Home Blog Pagina 695

Wu Ming: Bogdanov, genio eclettico sfidato dai suoi marziani

Un rivoluzionario anomalo, scienziato e romanziere, compagno di lotta di Lenin divenuto poi uno tra i suoi critici più rigorosi. Una ragazza dai capelli «cosí biondi da sembrare bianchi», sedicente aliena, che sembra sbucata dalle pagine di una sua opera di fantascienza scritta venti anni prima, Stella Rossa. Un pianeta, Nacun, dove il comunismo pare si sia realizzato per  davvero. E i suoi abitanti, che hanno deciso di puntare gli occhi su di noi. Siamo nel 1927, in Russia, a dieci anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, e questi sono gli ingredienti dell’ultima fatica del collettivo di scrittori Wu Ming.

Il rivoluzionario protagonista, in Proletkult (Einaudi), è Aleksandr Malinovskij, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Bogdanov. Dopo le spericolate scorribande di gioventù – al fianco tra gli altri di Krasin, Litvinov, Stalin -, ora lavora in un centro trasfusionale avanzato, dove sperimenta il collettivismo fisiologico, un “comunismo del sangue”, che permetterebbe di curare le malattie grazie al mutuo scambio della vitalità di tutta la società. All’esterno, la rivoluzione è smorta e imbalsamata, al pari della salma di Lenin. Gli intellettuali come il filosofo marxista Bogdanov, additati come eretici, sono intimoriti. I Proletkult, fondati dal compagno Lunacarskij (anche lui bolscevico, non molto ortodosso), circoli che avrebbero dovuto diffondere una cultura alternativa proletaria, sono in declino. Così Bogdanov preferisce ritirarsi dalla vita pubblica e concentrarsi sulla sua professione. Ma l’arrivo di Denni, una giovane extraterrestre vagamente androgina alla ricerca del padre, lo costringerà a rimettere in gioco le certezze di una vita.

«Bogdanov è stata una personalità senza dubbio eclettica, che spazia dalla letteratura alla filosofia, dalla politica alla scienza. Potrebbe sembrare uno di quegli intellettuali del Rinascimento, un tipo alla Leonardo. Il suo non era un eclettismo bulimico, aveva un suo filo conduttore», ci spiega Wu Ming 4, al secolo Federico Guglielmi. Bogdanov e il suo Stella Rossa, per chi non lo sapesse, sono esistiti davvero.

«Ci ha colpito poi che avesse scritto questo romanzo – spiega -, capostipite della fantascienza sovietica, che narra di un’utopia molto particolare. Su quel pianeta, la rivoluzione socialista ha trionfato, ma si sono affacciate nuove contraddizioni. In particolare quella tra uomo e natura. Questa ci sembrava una analogia interessante coi nostri tempi, prima ancora che coi suoi».

Sul “pianeta rosso” narrato dallo scienziato, una volta, c’erano feudatari e capitalisti. Ma agli alieni la rivoluzione socialista è riuscita davvero. Non ci sono padroni né proprietà privata, e il benessere comune è l’unica ricchezza. La chiave di volta? Aver puntato tutto sulla conoscenza, che rendesse culturalmente autonoma la classe proletaria. Forse per questo Gramsci volle tradurre per primo in italiano il romanzo sovietico.

«Un altro aspetto del protagonista che ci aveva colpito – prosegue Wu Ming 4 -, era la sua critica al bolscevismo, da bolscevico. Il suo disaccordo con Lenin comincia come disaccordo filosofico e diventa politico, fondandosi su due diverse concezioni del ruolo del partito e della cultura. Per Bogdanov, l’azione rivoluzionaria doveva coinvolgere al tempo stesso condizioni materiali e culturali, riteneva che tra i due elementi non ci fosse un rapporto di filiazione diretto e che si dovesse agire su entrambe le sfere, per evitare che una rivoluzione solo materiale lasciasse i lavoratori legati al retaggio del passato».

Tesi che Bogdanov, in seguito al bizzarro incontro con Denni, è costretto a ripercorrere, a sottoporre a stress test. Lo vediamo nei flashback, che aprono squarci sulla sua vicenda personale e politica. E lo portano a fare i conti col suo passato. Un’operazione urgente. Anche perché, nel frattempo, su Stella Rossa, aka Nacun, la popolazione a stretto di risorse naturali, è spaccata tra chi vorrebbe colonizzare la Terra, e chi preferirebbe «fratellizzare» con noi.

«Lo chiamano interplanetarismo», dice Denni (notate qualche analogia col presente?). E proprio Denni è l’unica che, se inviasse un messaggio dove si rassicurano i nacuniani, spiegando che la rivoluzione è riuscita anche qauggiù, potrebbe evitare l’invasione.

