Da una parte c’è il comunicato stampa della Guardia Costiera italiana:
«Per uno sbandamento verosimilmente causato dalle condizioni meteomarine e dallo spostamento repentino dei migranti su un fianco dell’imbarcazione – si legge nella nota -, circa 200 migranti sono caduti in mare da un barcone con circa 500 migranti a bordo. L’immediato intervento delle navi ‘Fiorillo’ della Guardia Costiera e ‘Phoenix’ del Moas ha consentito di trarre in salvo la maggior parte dei migranti caduti in acqua. Trentaquattro, invece, i corpi senza vita recuperati in mare dai soccorritori».
Dall’altra c’è la testimonianza di Medici Senza Frontiere:
«Due guardacoste libici, in uniforme e armati, sono saliti su uno dei gommoni. Hanno preso i telefoni, i soldi e altri oggetti che le persone portavano con sé”, racconta Annemarie Loof di Msf. “Le persone a bordo si sono sentite minacciate e sono entrate nel panico. Molti passeggeri, che fortunatamente avevano già ricevuto i giubbotti di salvataggio prima che iniziassero gli spari si sono buttati in acqua spinti dalla paura».
Piccolo promemoria: da settimane qualcuno dice che le ONG (quelli come Medici Senza Frontiere, appunto) avrebbero sporchi interessi sulla pelle dei migranti. Da qualche settimana quegli stessi rimestatori nel torbido, in mancanza di riscontri, citano la guardia costiera libica come fonte dei loro sospetti.
La conta, mentre scriviamo, è a 31 morti, annegati nelle acque del Mediterraneo centrale, al largo del porto libico di Zuara. I soccorsi, in corso, si possono seguire grazie ai tweet di Chris Catrambone, fondatore dell’ong Moas.
not a scene from a horror movie…Real life tragedy unfolding on Europe’s doorstep today! pic.twitter.com/OcJH8C92Yh
«Non è la scena di un film horror, ma una tragedia della vita reale che si svolge oggi alle porte dell’Europa», ha scritto Catrambone, che ringrazia la Guardia Costiera italiana, che sta effettuando i soccorsi.
Current Body Count at 31. Bodies recovered being brought onboard Phoenix. Efforts continue… pic.twitter.com/DdLO1W0I9i
Sul barcone viaggiavano circa 500 persone, 200 delle quali sono cadute in acqua, con una dinamica ancora da chiarire (un’onda? l’eccessivo carico che ha sbilanciato l’imbarcazione?).
No morgue onboard Phoenix. Bodies are being placed on the port side bow. Very sad pic.twitter.com/j1OFfOwxVo
La tragedia, però, si innesca su settimane di polemica, sulle accuse alle Ong, compresa la Moas. La polemica è ripresa anche dai volontari del Baobab, che rilanciano un’accusa alla guardia costiera libica.
La guardia costiera libica spara ai gommoni dei migranti.Adesso è chiaro l’attacco alle ONG e il fulcro dell’accordo Italia-LIbia.Vergogna. https://t.co/aF4azt2ZfM
Un’accusa che investe anche l’Italia, però, nelle parole di Amnesty International. A tredici giorni dall’episodio denunciato dall’Ong tedesca Sea Watch, secondo cui la Guardia Costiera Libica ha interrotto un’operazione di salvataggio in acque internazionali, riportando circa 500 persone in Libia, anche Amnesty, infatti, esprime preoccupazioni: l’Italia starebbe aggirando i suoi obblighi internazionali, aiutando la Libia ad intercettare i migranti nel Mediterraneo.
Strage di migranti bambini al largo della Libia, naufragio nel canale di Sicilia: 31 cadaveri.
Nessuna rivendicazione in vista.
epa05984682 People attend a vigil for the people who lost their lives during the Manchester terror attack outside the Town Hall in central Manchester, Britain, 23 May 2017. Britain is on high alert following the Manchester terror attack on the Manchester Arena late 22 May, that saw 22 people lose their lives with scores of other people injured. EPA/ANDY RAIN
L’attacco di Manchester ha avuto un suo primo effetto: il governo britannico ha alzato il livello di allarme e durante gli ultimi giorni di campagna elettorale i britannici vedranno in strada 3800 militari armati. Se la cosa li rassicurerà o meno è da vedere. A Londra temono che l’attacco alla Manchester Arena possa essere replicato altrove nelle prossime settimane. Il cambio della guardai davanti a Buckingham palace è stato cancellato e la Camera dei Comuni, che è anche visitabile, viene chiusa al pubblico. Stamane la polizia ha fermato tre persone nella zona della città dove viveva Abedi e dove vive la maggioranza della comunità libica.
La verità è che i luoghi sensibili sono protetti da tempo e che in questi ultimi mesi i terroristi hanno scelto obbiettivi popolari ma non “politici”: un locale notturno, una arena per concerti, la festa del 14 luglio a Nizza, il mercatino di Natale a Berlino. La mappa dei possibili si è allargata a dismisura e non c’è modo di proteggere ogni luogo dove le persone si radunano. Questo i terroristi dell’Isis lo sanno e siccome, come scrivono anche nel comunicato che rivendica la strage di Manchester, il loro scopo è proprio seminare terrore, scelgono obbiettivi che contribuiscano a spaventare la popolazione.
