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Mia figlia Ilaria Alpi uccisa da nessuno

Luciana Alpi, madre della giornalista Ilaria Alpi, durante la presentazione del libro 'Esecuzione con depistaggi di Stato' presso la sede della FNSI, Roma 6 luglio 2017. FOTO FABIO FRUSTACI/ANSA

«Sono certa che presto avrò verità e giustizia dalla procura di Roma sul duplice omicidio di Mogadiscio. Spero che le persone di cui i giudici di Perugia hanno riportato i nomi nella sentenza dell’ottobre scorso siano chiamate a dire finalmente la verità sull’incarcerazione dell’innocente Hashi Omar Hassan e sul massacro di Mogadiscio». Luciana Alpi aveva scritto queste righe pochi giorni prima che la procura di Roma mettesse una pietra tombale sull’inchiesta per l’omicidio di sua figlia Ilaria e di Miran Hrovatin, avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994. E, come lei stessa ha raccontato, contava di leggerle alla presentazione dell’edizione aggiornata del suo libro Esecuzione con depistaggi di Stato (Kaos Edizioni) scritto con il marito Giorgio, il giornalista Maurizio Torrealta e con Mariangela Gritta Grainer, all’epoca parlamentare Pds.

Ma dopo questa inaspettata svolta, l’incontro del 6 luglio alla sede della Federazione nazionale stampa italiana a Roma, si è trasformato nella prima occasione pubblica in cui Luciana Alpi si è espressa sulla decisione della procura capitolina di chiedere al Gip di archiviare il duplice omicidio, ritenendo impossibile individuare i colpevoli e il movente del brutale omicidio.

«Sono passati 23 anni e 3 mesi da quando mia figlia Ilaria e Miran Hrovatin sono stati assassinati a Mogadiscio. Da quel giorno si sono susseguite commissioni governative e parlamentari, cinque magistrati, svariati processi e trasmissioni televisive. Ma è stato completamente inutile, perché intanto dietro tutto questo ci sono state continue manovre: depistaggi, calunnie, bugie, apparati dello Stato che hanno voluto tenere nascosti i killer, i mandanti e i moventi dell’omicidio di mia figlia» ha detto Luciana Alpi, emozionata ma decisa. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano a Mogadiscio per documentare, per conto della redazione del Tg3, la guerra civile somala e per effettuare un’inchiesta su un presunto traffico d’armi e rifiuti tossici tra l’Italia e la Somalia. Lo Stato italiano in quegli anni aveva infatti donato all’allora Governo somalo una flotta di sei navi per favorire il commercio ittico tra l’Italia e la Somalia. Per la Somalia quelli erano gli anni della guerra civile, e non era certo che le imbarcazioni smerciassero solo pesce. Si sospettava infatti che esistesse un enorme traffico d’armi e rifiuti tossici tra i due Paesi.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, a Mogadiscio quel 20 marzo proprio per indagare sui presunti traffici, sono stati assassinati in circostanze estremamente misteriose e mai chiarite. Ma i genitori della giornalista sono sempre stati sicuri del nesso tra i due eventi. Per 23 anni si sono susseguite rivelazioni e colpi di scena: i taccuini e i nastri di Ilaria furono rubati, i testimoni chiave del processo sparirono e, ad oggi, nessuno è stato incarcerato. La verità, insomma, ancora non è emersa.

«Per me oggi non è una giornata normale, la mia emotività è molto scossa» dice a un certo punto la signora Alpi, che non si è mai arresa all’idea che fosse impossibile ottenere giustizia per l’omicidio della figlia. «Prima con mio marito Giorgio, mancato nel 2010, poi da sola ho ricevuto solenni impegni da parte di tutte le autorità dello Stato. Non ricordo nemmeno più la quantità di promesse e impegni verbali, ma il risultato finale è stato zero. Si è arrivati al punto di far incarcerare per 17 anni un innocente pur di coprire i responsabili del doppio delitto. Il 19 ottobre 2016 la Corte d’appello di Perugia ha perlomeno rimediato a questo scandalo scarcerando l’incolpevole Hashi Omar Hassan».