«L’idea chiave del nostro romanzo – chiarisce Wu Ming 4 – è far incontrare all’autore di Stella Rossa un personaggio che è uscito dal suo romanzo. Aprendo così la questione del rapporto tra realtà primaria, il nostro mondo, e realtà secondaria, mondi creati attraverso fantasia e immaginazione». In che modo – questo è il punto – le utopie fantascientifiche possono relazionarsi e retroagire sul mondo reale?

«Il personaggio che Bogdanov incontra – riprende – è quasi una cosplayer antelitteram, che non riesce ad uscire dal personaggio. Ecco, di fronte a lei, come deve porsi il demiurgo del mondo da cui proviene? Deve farle prendere coscienza del fatto che è una follia? Che ha preso troppo sul serio il gioco? Oppure invece è proprio questo gioco che permette alla cosplayer di portare una serie di critiche assai ficcanti, alla realtà primaria, alla rivoluzione che lo scrittore ha vissuto?». L’autore e la sua creatura, nell’opera, si scavalcano a vicenda, in un rapporto che li lega anche nella dimensione padre-figlia.

«Denni – argomenta Guglielmi – porta alle estreme conseguenze il mondo inventato dal bolscevico, e partecipa lei stessa all’atto creativo.  Questo è l’aspetto interessante del costruire mondi. Ossia il fatto che non c’è un solo creatore, ma chiunque può proseguire la narrazione, addirittura trasformandola in arma critica nei confronti di chi l’ha iniziata». E proprio grazie allo sguardo alieno di Denni, che in Proletkult riusciamo a rivivere le vicende della Rivoluzione d’Ottobre, a cento anni di distanza, con occhio critico e appassionato al tempo stesso.

I Wu Ming, dopo Manituana e L’Armata dei sonnambuli, parlano di una rivolta che spezza l’ordine costituito abbandonando la forma del romanzo storico, e imboccando quella, assai promettente, del crossover. «In Proletkult non c’è la partecipazione corale a più voci, il racconto della rivoluzione nelle sue fasi. Qui i fatti del 1917 vengono illustrati a partire da i ricordi del protagonista, che percorre la vicenda dalla sua angolazione». Una scelta di campo, parziale, netta, ribadita anche dall’idea di far scorrere la trama a dieci anni dalla presa del Palazzo d’Inverno. Facendo reagire il composto post-rivoluzionario con una buona dose di fantascienza. Un tipo di operazione che il collettivo, per il momento, non intende abbandonare.

«Posso anticiparti – rivela a Left Wu Ming 4 – che uno di noi è al lavoro ad un romanzo solista che in buona sostanza tenta un esperimento analogo. In una ambientazione diversa, non tanti anni dopo, ed è un crossover simile tra storia e fantascienza. Per il momento è un incrocio che ci interessa indagare».

 

L’intervista di Leonardo Filippi a Wu Ming 4 prosegue su Left in edicola dal 9 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

#Indivisibili I centomila che qualcuno fa finta di non vedere

Silenzio mediatico. Questa è la parola d’ordine dei media italiani senza esclusione alcuna riguardo la manifestazione #Indivisibili contro il razzismo, contro il governo e contro il Decreto Salvini. «Naturalmente l’evento avrebbe riempito le prime pagine di quotidiani di destra e ‘sinistra’ se vi fosse stata anche solo l’ombra di qualche incidente» scrive Rodolfo Baroncini un nostro lettore. E invece. Un lungo serpentone di persone in festa da piazza della Repubblica a piazza San Giovanni ha sfilato per oltre cinque ore a Roma nel pomeriggio di sabato 10 novembre senza fare notizia sui siti delle principali testate giornalistiche. Dal Corriere, a Repubblica alla Stampa appiattite sul corteo ProTav di Torino. Stessa storia domenica, tranne per il Manifesto a cui probabilmente è giunta voce delle critiche ricevute dai manifestanti. Davvero dispiace. Anche se eravamo in centomila, tutti nel corteo abbiamo notato l’assenza della storica testata comunista, che oggi sembra voler mettere una pezza con un’intervista a Mimmo Lucano. Permetteteci questa affettuosa tiratina d’orecchie. Noi, per dire, il sindaco di Riace l’abbiamo intervistato sul numero uscito il 9 novembre con la storia di copertina dedicata alla bellissima manifestazione romana e disegnata da Gianluca Costantini. Ci è sembrato doveroso in un momento come questo esserci in tutti i modi. In edicola e in piazza. «Dobbiamo smetterla di dirci che non esiste una sinistra in Italia» scrive Simone. «Il movimento Non una di meno (e prima ancora se non ora quando), I sentinelli di Milano, le organizzazioni quasi spontanee di manifestazioni a Milano, a Riace, a Roma. Se non è sinistra questa, cosa lo è? In nessuna delle manifestazioni c’era una sigla a far da cappello, ma moltissime persone. Partire da là, dalle persone.
L’organizzazione coagulante ne è una conseguenza, non il contrario». Ecco, appunto.