Salman Abedi in una foto tratta dal profilo Twitter di Breaking911.
Ieri sera abbiamo saputo che l’attentatore, era Salman Abedi un giovane nato a Manchester da genitori fuggiti dalla Libia di Gheddafi. Gli investigatori ritengono che Abedi possa non aver agito da solo, «è probabile che sia così» ha detto l’Home secretary, l’equivalente del Ministro degli Interni, Amber Rudd.
Abedi era religioso e proveniva da una famiglia religiosa, ed ha alcune caratteristiche diverse rispetto ad altri lupi solitari e o membri di commando terroristico. Non ha un passato da giovane deviante o piccolo criminale redento e nemmeno una lunga frequentazione di luoghi e moschee dove si predica l’islamismo radicale. Anzi, dicono persone intervistate nella comunità libica di Manchester, suo padre è molto religioso ma altrettanto moderato e “nemico” dell’Isis. Lo stesso si dica per l’imam della moschea che frequentava che, raccontano testimoni, sia stato guardato in cagnesco dallo stesso Abedi, dopo aver fatto un sermone che condannava la violenza religiosa e la teologia dell’Isis. Abedi era noto alla polizia, ma era considerato una figura minore, con qualche conoscenza in ambienti radicali e nulla più. Segno che la radicalizzazione dei singoli individui può essere qualcosa di molto privato e che i legami con ambienti radicali noti non sono una spia sufficiente – in Gran Bretagna c’è una tradizione, ma forse sta cambiando la geografia. Abedi era stato in Libia di recente e, forse, è anche passato per la Siria. Ma di questa seconda notizia non c’è certezza.
Il nome dell’attentatore è stato reso noto da diversi media americani, che lo hanno ottenuto da funzionari dell’intelligence Usa. La fuga di notizie ha fatto infuriare i britannici: la polizia stava avviandosi a perquisire la casa di Abedi e a cercare altri collegamenti prima che la notizia venisse a galla ed è stata presa alla sprovvista. La fuga di notizie, l’ennesima proveniente da una agenzia di intelligence a Stelle&Strisce è un segnale del caos che regna alle alte sfere della comunità di spie e analisti americani in questa fase. Dentro all’apparato di sicurezza americano è chiaramente in corso uno scontro furioso. Amber Rudd ha definito l’accaduto «irritante» augurandosi che un fatto simile non si ripeta.
Dieci delle 22 vittime hanno un nome, la più giovane ha otto anni, altri due sono minorenni, diversi giovani e quattro persone che erano probabilmente genitori che accompagnavano o erano andati a prendere i loro figli. Ieri una folla enorme si è radunata nella piazza del comune di Manchester. La vedete qui sotto
Il ministro degli esteri Angelino Alfano oggi all'Hotel Caracciolo per la presentazione del progetto politico Alternativa Popolare, Napoli, 22 Maggio 2017. ANSA/CESARE ABBATE
Ma cosa altro deve succedere perché il ministro (eh, sì) Angelino Alfano, quello che ha il tempo di querelare una trasmissione televisiva come Gazebo, venga ritenuto non più potabile e rimandato a casa? Ma perché da Berlusconi, a Renzi fino a Gentiloni dobbiamo continuare a sopportare come ministro l’incarnazione politica del malcostume tutto italiano di non chiedere a qualcuno “cosa sai fare” ma piuttosto “chi ti manda”?
L’ultima notizia è tutta nelle carte dell’operazione Jonny che ha svelato gli sporchi interessi di Leonardo Sacco che con la sua “Misericordia” ha lucrato sul centro d’accoglienza di Isola Capo Rizzuto. È una telefonata del 10 settembre 2014 in cui Ugo Bellini, vicepresidente della Misericordia con delega a Sviluppo e Coordinamento delle Federazioni Regionali, informa Leonardo Sacco che come direttore del Centro di Lampedusa è stato scelto Lorenzo Montana, suocero del fratello di Angelino Alfano:
“Noi abbiamo anche trovato un direttore. Cioè veramente: forse non è pieno di requisiti, perché ci vogliono 3 anni di esperienza o deve essere laureato in psicologia: questo è in scienze politiche. Ti ha detto chi è?”. “Non mi ha detto chi è”. “È il suocero… il suocero del cugino di Alfano”. “Ah, ho capito. Bene, bene: no, ma al di là di questo… diciamo… la figura si può costruire. Vediamo il da farsi… insomma… perché io ho l’impressione… mo’ venerdì vado a Roma… e vedo un po’… al ministero la situazione…”.
La notizia esce qualche giorno dopo (su Il Fatto Quotidiano) e il Prefetto Morcone telefona preoccupatissimo a Leonardo Sacco:
“Senti una cosa… ma… come ti è venuto in testa… di pigliare… a questo come direttore del Centro di Lampedusa? Tu lo capisci bene che quello è il Centro più visibile d’Italia”.
Sacco abbozza (male) una patetica difesa:
“Capisco benissimo… il problema è stato questo eccellenza… che.. diciamo… come confederazione… non ci aspettavamo l’assegnazione… subito… va bene la gara e stavamo cercando appunto figure di direttore… ma non era assolutamente preventivato che dovevamo prendere quello lì”
Il prefetto Morcone insiste:
“Mo’ devi trovare una soluzione… anche perché, capisci che l’effetto di tutto questo è che ogni settimana ti devo fare un’ispezione praticamente… perché sennò ci fanno un culo come una campana”.