Hassan è il cittadino somalo finito nel 2000 in carcere dopo essere stato condannato a 26 anni con l’accusa di essere l’esecutore dei due omicidi. I giudici di Perugia lo hanno assolto «per non aver commesso il fatto». Decisiva fu, nel 2000, la testimonianza di un altro cittadino somalo, Ahmed Ali Rage, detto Jelle, che lo aveva identificato come componente del gruppo che uccise i due inviati. Gelle scomparve però nel nulla alla vigilia della sua deposizione in tribunale e gli inquirenti non sono mai riusciti a trovarlo. Successivamente è stato rintracciato a Birmingham, in Inghilterra, dalla troupe di Chi l’ha visto? e davanti alle telecamere ha raccontato di essere stato pagato per testimoniare il falso. Stando alle sue rivelazioni, andate in onda il 18 febbraio 2015, nel 1997, Gelle era stato portato in Italia per testimoniare sulle presunte violenze di cui era stato vittima da parte di alcuni soldati italiani in Somalia. Una volta arrivato gli venne offerto di testimoniare sull’omicidio dei due inviati, per «chiudere il caso». In cambio, ha detto l’uomo ai giornalisti Rai, ricevette denaro e la promessa di poter lasciare la Somalia, dove infuriava la guerra.

«Nelle motivazioni della sentenza del 19 ottobre i giudici di Perugia hanno messo nero su bianco nomi e cognomi di chi ha portato avanti “le attività di depistaggio di ampia portata” che ci sono state su questo caso», ricorda Luciana Alpi. «È la Corte di Perugia a parlare di depistaggio: la sentenza parla di un falso testimone protetto e manovrato dallo Stato italiano per far condannare un innocente. Tutto questo pur di mantenere nascosta la verità sul questo delitto». 

Quella di Perugia è sicuramente stata una sentenza clamorosa, in cui alcuni giudici hanno per la prima volta riconosciuto una volontà da parte dello Stato di insabbiare la verità sull’omicidio dei due inviati. «Mi aspettavo che la gravità dei fatti accertati e denunciati nella sentenza dei giudici di Perugia provocasse un piccolo terremoto istituzionale dal Quirinale in giù, e credevo che i colleghi di mia figlia, il mondo del giornalismo italiano, riportassero con il dovuto rilievo la notizia di una sentenza di tale gravità. Ma non è successo nulla di tutto questo», conclude la mamma di Ilaria Alpi.

L’articolo di Elena Basso è tratto da Left n. 28 del 15 luglio 2017


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Inetti (ma “del cambiamento”) e pronti a sostenere una tesi e il suo contrario

Forte, il Di Battista: riuscirebbe a sostenere una tesi e il suo contrario nel giro di poche ore con la stessa identica foga e così basta guardarselo per qualche minuto durante un suo comizio (a proposito: qualcuno si ricorda un atto parlamentare degno di nota, una proposta di legge, un qualsiasi intervento non comiziante degno di nota?) per capire che l’uomo che si schiantava contro Salvini “cazzaro verde” oggi dice di essere d’accordo con Toninelli (che non esiste, quindi con Salvini). Tra i punti da sottolineare c’è l’umile affermazione di essere “l’unico che ha letto la sentenza Dell’Utri su Berlusconi” (e chissà cosa ne dicono i pm di quel processo e cosa ne dicono i poveri stronzi sotto programma di protezione da una vita, a saperlo che bastava Di Battista…) e la tiepida affermazione “io ho lavorato in Africa per una vita” (detto testualmente così). Eccolo qui:

Però vi diranno che Di Battista ormai non c’entra già nulla e allora forse vale la pena vedere i protagonisti del governo del cambiamento: all’Interno, ad esempio, come sottosegretario c’è Carlo Sibilia (ci sarà tempo per parlare degli altri). Carlo Sibilia è quello che il 20 luglio del 2014 twittò letteralmente:

“Oggi si festeggia anniversario sbarco sulla . Dopo 43 anni ancora nessuno se la sente di dire che era una farsa…”.

Carlo Sibilia è quello che il 26 novembre del 2011 sulla piattaforma del M5s propose una legge per legalizzare unioni “di gruppo”, e “tra specie diverse”.

C’è Maurizio Santangelo, neo sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’editoria, che scrisse “Con un po (testuale, senza apostrofo) di impegno l’Etna risolverebbe tanti problemi dell’Italia”.

C’è l’onorevole Gianluca Vacca che de l’Unità scrisse “è tornata a infangare le edicole. Le discariche sono sature, non c’era bisogno di nuova spazzatura”.