 

Foto di Paola Fé, Emanuela Angelini, Francesca Zappacosta, Peppy Miller, Roberta Pugno, Clara Santini, Andrea Sintini, Arnolfo Verdi, Ilaria Usai, Rossella Carnevali

Così Roma reagisce all’emergenza ambientale. E culturale

Da tre mesi faccio l’assessore alla cultura al terzo municipio di Roma, in una giunta indipendente di sinistra (a giugno scorso si sono svolte delle elezioni suppletive perché la giunta Cinquestelle locale è andata in crisi; io non ho la tessera di nessun partito). Per chi non lo conosce, il terzo municipio è un’area a nordest di Roma, ampia quanto una città di media grandezza e abitata quanto e più di un grosso capoluogo di regione: 215mila abitanti (Trieste ne ha 205 mila, Cagliari 170mila).

In questa città nella città c’è in pratica un solo cinema (Taranto, 200mila abitanti, ne ha sei), un solo teatro con una programmazione stagionale (Parma, 195mila abitanti, ne ha sedici), una sola biblioteca (Perugia, 165mila abitanti, ne ha sei comunali). Però, nello stesso territorio, in mezzo a questo gigantesco vuoto, ci sono due pieni, due specie di mostri: un centro commerciale immenso, Porta di Roma, dove ogni anno entrano 14 milioni di persone (al Colosseo ne entrano 8); e un impianto di lavorazione dei rifiuti – un Tmb, trattamento meccanico-biologico in gergo tecnico – dove ogni giorno vengono portate mille tonnellate di rifiuti indifferenziati, ossia quasi un terzo di quelli che produce tutta la città.

Si può partire da questi semplici dati per capire che il disastro con cui ormai anche sui media viene rappresentata Roma non è un fenomeno recente né di superficie. Non si tratta di una questione di degrado, di caos dei trasporti, di malamministrazione; parliamo invece di una clamorosa emergenza culturale e sociale da una parte, ambientale e sanitaria dall’altra. Chi l’ha progettata una città così? Chi ha pensato di costruire un centro commerciale elefantiaco in una zona che negli anni si è deprivata di una vera rete sociale e culturale? Chi ha deciso di piazzare quella che è di fatto una discarica, dove sono accatastate 5mila tonnellate di immondizia indifferenziata in modo permanente, a cinquanta metri dalle case e a cinquanta da un asilo nido?

Se vent’anni fa mi fosse stato chiesto, da politico o amministratore, cosa avrei voluto fare per il municipio, avrei avuto una risposta semplice: non dare…

L’articolo di Christian Raimo prosegue su Left in edicola dal 9 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

L’immagine della sinistra

Quando non si hanno argomenti per contrastare una tesi, sia essa culturale, politica o anche scientifica, bisognerebbe ascoltare e cercare di comprendere. Anche se è un’operazione difficile. Forse per una mancanza di empatia, per cui non si comprende l’altro. Oppure per una intelligenza che si è perduta nel tempo, avendo chiuso gli occhi troppo frequentemente.

Già perché chiudere gli occhi è ciò che rende l’essere umano stupido. Non voler vedere è non voler pensare. Non voler affrontare la crisi e magari il giudizio degli altri. Non sopportare la solitudine perché si ha paura del rimanere isolati. Perché si ha paura del restare da soli. Allora si crede e non si pensa più.

Mi ha colpito in questi giorni un articolo che è uscito sull’edizione online del Tempo. Prendeva di mira il test ideato da Michela Murgia per l’Espresso nel quale ci sono delle domande per stabilire il livello di fascismo del lettore. Il Tempo ha pensato bene di elaborare uno “zeccometro” per misurare invece il livello di comunismo del lettore. In verità è un articolo molto interessante perché permette di leggere quelli che sono i luoghi comuni che a destra si hanno verso chi è di sinistra.

Ed è un esempio di come viene elaborata la comunicazione di destra verso i propri elettori, avendo perfettamente chiaro come vengono percepite e pensate le persone di sinistra.

