tratta di una rivendicazione d’identità e di esistenza da parte di quella larga parte del popolo italiano che non si riconosce nella narrazione populista di Salvini e in quel Paese impaurito, incattivito, aggressivo che essa propone e che la sostiene.

È in atto una battaglia culturale, a difesa di una concezione diversa dell’uomo e della società, di valori di giustizia, solidarietà e uguaglianza che prima ancora che di sinistra sono semplicemente umani. Ed è forse una felice coincidenza che il regolamento del Nobel per la Pace indichi nei docenti universitari di storia, filosofia, scienze sociali e diritto una delle categorie chiamate a proporre formalmente le candidature all’Accademia di Svezia. Il mondo della ricerca italiana nelle scienze umane e sociali, da tempo sensibile ai temi delle migrazioni, del confronto fra culture, delle interconnessioni globali, è chiamato a confrontarsi con il valore civile della propria professione non solo sostenendo con la firma la candidatura di Riace, ma soprattutto rafforzando la propria presenza nel dibattito pubblico.


L’editoriale di David Armando è tratto da Left in edicola dal 14 dicembre 2018


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Università, i precari traditi da quelli del cambiamento

20091012 - ROMA - CLJ - UNIVERSITA': STUDENTI ONDA GIU' CON CORDA DA TETTO SAPIENZA. Due dottorandi precari dell'universita' La Sapienza, oggi 12 ottobre 2009 a Roma, si sono calati con una corda giu' dal tetto dell'edificio della facolta' di Lettere, rimanendo appesi per circa mezz'ora mentre ai loro piedi studenti e precari hanno gridato slogan contro il Governo e il ministro Gelmini. La protesta, organizzata dagli studenti dell'Onda contro i tagli del Governo all'universita', e' stata inscenata in occasione della visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, giunto alla Sapienza per un convegno sulla ricerca. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI/BT-I52/ DBA

«Abbiamo sentito sia chi governava l’anno scorso, il Pd, sia chi governa oggi, il M5s. Sembravano dello stesso partito». Tito Russo, del centro nazionale Flc Cgil, è uno di quelli che ha incalzato i parlamentari al Senato accademico occupato de La Sapienza di Roma, nei giorni scorsi, quando la protesta dei precari ha toccato alcuni atenei italiani. Il confronto, trasmesso in diretta social, è stato, come si suol dire, altamente istruttivo.

Da una parte, i politici alle prese con gli scampoli della legge di bilancio che per l’Università riserva un aumento di 40 milioni di euro destinato al Fondo ordinario di finanziamento (Ffo) e dall’altra i rappresentanti della mobilitazione dei Ricercatori determinati, «determinati a riprenderci il futuro», come hanno scritto al presidente Mattarella. Ovvero i precari di tutte le tipologie – assegnisti di ricerca, docenti a contratto, Rtda (ricercatori a tempo determinato junior) e collaboratori di ricerca – che da alcuni mesi hanno lanciato la campagna “Stesso lavoro. Stessi diritti. Perché noi no?”. Alla rete promossa da Flc Cgil, Adi, Coordinamento ricercatori non strutturati si è affiancato anche il coordinamento universitario Link, perché il diritto allo studio, con migliaia di studenti giudicati idonei ma che non riescono ad avere la borsa di studio, è un’altra falla che spiega la deriva degli atenei italiani. Ormai le statistiche sono implacabili: siamo penultimi in Europa per numero di laureati, peggio di noi c’è solo la Romania.

«Sì, è stato approvato questo emendamento, ma il problema è che i 40 milioni non sono dedicati ad un intervento specifico, rappresentano solo un borsellino che verrà ripartito tra gli atenei» dice Russo. Briciole, dunque. E anche

L’inchiesta di Donatella Coccoli prosegue su Left in edicola dal 14 dicembre 2018


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Il Tribunale condanna il Comune di Lodi per il caso mense: È una «condotta discriminatoria»

Due madri discutono in attesa dell'uscita dei figli al termine delle lezioni dalla Scuola Primaria S. F. Cabrini a Lodi, 16 ottobre 2018. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Un messaggio Whatsapp arrivato alle 18.31 del 13 dicembre. Il testo è bellissimo: «Abbiamo vinto la causa per discriminazione razziale contro il Comune di Lodi. Il giudice del Tribunale di Milano ci ha dato ragione. La lotta paga». Raggiungere Silvana Cesani, ex assessora ed oggi fra le promotrici del Coordinamento Uguali doveri, è semplice ma ti rovescia addosso una valanga di gioia, di tensione e di commozione, di rabbia repressa e covata da tanto tempo.