C’è il nuovo sottosegretario Claudio Cominardi che alla Camera ci svelò che la strage di Piazza della Loggia fu “un complotto di Bilderberg”.

Non conta più nulla: quello che hai detto, quello che hai fatto, ciò su cui hai giurato, le cazzate che hai scritto scivolano in scioltezza in nome della speranza e del “lasciamoli lavorare”. Un Travaglio ci avrebbe costruito una letteratura sull’inettitudine e le contraddizioni di un governo del genere. Solo che si è già giocato il jolly.

Buon mercoledì.

«Quante gliene abbiamo date a Cucchi». La versione dell’ex moglie del carabiniere imputato

L'avvocato della famiglia Cucchi, Corrado Oliviero, mostra delle foto durante il dibattimento del processo d'appello per la morte di Stefano Cucchi, a Roma 31 ottobre 2014. ANSA/ANGELO CARCONI

«C’ero pure io, quante gliene abbiamo date a Cucchi»: al processo Cucchi è il giorno di Raffaele D’Alessandro, anzi dell’ex moglie di uno dei cinque carabinieri imputati a vario titolo per la morte del geometra romano in conseguenza al suo arresto, nell’ottobre del 2009, per possesso di sostanze. Gli altri sono Alessio Di Bernardo, Francesco Tedesco, sempre della stazione Appia, tutti per omicidio preterintenzionale e abuso d’autorità. E poi ci sono altri due imputati, il maresciallo Roberto Mandolini, che risponde dei reati di calunnia e falso, mentre lo stesso Tedesco, insieme con Vincenzo Nicolardi, di calunnia nei confronti di tre agenti della penitenziaria che furono processati per questa vicenda e poi assolti in maniera definitiva.

Oggi Anna Carino ha raccontato tutto in aula: «Il mio ex marito mi disse di avere partecipato alla perquisizione in casa di Stefano Cucchi e che non avevano trovato niente. Ma dopo diversi mesi, dopo aver visto un servizio in tv, mi fece una confidenza. Mi disse che la notte dell’arresto era stato pestato, aggiungendo: “C’ero pure io, quante gliene abbiamo date”». «Raffaele mi raccontò di un calcio che uno di loro aveva sferrato a Cucchi che aveva provocato una caduta rovinosa del ragazzo. Nel raccontarlo mi sembrò quasi divertito; rideva e davanti ai miei rimproveri mi rispondeva “Chill è sulu nu drogato e ‘mmerda”». Anna Carino ha precisato di non sapere dove fosse avvenuto il pestaggio e dove Cucchi cadde. «Più volte al mio ex ho chiesto il motivo, ma non mi hai risposto. Mi ha raccontato anche di altri pestaggi ad arrestati o a persone che avevano portato in caserma; anche se non si trattava di pestaggi di questo livello».

Dalla sua testimonianza, seguita da quella dell’attuale marito, scaturisce il ritratto di un carabiniere «irascibile», «non in grado di discutere senza urlare», uno che raccontava le sue imprese con «spavalderia e fierezza». Anche a Giovanni Rendina, che diventerà il marito della sua ex, con cui era in amicizia, D’Alessandro racconterà di «aver fatto fare le scale a calci» a quel ragazzo che aveva contribuito ad arrestare, «un drogato di merda che pesava quaranta chili», come ripete il teste su una specifica domanda di Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, protagonista di altri processi di malapolizia. «A lui piaceva raccontare – ha detto il teste – così ho pensato che si stesse vantando. In quel momento c’erano altre persone sotto processo per la morte di Cucchi (agenti di polizia penitenziaria e sanitari del Pertini, ndr), non immaginavo fosse qualcosa in più della sua spavalderia». Molto tempo dopo, incrociando i suoi ricordi con quelli della sua compagna, Rendina riuscirà a collocare in ben altra cornice le confidenze di quella sera con D’Alessandro.

Anna Carino ha raccontato anche che quando la sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, appariva in tv, «Raffaele la insultava pesantemente». Poi arrivò il momento di fissare in un incidente probatorio quelle sue dichiarazioni. «Quando sono stata sentita – ha detto Anna Carino – avevo paura, temevo la sua reazione. Anche in passato aveva avuto reazioni violente; non è stato però mai aggressivo fisicamente». La donna decise anche di mandare un messaggio all’ex marito. «Gli dissi che mi dispiaceva, ma non avrei potuto fare altro che dire la verità. Ma lui non rispose. Da quel giorno però i nostri rapporti si sono quasi azzerati», ha spiegato la donna.

