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La “tassa sulla demenza” mette nei guai Theresa May. Il Labour di Corbyn in (relativa) rimonta

epa05971958 British Prime Minister and leader of the Conservative Party Theresa May launches her party's manifesto at The Arches in Halifax, Britain, 18 May 2017. British Prime Minister Theresa May has called a snap general election for 08 June 2017. EPA/NIGEL RODDIS

Il partito conservatore britannico è in guerra contro il welfare pubblico e il suo manifesto elettorale contiene dei passaggi che lo dimostrano. E che, sembra di capire, gli costeranno voti e seggi alle elezioni del prossimo 8 giugno.

Il manifesto presentato la scorsa settimana contiene una proposta, soprannominata dai laburisti “tassa sulla demenza” (ma anche tassa demente) che farà aumentare di molto le spese per i ricoveri in case famiglia e di assistenza domiciliare agli anziani con un meccanismo che colpirà loro e le loro famiglie – c’è un prelievo sulla casa di proprietà che lo Stato farebbe alla morte della persona assistita. La proposta sembra disegnata per colpire la base più solida dell’elettorato Tory, gli anziani del ceto medio. Per i più poveri, infatti, i costi non cambiano. Un errore clamoroso contro il quale c’è una rivolta in atto tra i deputati del partito che si troveranno a dover difendere la “dementia tax” davanti al loro elettorato furioso. Tra le altre cose il programma conservatore prevede anche un ridimensionamento del bonus per il riscaldamento, misura altrettanto impopolare.

La misura, sembra di capire, non è stata discussa tra i maggiorenti del partito ed è stata aggiunta al manifesto elettorale all’ultimo momento da Nick Timothy, il capo dello staff di Theresa May. Che oggi, dopo pressioni crescenti, ha annunciato durante un comizio in Galles che il piano verrà ripensato e verranno ritoccati i limiti di spesa – ovvero si ridurranno i costi previsti.

Quello della “tassa sulla demenza” è davvero un errore strategico se è vero che negli ultimi giorni il partito Laburista di Jeremy Corbyn ha recuperato diversi punti. L’ultimo sondaggio parla di un gap di 9 punti. È la prima volta dal referendum sulla Brexit che i sondaggi parlano di meno di 10 punti di distacco. Che sono comunque un’enormità. Oggi i Laburisti sono dai al 34% e i conservatori al 43%. Nel 2015 il distacco era minore, ma il partito guidato da Ed Milliband prese il 30%. In questo caso è il crollo dell’Ukip a favorire il partito di Theresa May: dopo la vittoria sulla Brexit e l’assunzione dei toni e della retoria anti-europea da parte della premier britannica, il partito un tempo guidato da Nigel Farage ha perso molto del proprio senso. Allo stato, dunque, May ha ogni chance di vincere le elezioni. Ma il voto non spazzerà via del tutto Corbyn, nel senso che il suo risultato potrebbe essere nettamente migliore di quello ottenuto dal suo predecessore e di ogni previsione. Del resto l’insuccesso laburista non si può imputare al solo leader: nelle fila del partito non c’è nessun leader naturale potenziale pronto a sostituirlo e tutti i partiti socialisti d’Europa hanno collezionato sconfitte pesanti nelle ultime tornate elettorali – il Pasok è scomparso, il partito socialista francese pure, quello spagnolo è in enorme difficoltà e Martin Schulz non sembra avere chance di impedire a Angela Merkel di vincere le elezioni per la quarta volta consecutiva. Da ultimo, i sondaggi segnalano un ritorno dell’elettorato ai due grandi partiti: nel 2015 meno del 70% li votò, oggi siamo quasi all’80%.

Non è un caso che i conservatori stiano scegliendo la strada degli attacchi personali contro il leader Labour. L’ultimo è relativo a una frase sbagliata sull’IRA: Corbyn ha detto che tutte le bombe sono sbagliate invece di condannare l’esercito repubblicano irlandese in maniera palese. Il tipico autogol alla Corbyn, che troppo spesso rimane fedele a se stesso e a formule del passato che avevano molto senso negli anni della sua formazione e del thatcherismo ma ne hanno molto meno adesso. Un po’ di furbizia politica a volte non guasta.

 

Dalla sua il leader laburista ha la grande capacità di fare campagna alla vecchia maniera: i suoi comizi sono gremiti (come vedete qui sopra), molto spesso di giovani. Quella fu la sua base quando vinse la corsa per la leadership del suo partito. Resta da vedere se e quanto l’elettorato giovane e le minoranze sapranno andare alle urne per sostenere i laburisti. A oggi i conservatori hanno una maggioranza di 12 seggi e May ne cerca una più solida per avere un mandato forte per i negoziati sulla Brexit (mandato che non cambierebbe le cose, dicono a Bruxelles). Il sistema maggioritario britannico confrontato con sondaggi nazionali, non ci dice molto della composizione dei Comuni dopo il voto. Quanti seggi riuscirà a tenere con questi voti il Labour? E quanti i conservatori? Ci sono luoghi in cui un effetto Ukip consentirà al partito di Corbyn di strappare seggi insperati?  In queste settimane Corbyn ha recuperato parecchio terreno, difficilmente sarà abbastanza per indebolire May (con il concorso dei Lib-Dem e dello Scottish National Party). Ma la sua performance non sarà poi così disastrosa come ci si diceva quando May ha convocato le elezioni straordinarie a sorpresa.