Allora ecco che accanto a stupidaggini assolute che non hanno nessun valore (“Si dice ‘ministra’”) ci sono cose che hanno effettivamente un valore reale (“Accogliere tutti gli immigrati è una dimostrazione di umanità”) e altre che sono chiaramente ciò che l’elettore di destra crede che quello di sinistra pensi di lui (“Se Salvini vola nei sondaggi è perché gli italiani sono un popolo di ignoranti”). È evidente che il “test” del Tempo punta a screditare la sinistra e chi vota a sinistra e a dare al lettore di destra la tranquillità di essere nel giusto.

La cosa però è interessante perché permette di leggere qual è l’immagine che ha la sinistra oggi, essendo ridotta ai minimi termini, per non dire scomparsa.

Purtroppo molto dell’immagine screditata che ha la sinistra è dovuta a chi dovrebbe rappresentarla,  a livello politico ma soprattutto a livello culturale.

Si legge chiaramente come la persona di sinistra viene considerata spocchiosa, antipatica, saccente, che vuole sempre dare una spiegazione complicata a cose semplici; che è una persona piena di contraddizioni e al fondo anche se dice di essere onesta è uguale a tutti gli altri e cioè disonesta.

È evidente che non è quasi mai così, si tratta di una semplificazione stupida. Ma c’è un quasi.

Prendiamo un esempio recente: il tweet di Gad Lerner, storico intellettuale di sinistra e uno dei fondatori del Partito democratico, a proposito della ragazza uccisa nel quartiere San Lorenzo di Roma.

«Dipendente da eroina, figlia di spacciatore italiano e madre quindicenne, vittima di pusher immigrati. Vicende tragiche che dovrebbero suggerirci qualcosa di più e di diverso dall’odio razziale».

Come si può cercare di dare una giustificazione al fatto che una ragazza sia stata uccisa? Il fatto che fosse drogata è forse un’attenuante?

La ragazza non è stata uccisa per odio razziale. Il motivo dell’omicidio sta nel fatto di avere una madre quindicenne? O un padre spacciatore? Cosa cavolo c’entra?

Io penso che il pensiero non detto di Gad Lerner non sia tanto il “se lo è cercata” di cui è stato accusato, ma il “era inevitabile che andasse così”.

Gad Lerner in realtà fa un discorso cattolico che è quello per cui l’essere umano è naturalmente violento e cattivo. I pusher immigrati non essendo stati educati a contenere gli istinti dall’educazione (perché immigrati) esprimono la realtà umana più nascosta che sarebbe la violenza e l’omicidio.

D’altra parte c’è il pensiero esistenzialista che dice che alcuni esseri umani sarebbero destinati irrimediabilmente al suicidio. Come nel caso Ellen West, per Binswanger era il suo destino. E come nel caso di Desirée, drogata, figlia di uno spacciatore…

In altre parole, per Gad Lerner non esiste possibilità di trasformare gli esseri umani perché avremmo un destino irrimediabilmente stabilito dal contesto familiare e sociale e a cui non ci si può ribellare in alcun modo.

Il fatto è che questo pensiero che non può essere considerato un pensiero di sinistra, viene espresso da un suo grande intellettuale!

Come può proporsi la sinistra di essere veramente trasformativa della società finché esisterà in essa il pensiero di una violenza innata e invincibile e di una natura umana immodificabile e di un destino altrettanto immutabile?

È allora ovvio che le persone comuni, che sono molto più sane e intelligenti di quello che si crede, rifuggiranno da questi pensieri dissociati e violenti.

Una ragazza di 20 anni, qualunque sia la sua condizione familiare, sociale, psichica, affettiva, economica non può e non deve essere uccisa! Non esiste giustificazione né destino!

La reazione della destra è facile ed ha un fine elettorale. Si accusano gli immigrati che sarebbero non del tutto umani, essendo questo il vero motivo della violenza. Il pensiero è lo stesso (natura umana violenta) ma si cerca di intervenire fisicamente, per bloccare la violenza pensando di averne individuato l’origine nel diverso colore della pelle o nella diversa origine che sarebbero i sintomi di una minore umanità e una maggiore animalità.

Come abbiamo visto però la reazione della “cultura” di sinistra è purtroppo molto più stupida.

Se vogliamo veramente ricostruire una sinistra vera bisogna essere puliti. Bisogna avere idee corrette sulla realtà umana. Non si può avere al fondo lo stesso pensiero sull’essere umano della destra!

I grandi intellettuali che dalle pagine di Repubblica pontificano di realtà umana e di come dovrebbe girare il mondo sono ciò che fa indigesta la politica di sinistra.

Ed è per questo che la sinistra non esiste più in questo Paese. Per colpa di intellettuali che uccidono la speranza di milioni di persone.