Nel gennaio 2016, poi il contatto tra Ilaria Cucchi e la Carino. «Mi sentivo in dovere di farlo per chiedere scusa per non aver parlato prima. La incontrai e le dissi che mio figlio mi aveva detto che un giorno sbirciò sul telefono del padre mentre parlava con un amico e vide le foto di Stefano; e che il padre disse all’amico ‘Io accussì l’aggio lassatò». Poche settimane prima di questo incontro, la donna era stata sentita dagli inquirenti e aveva confermato frasi già intercettate dalla Squadra mobile. Era il 19 ottobre 2015 quando fu davanti al pm. Nelle intercettazioni alla base di questo processo che, dopo otto anni, ha finalmente illuminato il cono d’ombra in cui erano stati conservati i carabinieri, D’Alessandro si sente mentre dice: «Se mi congedano, te lo giuro sui figli miei, non sto giocando, che mi metto a fare le rapine (…). Vado a fare le rapine agli orafi, quelli là che portano a vedere i gioielli dentro le gioiellerie».

La svolta investigativa arriva quando Anna Carino gli ricorda al telefono: «Hai raccontato a tutti di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda (…) che te ne vantavi pure… che te davi le arie». «Raffaele – disse Carino ai pm – è sempre stato un tipo molto aggressivo. Quando indossava la divisa, poi, si sentiva Rambo. Mi raccontava anche di pestaggi ai danni di altri soggetti, che avevano portato in caserma in altre circostanze. Ricordo che mi parlò di pestaggi ai danni di extracomunitari, anche se non si trattava di pestaggi di questo livello. Per quello che ho percepito io, soprattutto quando lo sentivo mentre ne parlava con altri, il pestaggio di Cucchi fu molto più violento».

Afghanistan, il Paese che non si dà pace

Da Helmand a Kabul la strada è lunga 700 chilometri. La percorreranno tutta senza cibo o acqua nelle ore diurne. Marceranno dalla provincia sotto il controllo dei talebani, fino alla capitale afgana, dove sperano di arrivare prima della fine del Ramadan. Sono uomini, cittadini comuni, a centinaia, che si sono messi in marcia chiedendo una pace che manca nel loro paese da 17 anni.

«Se non muori di guerra, muori di povertà, non c’è altra opzione che unirsi a questo convoglio per la pace» ha detto Abdullah Malik Hamdard. «Non c’è più posto sicuro in Afghanistan, la guerra deve finire» e questo potrà accadere solo se una tregua per il cessate il fuoco verrà raggiunta tra governo e talebani. «Entrambe le parti dovrebbero accordarsi per la pace» ha detto Zaheer Ahmad Zindani all’Afp. Lui ha cominciato a mettere un piede dietro l’altro in memoria di sua sorella, uccisa in un attentato anni fa.

A maggio, quaranta gradi al sole, quando la marcia è cominciata, erano solo in nove. Mentre attraversavano il Paese in guerra, dozzine di persone si sono spontaneamente unite al gruppo e adesso sono almeno cinquanta. «Posso rimanere ucciso se rimango a casa, ma anche se esco e se vado in negozio. Così ho deciso che è molto meglio morire per la pace, così la prossima generazione potrà averla» ha detto Sardar Mohammad Sarwari, che si è unito alla marcia perché «in Afghanistan non è rimasto alcun posto sicuro».

Un governo di scafisti

Un'immagine a bordo della nave Aquarius, attualmente ferma a 35 miglia dall'Italia e 27 miglia da Malta in attesa di istruzioni definitive sul porto sicuro dove attraccare con i 629 naufraghi accolti a bordo nella notte tra sabato e domenica. Ansa/Karpov/SOS Mediterranee ++ No sales, editorial use only ++ +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++ ++HO-NO SALES EDITORIAL USE ONLY++

Se è scafista chi mette in pericolo delle vite umane per un tornaconto personale, che siano soldi o che sia potere, allora Matteo Salvini e Danilo Toninelli ieri hanno vinto il premio internazionale di scafisti del giorno: usano persone per accrescere la propria credibilità, tengono in ostaggio dei disperati e la chiamano trattativa politica, gli uomini e le donne e i bambini per loro diventano cose da spremere per ottenere un risultato.

