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La moneta di scambio del Sultano

29 February 2020, Greece, Lesbos: Migrants from Africa arrive from Turkey in a rubber dinghy on the beach of the village of Skala Sikamias on Lesbos. According to the state news agency Anadolu, a spokesman for the Turkish ruling party AKP has hardly concealed his threat to open the borders for refugees in the country. 29 February 2020, Greece, Lesbos: Refugees and migrants from sub-saharan African countries arrive on a dinghy on a beach of village of Skala Sikamias on the island of Lesbos. Photo by: Angelos Tzortzinis/picture-alliance/dpa/AP Images

«Siamo intenzionati a non permettere a gruppi terroristici e ad un regime oppressivo di poggiare gli occhi sul nostro territorio». Con queste parole, il 2 marzo il presidente turco Erdoğan ha battezzato la sua quarta offensiva in Siria. Un’operazione chiamata “Scudo di Primavera” che, a differenza delle precedenti che avevano come obiettivo quello di impedire ai curdi del Rojava di formare un «corridoio terrorista» al confine meridionale con la Turchia, si presenta assai più complessa e geopoliticamente più pericolosa. Questa volta, infatti, il nemico dichiarato sono le forze governative siriane nella provincia di Idlib (nord ovest della Siria) e lo scontro è diretto, non più per procura.

I rapporti dei turchi con Damasco sono pessimi sin dall’inizio della rivolta contro il presidente Bashar al-Asad iniziata nel marzo 2011: Ankara non ha mai fatto mistero che avrebbe voluto la sua caduta ed era convinta, sbagliando, che la sua fine fosse imminente. Per raggiungere questo obiettivo, in questi anni ha aiutato gruppi di oppositori più o meno islamisti, dando luce verde anche all’autoproclamato Stato Islamico di imperversare indisturbato in Siria chiudendo gli occhi (e non solo) al passaggio dei miliziani sul confine condiviso tra i due stati.

Poi, però, l’ingresso dei russi a fianco di al-Asad nel 2015 ha cambiato il…

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La gestione dell’immigrazione ai tempi del coronavirus, una buona notizia

La sospensione di molte attività, per ora a breve termine, la necessità di intervenire in condizioni di “emergenza” non ha portato il governo ad intervenire unicamente accentuando in alcuni casi prassi di carattere repressivo o comunque di limitazione delle libertà personali in favore dell’interesse pubblico. Una gradita sorpresa è giunta dalla Gazzetta Ufficiale. Fra le pieghe degli interventi tesi a far fronte all’emergenza “coronavirus”, uno spicca per perspicacia e avvedutezza. Per 30 giorni sono sospesi, tramite decreto legge (2 marzo 2020, n 9), i provvedimenti relativi ai termini per il rilascio o il rinnovo dei permessi di soggiorno per cittadini non provenienti dai paesi Ue. Quindi gli aventi diritto avranno più tempo a disposizione per ottenere ciò che spetta loro.

Il principio alla base delle decisioni adottate dal governo è uno solo: la possibilità di utilizzare per altri scopi, ritenuti non a torto preminenti, tutto il personale di polizia – solitamente addetto a tali pratiche burocratiche – ovvero come supporto a stemperare ogni forma di allarme sociale derivante dal virus. Il testo lo afferma esplicitamente ed è peraltro scritto anche con una chiarezza che non si percepiva da anni se non da decenni. Si tratta del decreto legge complessivo per definire le norme di sostegno per fronteggiare l’emergenza “coronavirus” che tocca numerosi aspetti. All’articolo 9, comma 1 si afferma che: a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto, al fine di consentire la piena utilizzazione del personale della Polizia di stato, sono sospesi per la durata di trenta giorni: a) i termini per la conclusione dei procedimenti amministrativi relative al rilascio delle autorizzazioni, comunque denominate, di competenza del Ministero dell’Interno […] in materia di soggiorno degli stranieri. b) i termini per la presentazione della richiesta di primo rilascio e del rinnovo del permesso di soggiorno previsti, rispettivamente, in 8 giorni lavorativi dall’ingresso dello straniero nel territorio dello Stato e in almeno sessanta giorni prima della scadenza o entro i sessanta giorni successivi alla scadenza, in base ai limiti stabiliti dalla legge 25 luglio 1998 n 286 conosciuta ancora come Turco – Napolitano. Abbiamo ritenuto opportuno riportare il testo del decreto nel suo freddo linguaggio legislativo perché in maniera ancora più netta si evince come sia possibile, se si interviene con puro buon senso, produrre atti in grado di riportare il Paese alla normalità.