Poi qualche, ora dopo, è proprio il Prefetto Morcone a suggerire una difesa:
“Abbi pazienza… bisogna comunque fare un’agen… perché qua sta succedendo un bordello in rete, su internet. Dovreste fare più che una smentita insomma. Un chiarimento su questa cosa, facendo un’agenzia nella quale dite quello che hai detto a me. Cioè che in un primo momento, tenuto conto della fretta, dell’avvicendamento di Lampedusa Accoglienza, avete individuato sull’isola una persona e diciamo che per esperienza amministrativa poteva essere un punto di riferimento, un coordinatore. Perché il direttore deve essere ancora nominato. Me la puoi mandare prima a me: io me la guardo”.
Esce il primo romanzo di Nora Venturini. Regista teatrale e sceneggiatrice, il suo esordio letterario è stato un vero e proprio boom fra le case editrici. Ironico, frizzante nel ritmo e nel pensiero, L’Ora di Punta edito Mondadori (che l’ha letteralmente strappato alle concorrenti), è un giallo che ha come protagonista una giovane tassista, Debora Camilli, con l’irresistibile propensione all’indagine. Un giorno, una cliente le chiede di aspettarla per qualche minuti ed entra in un portone. Non ne uscirà più. E così, con il suo taxi Siena 23 – ereditato suo malgrado dalla morte improvvisa del padre -, Debora ci accompagna per le strade e soprattuto per gli aspetti di Roma. Una Roma che, come un quadro di Picasso, si presenta contemporaneamente in tutti i suoi aspetti: dalla Roma popolare di quartieri come San Lorenzo, alla Roma più “fighetta” e borghese, molto molto diversa da quello che appare. Ricostruita con la capacità tessitrice della regista, la narrazione – stesa fra gli intrecci delle relazioni e delle vicende – gode dell’equilibrio, del dinamismo e in generale di tutte le proprietà di sceneggiatrice dell’autrice, che in questo lavoro sembrerebbe aver messo tutta sé stessa. E anche un quid in più. È già stato definito un page turner book, un libro così eccitante da farti girere le pagine una dopo l’altra.
Nora, come mai un giallo?
Leggo di tutto, leggo tantissimo. Ma se mi si dovesse chiedere qual è il genere che adoro di più, è senz’altro il giallo. Anche perché tra le sue pieghe si annidano grandissimi scrittori. Non parliamo del giallo all’americana, un po’ splatter e tutto dedito al thriller: il giallo europeo è un giallo che, al di là dei meccanismi logico-matematici, che senz’altro ci sono, è in realtà quasi un pretesto per indagare ambienti, psicologie, dinamiche umane. Meccanismi e suggestione nei quali il detective si va a intrufolare. Il caso, per così dire, gli entra dentro. L’intuizione non è alla Sherlock Holmes, ma nasce dal capire quel prillo, quella scintilla umana; la psicologia di quel criminale che poi è una persona normale, arrivata per una serie di motivi a compiere il delitto.
Debora è giovane, ha 25 anni, ed è un donna ancora inconsapevole della propria forza, eppure carica di intensità e grinta. A chi ti sei ispirata?
Quando Veltroni aprì le licenze dei taxi, si era allargata la fascia delle persone che potevano accedere alla professione, quindi anche tante donne che prima non si vedevano. Una sera, ero uscita dal Valle (un teatro romano vicino Torre Argentina, ndr) e mi caricò una ragazzetta. Mi doveva accompagnare a casa, ma non sapeva arrivare da Largo Argentina a Piazza Mazzini (meno di 3 km, ndr). Abitava ai Castelli, Roma la conosceva a malapena, ma si era ritrovata catapultata per necessità in quella situazione. Mi raccontò che si era dovuta fare un’assicurazione: un tassista che gira per Roma, è facile che possa imbattersi in delitti. (Alla protagonista dell’Ora di Punta i colleghi anziani proibiscono, con suo enorme disappunto, di prendere i turni notturni per proteggerla, ndr). Parlammo a lungo, era un personaggio che mi rimase dentro e che pensai che avrebbe meritato di essere raccontato. In generale, poi, quando si costruisce un personaggio sicuramente ci metti delle caratteristiche che un po’ sono tue, e un po’ sono pezzetti che prendi in giro e ci butti dentro. Un po’ da persone incontrate, appunto, e un po’ dalla cronaca dei giornali, che a volte è decisamente oltre l’immaginario.
Debora è tosta, e per quanto sia carica dell’impulsività caratteriale e di quella propria dei 20 anni, è una donna responsabile che mantiene la famiglia. Prende e parte in quarta, è impulsiva e coraggiosa. …E infatti fa ca**ate (ride)! Ma anche per questo è simpatica. Quello che la spinge sempre è la vocazione e il talento di fare la poliziotta. È un po’ un diamante grezzo. Che non abbandona la presa – o cocciuta, dipende dai punti di vista -. Sono contenta di aver fatto una protagonista donna, giovane. Non è solo un fatto ideologico, ma anche di originalità: perché anche in questo mondo, quello letterario, sono tutti uomini!