Se è scafista chi vende per agevole un’azione rischiosa, potenzialmente mortale, minimizzandone i rischi e normalizzando il dolore allora per il governo italiano, guidato da quei due, è stato un’ottima banda di scafisti: ci hanno detto che le persone “stanno tutte bene” su una barca in cui sta terminando il cibo, dove ci sarebbero almeno una quindicina di donne incinta, alcuni feriti per le angherie subite. Stanno tutti bene, dicono quelli. Anzi, Salvini ha addirittura detto di avere proposto il trasbordo di donne e bambini. Proposta mai arrivata alla nave, dice la portavoce di Aquarius. Ognuno decida liberamente chi mente tra i due.

Se è scafista chi utilizza la violenza per ottenere a tutti i costi un obiettivo allora Salvini che esulta per una nave deviata in Spagna è uno scafista. Toninelli che esulta per la storica vittoria politica è uno scafista. E la cosiddetta vittoria è patetica oltre che malsana: vale quanto vincere una gara sui 100 metri puntando una pistola in testa al giudice di gara.

Se è scafista chi distorce la realtà per convincersi (e convincere) dell’ineluttabilità delle proprie azioni allora Salvini e Toninelli che gridano vittoria ma dimenticano che una nave italiana con 1000 migranti sbarcherà nelle prossime ore valgono come quelli che in Libia promettono un’accoglienza dignitosa alle loro vittime. Le bugie, del resto, sono l’humus indispensabile per i crimini. Sempre. È una bugia tutto quel bel discorso dei 5 miliardi di euro che Salvini insiste nell’indicare come spesa per i migranti (da tagliare) omettendo il fatto che non sono soldi dell’Italia (ma un deficit concesso dall’Europa proprio per gestire i flussi migratori) e che non possano essere usati per altro.

Intanto la Aquarius è ferma da 24 ore in attesta di istruzioni. E la domanda rimane la stessa: ma se dovesse morire qualcuno, chi ne risponde?

Loro, gli scafisti.

Nei Balcani monta l’onda razzista e xenofoba, sulla scia di Budapest

Bosnia e Montenegro. Poi Croazia, Serbia, Slovenia. Ma ora anche l’Albania. Balcani uniti contro i rifugiati. Ad est il tango delle reciproche accuse per la nuova crisi migratoria è cominciato. Intanto, in arrivo da Medio Oriente e Nord Africa, – ma anche dall’Asia -, i profughi proseguono lungo le nuove rotte aperte dai trafficanti di uomini, che adesso fanno tappa a Tirana. Nei primi cinque mesi del 2018 i migranti che le autorità albanesi hanno fermato sono stati 2311. Nello stesso periodo, da gennaio a maggio dello scorso anno, erano solo 162. La cifra 2311 è doppia rispetto all’intero 2017, anno in cui hanno raggiunto il Paese solo mille profughi.

L’Oim, Organizzazione mondiale migrazione, ha avvertito il primo giorno di giugno che i numeri dei flussi sono in aumento. Ma mentre i binocoli sono puntati tra le onde del Mediterraneo e al centro del mirino c’è la nave Aquarius, per i migranti una nuova alternativa è quella balcanica, a est. In totale, da inizio gennaio a fine maggio 2018, Bosnia, Montenegro ed Albania hanno registrato più di 6700 nuovi arrivi. Nel 2017 erano solo 2600 in totale.

Il picco in Bosnia si è toccato a fine maggio: con 5mila migranti su tutto il territorio e nessuna struttura adeguata il Paese ha organizzato un vertice sulla migrazione a Sarajevo lo scorso 7 giugno. Hanno partecipato i rappresentati delle autorità di Bosnia, Croazia, Serbia, Montenegro, Albania, Grecia, Austria e Slovenia per dire “mai più 2015”: la crisi migratoria di 3 anni fa non può essere affrontata di nuovo.