«Qui non ci stiamo capendo nulla – dice ridendo – stiamo organizzando una festa in piazza, a Piazza Broletto, per festeggiare e contestare il Comune. C’è chi piange e chi si abbraccia. Non ci sembra possibile. Eppure le 18 pagine con cui il giudice Nicola Di Plotti, in nome del Tribunale del capoluogo lombardo, ha pronunciato la sua ordinanza, non lasciano spazio ad interpretazioni o fraintendimenti».

Un passo indietro per chi non ha seguito la vicenda di cui abbiamo parlato su Left. La sindaca leghista Sara Casanova, aveva deciso di negare i benefici dell’Isee, in particolare l’accesso gratuito alla mensa scolastica, ai bambini di quelle famiglie non comunitarie che non avessero prodotto tre certificati attestanti l’insussistenza di proprietà nel Paese di origine tali da non rendere i bambini beneficiari di tale sostegno. A nulla è valso spiegare che le ambasciate e i consolati dei Paesi di provenienza non erano in grado di fornire tale documentazione né che tale richiesta fosse evidentemente discriminatoria.

Ma è stato un boomerang per l’amministrazione leghista. Intanto cittadine e cittadini hanno cominciato ad organizzarsi, al di là delle differenze politiche, per promuovere una raccolta fondi tale da garantire l’accesso alla mensa. Poi hanno messo in piedi un Coordinamento, iniziato a fare presidi e mobilitazioni, intrapreso azioni legali nei confronti del Comune. Il 10 novembre, scorso, la stessa Cesani era intervenuta a conclusione della grande manifestazione nazionale contro il razzismo e le diseguaglianze (#indivisibili) che si è tenuta a Roma, raccontando anche di come la resistenza della comunità abbia contagiato costringendo ad un certo punto il Coordinamento a chiedere di bloccare ogni invio di denaro, si erano raccolti 145 mila euro che avrebbero assicurato ai bambini la mensa fino al termine delle indagini.

Asgi e Naga di Milano, avevano infatti presentato un articolato esposto e il giudice ha risposto in tempi estremamente brevi. Le 18 pagine dell’ordinanza illustrano il contrasto duro fra una amministrazione comunale che tenta in ogni modo di negare l’evidenza delle discriminazioni contenute nel proprio regolamento, di delegittimare le ragioni dei ricorrenti, di appellarsi a proprie abbastanza astruse interpretazioni delle norme vigenti per far valere le proprie decisioni e le obiezioni che avvalendosi di fonti legislative ben più solide, impongono anche il prevalere del buon senso.

L’ordinanza che ne emerge ha carattere di esemplarità: «Accerta la condotta discriminatoria del Comune di Lodi consistente nella modifica del “Regolamento per l’accesso alle prestazioni sociali agevolate” con la delibera del Consiglio Comunale n. 28/2017 (…) Ordina al Comune di Lodi di modificare il predetto “Regolamento per l’accesso alle prestazioni sociali agevolate” in modo da consentire ai cittadini non appartenenti all’Unione Europea di presentare la domanda di accesso a prestazioni sociali agevolate mediante la presentazione dell’Isee alle stesse condizioni previste per i cittadini italiani e dell’Unione Europea in generale. Condanna il Comune di Lodi alla rifusione delle spese processuali in favore di Asgi – Associazione degli Studi Giuridici sull’Immigrazione e Naga – Associazione Volontaria di assistenza sociosanitaria e per i diritti di cittadini stranieri, rom e sinti, liquidate in € 5.000,00 per compensi, oltre al rimborso forfetario delle spese generali nella misura del 15%; IVA e Cpa come per legge».

Danno e beffa insomma, del resto era già noto che il Comune avesse messo in bilancio una cifra destinata a pagare le spese in caso di sconfitta in tribunale. Facile che ovviamente si ricorra e facile che si riscateni la canea razzista del “prima gli italiani”. Ma questa decisione va a colpire anche tanti Comuni, soprattutto nel Lombardo – Veneto, che già da tempo avevano apportato simili modifiche regolamentari incontrando scarsa opposizione. Oggi si può consigliare a tali amministrazioni di rivedere tali norme prima che altri sollevino la testa. Lodi ha dato una lezione a tutti. Come dicono loro: «Il cibo dei bambini non si tocca / lo difenderemo con la lotta».

