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Il lavoro. Il lavoro. Il lavoro

Mentre nelle varie televisioni si è già in piena campagna elettorale a colpi di tweet, slogan e fantasia in quel dimenticato posto che è il Parlamento e le sue commissioni in occasione della votazione della prossima manovra finanziaria (la cosiddetta “legge Bilancio”) ieri ancora una volta il tema del lavoro è sparito dalle priorità del governo.

Anzi. A dire la verità non sparisce “il lavoro” tutto tondo ma, come regolarmente accade, sparisce la discussione sui diritti e sui lavoratori che appaiono un fastidioso ingombro nello spedito cammino verso la produttività. Riepilogando: quando qualche mese fa Sinistra italiana, Possibile e Mdp fecero notare che il Jobs Act avrebbe avuto bisogno di urgenti correzioni qualcuno della maggioranza rispose che non ci sarebbe stato nessun problema a correggere il tiro durante la discussione della legge Bilancio, negando di fatto la possibilità di aprire la questione al Senato.

Si trattava principalmente di stringere le possibilità di rinnovo dei contratti a tempo determinato e ampliare le indennità da pagare ai lavoratori in caso di licenziamento illegittimo. Bene. Ieri il presidente della commissione Lavoro della Camera, su indicazione del governo e del relatore della manovra, ha deciso bene di ritirare gli emendamenti che avrebbero dovuto raddrizzare il tiro (di una pessima legge) trincerandosi dietro bisbigliato “peccato” proferito ai giornalisti come se fosse cosa da poco conto.

Una promessa non mantenuta, l’ennesima, su un  tema di cui tutti si riempiono la bocca per poi disattenderlo alla prova dei fatti. Niente da fare, rimane tutto com’è e, se ci fate caso, la notizia non sembra solleticare le prime pagine dei giornali.

Segnatevelo da qualche parte, prima delle prossime elezioni.

Buon mercoledì.

 

Un libro su Stefano Cucchi, ucciso mentre era nelle mani dello Stato

Lo Stato irresponsabile. Il caso Cucchi è un libro importante. Uno di quelli che dovrebbe essere letto nelle scuole e che ognuno di noi dovrebbe avere nella libreria di casa. Questo libro infatti non parla di Stefano Cucchi, o almeno non solo della nota e tragica vicenda giudiziaria che ha visto un piccolo consumatore di droga morire di botte in carcere.

Il volume, frutto del lavoro corale svolto da professori e studenti dell’Università di Urbino e pubblicato dalla casa editrice Aracne di Roma, partendo dall’analisi sociologica e antropologica del caso Cucchi, indaga i punti nevralgici dell’ossatura democratica e giudiziaria del nostro Paese. Ed è da qui che scaturisce la domanda di fondo del libro: chi è responsabile di questa morte? E in secondo luogo, se un cittadino è morto mentre era sotto la tutela dello Stato, allora quella morte può riguardare ognuno di noi? Le risposte, quando ci sono, non sono affatto rassicuranti ma conoscere quello che ci è concesso sapere, andando oltre la verità processuale che è spesso cosa ben diversa dalla verità dei fatti, diventa un obbligo civile per ogni cittadino consapevole.

Per capire quanto alta e importante sia la posta in gioco, è necessario fare un passo indietro e scomodare le teorie di Hobbes e Weber sui fondamenti giuridici-filosofici dello Stato moderno: questo nasce infatti da una legittimazione non più divina, idea naufragata e superata, ma da un patto sociale tra i suoi stessi cittadini che riconoscono lo Stato “come apparato di forza per costringersi reciprocamente nei giusti limiti e garantirsi gli uni contro gli altri. Vogliono la violenza legittima dello Stato, prevedibile perché segue regole precostituite, per proteggersi contro la violenza illegittima e incontrollata” come scrive il professore Luigi Alfieri nell’introduzione, che ricorda anche che “lo Stato è apparato di forza, ma il cittadino non è inerme di fronte a esso: contribuisce a crearlo e a dirigerlo. In linea di principio quell’apparato è subordinato al cittadino, e non viceversa”. Ecco che quindi il caso Cucchi rappresenta una messa in discussione radicale del paradigma di legittimazione “popolare” al potere statale dell’uso della forza.