Allora è necessario ricostruire l’immagine della sinistra, togliendola a coloro che l’hanno sfregiata.

Perché la verità umana è l’amore per gli altri che si esprime come volere che essi realizzino se stessi avendo la certezza che ciò è possibile.

Basterebbe solo questo per creare la Sinistra.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola dal 9 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Perché il Brasile è nelle mani di Bolsonaro

La vittoria di Bolsonaro è l’epilogo di un lungo processo in tre atti: il primo è un golpe istituzionale, il secondo è un golpe giudiziario, il terzo è il momento elettorale, con il quale si è data parvenza di legittimità democratica ai primi due, dopo aver utilizzato ogni mezzo necessario a raggiungere questo scopo. Anzitutto il Parlamento ha disarcionato Dilma Rousseff dalla presidenza della Repubblica con un procedimento di impeachment per il quale mancava qualsiasi presupposto giuridico-costituzionale; poi il Supremo tribunale federale ha reso possibile l’arresto di Lula, in modo da impedire la sua partecipazione per il Pt al voto delle presidenziali, nelle quali era dato vincente da tutti i sondaggi.

Come nel caso di Dilma, ciò è avvenuto in totale assenza di prove, dopo un processo imbastito su indizi e una campagna mediatica sistematicamente realizzata con un preciso scopo: generare riprovazione generale e preparare l’opinione pubblica a una profonda svolta politica nel Paese. Le elezioni sono state precedute da una campagna martellante dei mezzi di comunicazione di massa che, in tutti questi anni, ha diffuso a piene mani odio “antipetista”, manipolando e avvelenando l’opinione pubblica offrendo una unica narrazione della realtà. In un quadro segnato dalla profonda crisi di egemonia delle forze politiche tradizionali, Bolsonaro, nella sua scalata, ha potuto contare sulle complicità e l’appoggio diretto delle classi dirigenti nazionali, sulla mobilitazione capillare delle potentissime reti evangeliche e, infine, sul sostegno diretto di tanti “imprenditori”, interessati a sfruttare egoisticamente i vantaggi di una politica economica di mercato a favore di privatizzazioni selvagge e leggi antipopolari.

Crisi liberale e moderno cesarismo
Per leggere la crisi brasiliana, ma più in generale, questa fase di riflusso democratico a livello internazionale, torna molto utile l’analisi di Antonio Gramsci e…

*

Gli altri articoli dello SPECIALE BRASILE

Contro l’onda nera una nuova sinistra internazionalista
Intervista di Giuliano Granato al vignettista satirico Carlos Latuff

La sinistra erede di Gramsci nel mirino del presidente
di Yuri Brunello – da Fortaleza

Il fascista Bolsonaro minaccia gli indios
Intervista di Simona Maggiorelli a Yurij Castelfranchi, docente dell’Universitade federal de minas Gerais

 

Lo SPECIALE BRASILE prosegue su Left in edicola dal 9 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Profughi e diritti negati, una truffa di governo

Un momento della manifestazione 'Stop al razzismo', promossa dal Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta, con un gruppo di immigrati in corteo a Castelvolturno, nel casertano, in risposta alla concomitante manifestazione di Milano "Stop Invasione", organizzata dalla Lega Nord e dal segretario Matteo Salvini, 18 Ottobre 2014. ANSA/ CESARE ABBATE

«I 35 euro al giorno per i migranti diventeranno molti di meno, abbiamo messo a punto un documento d’intesa con l’Autorità nazionale anticorruzione e il presidente Cantone». In diretta Facebook dal suo ufficio al Viminale lo scorso 2 novembre il ministro Salvini ha annunciato in questo modo un provvedimento che può dare il colpo di grazia al più efficace e virtuoso sistema di accoglienza per profughi: il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar).

Alcune ore dopo il ministero ha lasciato filtrare i dati relativi al taglio: la spesa pro capite giornaliera per l’accoglienza dei migranti potrà oscillare da 19.33 a 26 euro. La cifra, riportata dal portale stranieriinitalia.it, varierà a seconda del numero di migranti ospitati nei centri. Il documento è stato presentato il 7 novembre (quando noi saremo andati in stampa da qualche ora, ndr) in un tavolo ad hoc presieduto dal ministro con Regioni, Province, Comuni ed esperti del settore.