 

Per promettere un ponte servirebbe almeno un fiume

Un chiuaua in braccio alla padrona durante la manifestazione della Lega a piazza del Popolo, Roma, 8 dicembre. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Il commento che ha ottenuto più successo (quasi 600 like) è quello di Francesco Romito: «Annullate sto Ca… di reddito di cittadinanza..!!! E trasformateli in sgravi x le assunzioni!!!», scrive. Sono le reazioni alla notizia che l’Italia ha deciso di aprire la trattativa con l’Europa sul deficit per la prossima manovra finanziaria e per una volta vale la pena leggerne qualcuno perché rende bene l’idea di come sia facile promettere e terribilmente difficile governare.

Ma andiamo avanti, sempre sulla pagina Facebook del capitano Salvini scrive Marianna Orlando: «Dovete spiegare cosa state facendo, perché siete passati da “non cambieremo una virgola” a scendere di 0.36 punti? Perché da “fuori dall’euro e dall’EU ” siete passati a “l’euro ce lo teniamo e cambiamo l’EU dall’interno”? Se non spiegate, rischiate di perdere un mare di voti alle prossime elezioni europee!!!». Andreas Italia: «Vergogna.
2.0 . Uno scandalo. Avete fatto mesi di pagliacciate e questa è la resa dei conti. Inchinati come servi.»

Sia chiaro, chi commenta è tutta gente che sostiene questo governo (in particolare la Lega) con almeno un post al giorno. «Avete già calato le braghe due volte e ancora state trattando. Ci avete traditi.», scrive Daniela Mercandelli. Meno diplomatico un sostenitore da Como che Salvini ce l’ha nell’immagine del profilo: «”Ma andate a cagare! Già la manovra economica prima al 2,4%, con le cose fatte a pezzi, senza investimenti e prettamente assistenzialista faceva pena, figuriamoci ora che dovete tagliare per arrivare al 2%. La Francia fa quello che vuole, mesi di proclami contro l’Europa, non arretriamo di un millimetro bla bla bla e poi ci mettiamo a 90! Siete un bluff! E lo dico da elettore deluso! Il mio voto al prossimo giro ve lo scordate!”.»

Marianna ha la solita bandierina italiana nel profilo e scrive: «Delusa. .. tanto tanto delusa. .. vi siete piegati al volere di persone che ci umiliano dalla mattina alla sera. .. dovevate imporvi sul 2.4 (già misero così) invece siete andati là, oggi, a dire l’ennesimo SI SIGNORE…. a che serve votare se poi decidono sempre loro se e x quanto tempo ancora dobbiamo vivere?!?!?!?!…». È geniale invece Gigi da Napoli, evidente esperto di politica internazionale, sentite qua: «Non mi sembra fossero questi gli slogan pre elettorali signor Ministro, non dobbiamo preoccuparci di evitare sanzioni dei burocrati europei, ma imporre la nostra volontà di grande Stato come ben sa il dottor Bagnai e far ripartire l’economia con il debito…. Se non gli sta bene, allora fuori… Subito… A Gerusalemme mandi gli eurocrati che nulla hanno da fare, noi pensiamo all’Italia e a rinsaldare rapporti con Stati che davvero ci possono aiutare, leggi Russia, Iran, ecc… Saluti».

C’è anche qualche europeista dell’ultim’ora, come Gianluca: «Ignoranti, sapete il caos e l’inflazione che si crea se usciamo dall’Europa? Noi non dobbiamo uscire dall’Europa ma dobbiamo essere i comandanti dell’Unione Bravo Matteo! 💚». Fino al commento definitivo: «Siete solo chiacchiere e distintivo».

E il senso delle promesse a vuoto è tutto qui: si soffia sul fuoco per scaldare i risultati elettorali e poi ci si lamenta se scoppia l’incendio. È una storia vecchia come il mondo, fatta da sempre di grandi aspettative, di odio smisurato e poi di un’inevitabile sconfitta davanti alla realtà. Prima di promettere un ponte, insomma, bisognerebbe controllare almeno che ci sia un fiume.

Buon venerdì.

Perché candidiamo Riace al Nobel per la pace

«La vera utopia non è la caduta del muro, ma quello che è stato realizzato in alcuni paesi della Calabria, Riace in testa». Lo ha detto Wim Wenders davanti ai Nobel per la pace parlando del suo film realizzato sul modello di accoglienza degli immigrati, messo in atto in alcuni comuni della Calabria, nel 2009 a Berlino. «Questa storia – ha aggiunto il regista – deve farci riflettere su come sia possibile far convergere l’obiettivo dell’accoglienza con quello dello sviluppo locale. Riace ha mostrato che ciò è possibile, spalancando le porte al futuro. Questa è una esperienza locale che però ha una valenza globale. È un insegnamento rivolto a tutto il mondo».