A proposito: ad accompagnare Debora, c’è un commissario, ben lontano dall’affascinante Montalbano di Nicola Zingaretti…
(Ride) Beh, ha una sua intensità e risvolti intriganti… ma non sveliamo oltre. Quando prendi un detective che non è un poliziotto, come miss Marple, o come accade con i personaggi di Marco Malvaldi, per forza questo deve avere un coprotagonista a cui appoggiarsi. E che aiuta a essere un po’ più realistici. Ti costringe a dialogare con la realtà.
A proposito di personaggi, le vicende familiari, benché siano tutti personaggi secondari, sono tutt’altro che marginali e sfocate, anzi. Sono veri e propri coaguli di comicità…
Guarda, quando scrivo ho sempre, fortissimo, l’impulso di perdermi nelle strade traverse, per così dire, nei personaggi secondari. Magari capita che seguendo una delle sue piste, Debora incontra una persona, ed ecco che mi viene voglia di seguirla, di raccontarla, seguirla per il suo rivolo. È una curiosità che si espande per tutto quello che hai intorno. Proprio per paura di eccedere in questo, mi ero trattenuta. Per mantenere l’equilibrio del giallo,che è sempre un po’ in bilico perché d’accordo la comicità umana, ma c’è sempre la drammaticità che comunque è propria di un crimine. Invece, l’unica cosa che mi ha chiesto la casa editrice è stata invece proprio quella di aumentare l’aspetto familiare. È una famiglia popolare, la mamma fa l’infermiera all’ospedale di Ostia, il fratellino studia medicina. È qui che nascono i momenti più esilaranti, come nei dialoghi con la migliore amica, Jessica. Poverina, voleva fare la stilista e invece fa la commessa da Intimissimi… che poi è la storia dell’80 per cento dei ragazzi più giovani che nascono in famiglie non garantite, che non hanno né i mezzi né i contatti “giusti”.
Nel libro, la Roma è quella che si vede attraverso gli occhi – e il vetro – di un tassista. Tu come l’hai conosciuta così bene?
In 58 anni l’ho vissuta un po’ tutta. Certo, vivendo a Prati certe zone e un certo ambiente lo conosco meglio – oggi. Però poi quando dovevo descrivere delle zone, prendevo il motorino e facevo i giri per i quartieri. Ripercorrevo le strade, scattavo fotografie, e video. Una volta presi la macchina insieme a mio figlio, che certe zone di Roma le conosce a menadito, letteralmente porta per porta, e mio sono fatta guidare da lui. E poi ho amici poliziotti – essenziali per nozioni e dati reali – molto disponibili devo dire, che tartasso di domande. Alla base di tutto, c’è la curiosità di scoprire e svelare, proprio nel senso di togliere un velo da tutto ciò che non sappiamo.
Editore: Mondadori Collana: Omnibus Data di Pubblicazione: maggio 2017
A ravvivare la primavera romana ritorna anche quest’anno Spring Attitude, il festival internazionale di musica elettronica e cultura contemporanea diretto da Andrea Esu, giunto ormai alla sua VIII edizione. Dal 25 al 27 maggio infatti lo spazio dell’ex caserma Guido Reni e il MAXXI progettato da Zaha Hadid ospitano le icone italiane e internazionali dell’elettronica e molti giovani artisti contemporanei in un mix unico di musica e performance. Un occhio di riguardo viene dedicato alle nuove forme di arte digitale grazie a SPRING +ON, dove il pubblico sarà coinvolto con installazioni interattive, esperienze percettive di suoni, visioni, spazio.
Una tre giorni dunque dedicata all’esplorazione culturale e creativa, tra nuove realtà e voci affermate. Dall’Inghilterra arriva infatti Jon Hopkins, uomo di fiducia di Brian Eno e ingegnere del suono per i Coldplay, e Nathan Fake che a Roma presenta Providence il suo ultimo e accaldatissimo album.
Da non perdersi anche Clap! Clap!, volto italianissimo dell’elettronica conosciuto ed apprezzato in tutta Europa, che ritorna a Roma forte dell’uscita del suo ultimo discoA thousand skyes, già diventato un cult fra gli appassionati del genere.
La cover dell’album “A thousand skyes” di Clap! Clap!
Tra i grandi ritorni anche quello di di Christophe Chassol che avevamo intervistato l’anno scorso in occasione suo straordinario tour in Italia e che si esibirà di nuovo nel Belpaese con i suoi “ultrascores” durante lo Spring Attitude. Ma il programma è ricchissimo e ci porta a viaggiare in tutto il mondo.
Forest Swords
Dai sobborghi londinesi arriva il jazz-funk meticcio del duo Yussef Kamaal e l’acclamato Forest Swords che con il suo ultimo disco Compassion ha fatto innamorare le principali testate giornalistiche del settore, ascoltare per credere. Dalla California invece arriva il synth-pop anni 80 di Nite Jewel, dal Sud Africa GQOM OH feat. Nan Kolè & Mafia Boyz, da Tel Aviv, ma ormai praticamente berlinese, Moscoman, capace di unire in un sound originale techno, house e new wave con i ritmi del Medio Oriente.
il duo Yusef Kamaal
La performance live di Robert Henke al MAXXI Museum durante lo Spring Attitude Music Festival
Se lo scorso anno tra le voci italiane ad animare Spring Attitude c’era Cosmo, in questa edizione il cantante piemontese reduce dai sold out e dai consensi ottenuti come solista, si presenta accompagnato dalla sua band i Drink to me, promettendo come sempre di farci ballare fino allo sfinimento.