Il mantra che circola sui social amplificato dalla propaganda del ministro dell’Interno è che il taglio dei fondi al sistema Sprar serve per colpire chi lucra sulla pelle dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Un mantra che è arrivato il 6 novembre anche in Senato. Durante la discussione sul decreto “Sicurezza e immigrazione” di Salvini, il sottosegretario leghista all’Interno Nicola Molteni ha portato come esempio le cooperative di Mafia capitale. In realtà accadrà esattamente il contrario. Se qualcuno…

L’articolo di Federico Tulli è tratto da Left in edicola dal 9 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Al via la mobilitazione contro il Ddl Pillon

Sabato 10 novembre l’Italia antirazzista e anti oscurantista scende in piazza. Due mobilitazioni nazionali distinte, una a Roma contro il decreto sicurezza fortemente voluto da Matteo Salvini e l’altra, da Milano a Palermo passando per Bologna, Firenze, Genova, Bari, Roma, Napoli, contro il disegno di legge del senatore leghista Simone Pillon sulla riforma del diritto di famiglia, unite dalla volontà di ribadire che esiste un Paese diverso da quello immaginato dal Governo giallonero. Approvato con il voto di fiducia il decreto sicurezza, le donne scendono in piazza per chiedere il ritiro del ddl Pillon e degli altri tre disegni di legge ad esso collegati. Tante le associazioni che hanno aderito: Unione donne in Italia, Cgil, Uil, Arci, Centro ascolto maltrattanti, Casa Internazionale delle donne, Coordinamento maltrattamento all’infanzia, Non Una di Meno, Telefono Rosa e altre ancora. Le Donne in rete contro la violenza (Di.Re) hanno anche promosso una petizione online raggiungendo finora più di centomila sottoscrizioni.
“Donne e migranti sono le due categorie che da sempre sono, o sono considerate, le più deboli e quindi da sopraffare”, dice Ilaria Scalmani presidente dell’Unione donne in Italia (UDI) di Roma. Quanto al disegno di legge Pillon torniamo indietro di cinquant’anni. È una riforma che non presenta alcun aspetto positivo. Deve essere ritirata”. Scalmani non usa mezzi termini per dichiarare la contrarietà al testo Pillon, definito un “disegno di legge confusionario che crea molti problemi alle donne e ai figli in quanto non prende in considerazione il punto di vista dei bambini in caso di separazione dei genitori e, anzi, questi sono visti come strumento di rivendicazione contro le madri. Il testo relega il coniuge economicamente più debole, che ancora oggi risulta essere la donna, in una condizione di sudditanza realizzando una vera e propria vendetta nei confronti di tutti i diritti e le libertà conquistate negli ultimi cinquant’anni dalle donne e, in quanto tale, si pone come primo tassello verso quella restaurazione reazionaria della società che pare essere l’obiettivo di chi sostiene questa riforma”.
“È bene ribadire anche – precisa Giulia Potenza, avvocata e attivista dell’UDI – che non è un disegno di legge necessario, perché una legge sull’affido condiviso esiste già, ma con tutta evidenza gli scopi della riforma sono altri, di natura utilitaristica e ideologica. È utilitaristico in quanto, su un tema così importante e controverso, i primi articoli della legge, che si pone l’obiettivo ambizioso di porre al centro della riforma il minore, si preoccupano al contrario di disciplinare la figura del mediatore familiare, le sue qualifiche e soprattutto i suoi compensi. È una figura non meglio definita, piuttosto aleatoria ma al contempo obbligatoria anche nel caso di separazione consensuale. Fa sorridere pensare- continua Potenza- che il primo firmatario della legge è un mediatore familiare, e non sembra affatto casuale. È inoltre una riforma ideologica perché si fonda sul preconcetto che le donne utilizzino le denunce di maltrattamento per ricevere un assegno di mantenimento più consistente dai mariti e ottenere l’esclusiva responsabilità genitoriale dei figli”. La questione più rilevante disciplinata dal disegno di legge “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità” riguarda infatti l’obbligatorietà della mediazione familiare sia nei casi di separazione consensuale sia in quelli di violenza nei confronti del coniuge: “Nel primo caso la mediazione è inutile se non addirittura dannosa in quanto i coniugi, d’accordo nel volersi separare, devono tuttavia sottoporsi alla pratica della mediazione allungando i tempi per la sentenza e aumentando i costi complessivi della separazione; nei casi di violenza la mediazione familiare è espressamente vietata dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulla donna, ratificata dall’Italia, in quanto è impensabile chiedere ad una donna vittima di abusi o maltrattamenti di riconciliarsi con il coniuge”.