Insomma se lo Stato è espressione dei cittadini, perché un cittadino è morto in carcere mentre era in attesa di una pena per il suo (piccolo) reato? Il motivo ce lo dicono le relazioni degli avvocati della difesa, ma non solo quelle: Stefano Cucchi è morto perché non era nessuno.

“È successo che Stefano non è mai stato considerato un soggetto di diritti- scrive ancora Alfieri- È stato considerato un portatore di disordine, un disturbo, un piccolo noioso intralcio all’ordinario corso delle cose. Un “arrestato della notte” preso nel mucchio, quasi per caso. All’udienza di convalida dell’arresto lo si scambia per un albanese. I giudici neppure lo guardano in faccia. Neanche l’avvocato d’ufficio lo fa”.

Cucchi era dunque uno “scarto”, un “residuo”, un “arrestato della notte”, una di quelle figure per le quali le garanzie procedurali dello Stato di diritto non esistono perché, nella migliore delle ipotesi, si riducono a pratiche sommarie e nella peggiore a sopraffazione.

Gli “arrestati della notte” sono quelli per i quali la comunità affida un mandato esplicito al carcere con il compito, nemmeno troppo taciuto, di togliere di mezzo chi produce disordine.

“Su di loro, in particolare se tossicodipendenti- scrive l’avvocato della famiglia Cucchi, Alessandro Gamberini- si svolge una routinaria e approssimativa procedura che vale a garantire a molti la custodia in carcere. Coloro che tra essi, e sono i più, non sono neppure cittadini italiani sono ulteriormente esposti alla sommarietà del rito. Rispetto agli “arrestati della notte” il processo è e rimane ad armi impari, essendo il patrocinio a spese dello Stato un palliativo inefficiente e insufficiente e il pregiudizio sociale pervasivo”.

Ed è proprio sul funzionamento della macchina giudiziaria, secondo grande tema oltre a quello della marginalità di alcuni cittadini, a focalizzarsi l’attenzione di questo volume. Si scopre così che le modalità con le quali si svolge la convalida dell’arresto sono a dir poco agghiaccianti, come lo sono il continuo rimpallo di accuse tra medici ed agenti sulla morte di Stefano, come terribili- per modus operandi e conclusioni- sono le perizie svolte per provare una o l’altra ipotesi sulla causa del decesso.

Ma le più gravi distorsioni di ordine procedurale, giuridico e perfino etico si producono quando il primo aspetto, quello dell’irrilevanza del reo, si combina con il secondo, il funzionamento della giustizia. Quando insomma la macchina della giustizia incontra un piccolo tossicodipendente arrestato di notte. Sono state addirittura 140 le persone che incontrarono Stefano nei sei giorni che trascorsero tra il pestaggio e la morte. Nessuno di loro ha interrotto (per negligenza, complicità o semplice indifferenza, è ancora tutto da stabilire) questa spaventosa concatenazione di eventi che porterà il giovane geometra romano alla morte.

È sugli ultimi, in definitiva, che si misura la validità di un sistema giuridico democratico, rappresentando la cartina di tornasole per comprendere se l’apparato statale odierno ha lasciato definitivamente alle spalle la legittimità dalla natura divina per abbracciare la concezione moderna di tutela e di garanzia dei diritti erga omnes.

“Stefano invece è incappato in un sistema che respinge i cosiddetti scarti, quelli che non contribuiscono all’utilità comune. Lo Stato lo avrebbe forse punito- conclude Alfieri- riconoscendolo però come persona e come cittadino. Ma lo Stato non c’era. Stefano non lo ha mai incontrato”.

Attenzione però in certe condizioni e situazioni “ognuno di noi- afferma infine Alfieri può finire nella categoria degli “scarti”, perché ci troviamo nel posto sbagliato al momento sbagliato”.

Anche le famiglie di Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Stefano Gugliotta, solo per fare alcuni nomi, sanno bene, purtroppo, cosa significa.