Riecco Berlusconi, che fa sognare Renzi col voto anticipato

Former Italian Prime Minister Silvio Berlusconi in Lecco (Milan) for an election party of Forza Italia, 17 May 2015. ANSA/ MATTEO BAZZI

Che la prudenza non è mai troppa ce lo ricorda lo stesso Silvio Berlusconi che oggi riapre formalmente la trattativa con Pd sulla legge elettorale (vuole un modello tedesco e mette sul piatto, in cambio, il voto a ottobre) e che solo la settimana scorsa, però, diceva che margini per un «Nazareno bis» no, non c’erano proprio. Volubile è Silvio, e non solo lui: la trattativa per la nuova legge elettorale, che dovrebbe sostituire ciò che resta dell’Italicum e ciò che, al Senato, resta del Porcellum, è piena di curve – come vi raccontiamo d’altronde sul numero di Left, il 20, che trovate in edicola.

Lo stato dell’arte, però, al momento, è questo. Il Pd ha presentato una sua proposta, ribattezzata “Rosatellum” dal nome del capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, e su quella si è detto intenzionato ad andare alla conta, sicuro del sostegno – fra gli altri – di Denis Verdini. I numeri però sono stretti (anzi sono bassi) e – registrati i primi no dei bersaniani – il dialogo con Berlusconi è dunque prezioso. Berlusconi lo sa – sa che il suo prezzo è salito col no di Speranza – e quindi apre, ritorna. Ma propone qualcosa di diverso (e, per certi versi, di migliore, almeno nei termini di un maggior rapporto tra eletto e elettore).

In attesa dell’ennesima sorpresa e degli sviluppi, può esser allora interessante fare un punto sulle due proposte, anche se quella di Berlusconi è solo un vago riferimento esterofilo.

Il Rosatellum – come abbiamo scritto – è spacciata per una legge “metà maggioritaria e metà proporzionale”, visto che metà dei seggi sono assegnati in collegi uninominali e metà con calcolo proporzionale. In realtà, però, è una legge molto maggioritaria (perché non prevede alcuno scorporo tra la quota uninominale e quella proporzionale, e anzi prevede un voto su unica scheda con l’impossibilità quindi di un voto disgiunto), con i seggi maggioritari assegnati senza ballottaggio e con quelli proporzionali dati su listini bloccati, senza preferenze. Il modello tedesco, tanto per cominciare, nonostante il sistema sia simile (sempre 50 per cento uninominale e 50 per cento proporzionale) prevede invece due schede, limitando di molto, così, le conseguenze dell’inevitabile “voto utile” che l’uninominale porta con sé e che così si riflette meno sulla quota proporzionale. Quota proporzionale che, peraltro, è soggetta al celebre scorporo: si sottraggono, in pratica, i seggi ottenuti con l’uninominale a quelli che un partito conquista nel proporzionale (a cui si accede comunque con uno sbarramento del 5 per cento, come col Rosatellum).

Comunque. Oltre alle differenze tecniche – che vedremo nel dettaglio se ce ne sarà veramente bisogno – per ora vanno sottolineate le implicazioni politiche. Buono (conosce la materia) è il punto di Augusto Minzolini. «In sintesi», scrive sul Giornale, «Renzi risparmia al Cav una legge elettorale che potrebbe danneggiarlo» – il Rosatellum – «Berlusconi evita al segretario del Pd un calendario che potrebbe penalizzarlo». Eh già, perché a nessun commentatore è sfuggito quanto messo sul piatto da Berlusconi e, soprattutto, le reazioni dei dem, preoccupati sì che «sia un bluff», ma affascinati dalla tempistica. Sulla Stampa Ettore Rosato – ed è la prima volta che lo si dice così apertamente, lasciando quasi intravedere un sorriso – dice: «Il voto anticipato non è certo un tabù: può essere l’epilogo naturale di una legge fatta con attenzione, ma anche senza perdere più tempo, prima dell’estate. Consentire a un nuovo governo di fare la legge di bilancio, impostando il suo mandato nei prossimi cinque anni sarebbe più logico. Del resto, tutti i grandi paesi stanno per votare: e avere un governo nel pieno delle sue funzioni per costruire il futuro dell’Europa con il nuovo esecutivo francese e tedesco, sarebbe meglio».

«Non uno ma tre Rolex»: e Gentiloni che fa?

Simona Vicari in una immagine del 28 febbraio 2014. ANSA/GIUSEPPE LAMI

La sottosegretaria al Ministero dei Trasporti Simona Vicari è finita indagata in una brutta storia di presunta corruzione in cui, tra le altre cose, è accusata di avere ricevuto “in regalo” un Rolex per “agevolare” alcune pratiche. Al di là del fatto che, qualora le accuse siano poi riscontrate, ne uscirebbe una classe dirigente che ormai non si vende più per ingenti finanziamenti al proprio partito e bustarelle di quelle che cambiano la vita ma ormai è disposta a diventare servile per un orologio, la risposta della Vicari al Corriere della Sera mette i brividi:

«Ho letto sulle agenzie che sarei accusata di corruzione. Ma di che parliamo? – ha detto al Corriere della sera – Quell’orologio riguarda rapporti con le persone che uno ha a prescindere. Dalle intercettazioni si capisce benissimo che si tratta di un regalo di Natale. Poi sì, io ho chiamato per ringraziare. Ma se lo avessi fatto per corruzione, secondo lei avrei ringraziato?». L’addio della Vicari potrebbe non essere indolore per il governo. Dopo essersi difesa, l’ex sottosegretaria passa all’accusa e che accusa: «Voglio dirle un’altra cosa – ha aggiunto al Corriere – anche se può suonare un po’ antipatico. Ci sono ministri che hanno preso non uno, ma tre Rolex e sono ancora in carica».

In pratica, dice la Vicari, nel Consiglio dei Ministri siede almeno una persona che è esattamente come lei, solo con un po’ più “fame”. Al di là del tenore della discussione (siamo oltre alle fake news, siamo alla fake politica) sarebbe curioso sapere che ne pensa il premier Gentiloni perché qui i casi sono due: o la Vicari è una squinternata oppure il suo malcostume è in linea con qualcuno più in alto di lei. Tertium non datur.

Buon lunedì.

Le verità nascoste del caso Rocchelli-Mironov

SLOVIANSK, UKRAINE - FEBRUARY 11: Abandoned and heavily damaged buildings are seen in Sloviansk city of Donetsk Region, Ukraine on February 11, 2016. Sloviansk had been evacuated due to heavy clashes between Ukraine army and Pro-Russian separatists which had erupted on 2014. (Photo by Maksim Scherbina /Anadolu Agency/Getty Images)

«Luce». Amnesty, Articolo21 e la Federazione della Stampa italiana la chiedono per la vicenda Rocchelli-Mironov, morti sul campo, un giorno di primavera 2014, nella prima roccaforte della guerra del Donbass, Ucraina dell’est. «Due persone sono state uccise: Andrea Rocchelli e Andrej Mironov. Adesso l’obiettivo è questo: caro governo italiano, devi chiedere a quello dell’Ucraina di far luce su questa vicenda». Queste sono state le parole di Giuseppe Giulietti, presidente della Fnsi.

Alessandra Ballerini, legale dei Rocchelli, come della famiglia Regeni, ha parlato delle ultime foto di Andy, finalmente ritrovate, scattate pochi istanti prima di morire: il lavoro di chi raccontava e denunciava, «con l’incredibile forza d’animo e forse consapevolezza, con quell’unica arma in mano, senza pallottole, che era la sola possibilità di reazione se non di strenua difesa», quella che definisce “la testimonianza estrema”. Negli ultimi scatti di Andy si vede l’atterrito volto di Mironov, il soggetto della foto un attimo prima di condividere il destino del fotografo. Se non ci fosse stata pressione in questi anni, «rimarrebbe solo rumore. Nella sede centrale di Amnesty a Roma, ora, una delle sale si chiama “Mironov”, proprio come Andrej.  Mancano pochi giorni al 24 maggio 2017, saranno tre anni esatti da quel giorno e Noury ricorda che «la verità storica non coincide con quella giudiziaria». C’è la storia, c’è la cronaca di come andò in quei giorni e, alla fine, la giustizia. Da qualche parte deve rimanere nero su bianco, su un documento ufficiale, per questo le indagini sono in corso in due procure, a Pavia e a Kiev.

In quei giorni a Slavjansk – non era più un paese, ma un simbolo, un anticipo di quello che stava per succedere al resto della regione delle miniere di carbone – tra le milizie armate dei filorussi del Donbass, ogni giorno c’era un buco in più lasciato dai mortai e le trincee che si scavavano erano sempre più profonde. Il 24 maggio 2014 la guerra cambiò. Si cominciò a bombardare con la luce, a metà giornata, non solo a ridosso del coprifuoco. Alla barricata di Simonivka c’era una testa di Lenin gruviera, forata di pallottole su cui qualcuno aveva preso la mira. Sul muro a cui si appoggiavano i soldati, che chiudeva la barricata c’era la scritta “per informazioni chiamare il 666”. I soldati di posta erano quasi sempre gli stessi. Bozman non disse mai qual’era il suo vero nome, ma parlava spesso di Grozny e concludeva sempre con la frase “quello era inferno”. Fu proprio con la barricata di Bozman che si scrisse l’inizio del mito del comandante Motorola, all’anagrafe Arsen Pavlov, cittadino russo, nato in Unione Sovietica nel 1983, all’epoca capo brigata alla barricata di Simonivka. In quel maggio 2014 era un basso ragazzo dai capelli rossi, in pochi mesi sarebbe diventato una delle rock star belliche del conflitto, comandante del battaglione Sparta. La sua leggenda ha avuto culla nell’arrocco di Slavjansk, all’incrocio delle quattro strade che collegavano Donetzk a Kharkiv. Bozman non disse mai il suo nome, nemmeno Kripic, nome di battaglia “mattone”, e nemmeno quello che si faceva chiamare Arab, che diceva quello che dicevano i gialloblu sulla collina: «noi siamo pronti a tutto, loro sono pronti a tutto». Non erano ancora stanchi ma lo sarebbero diventati presto.

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Adozioni e immigrazione, il Texas anticipa Washington?

epa05823954 United States Border Patrol (USBP) agents question two men suspected of crossing the Rio Grande River to enter the United States illegally near Rio Grande City, Texas, USA, 01 March 2017. The nearly two thousand mile Mexico-United States border is the most frequently crossed international border in the world. EPA/LARRY W. SMITH

Ada Morales è una signora nata in Guatemala che da molti anni vive nel piccolo Stato del Rhode Island, negli Stati Uniti. Dal 1995 è diventata cittadina del Paese dove è immigrata. In due occasioni la signora Morales è stata fermata da agenti di polizia e dopo che l’Ice, la Immigration and customs enforcement, aveva emesso un ordine di custodia federale, è stata detenuta in cella per 24 ore perché sospettata di essere una immigrata illegale. La sua causa contro le autorità federali è tutt’ora in corso e il suo caso torna tristemente di attualità dopo che il Texas ha approvato una legge che riguarda casi simili al suo. Il governatore repubblicano del Lone Star State (lo Stato della stella solitaria, come lo chiamano), Greg Abbott, ha apposto la sua firma sul testo in tutta fretta per prevenire manifestazioni di protesta davanti al palazzo del governo.

Prima di vedere cosa dice questa legge – e di ricordare un altro caso clamoroso di legiferazione guidata da furore ideologico e propagandistico – vale la pena ricordare che l’assemblea elettiva del Texas e i suoi governatori sono campioni nell’invenzione di leggi improbabili che difficilmente fanno pensare a una delle economie più dinamiche degli States: dai curricula scolastici improntati al creazionismo agli esempi di questi giorni, la morale e la propaganda di destra animano spesso le intenzioni dei legislatori texani e di frequente fanno notizia.

Su Left anche la nuova guerra alla droga dell’amministrazione Trump: dalle pene ridimensionate di Obama alla caccia al drogato di Sessions

La legge votata in Texas multa i municipi e le contee fino a 25.500 dollari al giorno per politiche che bloccano la persecuzione dell’immigrazione illegale. Funzionari eletti o nominati che rifiutano di collaborare con gli agenti federali dell’Ice potranno perdere il loro posto di lavoro. Gli sceriffi o altri agenti di polizia locale dovranno affrontare commissioni disciplinari e rischiare fino a un anno di prigione e multe se ignorano le richieste federali di detenzione degli immigrati. Cerchiamo di spiegare partendo dal caso della signora Morales: fermata per un controllo e sospetta di aver commesso un reato, viene immediatamente rilasciata dal giudice non avendo commesso nessuna effettiva infrazione, ma siccome nel frattempo le autorità federali la sospettano di aver violato le leggi sull’immigrazione ne ordinano il trattenimento. Le multe e le pene contro polizia e cariche elettive locali contenute nella legge texana sono infatti pensate per impedire che le città o le polizie locali si rifiutino di collaborare con la caccia all’immigrato incentivata dalla presidenza Trump.

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Non gli resta che il diavolo

«La moglie è posseduta: per i giudici la colpa del divorzio è del demonio». Con questo titolo il Corsera ha dato notizia del debutto del diavolo in un’aula di giustizia italiana. Per la precisione nel Tribunale di Milano. Era il 6 aprile scorso. E nella sentenza si legge: «La signora non agisce consapevolmente, è agìta». Dando così valore alle testimonianze dei parrocchiani e dell’esorcista frequentati dalla donna, fervente cattolica. Tutto questo è accaduto in Italia non in Vaticano. I giornali italiani lo riportano, senza fare una piega, come se fosse normale e ammissibile. Cambio di scena: il viaggio pastorale di papa Francesco a Fatima viene riportato fra le prime notizie del giorno dalla tv pubblica italiana. I vaticanisti nel viaggio di ritorno in aereo dialogano con il papa parlando di apparizioni e di ragazzini “visionari” fatti santi. (Due su tre, uno a quanto pare è rimasto fregato). Ne parlano come fossero cose reali. Sbalorditiva è la narrazione acritica da parte dei maggiori media italiani. Non una voce giornalistica ha precisato che il racconto delle apparizioni, delle visioni, dei miracoli e il riferimento nemmeno troppo velato alla lotta contro il maligno, rappresenta unicamente la visione della Chiesa. Non è la prima volta. Da quando Bergoglio è salito sul trono di Pietro nel 2013 i riferimenti al diavolo come persona e al fatto che sia lui il vero responsabile degli scandali finanziari e pedofili della Chiesa, oltre che delle guerre e dei “mali” del mondo, sono una costante dei suoi discorsi. Volendo pensare e non credere abbiamo chiesto agli psichiatri cosa significa “vedere” il diavolo e “parlare” con la Madonna. A noi pare particolarmente inquietante che il Tribunale di uno Stato laico alluda alla presenza di misteriose forze esterne per spiegare l’evidente malessere di una persona. Da dove origina tutto ciò? A fronte di tutto questo una ricerca dell’Istat sulla “Pratica religiosa in Italia” evidenzia dal 2013 a oggi uno svuotamento delle chiese senza precedenti, ci restituisce la fotografia di una società civile sempre più impermeabile agli antichi retaggi religiosi. Una conferma di questo trend viene anche dall’XI Rapporto sulla secolarizzazione pubblicato da Critica liberale mentre andiamo in stampa. Insomma, nonostante papa Francesco e i suoi sodali, la collettività laica resiste e contrattacca. Sono circa 10 milioni gli italiani che si dicono non credenti (fonte Uaar). È in primis a loro che ci rivolgiamo e che ci rivolgeremo su Left, per costruire insieme qualcosa di nuovo.

Tratto dal numero di Left in edicola

 

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Il Messico rialza la testa

MEXICO CITY, MEXICO - MAY 15: Protesters are seen during the "Day of the Teacher", where Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educacion (CNTE), the magisterial dissent held protests against education reforms in Mexico City, Mexico, May 15, 2017. (Photo by Manuel Velasquez/Anadolu Agency/Getty Images)

Ha in mano una copia del suo nuovissimo Patria quando lo intravedo nell’ombroso cortile dell’Hotel dove alloggia. Paco Ignacio Taibo II lo sfoglia con evidente soddisfazione fra un’intervista e l’altra in attesa del suo prossimo incontro con il pubblico di Encuentro, il festival di letteratura latinoamericana in corso a Perugia. «È il primo volume di una trilogia ed è ambientato nel più grande periodo rivoluzionario che il Messico abbia conosciuto, quello che va dal 1854 al 1866», mi racconta mentre ordiniamo un caffè e, lui, la sua solita Coca Cola. Giornalista, scrittore di romanzi di avventura, di polizieschi dal piglio caustico e travolgente Taibo II è un grande maestro di controstorie, capace di smascherare le narrazioni menzognere targate Usa ai danni dei latinos. E non solo. «In questo nuovo libro racconto una vera rivoluzione democratica. In quel preciso momento in Messico, con la rivoluzione di Ayutla, cominciò la costruzione della Repubblica. Fu fatta contro tutto e contro tutti». Ovvero? «Contro la dittatura del generale Antonio López de Santa Anna che aveva perso la guerra contro gli Stati Uniti, contro i conservatori nel corso di una guerra che durò tre anni, direttamente contro la Chiesa per la prima Costituzione progressista del 1857. Contro l’invasione dell’esercito di Napoleone III e contro l’impero di Massimiliano d’Austria. Questa è la storia di una guerra e di una resistenza popolare che durò 14 anni».

Perché hai sentito l’esigenza di tornare a scrivere dell’Ottocento?

Da noi la preistoria comincia nel XIX secolo; non c’è niente prima. Il Messico aveva bisogno di un libro così per rendere evidente il contrasto fra quella esperienza e quella di oggi, per vedere bene chi è al potere in Messico.

Un romanzo storico che denuncia il governo Nieto?

Patria ha due gambe. C’è una visione narrativa del passato, una storia complicata, ampia, piena di avventura e c’è un sotto testo che riguarda il modo attuale di governare. I messicani hanno rialzato la testa e cominciano a premere per una svolta. Prima di venire a Perugia per la strada i lettori mi fermavano chiedendomi: “Quando esce Patria? Facciamo il culo al governo di Nieto?”. La risposta è sì.

Perché una trilogia, vista l’urgenza dell’attualità?

Servono pagine su pagine su pagine per raccontare tutta questa storia. Ho avuto una lunga discussione con il gruppo editoriale Planeta che pubblica il mio libro in Messico (uscirà tra due settimane). Ha un pubblico di lettori giovani, un volume di mille pagine sarebbe stato troppo caro per loro. Per rendere abbordabile l’opera e venire incontro ai meno abbienti lo abbiamo diviso in tre tomi. Perciò abbiamo deciso di lanciare una campagna pubblicitaria fuori dal comune, che dice: “Hai 59 giorni per leggere il primo tomo. Perché il giorno seguente, il sessantesimo, esce il secondo volume”.

Sembra una storia alla Balzac, fa pensare all’attesa febbrile che accompagnava ogni nuova puntata di un feuilleton… 

Mi sento un autore di romanzi popolari. Mi piacerebbe scrivere romanzi d’appendice. Ma oggi è impossibile perché è un genere anti economico.

Mentre in Messico esce Patria in Italia esce in nuova edizione Ombra nell’ombra grazie a La Nuova frontiera che sta ripubblicando tutto il tuo catalogo. Come è riviverne l’uscita oggi?

È una sensazione particolarmente piacevole. Il recupero del catalogo è un progetto divertente perché mi permette di rivedere come fosse un film tutto il mio lavoro letterario.

I tre romanzi che la Nuova frontiera ha appena ripubblicato hanno rappresentato una svolta nel genere poliziesco tradizionale.

Sono libri che segnano una svolta nel mio percorso. Ero cascato senza volerlo nei classici romanzi di detective. Ombra nell’ombra, A quattro mani, La bicicletta di Leonardo e Ritorniamo come ombre (i primi tre sono già usciti, il quarto sarà in libreria a fine anno, ndr) rappresentano modi diversi di avvicinarsi al poliziesco, con grande attenzione alla storia ma anche con il gusto dell’avventura, cercando di portare nuovo ossigeno.

L’intervista a Paco Ignacio Taibo continua su Left in edicola

 

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Rom, cittadini come noi. Ma senza diritti

Bologna, Italy - May, 16 2015 : Roma (Rom), Sinti and Gypsies people march in the national demonstration against the risk of a new Holocaust and discrimination of nomad people in Italy. 71 years ago, exactly May 16, 1944 in the extermination camp Birkenau inmates Sinti and Roma rebelled against the Nazis. (Photo by Antonio Masiello/NurPhoto) (Photo by NurPhoto/NurPhoto via Getty Images)

Voi sapreste riconoscere un rom? Sono sporchi, loschi e puzzano, molti risponderanno. E se invece fossero puliti, per bene e profumati, allora come fareste? Perché sono “nomadi”? In un periodo di forti migrazioni e grandi povertà, molti lo sono. Le strade, per chi di voi volesse farci caso – salvo applicazione del decreto sicurezza di Minniti – , sono affollate di persone senza dimora ma con una provenienza. Potreste riconoscere, fra questi, i rom? E come, dai tratti somatici? E quali sarebbero? Assomigliano a indiani, kossovari, romeni o italiani?
E ancora. Siamo sicuri che rom e sinti non vivano nelle case? A voi, al momento della firma del contratto d’affitto di un’abitazione, è mai stata chiesta l’origine etnica o l’appartenenza culturale? Ovvero: vi hanno mai chiesto se siete rom? E al contrario: voi avete mai chiesto al vostro negoziante, al vostro medico o ad attori e musicisti nei camerini di qualche spettacolo se sono rom? E durante un colloquio?
No. Ed è giusto così. Non solo perché questa sfera appartiene a quei dati sensibili che compongono la dignità e dunque la riservatezza inviolabile di una persona, ma anche perché non farebbe differenza. La differenza la fa il comportamento, criminale o meno, di una persona. Comportamento che – spiace nel 2017 doverlo specificare – nulla ha che fare con l’etnia.
E dunque?

Italiani senza diritti
Per quanto drammatico, il rogo di Centocelle nel quale, la notte tra il 9 e il 10 maggio, sono morte due bambine di 4 e 8 anni e una ragazza di 20 – al netto delle indagini e del loro esito – non è l’ultimo in cui non solo muoiono bruciati dei bimbi, ma vengono alla luce le condizioni di vita disumane in cui una grossa fetta della popolazione si trova a vivere. Campi fatiscenti, pericolosi, e soprattutto isolati dalla società e della socialità. Campi che non dicono molto dell’identità rom, ma dicono molto della nostra. Perché raccontano che a noi gagé (non rom), va bene che nostri simili vivano nel fango, fra cimici, topi e immondizia, senza acqua e riscaldamento. Molti rom e sinti sono italiani, o meglio: molti italiani sono rom e sinti. Quindi spiace per Matteo Salvini, ma sono anche nostri concittadini, qualora questo facesse una qualche differenza umana. Sono concittadini per i quali, però, la Costituzione non viene applicata. Non viene evidentemente applicato l’articolo 3, in base al quale è fatto obbligo tutelare la dignità di ciascuno, senza distinzioni. Sempre secondo la Carta, è compito della Repubblica, «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Sarebbe dunque obbligo dei rappresentanti istituzionali, evitare la segregazione di queste persone e la loro estromissione dalla vita pubblica. Invece, governi nazionali e amministrazioni locali susseguitesi nel tempo, dal Dopoguerra a oggi, sono andati esattamente nella direzione opposta.

I campi
Sono gli anni ’60 e per costruirsi una nuova identità dopo aver scoperto di saper essere micidiale e disumana, l’Europa sente l’esigenza imprescindibile di un “repulisti civile”. Dopo le colpe della Seconda guerra mondiale, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, e in Italia l’affermazione per volontà popolare della Repubblica e il varo della Costituzione, urge mettere in pratica quella civiltà che si vuole sentir di aver imparato. Cosa fare dunque di questa minoranza che per quanto si tenti di nascondere, continua a girovagare per i nostri comuni? La domanda diventa istituzionale. Una questione da risolvere

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Il Vaticano comanda, la stampa obbedisce

epa04557801 Pope Francis (C, back) talks with journalists on the plane, during his flight from Rome, Italy, to Colombo airport, Sri Lanka, 12 January 2015. Pope Francis will visits Sri Lanka and the Philippines from 12 to 19 of January 2015. EPA/ETTORE FERRARI/POOL

Il segnale è stato chiaro fin dal 13 marzo 2013. Con quel «Buona notte e buon riposo» Jorge Mario Bergoglio, appena eletto papa con il nome di Francesco, gettava le basi della nuova strategia comunicativa della Santa Sede. Il marchio della Chiesa, ingrigito dagli otto anni di pontificato del rigido teologo tedesco Joseph Ratzinger, doveva essere rilanciato, svecchiato, diffuso sin da subito sfruttando la discontinuità del momento. Papa nuovo, Chiesa nuova. Un messaggio da veicolare il più presto possibile per riconquistare ciò che Benedetto XVI aveva perduto in termini di credibilità e fiducia verso un’istituzione che agonizzava tra gli scandali economici e l’inarrestabile allargarsi in tutto il mondo della piaga della pedofilia clericale.

Ma a chi affidare il messaggio del cambiamento in modo che arrivasse forte e chiaro sia alle orecchie dei fedeli sia ai detrattori della Chiesa? Non certo all’apparato di comunicazione del Vaticano, obsoleto come la stessa istituzione, impreparato all’uso delle nuove tecniche di diffusione, poco pervasivo e poco convincente. E neanche alla stampa cattolica, un settore di nicchia che esclude, per temi e taglio, le nuove generazioni. Meglio dunque contare su quei grandi media italiani che fanno del sensazionalismo la base stessa della loro esistenza sul mercato.
Il connubio si rivela sin dall’inizio vincente. Il papa innovatore e riformista la fa da padrone sui principali giornali e telegiornali nazionali. Dagli interventi istituzionali all’acquisto delle scarpe nel negozietto a due passi da Santa Marta, è tutto un osanna. Bergoglio convince credenti e non, e conquista la quasi totalità del consenso politico, da destra a sinistra. La grancassa mediatica funziona perfettamente a scapito dei principi di correttezza e completezza dell’informazione e dei diritti dei lettori.
«La disparità tra i sessi è un puro scandalo». Nell’aprile 2015 la scoperta dell’acqua calda da parte del papa rimbalza sui media aprendo il dibattito politico e sindacale sulla disuguaglianza dei trattamenti salariali tra uomini e donne. E mentre i giornalisti nostrani si affannano a tirare fuori dal cassetto statistiche, percentuali e studi sociali in nome del pontefice, nessuno nota che a pronunciare l’ovvio è un capo di Stato e nel contempo rappresentante di una religione misogina che alle donne riserva un trattamento ben peggiore della disparità salariale, perché le estromette dall’accesso agli ordini sacerdotali e quindi dal sistema istituzionale che governa la Chiesa e suo Stato. D’altronde l’opinione di Bergoglio sulle donne è ben riassunta da una sua esortazione di un paio di anni prima alle suore riunite nell’assemblea dell’Unione delle superiori generali: «Siate madri, non zitelle». Un messaggio innovativo secondo la stampa nostrana, cui è sfuggito l’arcaico intento di dividere l’universo femminile in due metà, una buona e l’altra cattiva, a rimarcare il cliché della donna che può realizzarsi solo attraverso la maternità, sua primaria finalità. Nella carrellata di “svolte storiche” trova posto a pieno titolo anche una dichiarazione (giugno 2016) sui gay: «Io ripeto il Catechismo: queste persone non vanno discriminate, devono essere rispettate e accompagnate pastoralmente. […] Chi siamo noi per giudicare? Dobbiamo accompagnare bene, secondo quello che dice il Catechismo». Forse prima di declamare a mezzo stampa la sensazionale apertura ai “diversi” sarebbe stata opportuna un’occhiata allo stesso testo citato da Bergoglio, il Catechismo della Chiesa cattolica, laddove definisce l’omosessualità una «inclinazione oggettivamente disordinata» e i rapporti  omosessuali «contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati». Omofobia? Ma no, carità cristiana.

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Sfida conservatori-moderati nel primo voto post-sanzioni in Iran. Perché è importante

epa05966521 Supporters of Iranian conservative presidential candidate Ebrahim Raisi distribute electoral posters of him at a street in Tehran, Iran, 15 May 2017. Media reported that conservative presidential candidate Ebrahim Raisi is the main contender against president Hassan Rouhani in the upcoming presidential election. Iranians will go to the poll for the presidential election on 19 May 2017. EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

L’Iran va al voto e nel Paese si gioca una partita importante, non tanto e non solo per gli equilibri interni o le possibilità di una svolta nelle libertà e nei diritti civili. Le aspettative, a giudicare dalle cronache da Teheran, non sono particolarmente alte, ma il voto degli 80 milioni di iraniani sarà determinante per gli equilibri regionali e le relazioni internazionali del Paese. Yemen, Siria,  Libano, Iraq, accordo sul nucleare con Usa ed Europa: in questi difficili anni il Paese ha giocato un ruolo importante, a volte buono, a tratti pessimo, ma comunque partecipando al consesso internazionale, riconoscendo l’importanza della diplomazia. 

Le elezioni e il ruolo internazionale dell’Iran sono anche importanti per l’Italia: il nostro Paese è uno dei primi partner commerciali europei e dall’alleggerimento delle sanzioni gli scambi commerciali sono in aumento costante. Sul sito dell’ambasciata italiana leggiamo: «L’interscambio UE-Iran ha raggiunto i 9,11 miliardi di Euro nei primi nove mesi del 2016 dai 5,577 miliardi dello stesso periodo nell’anno precedente… Nel 2016 il valore delle esportazioni italiane è stato pari a 1,5 miliardi di euro, segnando un incremento del +29%  rispetto al 2015». Prima delle sanzioni l’italiana Eni era tra i primi compratori del greggio iraniano e, a dicembre 2016, la compagnia nazionale iraniana e il gigante italiano dell’energia hanno firmato un contratto da 100mila barili l’anno e nei prossimi anni, se continuerà a poter esportare, assegnerà nuove licenze di esplorazione ed estrazione.

La sfida tra il presidente uscente Hassan Rouhani e Ebrahim Raisi, il campione dei conservatori e dei Guardiani della rivoluzione – una potenza politica, militare e anche economica – per noi, è importante per capire se terranno quelle relazioni internazionali tessute negli ultimi anni? L’esito è molto incerto e negli ultimi giorni due candidati di primo piano si sono ritirati per sostenere il politico a loro vicino – il sindaco di Teheran con Raisi, il vicepresidente con Rouhani. L’ultima volta che un voto è stato tanto incerto e conteso è quella in cui il presidente Ahmadinejad fu rieletto tra le proteste della piazza di Teheran – proteste che segnarono in qualche modo un assaggio della Primavera araba che esplose nel 2011. E a proposito di quelle proteste, con Rouhani si schiera Hossein Mousavi, una delle due figure di primo piano arrestate in seguito alle proteste di allora (“la sedizione” la chiamano i conservatori) e agli arresti domiciliari dal 2011. Con il presidente in carica anche il nipote dell’ayatollah Khomeini, a sua volta un leader religioso, ma riformatore.

Un comizio di Rouhani a Teheran EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

In questa contesa il moderato Rouhani – non un riformatore, ricordiamolo – presenta se stesso come l’outsider anti establishment e attacca l’avversario come la faccia peggiore della Repubblica Islamica. Nei comizi, il presidente non ha mancato di ricordare il ruolo svolto dall’avversario nelle “commissioni della morte” che sterminarono migliaia di dissidenti di sinistra alla fine degli anni ’80 e, in seguito, come procuratore generale. «Il popolo dirà no a coloro che solo nel corso di 38 anni hanno giustiziato e imprigionato; Coloro che tagliarono le lingue e chiudevano le bocche; … coloro che [hanno] vietato la penna e vietarono l’immagine. Quelle persone non dovrebbero nemmeno respirare la parola libertà, perché sconvolgono la libertà». I toni usati da Rouhani sono eccessivi perché sotto la sua presidenza non ci sono state svolte clamorose dal punto di vista della libertà di parola, censura, comportamenti. La vittoria del conservatore rappresenterebbe comunque un passo indietro.

Quanto a Raini, non è una figura politica popolare. Sodale e allievo dall’autorità politico religiosa più alta del Paese, l’ayatollah Ali Khamenei che tutti si aspettano prima o poi si faccia da parte, è stato procuratore capo, responsabile della Corte speciale che vigila sull’operato dei religiosi, membro dell’Assemblea che elegge il leader supremo) e, come appunto ama ricordare Rouhani, parte della violenta campagna di repressione che eliminò i dissidenti di sinistra che pure erano stati parte determinante nella rivoluzione che cacciò lo scià Reza Pahlevi. 

Da poco più di un anno Raisi è a capo della Astan Qods Razavi, fondazione religiosa e impero economico con ampi interessi di ogni tipo e la grande capacità di distribuire welfare e risorse ai poveri delle periferie e della campagna iraniana. Le sue promesse elettorali sono dirette proprio a questa gente. Questa è la sua arma più importante: grazie alle risorse della fondazione e al discorso conservatore, Raisi può presentarsi come il campione dei diseredati. Così vinse le elezioni Ahmadinejad, che pure approfittò del ruolo cruciale svolto dalla commissione elettoral-religiosa che approva o boccia i candidati e le liste elettorali. Raisi è anche una delle figure con più chance di succedere a Khamenei come Guida suprema della rivoluzione. Un ruolo cruciale, come è cruciale la guida della Astan Qods Razavi nel controllare l’apparato politico-religioso parallelo allo Stato democratico iraniano. La successione di Khamenei è una delle questioni cruciali che il prossimo presidente si potrebbe dover trovare ad affrontare. L’unico a ricoprire quel ruolo prima di lui è stato l’ayatollah Khomeini e per il ruolo che esercita, su molti fronti più importante di quello del presidente stesso, è cruciale per la vita iraniana.

Il conservatore Raisi a Teheran EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

In materia internazionale Raisi non è contrario all’accordo sul nucleare ma ritiene che questo sia stato negoziato con troppa morbidezza. Paradossalmente è la stessa posizione del presidente americano Trump, la cui retorica potrebbe aver aiutato i conservatori. Probabilmente consigliato da persone di buon senso, il presidente Usa, nell’imminenza del voto, ha rinnovato l’ammorbidimento delle sanzioni voluto da Obama – misura che aveva promesso di cancellare in campagna elettorale.

Se Rohani può vendere quell’accordo, la riammissione dell’Iran nel consesso internazionale e un miglioramento della situazione economica, Raisi ha dalla sua la disoccupazione che resta molto alta specie tra i giovani e la mancata percezione degli effetti della crescita nelle zone periferiche del Paese. Gli effetti dell’ammorbidimento delle sanzioni non si percepiscono abbastanza e il voto è anche, molto, sullo stato dell’economia. Se a prevalere sarà lo scontento per una disoccupazione che resta a due cifre, sarà Raisi a spuntarla. Viceversa, verrà confermato Rouhani se la promessa di un’ulteriore apertura all’esterno, anche economica, convincerà gli iraniani.

Chi vincerà è molto difficile da prevedere: se nessuno dovesse arrivare al 50% si andrà al secondo turno. Un ruolo cruciale lo giocheranno le donne, che pesano poco nella politica istituzionale ma sono spesso molto attive come corpo elettorale. Rouhani ha fatto alcune abili mosse social per parlarci direttamente. Compresa una foto in montagna con due ragazze che non vestono in maniera tradizionale. Una foto di un comizio di Raisi con il pubblico separato tra maschi e femmine, ha invece fatto il giro dei social iraniani in senso negativo. A sua volta, il candidato conservatore si è fatto riprendere con un rapper tutto tatuato, Amir Tataloo, per ringiovanire la sua immagine. Questa è la prima campagna social e Telegram, quello più usato, ha 40 milioni di utenti attivi. In generale i toni usati sono stati meno abbottonati ed evocativi e più diretti che in passato.  Ma i social, come abbiamo visto nel 2009 e durante la cosiddetta rivoluzione verde, non sono lo specchio del Paese. Nemmeno in Iran, dove i giovani under 30 sono il 60% della popolazione. Negli anni il candidato anti-establishment, ha scritto Trita Parsi su Foreign Affairs, ha sempre vinto le elezioni. Così è andata al riformatore ed ex presidente Khatami, dopo la rivolta del 2009 molto limitato nella possibilità di svolgere un ruolo, ad Ahmadinejad, che non era il favorito di Khamenei e correva contro Rafsanjani, e poi a Rouhani. Raisi è innegabilmente il candidato della cupola conservatrice religiosa e se Parsi avesse ragione, ci sarebbe da stare allegri. Cruciale per Rouhani sarà l’affluenza al voto.