Un altro aspetto fortemente contestato della riforma è l’istituzionalizzazione della cosiddetta sindrome di alienazione parentale (PAS), una teoria elaborata da un medico statunitense, non scientificamente riconosciuta, che consisterebbe nell’insorgenza di disturbi psicologi nei bambini contesi nelle controversie di separazione e riconducibile ad una sorta di “programmazione” dei figli da parte di un genitore patologico, definito “alienante” a discapito dell’altro, nei confronti del quale il bambino sarebbe così indotto a provare astio e disprezzo ingiustificato. ”La PAS sarebbe una sorta di lavaggio del cervello dei figli da parte della madre, per cui se il bambino si rifiuta di frequentare il padre è perché ha subito delle pressioni psicologiche dalla madre. Oltre ad essere una teoria non scientificamente provata, ed essere stata sconfessata dalla Cassazione,- precisa ancora Potenza- è una pratica che si basa su una logica meschina in quanto non riconosce al bambino una capacità decisionale autonoma. Non vengono indagati i motivi del rifiuto del figlio, che magari ha paura di incontrare un padre violento, si sposta semplicemente l’attenzione sulla madre etichettandola come “alienante”. In questo caso il pericolo della riforma è duplice: in primis istituzionalizza la PAS e in secondo luogo viene codificato il falso mito delle denunce strumentali, impedendo l’emersione della violenza ”. Nella nota diffusa dalle Donne in rete contro la violenza si legge in proposito: “Con questo articolo il ddl Pillon minaccia apertamente le donne che osano denunciare o anche solo parlare di violenza. Le donne che denunciano sono meno del 20% e la Commissione Femminicidio ha lanciato l’allarme per l’aumento delle archiviazioni dovute all’inadeguatezza del sistema giustizia a riconoscere la violenza, accogliere e supportare la vittima”. Gli altri punti contestati della riforma sono il cosiddetto “mantenimento diretto” e la bigenitorialità: “Con l’introduzione del mantenimento in forma diretta viene chiesto ai genitori di contribuire in maniera paritaria al sostentamento dei figli, eliminando in quel caso l’attuale assegno di mantenimento, e tale meccanismo è proposto come migliore attuazione del principio di bigenitorialità, ipotizzando che ciascun genitore sia lavoratore, dal reddito equivalente e in grado di provvedere direttamente ai bisogni del minore. Anche alla base di tali disposizioni- aggiunge l’avvocata Potenza- si nasconde l’idea che il genitore economicamente più debole, di solito le madri, utilizzi il contributo economico al mantenimento del figlio per finalità personali, ignorando la realtà italiana contraddistinta dagli elevatissimi tassi di disoccupazione femminile e la differenza salariale tra uomini e donne, oltre al fatto che le madri continuano a essere espulse dal mercato del lavoro per la carenza di servizi in grado di conciliare scelte genitoriali e professionali”. Infine, con la pratica della bigenitorialità “che può sembrare al primo sguardo un’idea accattivante, si costringono in realtà i bambini a cambiare continuamente casa indipendentemente dalle valutazioni dei genitori trasformandoli in piccoli migranti settimanali senza tener conto del fatto che la stabilità della propria stanza e della casa è un bisogno fondamentale per ogni essere umano, in particolare per i bambini” precisa Potenza.
“Il disegno di legge Pillon è un testo irricevibile, anche se emendato, e anacronistico- conclude Potenza- e deve essere ritirato. Chi lavora nei tribunali o a contatto con la violenza di genere, dagli assistenti sociali agli avvocati, sa che è una riforma estremamente sbagliata e dannosa. La difesa dei diritti delle donne e dei bambini è una battaglia di civiltà, ed è per questo che sabato scenderemo tutte in piazza”.