Una line up insomma con cui il festival, forte delle 12mila presenze della scorsa edizione, si conferma anche nel 2017 come uno dei più importanti eventi internazionali (e fra i pochi in Italia) dedicati alla musica elettronica e al pop d’avanguardia. Qui trovate il programma completo, qui sotto invece una playlist realizzata dal team del festival per entrare a pieno ritmo nello spirito dell’evento.
Al mondo esistono circa 7000 diverse lingue parlate, un patrimonio culturale che sta scomparendo. Ma c’è di più, secondo un recente studio condotto da Anne Kandler (Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology) e da James Steele (University College London) e pubblicato sul sito dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti d’America il declino di questa ricchezza linguistica e culturale sarebbe correlato alla perdita di biodiversità. La maggior parte delle lingue a rischio è parlata da piccoli gruppi che abitano in luoghi remoti, quelli che custodiscono grande biodiversità e che sono in pericolo – come l’Amazzonia o la Papua Nuova Guinea. Secondo Kandler e Steele infatti il 70% delle lingue parlate nel mondo è localizzato nei luoghi chiave per la biodiversità del pianeta e i dati raccolti mostrano chiaramente che quando queste aree sono sottoposte a un degrado dal punto di vista ambientale, si realizza anche una perdita in termini di ricchezza e varietà linguistica e culturale.
«I biologi – si legge nello studio – stimano che il numero di specie che si estinguono ogni anno sia di mille volte superiore a quello delle precedenti epoche e i linguisti prevedono che entro la fine del secolo scompariranno tra il 50 e il 90 per cento delle lingue». A partire da queste informazioni e suffragati dai dati i due ricercatori dunque hanno scoperto l’esistenza di una stretta connessione fra ambiente e patrimonio linguistico culturale. In passato altri studiosi avevano intuito la relazione fra cultura e ambiente, Larry Gorenflo della Penn State University per esempio aveva parlato di una connessione geografica fra i due fattori, ma non era riuscito a raggiungere un livello di approfondimento sufficiente a supportare la tesi.
La raccolta dei dati in effetti è piuttosto complessa, anche a causa della natura estremamente fluida del linguaggio, per la quale è difficile identificare con chiarezza e precisione i confini geografici di un ceppo linguistico piuttosto che di un altro. Eppure gli studiosi di dicono piuttosto certi di poter trarre una correlazione: «In moltissimi casi abbiamo dati che provano il fatto che la biodiversità è parte integrante della diversità culturale di una determinata area e viceversa». Delle più di 6900 lingue parlate nel mondo, almeno 4800 sono state riscontrate in regioni dove esiste un alto tasso di biodiversità. Territori che quindi dovrebbero essere non solo biologicamente ma anche culturalmente tutelati per non rischiare di perdere questa ricchezza. Per Gorenflo inoltre questa scoperta rappresenta anche un’ottima possibilità per gli studiosi di collaborare in modo diverso, «potremmo finalmente realizzare un approccio integrato in cui chi si occupa della conservazione biologica delle specie collabora con chi si occupa di preservare il linguaggio e la cultura di quelle stesse aree» ha dichiarato il professore in un’intervista rilasciata alla Bbc sul tema. «In genere – ha concluso – i biologi non prestano molta attenzione alle persone che vivono nell’ecosistema che stanno studiando»
epa05982626 Armed officers patrol near the Manchester Arena following reports of an explosion, in Manchester, Britain, 23 May 2017. According to a statement released by the Greater Manchester Police on 23 May 2017, police responded to reports of an explosion at Manchester Arena on 22 May 2017 evening. At least 19 people have been confirmed dead and around 50 others were injured, authorities said. The happening is currently treated as a terrorist incident until police know otherwise. According to reports quoting witnesses, a mass evacuation was prompted after explosions were heard at the end of US singer Ariana Grande's concert in the arena. EPA/NIGEL RODDIS
(Aggiorneremo, in fondo, questo articolo se ci saranno notizie rilevanti)
La ferocia degli attentati terroristici perpetrati un Europa – come nel resto del mondo, specie quello islamico – non conosce limiti. L’ultimo attacco, quello della Manchester Arena dove si teneva il concerto di Ariana Grande è un nuovo salto di qualità nella fantasia di coloro che scelgono gli obbiettivi. Non una stazione, non un locale notturno parigino dove suona una band di tatuati, ma lo spazio di divertimento di teenager e ragazzine con i loro genitori al seguito per ascoltare una poco più grande di loro, un fenomeno pop di quelli che piacciono molto di sicuro anche lontano dall’Occidente.