Pochi accordi concreti sono stati raggiunti tra rappresentanti e membri politici. Le autorità bosniache accusano i vicini di “mancanza di onestà”. Il ministro della sicurezza bosniaco Dragan Mektic il 30 maggio ha riferito che c’è un incremento del numero di migranti dall’Iran, da quando la Serbia ha introdotto il regime senza visti per i cittadini di Teheran: “Arrivano legalmente in Serbia, poi illegalmente in Bosnia”, unico attraversamento possibile verso il nord Europa. Per Metkic, adesso, bisogna “diventare parte di Frontex”, rafforzare gli agenti alle frontiere e “rimandare indietro i profughi” dai paesi in cui sono arrivati. Se Sarajevo si scaglia contro Belgrado, Podgorica si arrabbia con Tirana, perché “l’Albania non fa abbastanza” per gestire i flussi di profughi e non compie controlli alle frontiere. La soluzione del Montenegro è una minaccia di 26 chilometri: è la lunghezza della recinzione che si vuole costruire al confine con l’Albania. L’Ungheria di Orban, la prima ad usare il muro di filo spinato in Europa, si è già fatta avanti e si è offerta di donarla a Podgorica.

Sui bambini allontanati dalle famiglie interrogazione a Di Maio e Bonafede. Pastorino, Leu: «Questa è vita reale, non propaganda»

Palisades, USA - March 6, 2014: These brothers with high functioning autism find a lot of enjoyment studying 'old school' style using workbooks instead of electronic devices to learn their academic skills.

Il dramma delle tante famiglie spezzate a causa dell’eccessivo – e spesso arbitrario – ricorso all’allontanamento forzato dei bambini da padri e madri, finisce ora in Parlamento. Dopo l’inchiesta di Left, in cui avevamo raccolto testimonianze e denunciato lungaggini burocratiche, errori giudiziari e abusi da parte di chi (dagli assistenti sociali ai tribunali per minori) deve occuparsi di pratiche molto delicate, il deputato di Liberi e uguali (eletto con Possibile), Luca Pastorino, ha presentato un’interrogazione parlamentare rivolta ai ministri delle Politiche sociali, Luigi Di Maio, e della Giustizia, Alfonso Bonafede.

Nell’atto parlamentare, Pastorino ricorda come «la legge quadro in materia di adozione e affidamento (…) delinea un ampio sistema di norme a tutela dell’interesse primario del minore a crescere e ad essere educato nel proprio nucleo familiare e sancisce che, al fine di prevenire l’allontanamento dei minori dalle proprie famiglie di origine, è fondamentale il sostegno alla genitorialità da parte dello Stato» e quindi la messa in atto di tutti gli interventi di prevenzione e aiuto nei confronti dei nuclei familiari più fragili sotto il profilo culturale ed economico.

Come Left aveva ampiamente sottolineato, infatti, la sottrazione del minore alla famiglia è considerata come un’extrema ratio, praticabile solo laddove tutte le misure di sostegno al nucleo familiare non abbiano dato gli esiti auspicati. Senza dimenticare – altro aspetto fondamentale – la temporaneità dell’affido, che dovrebbe rappresentare solo una breve parentesi di vita al di fuori del contesto familiare di provenienza.
Tutti principi che, come emerso anche dall’ultima relazione della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, vengono puntualmente disattesi, dato che ad oggi si riscontrano un’eccessiva durata dell’allontanamento dei minori (oltre i due anni previsti dalla legge), errori di valutazione delle realtà familiari, motivazioni generiche nella scelta di allontanamento, mancanza di controlli delle strutture di accoglienza, arbitrarietà degli assistenti sociali, divieto di rapporti fra il minore e la famiglia di origine. «Circostanze – si legge ancora nell’atto parlamentare – che violano apertamente la protezione dell’unità familiare e contrastano con l’obiettivo primario di garantire sempre la centralità della relazione tra figli e genitori».

Una situazione drammatica e spesso sottovalutata, dunque. Ed è per questo che Pastorino rivolge tanti e puntuali quesiti ai due ministri pentastellati, chiedendo ad esempio «quali iniziative intendano adottare al fine di verificare l’idoneità delle comunità in cui i minori sono ospitati» e quali, ancora, per «garantire che siano assicurati i livelli essenziali delle prestazioni sociali in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale».

«Si parla molto di politiche per le famiglie, talvolta anche in chiave propagandistica – spiega Pastorino a Left -. Ecco invece che qui si parla di un aspetto concreto di vita reale per sostenere determinati nuclei familiari. Di fronte a un problema così delicato serve un sistema informativo nazionale di raccolta dati che fornisca in tempo reale il numero complessivo di minori fuori famiglia e la loro collocazione». Raccolta dati che ad oggi non esiste.
Vedremo ora se Di Maio e Bonafede risponderanno all’interrogazione. Anche perché, aspetto non secondario, nella passata legislatura della questione si occuparono con atti e denunce anche parlamentari M5s. Insomma, un ottimo banco di prova per capire se il «governo del cambiamento» sia tale solo a parole o anche nei fatti.

«Che governino loro! Vediamo cosa sanno fare». E loro governano, appunto

Una immagine del ministro dell'Interno Matteo Salvini e l'hashtag #chiudiamoiporti pubblicata sul suo profilo Twitter, 10 giugno 2018. TWITTER MATTEO SALVINI +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++ ++HO-NO SALES EDITORIAL USE ONLY++

Che i giornalisti debbano limitarsi a raccontare i fatti senza esprimere opinioni è l’ultima moda di chi opinioni radicate non ne ha, ideali nemmeno a parlarne, e vorrebbe disinfettare il mondo tutto intorno per non dovere spiegazioni. Che ci sia una barca in mezzo al Mediterraneo davvero stupisce qualcuno? Che quest’Europa preoccupata più dai bilanci che dalle persone venisse pungolata da Salvini nel modo più salvinamente possibile vi stupisce? Beh, male: il rafforzamento della rotta già impunemente intrapresa da Minniti e i suoi sodali è il minimo che Salvini debba fare per non essere preso a pesci in faccia dai suoi sostenitori.

Stupisce piuttosto che ci si stupisca che mettere Salvini al ministero dell’Interno significhi sdoganare l’imbruttimento etico e sociale e stupisce che tutti quelli che hanno concorso al suo trionfo oggi sembrano meravigliati da ciò che accade. La Lega di Salvini, vale la pena ricordarlo, ha preso il 17% dei voti alle elezioni: chi scrive gli italiani hanno scelto scrive un’immane cazzata: Salvini è lì perché il Movimento 5 Stelle gli ha regalato i suoi voti e ne finirà mangiato (a proposito: dove sono i respingimenti nel contratto di governo?), Salvini è lì perché l’intellighenzia si è scagliata tutta contro Savona a ministro ma non ha battuto ciglio su uno xenofobo al ministero dell’Interno ma soprattutto è lì per la pessima modalità di chi ha declamato tutto soddisfatto “lasciamoli governare così si vanno a schiantare”. E ora a schiantare ci va la nave Aquarius con 629 persone (tra cui 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte). E poi ci andrà il Paese.

Ecco, dove sono, cosa pensano, che ci dicono tutti quelli che hanno votato per il cambiamento e si ritrovano Salvini? Cosa dicono quelli che avrebbero voluto gustarsi i pop-corn assistendo allo spettacolo ora che lo spettacolo è arrivato? Cosa dicono quelli che hanno ripetuto il mantra “facciamoli provare”?

Dico, quelli, quelli che non fanno parte della parte xenofoba, spaventata, rissosa eppure sono finiti in questa maggioranza, cosa dicono? Il presidente della Camera Roberto Fico cosa dice? Quelli che “voto M5s perché non c’è più la sinistra” cosa dicono?

A me pare che Salvini faccia il Salvini. Sono gli altri, che non sento. E per favore evitateci i seguaci di Minniti: quello il lavoro sporco lo faceva fare agli altri, semplicemente.

Buon lunedì.

La partita più difficile di Mohammed Salah

Egyptian gather at a cafe near a graffiti of Egyptian footballer Mohamed Salah in Cairo on March 22, 2018. / AFP PHOTO / FETHI BELAID (Photo credit should read FETHI BELAID/AFP/Getty Images)

A metà marzo, alle presidenziali egiziane, Mohammed Salah è arrivato secondo. Dopo al-Sisi e prima di Moussa Mustafa Moussa, candidato fantoccio di elezioni farsa, che di voti ne ha presi meno di 700mila. Quasi due milioni di egiziani, il 7% degli aventi diritto, hanno annullato la scheda; di questi, circa un milione secondo fonti della stampa egiziana, ha scritto il suo nome a penna sulla scheda: Mo Salah. Sommati al 59% di astensioni, hanno dato uno spaccato della protesta interna al regime del presidente golpista.