Il Paese vitale

E finalmente, il 10 novembre, si torna in piazza, per un corteo nazionale, plurale, pacifico e di massa che ci si augura ampiamente partecipato, contro il razzismo, rappresentato oggi soprattutto dal Decreto Salvini, contro l’operato di questo governo, non dimenticando affatto le pessime linee guida lanciate, non solo in materia di immigrazione, da quello precedente e contro le diseguaglianze sociali in perenne crescita. Aumentano di ora in ora le adesioni collettive e individuali, le notizie di pullman che porteranno a Roma persone da tutto il Paese (partenza alle ore 14 da Piazza della Repubblica e arrivo a piazza S. Giovanni), si moltiplicano le iniziative intermedie nei territori per spiegare in cosa consistano le 80 pagine di una norma piena di elementi di incostituzionalità, in grado di produrre danni micidiali sulla vita delle persone, a dimostrazione di quanto mobilitarsi sia urgente.

Segnali positivi provenienti da una parte di Paese, più o meno organizzata, che non è disponibile ad accettare le dinamiche di imbarbarimento dilaganti, che chiede altre risposte incompatibili con quelle cariche di odio e di caccia al capro espiatorio, ampiamente dominanti oggi. Le donne e gli uomini che si riconoscono in Riace e in Mimmo Lucano, nella solidarietà ai bambini figli di migranti esclusi a Lodi, coloro che pensano ancora che la povertà, il non avere un lavoro, una casa, una vita dignitosa, non costituiscono una colpa ma sono il risultato di scelte politiche sbagliate e criminali. Tuttavia una riflessione sulla piazza, nel 2018 è importante. È necessario domandarsi a cosa serve, cosa può cambiare e come può influire nella quotidianità che poi ci si ritrova ad affrontare il giorno dopo.

Tanti anni fa, grazie anche ad un ruolo profondamente diverso dei partiti, del Parlamento, dei corpi intermedi, le piazze facevano anche cadere governi, imponevano mediazioni, portavano a risultati spesso concreti. Restando nel tema dell’antirazzismo non bisogna andare neanche troppo lontano nel tempo. L’omicidio del rifugiato sudafricano Jerry Masslo nelle campagne di Villa Literno (agosto 1989) portò due mesi dopo ad una immensa manifestazione e sei mesi dopo alla “legge Martelli”, forse una delle meno proibizioniste prodotte in Italia. Negli anni successivi le manifestazioni di massa…

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su  Left in edicola dal 9 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

«Perché lo ha fatto?» La ricerca sul femminicidio è un capitolo ancora da scrivere (video)

“Non si muore per amore. La violenza invisibile e visibile alle donne” è il titolo di un convegno di cui Left è media partner, che si è svolto a Roma il 9 novembre 2018. Ne parliamo con due dei relatori: Paolo Fiori Nastro (psichiatra e psicoterapeuta) e Massimo D’Orzi (regista e scrittore). In studio Simona Maggiorelli (direttrice Left) e Leonardo Filippi (redattore Left).

Per approfondire, Left in edicola dal 9 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Così lo Stato non difende le donne

Alla Capitale servono «più fondi per la prevenzione dei reati, in particolare quelli contro le donne», ribadiva il vicepremier Di Maio all’indomani dell’assassinio della sedicenne Desirée Mariottini, nel quartiere di San Lorenzo a Roma. A distanza di quasi un mese dalla tragedia, l’unica forma di “prevenzione” adottata dalla sindaca Raggi è lo stop all’alcool in strada alle 21. Di «tolleranza zero» parlava invece l’altro vicepremier Salvini, prima di recarsi sul luogo del delitto, e ribadire che le urgenze sono: più polizia e più sgomberi. Non una parola, naturalmente, sulla speculazione edilizia che svuota le città e crea ghetti, sulla mafia che gestisce lo spaccio, sull’insufficienza dei servizi sociali e sulla cultura maschilista che sta alla base degli stupri. E infatti, non a caso, pochi giorni dopo sui social lo ritroviamo a festeggiare la vittoria in Brasile del leader di estrema destra Bolsonaro. Colui – per intenderci – che ad una collega deputata rispose senza tentennamenti: «Non ti stuprerei perché non te lo meriti».

Anche da questo breve spaccato, traspare in controluce quale sia la ricetta del governo sul tema della lotta alla violenza di genere: un mix di annunci e di reali provvedimenti misogini. Ben lungi dal migliorare la situazione già drammatica in cui vivono le donne nel Paese. «Scarsa preparazione e formazione sul fenomeno della violenza» di forze dell’ordine e personale socio-sanitario, interventi di prevenzione e protezione sui territori «a macchia di leopardo», il «vuoto» che riguarda la condizione delle donne con disabilità, i disastri potenziali nell’ambito dei diritti femminili del ddl Pillon e quelli attuali del decreto Salvini: a tracciare con dovizia di particolari il quadro sconcertante in cui ci troviamo è il rapporto ombra che una trentina di associazioni hanno da poco presentato al Grevio. Ossia al gruppo di esperte sulla violenza di genere del Consiglio d’Europa, che si occupa di monitorare l’applicazione della Convenzione di Istanbul (nata proprio per contrastare violenza sulle donne e violenza domestica, e ratificata dall’Italia nel 2013).

«La nostra è una “pagella” della società civile, che abbiamo presentato in contemporanea a quella dello Stato italiano», spiega Marcella Pirrone, avvocata della rete dei centri antiviolenza Dire, che ha coordinato la stesura del testo. «Letti i due rapporti, entro marzo le esperte del Grevio faranno visita in Italia, poi verso luglio stenderanno un resoconto finale, da trasmettere al Consiglio d’Europa». Sfogliando le oltre sessanta pagine del report ombra, ciò che balza subito all’occhio è…

 

L’articolo di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 9 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA