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Il reato di favoreggiamento cinematografico

Piccola nota introduttiva piuttosto banale, barbosa e che sarebbe pleonastica in un Paese con un dibattito salubre, almeno potabile per ecologia intellettuale: sì lo so, lo sappiamo, l’Arma dei Carabinieri, quello di buono che fanno e che hanno fatto e che continueranno a fare, la gloriosa e tutto il resto. Mi tocca ogni volta precisare che per gli ingloriosi casi della vita con le forze dell’ordine ho condiviso e condivido i miei anni e gli sono sempre grato per la protezione. Quindi no, non attacca. E del resto nessuno sfegatato fan dei geometri si è mai sentito in dovere di precisare che non tutti i geometri siano tossicodipendenti quando sente parlare della vicenda Cucchi. Andiamo avanti.

Quello che è successo a Siderno però merita di essere raccontato ancora una volta perché a forza di sottovalutare i segnali ci si rischia di annegare. Succeda quel che succeda ma non si dica che gli indizi dell’autoritarismo possano essere trattati con la leggerezza e con l’indifferenza che sono sempre stati il balsamo dei prepotenti. I fatti, innanzitutto: a Siderno, Reggio Calabria, succede che in una libreria dove si proietta il (bellissimo) film “Sulla mia pelle” che racconta gli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi alcuni carabinieri hanno chiesto alla titolare “la lista dei presenti” e quando hanno scoperto che non non esiste il check-in per entrare in una libreria hanno pensato bene di dedicare due ore del loro prezioso tempo in servizio per assistere alla serata. «Ogni tanto i due si affacciavano nella saletta per ascoltare, ma non sono mai intervenuti. Non c’è mai stata alcuna intimidazione, sia chiaro» ha affermato la libraia, Roberta Strangio. «Dopo la conclusione del dibattito ho ripensato a cio che è successo e mi sono sentita un po’ intimidita. Ma solo in un secondo momento» ha detto invece la giornalista Maria Teresa D’Agostino che ha curato il dibattito dopo la proiezione.

Il colonnello a Locri Gabriele De Pascalis si è giustificato così: «I carabinieri erano lì – ha detto l’ufficiale – per attività di routine e hanno interloquito con gli organizzatori per sapere se c’era qualcuno delle istituzioni o autorità, in un’ottica di ordine e sicurezza pubblica. A noi non interessa alcun elenco, soprattutto in una manifestazione che non aveva alcun rischio di ordine pubblico. Noi siamo sempre tra la gente e non vogliamo che l’accaduto venga strumentalizzato, specie in una vicenda triste e delicata come quella di Stefano Cucchi.»

La domanda allora sorge spontanea: se non c’era nessun problema di ordine pubblico e non c’era nessuna autorità presente perché dei carabinieri (peraltro in una zona criminalmente problematica come è la patria degli ‘ndranghetisti Commisso e delle famiglie Rumbo, Galea, Figliomeni, Correale, Crupi) hanno dedicato tempo e energie per vigilare la proiezione di un film? Quanto manca alla stesura del reato di favoreggiamento cinematografico di vittime dello Stato? Non sarebbe stato meglio dire “scusate, su questa cosa abbiamo tutti un po’ i nervi a fior di pelle e converrebbe cautela da tutte le parti, soprattutto dalle istituzioni”? Non varrebbe la pena ripassare l’articolo 18 della Costituzione (a proposito dell’amor di patria) che dice “i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale”?

Perché, tra l’altro, piacerebbe sapere anche a noi i nomi di chi ha avuto questa brillante idea. Ci passate l’elenco?

Buon venerdì.

Daniele De Michele: Cucinare è cultura e conoscenza. E resistenza contro chi alza muri e chiude porti

Quando si è piccoli e si ha la fortuna di avere i nonni o gli zii che vivono in campagna, si cresce con la memoria di alcuni momenti irripetibili. Svegliarsi la mattina e bere una tazza di latte fresco, prendere le uova direttamente dal pollaio mentre si rincorrono le galline oppure raccogliere i pomodori dell’orto da mettere nell’insalata per il pranzo. Si cresce con la spensieratezza di quei giorni vissuti in mezzo alla natura. Eppure dietro tutto quello star bene dei più piccoli, c’è dietro la fatica immensa che fanno i grandi per tenere in piedi tutto quanto. Nel film I Villani ritroviamo la fatica, ma anche la passione che contadini e pescatori mettono nel coltivare un pezzo di terra, nel produrre dei prodotti genuini, nell’allevare il bestiame in un certo modo. Passione che va oltre le leggi del mercato. Il film inizia con una rapida presentazione dei personaggi all’alba, attraverso una forte caratterizzazione degli spazi in cui lavorano. Un viaggio che percorre l’Italia da Nord a Sud: Sicilia, Puglia, Trentino e Campania e si immerge nella vita di Totò, Luigina, Modesto e dei fratelli Santino e Michele. «I personaggi – racconta a Left il regista, Daniele De Michele – sono stati scelti dopo centinaia di interviste. Per cinque anni ho girato l’Italia intera tra campagne, porti, allevamenti, cucine perse in luoghi remoti. L’idea era di mostrare che la cucina italiana si fosse costruita nei secoli attraverso un meccanismo di condivisione delle conoscenze da parte del popolo e che dunque ogni persona avesse in se gli strumenti di riproduzione di quel sapere».

Il viaggio prosegue raccontando il modo di vivere dei personaggi, persone semplici, ma con una grande umanità. «Sono persone generose, orgogliose, consapevoli della battaglia in corso con la modernità e della determinazione che ci vuole per affrontarla» prosegue De Michele. «Hanno scelto di fare ciò che amano a costo di morire di fame, perché per loro è giusto così pur di non vedere il loro sapere e le loro terre distrutte da veleni, cemento, schiavismi, omologazione».

Dall’alba al tramonto in compagnia dei personaggi non solo durante il lavoro, ma anche nei momenti di svago come quando vediamo Totò, il cantastorie che ci incanta con la sua musica. Il tutto contornato da una fotografia bellissima e attenta ai dettagli. Questi personaggi li ritroviamo in tutta l’Italia, ma anche in ogni parte del mondo.

«Viaggiando molto – racconta il regista – mi è capitato di fare interviste a nonnine di tantissime nazioni diverse. I processi cognitivi all’origine del cucinare sono gli stessi in qualsiasi parte del mondo. Ho assaggiato cose con similitudini sorprendenti in luoghi a migliaia di chilometri di distanza. Per tale ragione ho spesso lavorato, soprattutto in Francia, sul tema del meticciato. La cucina è figlia di continue evoluzioni grazie alle influenze di altre culture. L’intera cucina italiana si basa su questo assioma. In questa epoca, in cui le società si incontrano e scontrano a ritmi vertiginosi, è affascinante vedere che l’occidente smemorato, per rigenerarsi, ha bisogno di ispirazione da culture che hanno conservato meglio la loro identità culinaria. Per fortuna la cucina italiana è meno razzista del popolo italiano e diventerà ancora più meticcia di quanto già sia».

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I Villani, un film di Daniele de Michele Aka Donpasta. Dal 14 novembre al cinema

sceneggiatura: Daniele De Michele, Andrea Segre, fotografia: Salvatore Landi, montaggio: Donatella Ruggiero, musica: Marco Messina, Sasha Ricci, suono: Luca Ranieri, produzione: Malia, produttori: Giorgio Magliulo, Alessandra Acciai, co-produttori: Antonio Badalamenti, Davide Nardini.

In collaborazione con: Rai Cinema, in associazione con: Evernex Italia, Unipol Banca, Blumax

La violenza sulle donne e in famiglia: è sempre più necessaria una battaglia culturale

Un momento della manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne "Non una di Meno", Roma, 26 novembre 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Il 9 novembre, al Palladium di Roma si svolge il convegno contro la violenza di genere dal titolo “Non si muore per amore” che vede operatori culturali, medici psichiatri, giornalisti e docenti confrontarsi sul problema della violenza, psicologica e fisica, contro le donne. Come dimostrano le statistiche e i recenti fatti di cronaca, le numerose richieste di aiuto causate da violenza domestica, stalking, abusi sessuali parlano di un fenomeno in crescita che assume i connotati di una vera piaga sociale. Al fenomeno dichiarato, si aggiunge l’insieme di violenze private non denunciate dalle mogli, dalle lavoratrici di aziende pubbliche e private, dalle minorenni per paura delle conseguenze. Nonostante le difficoltà e la scarsità di risorse, il mondo delle associazioni da tempo ha osservato il fenomeno ed ha cominciato ad organizzarsi per tutelare le donne dalla violenza individuale e sociale. È stato affermato in più occasioni pubbliche che il fenomeno dovrebbe vedere tutte le forze politiche, sociali e associazionistiche impegnate in un’azione di contrasto e di prevenzione soprattutto culturale, a cominciare dalle scuole e dagli organi d’informazione e formazione.
Si è osservato inoltre che l’orientamento a inasprire le pene non risulta essere un deterrente a commettere il reato. Chi sta esercitando una violenza nei confronti di una donna, non si pone il problema delle pene a cui andrà incontro successivamente.
In un’ottica di prevenzione, quando una donna con coraggio che non bisogna considerare scontato, decide di rivolgersi a qualcuno per chiedere aiuto, lo Stato deve prevedere e istituire nei servizi competenti, una procedura d’urgenza, che la sappia tutelare da tutti i punti di vista e accompagnare in un percorso di protezione, qualificato per i tempi e qualità della risposta.
È da rifiutare il termine di violenza sessuale in quanto la sessualità non ha nulla a che vedere con la violenza ed il pensiero che l’uomo sia guidato nel rapporto intimo con la donna, da un impulso irrefrenabile di tipo animale.
Una recente sentenza del Tribunale di Milano ha stabilito che in un Paese come l’Italia, dove un quarto degli omicidi volontari riguarda casi di femminicidio, uno stalker può essere trattato alla stregua di un mafioso ed essere sottoposto a misure di sorveglianza speciali, tra cui quella di “mantenersi ad almeno mille metri di distanza” dalla donna perseguitata, non avere con lei contatti telefonici, telematici o altro, non allontanarsi dalla propria abitazione senza preavvisi, vivere onestamente e cercarsi un lavoro.
Ma allo stesso tempo, come ho letto su Left il 28 settembre scorso, in un’intervista a Lella Paladino (presidente Dire ndr) fatta da Donatella Coccoli, assistiamo di questi tempi ad un attacco reazionario alla Convenzione di Istanbul , che mina, con il decreto Pillon sull’affido condiviso e l’obbligo di madiazione familiare, la possibilità di separarsi da un marito violento per il ricatto sui figli, esponendo i bambini alla violenza assistita. La difesa del vincolo e contratto matrimoniale, in astratto, indipendentemente dalla realtà degli affetti e di un progetto di vita comune, lede non solo le donne ma anche gli uomini perché espone i bambini, futuri uomini, a rapporti violenti, mettendo a rischio il loro benessere psichico.
I minori vittime di reati in Italia sono stati 5788 nel 2017, l’8% in più del 2016, il 43% in più rispetto a 10 anni fa quando erano 4061. Abusi e violenze si abbattono soprattutto su bambini e ragazzi che sono il 60% delle vittime. È in forte crescita il numero dei minori vittime di reati legati alla pedopornografia, che coinvolge per l’84%, bambine e adolescenti.
Il nuovo dossier della campagna “Indifesa 2018” di Terre des Hommes riporta che la violenza sessuale aggravata (nella cui fattispecie ricadono diverse aggravanti, tra cui l’età inferiore ai 14 anni) è in aumento dell’8% e l’83% delle vittime sono ragazze o bambine. I casi di maltrattamento in famiglia che hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine, sono stati 1723 in un solo anno. Uniche note positive, cala il numero di vittime di prostituzione minorile (-35%) e di sottrazione d’incapace (-18%). Questo significa che quando c’è maggiore vigilanza, controllo e sensibilizzazione, il fenomeno diminuisce. I programmi di intervento sono legati al fare rete perché solo unendo le forze tra famiglie, attori privati, istituzioni pubbliche e scuole, possiamo produrre un impatto reale nella vita dei ragazzi, delle donne e delle bambine.
In conclusione mi sento di sottoscrivere in pieno la citazione di Massimo Fagioli stampata nel retro della locandina del convegno al Palladium: «Vedo e sento la voce delle donne che da sempre piangono perché non sono riuscite a ribellarsi alla violenza che impone loro di non cercare mai identità e libertà», perché quando osservo che gran parte della società continua a volere la donna sottomessa, che misoginia e religione a braccetto, sono dure a morire e che solo il 47% delle donne lavora, penso che l’uguaglianza sia un obbiettivo e una sana utopia possibile, ancora da cercare e raggiungere.