Una protesta silenziosa a causa della repressione che da luglio 2013 strangola stampa indipendente, associazioni di base, sindacati autonomi, gruppi ultrà, partiti di opposizione. Se si legge così la presunta apatia del popolo egiziano dopo la rivoluzione di piazza Tahrir, il giocatore del Liverpool diventa quasi un modello interpretativo. Figura affatto istituzionale, restia a sbilanciarsi sul piano politico, Salah è protagonista di gesti, diretti e indiretti, che assumono la forma di implicita critica al regime.

La «quarta piramide», come lo chiamano gli egiziani, calciatore africano dell’anno, autore della storica qualificazione dell’Egitto ai Mondiali in Russia (la prima dopo 28 anni) e primo marcatore nella Premier league, a Mo Salah è attribuito di tutto: è il volto rassicurante dell’islam in un’Europa sempre più islamofoba (con la tifoseria dei Reds che allo stadio canta «Siamo tutti musulmani»), è l’orgoglio nazionale in periodo di crisi nera, è la periferia povera che si fa mito. È ovunque: nei murales al Cairo, accanto ai volti di cantanti leggendarie, come l’egiziana Umm Khultum e la libanese Fairuz, o del Nobel per la letteratura Mahfouz; nelle magliette e i poster venduti nei negozi di chincaglierie; nelle lampade tradizionali del Ramadan.

È l’idolo perché «ha sofferto come noi», dicono per le strade: nato nel 1992 nel villaggio di Nagrig nel Delta del Nilo, camminava ogni giorno due ore per andare ad allenarsi. La sua famiglia era povera, i genitori non si sono potuti permettere di dargli un’educazione superiore e lui si è dato al pallone. Fino alla gloria che sta da anni riversando su Nagrig, occulta forma di critica a un governo incapace di fornire servizi, sviluppo, occupazione alle zone più marginalizzate del Paese. Con un’inflazione alle stelle che mangia i magri salari dei lavoratori e l’austerity imposta dal Fondo monetario internazionale che erode i sussidi alle classi basse, Salah ha…

L’articolo di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola


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Porti chiusi ai 600 migranti di nave Aquarius. La scelta disumanitaria di Salvini e Toninelli

Porti chiusi per i 629 migranti a bordo di Aquarius, la nave che opera nel mar Mediterraneo della ong Sos Mediterranée. È la scelta, tristemente clamorosa, concordata dal ministro dell’Interno Matteo Salvini e dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Un segnale del giro di vite del governo giallonero, contro chi rischia la vita in mare per fuggire spesso da guerre e persecuzioni e contro chi è impegnato a salvarli.

La decisione trapela da una lettera urgente, inviata alle autorità maltesi dal leader leghista Salvini, nella quale si chiede di far approdare alla Valletta l’imbarcazione, essendo quello il “porto più sicuro”. Mentre non è stato concesso alcun permesso per l’approdo in Italia.

La risposta, da Malta, non si è fatta attendere. Il salvataggio di Aquarius «è avvenuto nell’area di ricerca e salvataggio libico ed è stato coordinato dal centro di Roma. Malta non è l’autorità di coordinamento e non ha competenze su questo caso», ha affermato un portavoce del governo della Valletta, come riporta Malta Today.

Nave Aquarius, che ospita anche personale di soccorso di Medici senza frontiere, ha a bordo più di seicento migranti, tra i quali 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte. Le persone salvate dalle acque del Mediterraneo sono state recuperate in sei diverse operazioni di soccorso, tra le quali una molto impegnativa, a seguito del ribaltamento di un gommone che aveva fatto finire 40 persone in mare.

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«Oltre 750 morti nel Mediterraneo nel 2018: il salvataggio di vite in mare deve restare una priorità assoluta di ogni governo» ha dichiarato la portavoce dell’Unhcr per l’Europa meridionale Carlotta Sami, dopo aver appreso la notizia della missiva del governo italiano

L’Aquarius era l’unica nave umanitaria attiva nella zona Sar (Search & rescue) italiana. Nel weekend il numero di soccorsi in mare era tornato ad aumentare: 470 persone sono sbarcate sabato mattina tra Reggio Calabria e Pozzallo, grazie all’impegno degli equipaggi della Sea watch, la Seefuchs, e la Diciotti della Marina militare italiana.

«Se qualcuno pensa che si ripeterà un’estate con sbarchi, sbarchi e sbarchi senza muovere un dito, non è quello che farò come ministro. Non starò a guardare», aveva detto sempre sabato il ministro Salvini in una diretta Facebook