Queste lungimiranti affermazioni di nove anni fa, di una indiscussa personalità del nuovo cinema tedesco ed europeo, sintetizzano con grande efficacia le motivazione della candidatura di Riace a Nobel per la pace 2019. E nove anni fa non si erano ancora dispiegati in tutto il mondo gli effetti della crisi finanziaria del 2008. Non erano ancora percepibili i guasti dell’apartheid della globalizzazione, le dimensioni dell’esclusione e della povertà. Non era visibile l’onda nera della regressione economica, politica, civile, umana che ha investito il mondo di oggi. Al contrario partivano nel 2010/2011, dal quadrante nord africano del Mediterraneo, le rivolte della dignità, delle “primavere arabe”, che si proiettavano, a stretto giro, in Europa (Spagna, Grecia, Italia) e negli stessi Usa, con Occupy Wall Street.

Sembrava, allora, che stesse per ripartire una spinta mondiale verso l’affermazione della dignità e dei diritti umani, che richiamava altre esaltanti stagioni. Ma quelle prospettive erano rapidamente destinate a mutare di segno. Le speranze suscitate dal vento del nord Africa venivano presto soffocate dalla reazione dei potentati dinastici, economici, geostrategici, politici e di casta scossi dalle rivolte, dando il via alla fase buia e regressiva che viviamo. Ed ora, dice Riccardo Petrella (ideatore del Contratto mondiale dell’acqua e fondatore dell’Università del Bene comune) nei giorni del 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, «i diritti delle persone, delle comunità umane, dei popoli sono sempre più disprezzati, negati su scala mondiale. L’umanità ridotta a pezzi».

A fronte dei grandi mutamenti degli equilibri economico-finanziari e geostrategici che hanno investito il mondo in questa fase della sua storia, aggiunge Petrella, «quella straordinaria stagione del 1948, di rinascita della coscienza civile dopo due guerre mondiali, appare oggi a chi governa le sorti del mondo troppo impegnativa, inattuabile, se non addirittura sconveniente».

Riace, in questo scenario diventa una luce. Rovescia nei fatti l’ottica dominante e si pone, in nome dell’Umanità, come un’incredibile esperienza di incontro, inclusione, coniugazione dell’accoglienza con lo sviluppo locale e la rivitalizzazione sociale ed economica. Questo perché si colloca e si muove appieno nel solco della nostra Costituzione e di quella Dichiarazione universale del 10 dicembre del 1948 in cui si afferma che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti». E stabilisce che «devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza», poiché «ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona». Che ognuno «ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica» e «alla libertà di movimento e residenza entro i confini di uno stato». Perciò, ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza e «di cercare e ottenere asilo in altri Paesi». Riace ha saputo materializzare questi principi.

In 20 anni, in cui è stata attraversata da migliaia di migranti, profughi, persone in fuga da condizioni di vita disperate, ha saputo mostrare la validità umana ed i vantaggi materiali reciproci che possono derivare dall’applicazione di questi principi. Persone disperate e bisognose di tutto, accolte nello spirito della Carta del 1948, sono state incluse in un sistema urbano in abbandono, simile a quello di tutte le aree interne del nostro e di altri Paesi d’Europa. Hanno dato vita, con la componente locale, ad un positivo incrocio di culture e bisogni, fatto rifiorire e rilanciato l’intera comunità nel segno di una idea generale di nuova umanità e rinascita materiale. Una idea che considera tutti gli abitanti della Terra parte di una comunità umana i cui componenti debbano essere riconosciuti come titolari del diritto ad una cittadinanza globale.

Questo il senso e la portata dell’esperienza di Riace, ormai immagine dell’idea stessa di accoglienza, inclusione, ibridazione e rivitalizzazione di culture, sistemi socio produttivi ed ambientali, che candidiamo a Nobel per la pace 2019.

Nel comitato promotore per il Nobel della pace al Comune di Riace, Mimmo Rizzuti rappresenta la Rete dei Comuni solidali (ReCoSol)

L’articolo di Mimmo Rizzuti (Re.Co.Sol) è tratto da Left in edicola dal 14 dicembre 2018


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