 

Non pensiamo di fare forzature interpretative ma: una persona che ha vissuto in Italia oggi non potrebbe serenamente essere rimpatriata nel Paese di provenienza in cui se va bene verrebbe messo in quarantena ma che, con molta probabilità non ne accetterebbe neanche l’ingresso su territorio nazionale. Sono molti i Paesi che non accettano o limitano gli ingressi a persone provenienti dall’Italia, senza contare il fatto che una espulsione dovrebbe essere effettuata col sostegno di personale italiano che a propria volta potrebbe essere considerato un pericolo per la salute pubblica. Inevitabile quindi che dovranno, per ora per 30 giorni ma non è detto che i termini non siano prorogati, essere sospesi i rimpatri su cui si gioca da anni una gara tristissima fra centro destra e centro sinistra. Ma non basta. La scelta saggia del Viminale di garantire una sospensione delle pratiche eviterà a molte persone di finire, almeno per ora, nel circuito dell’invisibilità a causa delle norme introdotte dai due precedenti ministri (Minniti e Salvini), primo gradino per perdere anche il diritto di esigere diritti e magari, nonostante la crisi occupazionale, consentirà ad alcune e alcuni di trovarsi un’occupazione e quindi di poter procedere al rilascio o al rinnovo dell’agognato pezzo di carta. Non è certo la giustizia di cui ci sarebbe bisogno ma un fatto positivo, inutile nasconderlo, che magari potrebbe indurre qualche legislatore un po’ lungimirante a domandarsi se sia o meno il caso di pensare a percorsi più semplici di regolarizzazione dei tanti e delle tante che ormai in Italia, – malgrado il coronavirus e infezioni ancora più malefiche come quella del razzismo e dello sfruttamento fondato sul ricatto, – ci vorrebbero continuare a vivere.

Da ultimo altri due effetti, interessanti derivanti dal fatto dal non essere più considerati un “paese sicuro”. I “dublinati” coloro che giunti in un Paese in cui sono stati identificati e hanno lasciato le impronte e che sono riusciti ad andarsene dall’Italia oggi non vengono più rimandati indietro in base appunto al regolamento DublinoIII che sancisce la responsabilità, soprattutto per le richieste di asilo, del paese di primo approdo. Almeno dalla Germania, che in passato è stata accusata anche di sedare le persone da rimandare indietro, (fonte documento di esperti del Parlamento Europeo consegnato il 20 febbraio alla Commissione LIBE), e sulla base di un accordo fra il primo ministro italiano e l’omologo tedesco, fino al 31 marzo è bloccata ogni procedura di riammissione in Italia. Da ultimo il coronavirus ha fatto scoprire, ma su questo non ci sono ancora direttive esplicite, che anche il trattenimento di persone provenienti da regioni diverse, spesso anche in condizioni di vulnerabilità, potrebbe creare problemi di salute pubblica. Forse è per questo che non si sente più parlare di inaugurazione, di riapertura o di ristrutturazione dei Centri Permanenti per i Rimpatri, anzi quello di Trapani è oggi chiuso mentre quelli di Caltanissetta (Pian del Lago) e Potenza (Palazzo San Gervasio) potrebbero esserlo a breve. Che il momento di difficoltà che sta attraversando il Paese possa avere anche un suo risvolto e portare a riflettere sul fatto che di determinati strumenti: dai rimpatri forzati, ai trattenimenti, all’irregolarità imposta, non producano solo danni ma si dimostrino, soprattutto in fasi come queste, inutili e controproducenti? Che questo sia un suggerimento.

Ora invocano le Ong

Foto Claudio Furlan - LaPresse 24 Febbraio 2020 Milano (Italia) News Conferenza stampa in regione Lombardia per fare il punto sulla emergenza Coronavirus Nella foto: Giulio Gallera, Attilio Fontana

Tra i vari contrappassi di questi giorni brilla la dichiarazione di ieri dell’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera che chiede aiuto alle Ong: «L’ho ripetuto più e più volte», ha detto Gallera, «abbiamo bisogno delle migliori energie, qualsiasi contributo, da specializzandi a medici in pensione alle Ong, non solo è benvenuto ma assolutamente necessario». Quando gli hanno chiesto se vi fossero già stati contatti Gallera ha chiarito «dalle Ong ci è arrivata per interposta persona una disponibilità di medici: ci stiamo mettendo in contatto con loro».

Sarebbe facile ora ricordare la criminalizzazione delle Ong da parte della destra (la stessa destra che governa la Lombardia) in questi ultimi anni. Si potrebbe ricordare come alti esponenti, addirittura ex ministri, abbiano più volte ripetuto che dietro le attività delle Ong ci siano loschi interessi e nessuna reale pubblica utilità oppure si potrebbe ripercorrere il tempo in cui gli appartenenti alle Ong (quelli che ieri sono diventati magicamente le migliori energie) venivano considerati semplici affaristi professionalmente inventati.