Gli istanti dell’esplosione nel video girato da una ragazza
Ieri sera nel foyer della Manchester Arena, verso la fine del concerto mentre scendevano palloncini dal palco, una persona si è fatta esplodere uccidendo 22 persone – bilancio purtroppo provvisorio – e ferendone una sessantina. L’attentatore non è stato identificato ma la polizia sostiene che non ci dovrebbero volere molte ore. L’arena è stata pervasa dal panico, la gente è uscita di corsa, e i testimoni descrivono scene terribili, corpi mutilati e feriti. Le persone si sono aiutate tra loro e sono state aiutate dai soccorsi arrivati in fretta, dalle compagnie di taxi e autobus che hanno spedito auto e mezzi, da residenti della zona e alberghi che hanno aperto le loro porte per far trovare rifugio alle persone in fuga.
Diversi genitori sono ancora in cerca dei loro figli lasciati davanti alla Arena prima del concerto. «Mia figlia ha 12 anni, questo era il suo regalo di compleanno, ci è andata con la mia compagna e sorrideva da giorni. Ora difficilmente dimenticherà questa giornata», racconta in lacrime Imran a BbcRadio4. In televisione vediamo tassisti, ristoratori, persone che portano aiuto con l’accento di persone originarie dell’India e dal Pakistan. Nomi e facce stranieri per delle reazioni identiche a quelle dei britannici dalla pelle rosa e dai capelli biondi, per segnalare come l’idea che in questa colossale mostruosità che è il terrorismo di matrice islamica in questa fase della storia umana ci sia un noi e un loro – come invece, naturalmente, cerca di farci pensare l’estrema destra. A partire da Matteo Salvini, che stamane commenta Tolleranza zero, retate a tappeto, uso della forza. Qualcuno potrebbe spiegargli che le retate, la sospensione delle regole, l’uso della forza (o la guerra in Yemen, Siria, ecc.) non hanno cancellato il terrorismo. Non negli Usa di Bush, non nella Francia del Bataclan, non a Londra, che non se la prendeva con gli irlandesi quando l’Ira metteva bombe nella metropolitana.
Un tassista accorso sul posto, dal profilo Twitter di Jason Michael
I dati nella figura qui sotto riportano il numero di vittime tra 2009 e 2015, la sottile linea in rosso riguarda gli Stati Uniti e l’Europa. Nel 2016 le vittime sono aumentate in misura proporzionale ovunque.
Primo obbiettivo della polizia è cercare di capire se l’attentatore suicida abbia agito da solo. L’antiterrorismo britannico ha spesso detto di aspettarsi nuovi attentati, ma non è di questo che si parlava. La polizia e i servizi erano convinti di dover monitorare persone radicalizzate che agiscono in maniera semi spontanea, come la persona che si è lanciata con l’auto contro Westminster o altri che hanno aggredito i passanti con un coltello. Una minaccia pericolosa e difficilmente gestibile, ma non un attentato organizzato. La dinamica della Manchester Arena, giubbotto esplosivo contenente oggetti di metallo pensato per uccidere il più alto numero di persone possibile, fa invece ritenere che si tratti di una qualche cellula terroristica organizzata e non un lupo solitario. Sul web si trovano guide su come costruire bombe e giubbotti esplosivi, ma, a oggi, non c’è notizia di qualcuno che li abbia usati. Trovare l’esplosivo o prepararlo partendo da agenti chimici è infatti un’operazione che richiede expertise: ci sono esplosivi producibili con sostanze chimiche ma si tratta di sostanze molto instabili che possono esplodere prima del dovuto o non esplodere affatto. Una bomba inesplosa messa assieme con sostanze chimiche fu usata tra le altre negli attentati del 7 luglio 2005 a Londra. Per questo, una volta individuato l’attentatore, la polizia cercherà di capire se e come questi avesse una rete.
Gli account social collegati o sostenitori dell’Isis oggi gioiscono e celebrano l’attentato. Non sappiamo però se davvero dietro ci sia la mano di qualcuno tornato dall’Iraq o dalla Siria o semplicemente reclutato online o, infine, uno o più individui radicalizzatosi per conto proprio.
Le reazioni sono quelle a cui siamo abituati: tutti i leader del mondo hanno twittato, registrato messaggi di solidarietà, da Paolo Gentiloni a Justin Truedaeu, dal leader indiano Narendra Modi a Angela Merkel. I leader di tutti i partiti britannici, impegnati nella campagna elettorale per il voto politico dell’8 giugno hanno sospeso la campagna. Theresa May e Jeremy Corbyn si sono sentiti al telefono e hanno preso la decisione assieme. Una riunione del comitato di sicurezza nazionale, denominato Cobra, è in corso. C’è un elemento di cui si parla molto sui media britannici: il governo ha tagliato i fondi e gli effettivi in servizio della polizia mentre per monitorare ogni singolo sospetto o combattente di ritorno dalla Siria servono, dicono gli esperti, una decina di persone.
La dichiarazione di Donald Trump, oggi nei Territori occupati, ha commentato: «L’ideologia di chi ha condotto questo attacco va annientata – aggiungendo – li chiamerò “perdenti malvagi” non mostri, perché gli piacerebbe».
Trump gives condolences to Manchester victims “murdered by evil losers.”
“I won’t call them monsters because they would like that name.” pic.twitter.com/jSWzJCP4fI
ore 11.06 Nel bollettino Isis del mattino non c’è traccia di Manchester solo operazioni in Iraq e Siria. Poi se la intesteranno, ma forse non sono loro in maniera diretta
Ore 12.52
A Manchester il centro commerciale di Arndale, in centro, è stato evacuato e poi riaperto. Nella sua dichiarazione alla stampa, Theresa May ha reso noto che la polizia ha individuato l’attentatore, ma non ne rivelerà, per ora, l’identità.
Ore 12.59 La polizia di Manchester ha arrestato una persona di 23 anni nella zona sud della città in relazione all’attentato della Manchester Arena. Un’altra persona è stata arrestata nel centro commerciale di Arndale. Il secondo arresto non è connesso all’attentato, riferisce la polizia.
14.00 L’Isis rivendica
Alcuni commentatori però segnalano: ci sono incongruenze tra la dinamica dell’attentato e il comunicato e non si nomina l’attentatore per nome di battaglia. Si tratta di segnali che fanno pensare a una rivendicazione ex post, in altri casi la descrizione della dinamica e alcuni particolari contenuti nel comunicato erano un modo per segnalare che si, la mano del Califfato c’era davvero. Il luogo scelto e la modalità sono però assolutamente in linea con il tipo di azioni cercate dall’Isis.
A statement from Islamic State claiming responsibility for last night's attack has been released in English as well now. pic.twitter.com/xiYXf4hKfr
Borsellino l’ha sempre saputo. Da che parte stare. E dove sarebbe finito. Ma non ha mai rinunciato alla sublime arte dell’autoironia. Consapevole che un sorriso non risolve tutto, ma aiuta a vivere la vita. A volte, a sopportarla. Un giorno Paolo disse a Falcone, il suo grande amico di sempre.
“Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte: “Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello… quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero… ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti… Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge”.
Quanto mancate a questo nostro tempo. Sono 25 anni ma un milione di volte.
Il grande pubblico, quello mainstream che arriva sempre in ritardo sulle cose, un po’ stanco e superficiale, sta cominciando ad appassionarsi al Jazz solo ora, dopo aver visto al cinema La La Land. Nella provincia d’Italia però qualche visionario si era accorto molto tempo fa del valore straordinario di questo genere musicale. A Ravenna per esempio sono già da molti anni tutti pazzi per il Jazz, quello vero, non quello hollywoodiano e patinato. E addirittura lo insegnano ai ragazzi nelle scuole con il progetto “Pazzi di Jazz”. Il risultato lo potete vedere nel video qui sotto: centinaia di ragazzi di tutte le età che suonano insieme sullo stesso palco con l’aiuto di insegnanti, professionisti e artisti affermati (vi dice nulla Paolo Fresu?); partecipano a lezioni-concerto per imparare la musica; studiano l’arte l’improvvisazione ed entrano in contatto diretto con le storie dei più grandi jazzisti di tutti tempi.
«Il Jazz è l’occasione per realizzare un mosaico di libertà» ha spiegato a Left Catia Gori, ideatrice del progetto insieme a Sandra Costantini, «e la musica è un elemento straordinario per potenziare l’educazione».
Quando nasce questo progetto?
Pazzi di Jazz nasce nel 2013 durante l’ascolto di un concerto di Maria Pia De Vito all’interno di una rassegna curata da Sandra Costantini direttore artistico di Ravenna Jazz e di Jazz Network. Oltre ad essere un’insegnante sono anche una cantante Jazz e quindi ho pensato: “perché non facciamo avvicinare i ragazzi al mondo del jazz realizzando un progetto che permetta alla cultura di entrare gratuitamente all’interno della scuola?” Sandra ha immediatamente raccolto la mia proposta. Il pubblico degli ascoltatori, soprattutto quando si parla di musica, è tutto da costruire… accade anche perché la musica non è un’arte adeguatamente sviluppata e valorizzata nelle istituzioni scolastiche. Partendo da questo concetto abbiamo cercato di coinvolgere più risorse possibili all’interno del nostro territorio, colleghi, insegnanti di musica. Fra questi in particolare un insegnante di una scuola media ad indirizzo musicale che si occupa e cura il lavoro artistico di una big band di giovani e che ha deciso di seguire questo nostro sogno e aiutarci a realizzare un percorso musicale legato al jazz che trovasse espressione sicuramente in un concert,o ma che avesse al suo interno anche dei racconti, delle lezioni-concerto, capaci di essere molto molto vicine ai ragazzi. Qual è l’idea di cultura che sta dietro a un’iniziativa come Pazzi di Jazz?
La cultura secondo noi oltre ad essere gratuita deve entrare dentro la scuola, quando le ho proposto di realizzare qualcosa Sandra ha subito pensato di contattare immediatamente Paolo Fresu. Paolo oltre ad essere un musicista straordinario è una persona straordinaria e ha colto immediatamente il senso, il valore e la cura di questo progetto legato ai bambini e ai ragazzi. Entrare direttamente dentro le scuole e raccontare con la sua tromba la vita dei musicisti jazz è stata la chiave del successo educativo di tutto questo. La ricaduta culturale all’interno delle scuole è stata enorme. Si è creato un gruppo di persone che si sono trovate così a lavorare insieme, dapprima con poche risorse, poi ottenendo sempre un maggior consenso. È stata una piccola rivoluzione, poco a poco le persone prese dall’entusiasmo hanno cominciato a seguirci creando un vero e proprio tam tam. Da un centinaio di studenti siamo arrivati a un seguito di migliaia e migliaia di persone, ragazzi, genitori, insegnanti, musicisti, artisti. Ai progetti hanno iniziato a partecipare sia i bambini della scuola primaria, come i miei alunni che all’epoca frequentavano la seconda elementare, ma anche adolescenti, studenti liceali, universitari provenienti da tutto il territorio dell’Emilia Romagna. A noi interessava che il messaggio che stavamo lanciando venisse condiviso dal maggior numero di persone possibile, che si cominciasse a conoscere di più il jazz come modo di guardare al mondo: imparare a lavorare e stare insieme, a improvvisare anche. Il jazz infatti insegna anche il valore dell’improvvisazione. Perché è così importante?
Quando parlo di improvvisare intendo l’imparare a dare il meglio di sé in un contesto collettivo. Questo è un principio vitale e secondo noi è anche stato uno dei motivi che hanno garantito un successo incredibile al progetto. Ma non semplicemente un successo in termini musicali e di ricaduta in termini di visibilità sul piano del concerto, ma soprattutto un successo in termini educativi e di capacità di coinvolgimento delle associazioni e degli artisti del territorio che hanno organizzato eventi e mostre sul Jazz. Abbiamo messo insieme un sacco di utenza, cittadini, famiglie, pensionati, insegnanti, scuole, insomma si sono attivati davvero in tanti. Che ricadute ha avuto sul territorio tutto questo?
All’interno della città ormai Pazzi di Jazz è un appuntamento molto importante e molto partecipato. Soprattutto è un progetto culturale gratuito che riesce a coinvolgere realtà sociali differenti e con esigenze differenti. Riusciamo a cucire insieme in un’unica partitura le scuole del centro con quelle della periferia che a volte presentano anche situazioni di disagio o di difficoltà. Abbiamo portato in teatro in città circa 70 bambini provenienti da zone più complicate che erano più abituati a vedere l’ingresso delle case sociali o dei carceri che un teatro. Per loro è stata un esperienza straordinaria. E anche per molti insegnanti che si sono sentiti parte di un progetto culturale serio e molto alto che ha ottenuto anche il riconoscimento della Presidenza della Repubblica. Essendo gratuito come riuscite a realizzare tutto questo?
Beh, ogni anno è molto difficile riuscire a trovare fondi e risorse per poterlo portare avanti… ma ce la stiamo facendo con le unghie e con i denti… Qual è la potenzialità educativa del linguaggio del Jazz per i ragazzi?
Intanto non è un linguaggio accademico e imbalsamato. È un linguaggio estremamente dinamico nel quale bisogna saper padroneggiare alla perfezione il tema che si sta eseguendo, per poi poter dare un’interpretazione personale di quello stesso tema in cui non esiste più qualcosa di giusto o di sbagliato, ma esiste piuttosto qualcosa di contestuale a quello che si sta facendo. Riproporre qualcosa che si è studiato attraverso una propria rielaborazione è sicuramente un arricchimento personale. Ecco, il messaggio che il Jazz insegna è che si può improvvisare qualcosa solo se la si conosce molto bene. In questo genere musicale c’è un concetto di libertà che non ha nulla a che vedere con la confusione e il caos. In questo sta la capacità aggregante del Jazz. E poi ci sono le storie di vita dei jazzisti, anche quelle hanno un forte impatto educativo.
Certo grazie a Francesco Martinelli, storico del jazz, siamo riusciti a raccontare ai ragazzi la vita di molti artisti. Da Cole Porter a Ella Fitzgerald fino a Dizzy Gillespie. Si spiega ai bambini che ciascuno di noi suona per ciò che è, questo è il concetto principale che riusciamo a trasmettere. Non c’è la rigidità del pentagramma o del solfeggio, qui l’opera è la realizzazione di ciò che si sta facendo. Quali sono i musicisti che piacciono di più ai ragazzi?
Paolo Fresu è molto amato dai bambini, in tantissimi vedendo lui chiedono di poter suonare la tromba e gli strumenti a fiato come il Sax e il trombone. È piaciuta tantissimo la figura del trombettista Dizzy Gillespie, soprattutto perché è stato presentato con queste gote gonfie e i più piccoli l’hanno percepito come una figura molto giocosa. Ma anche Cole Porter ha fatto breccia. I bambini sono estremamente colpiti dalle loro vite, soprattutto dagli aspetti legati all’emarginazione, alla solitudine, ma anche da quel senso del riscatto che si ritrova nelle biografie di molti di questi personaggi. In una scuola della provincia abbiamo lavorato su Django Reinhardt, jazzista belga di etnia sinti, raccontando quindi anche il suo essere uno zingaro. Un giorno uno dei bambini, con tono dispregiativo, ha dato dello zingaro a un suo compagno, questo che aveva ascoltato la lezione di Francesco Martinelli su Django, lo ha guardato senza scomporsi e gli ha risposto: «Tu non sai cosa stai dicendo, lo conosci Django Reinhardt? Se sapessi chi è sapresti che zingaro non è un’offesa, anzi io sarei orgoglioso di essere come lui».