Lo stupro come arma di guerra, la Repubblica Centrafricana attende giustizia

epa02461941 Warlord Jean Pierre Bemba of the Central African Republic is seen at the opening of his trial in The Hague, Netherlands November 22, 2010. The former vice president of the Democratic Republic of Congo faces three counts of war crimes and two counts of crimes against humanity for murder, rape and pillage. EPA/Michael Kooren

In Repubblica Centrafricana è l’arma più brutale: lo stupro è strumento di guerra dei gruppi militari che agiscono con impunità. Non un’eccezione tollerata dai comandanti a capo delle truppe che devastano il Paese, ma in alcuni casi un ordine da eseguire, una tattica da mettere in pratica per i soldati nemici. Adesso c’è una possibilità pallidissima e remota che giustizia venga fatta. Anche se in ritardo.

Dei crimini sessuali e dello stupro come arma di guerra, se ne riparlerà all’anniversario della Corte penale internazionale, che festeggerà il ventennio dello Statuto di Roma l’anno prossimo. Può essere fatta giustizia, anche se quasi 20 anni dopo: la Corte sta per decidere le riparazioni alle vittime dopo che, nel marzo 2016, Jean Pierre Bemba Gombo, ex vice presidente della Repubblica democratica del Congo, è stato ritenuto colpevole delle violenze sessuali commesse in Centro Africa nel 2002 e nel 2003 dalla milizia al suo comando e condannato a 18 anni di reclusione per crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Per il caso Bemba sono state raccolte le testimonianze di oltre 5mila vittime dell’epoca, ma la situazione oggi nel Paese non è migliorata.

Dopo l’uccisione di un casco blu, c’è stata l’evacuazione dei dottori di Medicins Sans Frontieres, che stanno abbandonando il territorio dopo gli ultimi attacchi registrati dieci giorni fa a Bangassou. La violenza settaria che attraversa tutta la Repubblica Centro Africana dilaga da cinque anni, da quando Francois Bozize, ex presidente, nel 2013 è stato defenestrato dai Seleka, un gruppo ribelle musulmano, contro cui pattuglie cristiane si sono formate, fucili al braccio. Ancora oggi, da quel 2013, Bangui, la capitale dello Stato, vive nel caos degli scontri tra i musulmani Seleka e gli anti-balaka cristiani. Non solo uccisioni sommarie e brutalità dilagante: nel Paese la prima strategia per alimentare il terrore è ancora lo stupro. La violenza commessa sulle donne arriva dai due lati, da musulmani e cristiani senza distinzione. È dal 2016, secondo l’International Crisis Group, che la situazione è degenerata.

Solo un mese fa le Nazioni Unite hanno deciso di dispiegare altri novecento soldati per mantenere la pace, ma non farà alcuna differenza una volta che saranno sul territorio: la Repubblica Centrafricana è vastissima, più grande della Francia, ed è uno dei Paesi più poveri del continente. Solo oggi, da quando è stato eletto, il presidente Faustin Archange Touadera, dopo un accordo con il Fondo Monetario Internazionale per un prestito di 40 milioni di dollari, ha ordinato che vengano pagati i salari che erano stati bloccati dall’inizio della guerra, a dicembre 2013.

È stata Human Right Watch a lanciare l’allarme per gli stupri, raccogliendo testimonianze di donne che sono state trattenute come schiave anche per 18 mesi. Hillary Margolis, una ricercatrice di Hrw, dice che «i gruppi armati usano lo stupro in maniera brutale e calcolata per punire e terrorizzare donne e ragazze. Ogni giorno le sopravvissute convivono con le conseguenze devastanti dello stupro, sanno che i loro assalitori camminano liberi, anzi, occupano posizioni di potere e non dovranno affrontare nessuna conseguenza per quello che hanno fatto». Gli attacchi sessuali che hanno subito sono stati multipli, accompagnati dalla tortura. Da sopravvissute non hanno accesso al supporto sanitario, quello giudiziario è addirittura un’utopia.

Dopo lo stupro, le donne vengono abbandonate dai mariti, dalla famiglia d’origine ed esiliate dalla comunità. «Vige il concetto secondo cui se tua moglie ha dormito con un’altra persona, ora appartiene a quell’uomo» dice Margolis, che aggiunge che nessun membro dei gruppi militari è mai stato arrestato per quello che ha fatto.

Lo stupro commesso dalle due fazioni in lotta, gli uni contro le donne del raggruppamento degli altri, è una vendetta percepita come dovuta e necessaria per piegare il nemico. Per l’assenza di strutture giudiziarie, le donne non riportano o denunciano questi crimini, che secondo le Nazioni Unite, solo nel 2014, sono stati più di 2500. La maggior parte delle donne rimane in un limbo di silenzio, anche le donne che hanno contratto l’Hiv o tentato il suicidio non vengono curate per assenza di strutture, mentre le poche funzionanti, di solito, si trovano lontano dalle loro case.

Quello che chiede Human Right Watch è che venga lanciato un segnale potente, urgente nella Repubblica Centrafricana, che affermi che lo «stupro è un’arma di guerra intollerabile, che chi lo commette verrà punito, che le sopravvissute riceveranno l’aiuto di cui hanno disperatamente bisogno». I soldati delle Nazioni Unite, che dovrebbero aiutare nella prevenzione di questi crimini, però sono stati già tacciati al pari di far ricorso alla violenza sessuale. I membri della missione dell’organizzazione nella Repubblica Centrafricana, sono stati accusati, proprio come lo sono stati gli uomini delle truppe francesi ed europee, di abuso su minori e adulti, con casi registrati dal 2013.

La chiamano legittima difesa. E invece è far west

Roberto Calderoli della Lega Nord in aula al Senato durante le dichiarazioni di voto sulla fiducia posta dal governo sulla legge elettorale Rosatellum, Roma, 26 ottobre 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

Capiamoci. Se ieri vi è capitato di leggere le dichiarazioni di Calderoli (sì, sempre lui, sempre lui) che ha dichiarato «io tra chi difende la propria casa e la propria famiglia e chi invece la aggredisce, sto sempre dalla parte del primo mai del secondo» a proposito della condanna a Walter Onichini, che a Legnaro, Padova, il 22 luglio del 2013 “si difese” (come dice la retorica leghista) da un tentativo di furto a opera di Nelson Ndreaca, venticinquenne albanese.

Capiamoci perché se è vero che Nelson Ndreaca si è introdotto nella proprietà privata i fatti ci dicono che Onichini gli ha sparato, da ferito lo ha caricato nella propria auto, lo ha trasportato a circa un chilometro di distanza sperando così di non farsi rintracciare e l’ha abbandonato sul ciglio della strada fino al mattino dopo quando per caso l’ha trovato un passante.

Uno insomma è un ladro (fallimentare, visti i risultati) mentre l’altro è un pistolero che abbandona corpi feriti cercando di nascondere le tracce, talmente spaventato da avere la freddezza di caricare il ladro sanguinante, cercare un luogo nascosto, scaricare il tutto e tornare a difendere “la propria famiglia” (sempre secondo la retorica leghista).

Ecco, tra i due io per strada forse preferirei incontrare lo scassinatore d’auto, sinceramente. Ma quello è albanese, questo è veneto e, secondo alcuni, dovrei sentirmi ragionevolmente vicino all’italico per similitudini di nascita.

«Ti rubano in casa e ti fanno pagare i danni?», dicono i sostenitori di Onichini. Che vergogna, davvero: non siamo nemmeno liberi di occultare feriti a casa nostra. Pensa te.

Buon martedì.

Ecco perché nell’era digitale ci sono bambini discriminati

epa06392888 A Thai gamer plays Garena RoV MOBA (Multi-player Online Battle Arena) game on mobile phone at the King of Gamers Electronic Sports competition event in Bangkok, Thailand, 16 December 2017. The Sport Authority of Thailand has announced that the Electronic Sports, or eSports, has been recognized as a form of international sports competition that Thai gamers can participate in with a national team. The eSports has been included as an official medal sport competition at the 2022 Asian Games in Hangzhou, China. EPA/RUNGROJ YONGRIT