E invece non è così. Però si potrebbe anche valutare il lato positivo della dichiarazione dell’assessore lombardo: il Coronavirus potrebbe essere l’occasione per sviluppare quell’empatia che si era seccata, praticamente disidratata, in quest’epoca: capiremmo una volta per tutte che i diritti del mondo vanno parametrati sulle sofferenze e sulle fragilità del mondo e non su qualche privilegiato status quo. Si potrebbe comprendere che ora che i fragili siamo noi abbiamo l’occasione di capire quanto gli aiuti, tutti gli aiuti, siano necessari per rendere questo mondo un po’ più vivibile.

E per provare a non essere vendicativi ma piuttosto volare alto potremmo chiedere a Gallera solo una cosa: che si ricordi di questo bisogno anche dopo, quando (speriamo il più velocemente possibile) questa emergenza finirà, quando saranno altri e non noi ad avere bisogno.

Basterebbe questo.

Buon venerdì.

Grecia, Europa. Un lager a cielo aperto

01 March 2020, Greece, Lesbos: A boy is crying on the beach of the village Skala Sikamias after his arrival from Turkey with a rubber dinghy. Photo by: Angelos Tzortzinis/picture-alliance/dpa/AP Images

Un bambino è già annegato nelle acque tra le vicinissime coste della Turchia e quelle di Lesbo ed un altro si trova in condizioni gravi nell’ospedale dell’isola greca.
A parte le fake news del presidente Recep Erdoğan e dei ministri turchi riguardo all’uccisione di due persone da parte delle forze greche al confine di Evros la ripresa di venti forti in settimana può trasformare di nuovo il mar Egeo in un cimitero, mentre gli occhi sono puntati con preoccupazione sugli scontri tra profughi e immigrati con la polizia di Atene.

Solo il fumo dei lacrimogeni, le bombe assordanti e i potenti getti d’acqua provenienti dagli idranti delle forze dell’ordine riescono a passare da una parte all’altra, attraversando recinti e fili spinati. Da parte loro i profughi e gli immigrati rispondono tirando sassi ma anche qualche lacrimogeno di fabbricazione turca alla polizia greca.
L’aver sigillato la frontiera greca sembra aver portato un grande consenso al primo ministro Kyriakos Mitsotakis e non solo tra i suoi elettori. I metropoliti del clero nella zona del confine si sono trovati “soldati tra i soldati” con la polizia, i pompieri e l’esercito chiamato a difendere i confini della patria, mentre nelle loro parole sacre non hanno trovato nemmeno una sillaba per il dramma dei profughi.

Intanto in questo clima di paura degli invasori su qualche spiaggia di Lesbo la popolazione locale ha fatto un cordone “sanitario” per ostacolare l’arrivo di imbarcazioni.
Perfino gli striscioni del Fronte militante di tutti i lavoratori (Pame), dei sindacalisti e dei comunisti ortodossi del Kke affermano di non volere nessun hotspot sulle isole, né aperto né chiuso. In un modo o nell’altro i profughi e gli immigrati sono visti male. Questa volta però le televisioni degli armatori e quella pubblica, che dipende direttamente dall’ufficio del primo ministro, non possono dire che sia Syriza a far arrivare profughi e immigrati.
Di certo fomentano l’opinione pubblica insinuando che se il governo Tsipras fosse stato ancora in piedi i profughi invece di essere fermati sul confine sarebbero arrivati ad occupare Atene.

Erdoğan sembra utilizzare i profughi e gli immigrati come carne da cannone per vincere la battaglia ad Idlib in Siria e ha risposto no al primo ministro bulgaro Bojko Borissov che chiedeva un incontro a tre.
Mitsotakis da parte sua cerca di salvare il salvabile chiedendo l’aiuto dell’Unione europea e degli Stati Uniti contro la decisione di Erdoğan di facilitare l’arrivo dei profughi e degli immigrati al confine greco-turco, mentre il presidente turco fa accompagnare dalla sua guardia costiera le imbarcazioni fino alle acque territoriali della Grecia e gli aerei turchi continuano le violazioni dello spazio aereo greco.

Il primo ministro Mitsotakis ha accompagnato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il famigerato commissario per la Protezione dello stile di vita europeo Margaritis Schinas, insieme con altri dirigenti Ue, ad ispezionare dall’alto il confine greco-turco, incassando l’appoggio degli europei nel difendere i confini della Grecia e dell’Europa, con il presidente francese Emmanuel Macron in pole position, seguito dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.

Su questa linea non ci sono schierati solo i Paesi di Visegrad ma anche i loro alleati un poco più a destra, come i fascisti spagnoli di Vox e quelli francesi di Marine Le Pen, ottenendo anche gli applausi di Salvini e di Meloni.
Il governo greco ha preso una decisione che va contro le leggi internazionali sospendendo per un mese il diritto d’asilo dei richiedenti.

Mitsotakis non ha nascosto mai la sua politica “salviniana” di blindare i confini, arrivando anche a proporre di mandare nelle isole deserte, in una sorta di confino contemporaneo, migliaia di profughi e di immigrati. La sconfitta che hanno avuto nei campi di battaglia di Lesbo e di Chios i suoi reparti di celerini della popolazione locale, dove estremisti di destra, nazionalisti e razzisti hanno cercato di avere le mani libere, ha evitato la costruzione con la forza di veri campi di concentramento per i profughi e gli immigrati. Per il momento.