Ci sarebbero meno epidemie, una minore disuguaglianza di genere e una migliore inclusione finanziaria se l’accesso all’informazione fosse riconosciuto come un vero e proprio diritto di tutti i bambini. E nell’era della digitalizzazione, la negazione di questo diritto assume un nuovo significato: l’esclusione digitale favorisce l’espansione delle carenze di opportunità e limita lo sviluppo e il miglioramento della propria condizione, peggiorando quella dei bambini più svantaggiati e alimentando il circolo vizioso della povertà intergenerazionale.
Un terzo degli utenti di internet sono bambini e, nei contesti ad alto reddito, sono sempre on line tanto che è “difficile tracciare la linea di confine tra offline e on line”, si legge nel Rapporto sulla condizione dell’infanzia nel mondo 2017, redatto da Unicef, Figli dell’era digitale. Ma molti milioni di coetanei non hanno un accesso garantito cosicché la tecnologia digitale crea ulteriori divari che rispecchiano e inaspriscono quelli già esistenti fra i bambini più svantaggiati anche offline.
Per esempio, per quelli di loro con disabilità, la connettività può fare la differenza tra l’esclusione sociale e le pari opportunità; per i bambini migranti può significare un viaggio più sicuro, la possibilità di rimanere in contatto con la propria famiglia e maggiori opportunità di trovare lavoro e ricevere un’istruzione adeguata in un Paese straniero.
Ma, essere nati dalla parte sbagliata della barriera digitale si rivela una fonte di iniquità molto suggestiva (tanto che, nel 2017, l’analisi della condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia e nel mondo si è concentrata sull’osservazione della parità di accesso al mondo digitale) per la mancanza di contenuti on line utili nella lingua madre di tanti minori e per la disponibilità di dati non accessibili a tutti, limitandone i vantaggi in una società orientata ineluttabilmente alla conoscenza.
E, sebbene «le lacune dell’istruzione non possano essere risolte con la tecnologia», è vero, però, che gli strumenti digitali e la connettività, solo se coesistenti con forze utili all’apprendimento (e rapporti umani validi), potrebbero fornire ai bambini l’accesso all’istruzione nelle aree in cui tale possibilità è molto scarsa, raggiungendo quelli precedentemente esclusi dalla tradizionale condivisione di informazioni. Anche perché, stando a quanto dichiarato dal Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’Infanzia, per creare una società efficace e democratica nel ventunesimo secolo, non si può prescindere dall’alfabetizzazione digitale sin dall’infanzia, introducendola nei programmi scolastici, in quanto arnese utile per realizzare ed esercitare i diritti fondamentali dei bambini. Dal cui esercizio sono escluse, per esempio, tante bambine a causa di preconcetti sociali e norme o pratiche culturali che sono di ostacolo al pieno utilizzo delle risorse on line, insieme ad altre barriere invisibili e fisiche come l’alto costo dell’accesso, le infrastrutture carenti e la geografia malagevole.
Considerevoli mancanze nella comprensione sull’impatto positivo di internet nelle dinamiche socio-economiche ne minimizzano la portata, sbilanciata pesantemente sui rischi tanto che, a oggi, in Italia, secondo quanto si legge nel Terzo Rapporto alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, uscito il 6 dicembre scorso, «l’applicazione dell’articolo 17 della Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza, è stato declinato essenzialmente in chiave di protezione dei minori dai contenuti potenzialmente nocivi della rete» e molto poco è stato fatto per trovare un «punto di equilibrio tra il diritto del bambino di accedere a Internet per consentirgli di esplorare, conoscere, studiare, giocare, esprimere opinioni, comunicare, e il diritto di essere protetto».
Per valutare i pericoli, certamente esistenti, non si può, però, non considerare il contesto affettivo di vita – reale – segnato dai rapporti umani con famigliari e amici e dall’ambiente scolastico. E questo è un altro capitolo.

Migranti, il Tribunale permanente dei popoli condanna l’Unione europea per le continue violazioni dei diritti umani

Il gommone usato da centinaia di migranti inizia ad affondare appena terminate le operazioni del loro salvataggio ad opera del personale di equipaggio della nave P.03 "Denaro" della guardia di finanza al largo delle coste libiche, Mar Mediterraneo 22 aprile 2015. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

«Tortura, maltrattamenti, rischi gravi di morte, anche attraverso un aumento di questi crimini con le politiche di chiusura delle frontiere». Si legge così nella sentenza del Tribunale permanente dei popoli, emessa a Palermo al termine della terza giornata della sessione sui diritti dei migranti e dei rifugiati. Fondato da Lelio Basso nel 1979 per commentare e combattere i soprusi e le violenze della fase post-coloniale e del neocolonialismo, con quarantaquattro sessioni e sentenze, il Tribunale è un organismo internazionale che si è ormai affermato tra i tribunali di opinione.

«Dai fatti esaminati e dalle testimonianze ascoltate, emerge la spoliazione progressiva dei diritti e della dignità delle persone che si manifesta lungo tutto il percorso migratorio…la responsabilità di ciascuno degli Stati europei, sia per non aver rispettato gli obblighi di soccorso, sia per essere stati direttamente complici di comportamenti di tortura, maltrattamenti, rischi gravi di morte, anche attraverso un aumento di questi crimini con le politiche di chiusura delle frontiere. Si deve dunque riconoscere ed affermare, una duplice responsabilità: dell’Unione europea e di ciascuno degli Stati».

La violazione dei diritti delle persone migranti e rifugiate e la loro impunità” è il titolo della sessione svolta: la data di apertura  – il 18 dicembre – non è stata casuale. Si è deciso di iniziare precisamente ventisette anni dopo la data dell’approvazione da parte delle Nazioni unite della “Convenzione per la tutela dei diritti di tutti i lavoratori migranti e delle loro famiglie”, avvenuta il 18 dicembre del 1990.

«Es tiempo de hablar!»: aveva dichiarato Carlos Beristain, componente del Tribunale, durante l’ultima sessione a Barcellona, riferendosi alle migliaia di morti del Mediterraneo. Si parlerà di questo a Palermo: sono circa tremila le persone morte nel 2017 (3.771 nel 2015 e 5.022 nel 2016), nella speranza di arrivare in Europa attraversando il mare. Circa dieci al giorno secondo i dati riportati dall’Organizzazione mondiale per le migrazioni. Quattrocento bambini, ha sottolineato l’Unicef nei giorni scorsi. Negli ultimi quindici anni sono stati 30mila le vittime, il 60 per cento delle quali rimasti senza identità.

La sessione è durata tre giorni: nella prima data è stata introdotta la questione; si è discusso di violazione dei diritti fondamentali del rifugiato, dell’involuzione storica del ruolo del Mar Mediterraneo in Occidente da crocevia tra società diverse a frontiera, quindi è stato mosso l’Atto di accusa generale. Nella seconda giornata è stato dato spazio alle testimonianze; si è parlato del ruolo dei mass media, quindi la requisitoria finale.

La giuria internazionale del Tribunale è stata composta da sette membri: Franco Ippolito, magistrato e Presidente del Ttp; Philippe Texier, magistrato francese e vicepresidente del Tpp; Carlos Beristain, medico e psicologo spagnolo; Donatella Di Cesare, filosofa e docente all’Università la Sapienza di Roma e alla Normale di Pisa; Luciana Castellina, giornalista e politica; Francesco Martone, esperto in relazioni internazionali; Luis Moita, professore di teoria delle relazioni internazionali all’Università autonoma di Lisbona.

Yemen, nella guerra dimenticata bombe al matrimonio: muoiono 10 donne

Nella crisi più sanguinosa del mondo. In un Paese al collasso totale. Strage ad un matrimonio, strage in un giorno di festa, strage delle donne. Ne muoiono dieci in un colpo solo, dopo la gioia delle celebrazioni, nella guerra dimenticata dello Yemen. Forse anche la sposa è morta e si è ancora sulle sue tracce per riuscire a trovarla.

Otto donne e due bambine tornavano a casa nei loro veicoli. Nei mirini dei missili degli aerei della coalizione erano finite mentre procedevano nella provincia di Maarib, Yemen rurale, a centosettanta chilometri dalla capitale, Sanaa, nel distretto di Qaramish, ad est, dove la corte delle invitate della giovane ragazza tornava a casa insieme dopo il rito.

Le donne erano tutte della famiglia Haysan, avevano dai 30 ai 50 anni le adulte, minori le bambine, ma non si conosce ancora la loro età. Mohammad al Sheab, a capo dell’ufficio della sanità di Maarib, non è ancora capace di fornire tutte le informazioni necessarie. Nello stesso weekend tre raid hanno compiuto massacri sanguinosi a Taiz, Saada e Hodeidah e settanta persone sono morte.

Matrimoni ed alberghi, scuole ed edifici: tutto diventa un bersaglio per i caccia veloci della coalizione guidata da Riad, che sta causando, secondo Human Right Watch, un’ennesima fase della catastrofe bellica, bloccando gli aiuti per i due milioni di bambini malnutriti e per 16 milioni di persone che non hanno accesso all’acqua potabile.

Dal marzo 2015 la guerra dell’Arabia Saudita contro i ribelli Houthi, ha ucciso migliaia di persone, senza fare rumore sui magazine internazionali dell’Occidente. Nonostante i bombardamenti continui che vanno avanti da oltre due anni, i ribelli continuano a controllare la capitale dello Stato e il nord del Paese. Da gennaio 2017, secondo le stime Onu, nel Paese più povero tra tutti i Paesi arabi, i feriti sono 40mila e le vittime diecimila, di cui la maggior parte civili.

A nulla è valso l’ultimo appello che è partito dalle Nazioni Unite: oltre otto milioni di persone “sono ad un passo dalla fame”, mentre la popolazione è ancora alle prese con un’epidemia di colera che nessuno riesce a fermare. Sono oltre duemila le persone morte per la malattia. Secondo l’ufficio che coordina gli affari umanitari alle Nazioni Unite sono necessari 2.3 miliardi di dollari di aiuti, ma al momento solo il 61 per cento di questi soldi è disponibile. C’è invece sempre la stessa cifra che l’Onu usa per parlare di Yemen: è la crisi numero uno al mondo in questo momento, ma questo primato non basta a fermarla.

Revolutija, quando l’arte incontrò la rivoluzione politica

Nasce con l’intenzione di far conoscere autori come Petrov-Vodkin o Kustodiev (aduggiati dai grandi protagonisti dell’avanguardia russa) la mostra Revolutija Da Chagall a Malevich, da Repin a Kandinsky, che porta in Italia opere del museo di Stato di San Pietroburgo. Dal 12 dicembre al 13 maggio al MAMbo di Bologna sono esposte una settantina di opere prestate dallo storico museo russo. L’obiettivo dei due curatori – il vice direttore Evgenia Petrova e Joseph Kiblitsky – oltre a mettere in luce autori meno noti è raccontare le vivaci dinamiche di gruppo che animavano la ricerca, nei primi decenni del Novecento percorsi da una molteplicità di correnti in competizione per conquistare la ribalta e far diventare egemone la propria visione: fra loro cubo-futuristi, primitivisti, costruttivisti, suprematisti, fautori di un realismo magico alla Chagall oppure astrattisti che inseguivano l’utopia dell’arte totale come Kandinskij che, tuttavia, conservava solide radici nella tradizione folclorica russa. Nella effervescente dialettica di quegli anni, nei giorni della rivoluzione e poi ancora negli anni Venti e Trenta, sono moltissime le artiste con un ruolo di primo piano anche nella elaborazione teorica di una nuova estetica, improntata all’«uomo nuovo».

La mostra bolognese lo ricorda anche proponendo alcune celebri opere di Natalia Goncharova, tra le fondatrici del movimento raggista, come il celebre Ciclista 1913, che risente dell’influenza del futurismo italiano. La mostra Revolutija ha anche l’obiettivo di puntare i riflettori sugli antefatti della rivoluzione, raccontando la vicenda di artisti come Ilja Repin che, insieme a poeti, artisti e intellettuali, aveva preso parte alla rivoluzione democratico-borghese, socialisteggiante, del 1905 (brutalmente repressa dallo zar), come racconta l’opera intitolata 17 ottobre 1905, terminata nel 1911. Al Mambo sarà esposta insieme a Che libertà! del 1903, un dipinto in cui un uomo e una donna corrono a perdifiato lungo il mare. Gli abiti militari di lui e quelli eleganti di lei non impediscono ai due di tuffarsi nella gioia di una conquistata nuova libertà.

Per quanto il registro espressivo sia ancora realistico, nell’uso libero del colore si possono cogliere lontane assonanze con l’uso originalissimo che ne fece Kandinskij andando alla ricerca di timbri emotivi interiori. Accanto a sue “improvvisazioni” pittoriche, in mostra ci saranno fotografie e collage di Rodčenko e poi un video che ricrea progetto di Tatlin per il monumento della III Internazionale: una torre più grande della Eiffel e dell’Empire state building e con un «asse dinamico asimmetrico», come un cilindro in grado di ruotare intorno al proprio asse.

Molto ampia sarà anche la parte della mostra dedicata a Malevich. Ricostruendo il percorso che dall’avanguardia più ardita lo portò a tornare a raffigurare casette, quando ormai erano tempi di regime. Nei due anni precedenti alla rivoluzione del 1917 aveva abbandonato il realismo per un astrattismo che inneggiava alla pura sensibilità. Il quadrato, la croce e il cerchio (opere che saranno presenti al MAMBo) diventarono le sue nuove icone E «nella mostra 010 del dicembre 1915 – ricordano i curatori – il quadrato fu da lui esposto in un angolo della sala in alto, come si usava per le icone sacre nelle case della vecchia Russia».

Per continuare il percorso

Il problema non è il re. Sono i sudditi

Torna il Re. Evviva il Re.

Se servisse qualcosa di più per imbarbarire questo tempo di pericolose nostalgie ecco che il corpo freddo di Vittorio Emanuele III sbarca in Italia con tanto di volo di Stato, laborioso lavoro quirinalizio e quel solito silenzio fitto fitto come e si trattasse di chissà quale fondamentale attività diplomatica per il bene del Paese.

Ottant’anni dopo quindi rientra in Italia colui che controfirmò le leggi razziali e spalancò le porte al periodo più nero della nostra storia, come se fosse un monumento da esporre con malcelata soddisfazione.

Ha ragione il Presidente dell’Anpi Smuraglia a dire che “portare la salma in Italia con solennità e volo di Stato è qualcosa che urta le coscienze di chi custodisce una memoria storica. Urta con la storia di questo dopoguerra” e hanno ragione tutti coloro che ne ricordano le vigliacche gesta in vita.

Sarebbe curioso poi sapere (e capire) se la Corte dei Conti davvero non abbia nulla da eccepire sull’utilizzo di un velivolo dell’Aeronautica Militare e sarebbe curioso sapere se sia questo il modo migliore per festeggiare i 70 anni della nascita della Costituzione (o gli ottanta anni giusti giusti delle leggi razziali).

Ma il danno vero è l’aver dato ancora una volta voce ai suoi sudditi, quelli che sopravvivono e proliferano in questa Italia così terribilmente smemorata e che sono sempre troppo svegli per rincorrere qualsiasi fascinazione utile per rialzare la testa.

Perché il problema sono i sudditi. Mica il re.

Buon lunedì.

La ricerca dell’invisibile

Cosa hanno in comune scienziati e artisti ? A questa domanda prova a dare una risposta il nuovo documentario di Valerio Jalongo Il senso della bellezza, proiettato in queste settimane nelle sale italiane, riscuotendo un grande e inaspettato seguito. Il documentario racconta un momento speciale del Cern: dopo la scoperta del bosone di Higgs, ora la sfida è quella di ricreare il momento subito prima del Big Bang, da cui tutta la materia, come noi la conosciamo ha avuto origine.

Non si tratta però di un documentario didascalico, i racconti dei fisici che si susseguono in questo racconto, non approfondiscono aspetti tecnici della loro materia, ma al contrario fanno emergere la passione che li spinge quotidianamente a portare avanti la loro ricerca. Valerio Jalongo si interroga su una delle esigenze umane più profonde, il desiderio di conoscenza. «La natura ama nascondersi» con questa frase di Eraclito inizia la sua indagine sul modo in cui l’uomo tenta di conoscere ciò che va al di là della percezione dei cinque sensi. La macchina protagonista di quest’esperimento, la più grande mai costruita dall’uomo, l’Lhc – Large Hadron Collider – non è una macchina comune, non svolge una funzione dedita all’utile.

È piuttosto, come la definisce il regista, «una macchina poetica» perché non ha un fine pratico, ma al contrario tenta di dare risposte a domande che svelano i misteri dell’uomo e della natura. Se in 2001 Odissea nello spazio…

L’articolo di Martina Brandizzi e Ilaria Rocchi prosegue su Left in edicola


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