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 6 marzo 

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«Forse questa è la mia occasione»

«Amico, hanno aperto i confini. Migliaia di rifugiati stanno partendo per il confine. Sto pensando se farmi lo zaino e partire». 28 febbraio, mattina. A scrivermi è Ahmed, rifugiato siriano arrivato 7 anni fa in Turchia con l’idea di andare in Europa, un’idea svanita nel corso del tempo. 

«Se andare in Europa significa finire in un campo profughi, preferisco rimanere qui» mi ha sempre detto. Amante della musica, si sta costruendo una carriera nella scena del quartiere asiatico alternativo di Kadikoy, ma da tempo sogna Barcellona: «Decine di miei amici vivono lì e sento che forse questa è la mia occasione». É inquieto e allo stesso tempo su di giri quando raggiungo casa sua.

Nonostante il blocco dei social media implementato dal governo di Ankara, in seguito all’uccisione di almeno 33 soldati turchi a Idlib ad opera dell’esercito siriano, cerchiamo di capire cosa sta succedendo. Il telefono di Ahmed squilla di continuo. A chiamarlo sono i suoi amici siriani e palestinesi di Istanbul che come lui cercano di farsi un’idea se partire o meno. Nel quartiere storico di Costantinopoli, a Topkapi, già in mattinata sono stati messi a disposizione degli autobus per i rifugiati che vogliono dirigersi al confine, alcuni gratuiti, altri a cifre modiche.

Qualche ora dopo saranno già in centinaia a…

Il reportage prosegue su Left in edicola dal 6 marzo 

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Invece questa è fame

(So che non è elegante citarmi, non si dovrebbe fare. Ma ho scritto un libro che molti definiscono giustamente dispotico, è un libro che racconta di un mondo che scivola in fondo all’orrore. C’è una lettera di una donna, alla madre, che vede quello che accade intorno. Pensavo che valesse la pena rimettere qui l’incipit. Mi si perdoni l’autopromozione)

Cara madre, Ti scrivo in fretta e di nascosto e con dolore. Le comunicazioni con l’esterno sono regolamentate dal controllo asfissiante delle autorità municipali e Ciro è l’uomo che per conto del sindaco controlla la corrispondenza in entrata e in uscita, le conversazioni telefoniche sono registrate. So mamma che questa lettera ti coglierà ti sorpresa. Non è vero che sto bene, non è vero che la bambina è tranquilla, no, non stiamo tutti bene. Stiamo male. E va male. Malissimo. Non credere a niente di ciò che hai sentito uscire dalla mia bocca. Niente. Ogni nostra telefonata in questi mesi è stata una recita che mi sono imposta illudendomi che qualcosa cambiasse, sperando che qualcuno fermasse questa discesa verso il baratro e confidando che il mondo non permettesse che la città in cui vivo con mia figlia si trasformasse in miniera di odio. Mi vergogno, mamma, di ogni volta che ho creduto di essere disperata prima di oggi. In città si respira una ferocia che sta nelle piccole cose: gli anziani mal sopportati, i malati trattati con sufficienza, i bambini continuamente zittiti. Non è solo questione di quei poveri diavoli che arrivano morti dal mare. Mi sono ripetuta cento volte che a quelli avremmo anche potuto abituarci, come succede alle infermiere degli ospedali per malati terminali, con una pietà levigata dall’ordinarietà di cadaveri sbattuti sulla barriera. Invece questa è fame. La fame di chi ogni giorno si allarga un centimetro di più lo stomaco e domani avrà bisogno di più carne per sfamarsi. Mamma, quello che senti e vedi per radio e alla televisione è niente. I nonni portano i nipoti tenuti per mano a osservare i cadaveri che sbattono sul plexiglass prima di accumularsi nelle tubature e scolare verso la fabbrica. Le donne si scambiano complimenti per l’ultima borsa ambrata di pelle di quelli, le carbonelle in giardino arrostiscono le mani e i piedi e le cosce di quelli, poi ci si lamenta dei capelli trovati tra la carne, delle interiora pulite male dal macellaio del supermercato, del cuoio sul divano fatto con uno di quelli non abbastanza resistente. Chi non si adatta diventa straniero. Chi è straniero diventa un impiccio anche se un’ora prima era tua moglie, tuo fratello, tua figlia. La famiglia non esiste più, qui.

Buon giovedì.

L’arte della resistenza alle discriminazioni

Il rischio di chiusura del Centro di accoglienza straordinario di Ciampino è sempre più reale. Il Cas attualmente ospita 40 ragazzi che hanno chiesto asilo e fatto ricorso dopo il primo diniego (ricorrenti) e questa è una delle drammatiche conseguenze della Legge 132/2018 (di conversione del c.d. Primo decreto Sicurezza di Salvini), che si è inserita in un clima di slatentizzazione della violenza xenofoba generato a suo tempo dal governo giallo-verde.
Attraverso un provocatorio progetto artistico #Borderlessbeauty – Cas Ciampino, curato da Barbara Martusciello, il fotografo Raffaele Marino ha portato a conoscenza dell’opinione pubblica la realtà dei ragazzi ospiti beneficiari del Cas. Sul finire del mese di gennaio, manifesti misteriosi sono apparsi nelle piazze romane con la scritta “Portami a casa”. Ritraevano sette di loro vestiti come modelli dell’alta moda dalla designer Karen Papace. «Protagonisti consapevoli – ha dichiarato l’autore – di un progetto partecipato, collettivo … che ha come fulcro caratterizzante la creazione di una provocatoria campagna, simile nella forma a quelle pubblicitarie ma contraddistinta da una prima veicolazione street, illegale e quasi carbonara, come nella miglior tradizione di UrbanArt».
Dopo poco più di un mese, il mistero è stato svelato. «I modelli ritratti in realtà sono immigrati ospitati nel Centro di accoglienza straordinario per migranti di Ciampino». Il progetto vuole così riflettere sul «rapporto tra Bellezza ufficializzata e dunque socialmente riconosciuta e il pregiudizio che non permette di identificarla …».
La mostra, che si svolge dal 3 al 7 marzo presso la galleria Howtan Space (Roma, via dell’Arco de’ Ginnasi 5) alla presenza dei protagonisti e dei responsabili del Centro, ha voluto porre dunque in primo piano, attraverso un linguaggio artistico dalla forza cromatica prorompente, la realtà dei migranti che vivono nei Centri di Accoglienza straordinari.
Se un progetto artistico ufficialmente riconosciuto ha dunque dalla sua la possibilità di creare provocazione destando un’immediata attenzione, rimane una profonda amarezza nel dover constatare che, di ragazzi e ragazze migranti che da anni vivono insieme a noi, ci si occupi solo in seguito ad eventi estremi. Torna così l’emergenza.
C’è invece una vita quotidianamente vissuta, fatta di abitudini e di occasioni nuove; di avvocati, di Questura, di scuola, di amicizie, di amori, gioie e delusioni. Realtà accompagnate da un costante esercizio di vitalità che loro stessi mettono in gioco per resistere. Resistere ad una società che difficilmente riesce ad ascoltarli e vederli per quello che realmente sono: persone, esseri umani spinti dal desiderio di nuove possibilità di vita e dalla voglia urgente – tutta giovane – di realizzare i propri sogni.
Si manca così – nella vita di tutti i giorni – di cercare per scoprire relazioni affettive sincere che contribuirebbero a destrutturare il pensiero monolitico fondante la nostra cultura occidentale. Un pensiero che, sin dall’antica Grecia, ha costruito la propria identità ponendo “il diverso” al confine politico e culturale della pòlis, edificando barriere e dissolvendo la ricchezza della differenza nella costruzione dell’altro, del non conosciuto, come disordine e violenza. Una visione dell’identico che continuamente rimanda a sé stesso.

Il Super tuesday restringe il campo degli sfidanti dem: ora è testa a testa Sanders-Biden

Democratic presidential candidates, Sen. Bernie Sanders, I-Vt., left, and former Vice President Joe Biden, right, participate in a Democratic presidential primary debate at the Gaillard Center, Tuesday, Feb. 25, 2020, in Charleston, S.C., co-hosted by CBS News and the Congressional Black Caucus Institute. (AP Photo/Patrick Semansky)

Le votazioni delle primarie del Partito democratico statunitense che si sono tenute nel famoso Super tuesday hanno ristretto il campo della corsa alla nomination a due candidati: Joe Biden e Bernie Sanders. Con il vicepresidente di Obama che ha vinto nove Stati sui 14 (più la Samoa americana e i Democrats abroad, gli americani all’estero) in palio, la corsa di Sanders si fa in salita. Certo il senatore del Vermont ha conquistato la California, il primo premio immaginario di questo martedì elettorale quanto a numero di delegati in palio, ben 451 che sono però comunque da spartire anche con gli altri contendenti che abbiano ottenuto più del 15% dei voti. In California, l’86% dei giovani ha votato Sanders. Il candidato socialista ha vinto anche in Utah, Colorado e nel “suo” Vermont (mentre in Maine ancora si sta consumando un testa a testa).

Grafico del New York Times, dati aggiornati al 4 marzo 2020, ore 12:30

L’apparente sconfitta di Sanders nel Super tuesday non ha comunque fiaccato lo spirito del movimento che è nato per portare Bernie alla Casa Bianca. Sui social spopolano gli hashtag #FeeltheBern e #NotMeUs, simbolo della sua campagna elettorale.

D’altronde, questo Super martedì ha rappresentato il vero inizio delle primarie. Dopo la falsa partenza in Iowa, con i risultati elettorali dispersi per ore senza che il partito Dem facesse sapere nulla al riguardo, e i risultati eterogenei di New Hampshire, Nevada e South Carolina (nei primi tre casi Bernie Sanders si era assicurato la maggioranza dei voti popolari, mentre Biden ha vinto in South Carolina), le primarie hanno subito diverse svolte. In particolare, i ritiri sorprendentemente vicini al giorno del Super tuesday di due candidati importanti in queste primarie, cioè Pete Buttigieg e Amy Klobuchar, e il loro immediato endorsement a Joe Biden sono parse a molti una coincidenza davvero strana. A poche ore dalle votazioni si è creato un fronte compatto di sostenitori di Biden fino a quel momento insospettabili: oltre ai due ormai ex candidati, è arrivato l’endorsement anche di Beto O’Rourke, ritiratosi a novembre da queste primarie e sconfitto per un soffio alle elezioni di midterm del 2018 per la carica di senatore del Texas.

Alla vigilia del Super tuesday c’era poi l’incognita Michael Bloomberg, che nonostante i 500 milioni di dollari investiti nella sua campagna non si è dimostrato all’altezza nei dibattiti televisivi, in cui è apparso insicuro e non pienamente in grado di sostenere una discussione su temi che riguardano le persone comuni. Il Super martedì è stato il suo primo banco di prova elettorale, per sua scelta. Ma si è arrivati alle urne con la sensazione che la sfida sarebbe stata tutta incentrata sul duello Sanders-Biden, vecchio e nuovo, radical contro moderato. Una sensazione che si è rivelata giusta, visto che il miliardario newyorkese ha guadagnato un numero irrisorio di delegati tra quelli in palio durante il Super martedì.

Dopo questa tornata elettorale, è emerso più che mai che la maggioranza degli afroamericani e degli over 65 preferiscono Biden, i giovani e i latinos invece votano più per Sanders, anche grazie all’appoggio di Alexandria Ocasio-Cortez al senatore del Vermont. I potenziali elettori del Super tuesday erano composti al 53% da bianchi, al 25% da ispanici, all’11% da afroamericani, al 7% da asiatici e al 4% da altre etnie. Ben 15,5 milioni sono gli ispanici che vivono in California, mentre l’Alabama ha alcune contee abitate solo da afroamericani. Molto bassa l’affluenza alle urne degli under 29: solo il 13% di loro si è recato alle urne, dieci punti percentuali in meno rispetto alla fascia 30-44, come ha riportato Nbc news.

Bernie Sanders non è l’uomo che il partito vorrebbe come candidato alle presidenziali contro Donald Trump. Ma l’emergenza coronavirus ha messo in evidenza uno dei cavalli di battaglia di Tìo Bernie, cioè la sanità pubblica. Mentre il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo prova a prendere iniziative per non bloccare l’accesso ai test per il virus a causa di problemi economici, l’importanza di un sistema sanitario nazionale “all’europea” inizia a diventare palese agli occhi anche dei più scettici. Un malaugurato vantaggio di cui avrebbe potuto godere anche Elizabeth Warren, anche lei sostenitrice del Medicare for all, ma da cui sembra non aver ricevuto alcun effetto positivo: durante il Super tuesday non è riuscita a conquistare nemmeno lo Stato in cui è senatrice, il Massachusetts, andato invece a Biden.

Ora le statistiche vedono Sanders dietro Biden, rispettivamente con l’8% e il 31% di probabilità di ottenere la nomination. Ma la possibilità più quotata è quella di avere una cosiddetta brokered convention, cioè la possibilità che alla convention democratica che si terrà a luglio a Milwaukee non si presenterà un chiaro vincitore delle primarie. In quel caso, sarebbero i delegati a decidere chi sfiderà Donald Trump a novembre, senza rispettare le indicazioni del voto popolare, oppure il partito potrebbe addirittura proporre una figura terza. Se Sanders vuole davvero rivoluzionare l’America, ora è il momento di spingere sull’acceleratore.

Riduzione dei parlamentari, tre motivi per votare No al referendum

Ho appena aderito al “Coordinamento per la democrazia costituzionale per il No del referendum sulle modifiche alla Costituzione sulla riduzione del numero dei Parlamentari” presieduto dal professor Massimo Villone, ordinario di diritto costituzionale presso l’Università di Napoli. L’ho fatto perché credo siamo chiamati ancora una volta a scegliere tra democrazia parlamentare e sistema oligarchico. In fondo, mi guidano le stesse motivazioni che mi spinsero a votare No al referendum del 4 dicembre del 2016.

Come dico sempre ai miei studenti, ribadisco al lettore che l’elemento più importante della Carta Costituzionale, è la spinta unitaria verso tutti i Costituenti dell’epoca. Si unirono tutti attorno al valore sacro della persona umana. L’individuo finalmente inteso non più come mezzo ma come fine primario dell’ordinamento giuridico e sociale. Si tracciò così una visione della persona non più statica ma dinamica, poiché titolare di diritti e di doveri, diretta allo sviluppo, non solo economico ma sociale e culturale. La persona, però, non può realizzarsi completamente se non in condizione di libertà indissolubilmente connessa al concetto di uguaglianza.

Entrata in vigore il 1° gennaio 1948, a tre anni dalla Liberazione della Nazione e dalla fine della seconda guerra mondiale, è, a mio avviso ancor oggi, una delle più avanzate del mondo, soprattutto perché è costruita in modo da non limitarsi a elencare i diritti, ma dare indicazioni per la loro effettività e per la loro attuazione. Piero Calamandrei nel suo famoso discorso agli studenti nel 1955 rimarcò come la Costituzione non fosse una macchina che una volta messa in moto andava avanti da sé. «La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica».

Nella nostra Costituzione c’è la nostra storia, il nostro passato, i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Al suo interno ci sono anche valori intrinseci, non sempre esplicitamente dichiarati, ma chiaramente desumibili: la persona, il lavoro, la dignità, la libertà e l’uguaglianza, la democrazia, l’etica, la legalità; non dimenticando, peraltro, che nella schiera dei valori vanno considerati anche i doveri e tra di essi emergono principalmente la solidarietà e la partecipazione attiva.

Quando all’art. 1 si scrive che l’Italia è una “Repubblica democratica”, si dichiara una scelta e si evidenzia un valore: la democrazia. Da cittadino ritengo che la democrazia sia il governo di molti e non di pochi. La democrazia esprime partecipazione e legame stretto tra elettore ed eletto. La democrazia è il governo del popolo. La nostra si qualifica come parlamentare (che vuol dire strutturata attorno ad un Parlamento che esercita il potere legislativo), ma non esclude, e anzi esplicitamente prevede anche forme di partecipazione diretta dei cittadini (l’iniziativa popolare delle leggi, il diritto di petizione, il referendum e così via).

La democrazia è l’humus necessario della convivenza civile. Un valore che noi cittadini abbiamo l’obbligo morale e materiale di proteggere e tutelare contro ogni attacco e contro ogni rischio, soprattutto in un Paese che ha vissuto la dittatura. Il valore della partecipazione attiva è fondamentale. Pericle nel suo discorso agli ateniesi già nel 431 a.C. affermava: «Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore».

Pericle ci insegna che il cittadino, non solo deve esercitare la sovranità popolare partecipando alle elezioni (quali che siano le sue scelte), ma poi deve chiedere conto ai suoi “delegati” di ciò che fanno nell’interesse comune, deve far sentire la propria voce, partecipare al dibattito pubblico sulle questioni di fondo, indignarsi per le cose che non vanno, svolgere azioni concrete di controllo sul bene comune. Questa è la cittadinanza attiva che, alla fine, è il valore più rilevante di ogni altro, non solo perché è il sale della democrazia, ma anche, e soprattutto, perché è la maggior garanzia del rispetto e dell’attuazione di tutti gli altri valori costituzionali. Il distacco, l’indifferenza, non appartengono alla democrazia e non la qualificano; non valorizzano la persona e non ne esaltano la dignità.

L’invito che implicitamente ci rivolge la Carta Costituzionale è di essere cittadini partecipi e consapevoli. Per questo, bisogna conoscere la Costituzione, approfondirne le norme specifiche ed i principi, estrarre consapevolmente i valori che essa emana e farli vivere nelle istituzioni, nella politica, nella società, ed anche nei comportamenti quotidiani, convincendosi che anche nei momenti difficili sta nella Costituzione e nei suoi valori, l’unica e vera prospettiva di rinnovamento e di riscatto. Ma soprattutto bisogna amarla, questa Costituzione: è la base e il fondamento della nostra convivenza civile per la quale in tanti hanno sacrificato la loro vita.

Sono profondamente convinto che il prossimo 29 marzo con il nostro voto saremo chiamati a decidere non tanto se vogliamo la Costituzione del ’48 per il suo prestigio e il suo valore simbolico, ma dobbiamo optare tra democrazia parlamentare e sistema oligarchico. Questo referendum verterà sul carattere centralistico, oppure pluralistico e partecipativo della nostra democrazia. La nostra Costituzione è stata concepita per unire non per dividere: è questa la sua essenza rivoluzionaria. La riforma proposta si caratterizza, sin dal metodo, come una Costituzione che non unisce ma, di fatto, divide. L’attuale Costituzione è nata dal consenso unanime di quasi tutti i partiti politici dell’epoca e per questo ha in sé ha un enorme valore aggregante e democratico. Una Costituzione che legittimerebbe una oligarchia sarà giocoforza regressiva e non avrà più il prestigio, il valore che deve avere la Costituzione in un sistema democratico solidaristico-sociale.

In questi anni è stato smantellato lo Stato sociale, è stato distrutto il diritto del lavoro, la sanità non più solidale e gratuita perché si è economizzata e pesa sulle spalle soprattutto dei più poveri. Lo smantellamento di tutti questi diritti è possibile solo se prima di tutto si smobilita la società, e cioè si indeboliscono i partiti, e i cittadini sono ridotti a spettatori davanti alle televisioni a guardare gli scontri fra i politici, che naturalmente si scontrano su questioni secondarie. Ciò che viene perseguito è prima di tutto la neutralizzazione del controllo dal basso, del radicamento sociale, e in secondo luogo la neutralizzazione dei limiti e dei vincoli dall’alto, e cioè da parte delle Costituzioni, perché le Costituzioni sono ormai scomparse dall’orizzonte della politica.

Con questa riforma il Parlamento conterà sempre di meno, sarà per l’appunto una maggioranza di parlamentari, fortemente vincolati da chi deciderà della loro successiva elezione, a causa anche della disarticolazione sociale dei partiti, della loro neutralizzazione come fonti di legittimazione titolari delle funzioni di indirizzo politico, di controllo e di responsabilizzazione. Il nostro voto è una scelta o a favore della democrazia pluralistica costituzionale oppure a favore di un’involuzione personalistica e autocratica del sistema politico. Per tutti questi motivi all’interno della cabina elettorale occorre meditare e riflettere profondamente sul nostro prossimo futuro prima di votare per il Sì o per il No.

Io voterò convintamente No essenzialmente per tre ragioni. La prima: con la attuale legge elettorale e con listini bloccati e candidati nominati, i nuovi parlamentari saranno tutti indicati dalle segreterie di partito, sottraendo di fatto al popolo sovrano totalmente il diritto di scegliersi i suoi rappresentanti. Deputati e senatori risponderanno al segretario del partito e non più agli elettori. La seconda: con questa riforma la rappresentanza politica sarà concentrata nelle aree più popolose del Paese, a scapito di quelle con meno abitanti ma territorialmente più vaste, ed inoltre non tutela in modo adeguato le minoranze linguistiche. La terza: eletto ed elettore, non avranno più legami e ciò favorirà ancor di più il distacco dei cittadini dalla politica, ampliando l’astensionismo e il disinteresse nei confronti delle pubbliche Istituzioni, soprattutto del Parlamento, l’unico luogo dove il cittadino dovrebbe vedersi democraticamente rappresentato. Un Parlamento con meno eletti, per giunta nominati, creerà di fatto una nuova cerchia ristretta di potenti.

Vincenzo Musacchio è un giurista

I pessimi venditori

Immaginate un rappresentante, quelli che una volta si chiamavano così e invece oggi sono agenti di vendita o promoter o qualsiasi altra formula inglese che poi sostanzialmente fanno il lavoro di promuovere un prodotto o un servizio, immaginiamo, che ne so, un venditore di scope elettriche che vi bussi a casa, che si sieda molto contrariato a mostrarvi la sua scopa, che vi dica che in azienda fa tutto schifo e che il suo capo è un imbecille, che vi confessi che il suo prodotto è molto rumoroso, spreca molta energia e non aspiri per niente bene e in più che vi dica che c’è un problema tecnico che ne limita la durevolezza che non riescono a individuare. La comprereste?

Oppure immaginate un parrucchiere, voi vi sedete sulla poltrona, mentre vi taglia i capelli vi racconta che ha litigato con il suo capo perché è un pessimo capo e poi vi confessa che non si farebbe tagliare mai i capelli in quel salone perché non si sente al sicuro, che so, vi dice che avrebbe paura di rimetterci un orecchio.

Oppure immaginate un autista di un taxi. Voi chiamate il taxi quello arriva e vi dice che l’auto è molto sporca perché la cooperativa di taxi è gestita in modo irresponsabile e il responsabile della pulizia è un cretino patentato. Vi dice che guiderà controvoglia perché le strade sono molto pericolose e non si sa mai che gli possa succedere qualcosa mentre si trova alla guida.

Bene, nessuno di questi lavoratori eviterebbe di essere considerato un pessimo venditore di se stesso, del servizio che propone e sicuramente non vi invoglierebbe. Probabilmente sarebbe anche punito per le sue lamentele e la sua mancanza di intervento sulle lacune.

Noi siamo la scopa elettrica, quel salone di parrucchieri e i soci della cooperativa di taxi. Noi, italiani. E il pessimo venditore è qualcuno di quei politici che pur di riuscire a farsi notare nel suo gnegneismo è pronto a distruggere un Paese. Di solito sono anche quelli che si lamentano del crollo del turismo e della credibilità dell’Italia, che in fondo è la scopa elettrica che rimane invenduta.

Perché il turismo, ad esempio, è così: non si vede ma si sente quando manca. Eccome se si sente.

Buon mercoledì.