Gabriella Terenzi è psicologa-psicoterapeuta

Il convegno “Non si muore per amore” si svolge venerdì 9 novembre dalle ore 16 alle 19 al Teatro Palladium di Roma (piazza Bartolomeo Romano, 8). Partecipano Paolo Fiori Nastro, Emanuela Lucarini, Sandra Santomauro, Nicolò Trevisan, Ornella Galeotti, Gabriella Terenzi, Massimo D’orzi. Modera Simona Maggiorelli, direttore responsabile di Left. Chiude l’evento Angela Antonini, opere artistiche di Alessio Ancillai.

Informazioni qui

Lavorare meno a parità di salario, una lotta che unisce i lavoratori

LONDON, ENGLAND - SEPTEMBER 13: Workers take a break on a row of upturned benches outside the Olympic Stadium in Stratford on September 13, 2012 in London, England. The transformation of much of the site has already begun before being handed over to the 'London Legacy Development Corporation' in October. As the sites redevelopment takes shape, the whole area including the athletes village and sports venues will be transformed into new neighborhoods, leisure centres and visitor attractions as part of £292 Million GBP scheme which is due to be completed by spring 2014. (Photo by Dan Kitwood/Getty Images)

Tempo rubato. Per una rivoluzione possibile tra vita lavoro e società di Simone Fana per la casa editrice Imprimatur è una pubblicazione estremamente significativa, da leggere, diffondere e discutere collettivamente.
Per il contenuto, assolutamente centrale in questa fase sociale e politica, e perché segna finalmente la ripresa di un ciclo politico non più segnato dalla lunga stagione di sconfitte, ripiegamenti e abbandoni di campo che data almeno dalla batosta subita dal movimento operaio nel 1980 alla Fiat.

Se andiamo indietro nel tempo, l’unico tentativo di leggere e contrastare la controffensiva padronale della fine anni Settanta che culminò nella marcia dei quarantamila fu quello del Pci dell’ultimo Enrico Berlinguer: la stagione dell’incessante richiamo ai pensieri lunghi seguita all’abbandono del compromesso storico e delle riflessioni sulle trasformazioni produttive.

Un tentativo di rilievo sul piano politico-strategico ben colto – a suo tempo – dal gruppo del Manifesto di Lucio Magri e di Rossana Rossanda, che dopo la radiazione subita decise di rientrare nel Partito.

Il libro di Simone Fana testimonia efficacemente che una nuova generazione di quadri politico-sindacali si sta affermando e proponendo come elementi di una possibile riaggregazione molecolare di una soggettività di classe, quadri che uniscono la passione per la militanza con la riappropriazione degli strumenti analitici ed intellettuali che hanno caratterizzato il meglio della tradizione marxista, italiana ed internazionale.

Una generazione nata e formatasi – per una beffarda e proficua eterogenesi dei fini – proprio grazie alla crisi del 2007/8, dove un Capitalismo che si faceva natura e pretendeva di eternare sé stesso mostrava a livello mondiale le sue intime, strutturali e distruttive contraddizioni.

Uno snodo che ha fatto saltare, per chi non fosse coperto dai detriti della sconfitta e dalle recriminazioni tutte interne ad un ceto politico autoreferenziale, l’apodittico assunto di marca thatcheriana del “Non ci sono alternative” e “La società non esiste, esistono solo gli individui”: il Realismo capitalista così bene e amaramente descritto da Mark Fisher è stato finalmente squarciato e la Storia, anche in Italia, può rimettersi in marcia.

“La grande crisi del biennio 2007/2008 (…) porta a maturazione le contraddizioni di uno sviluppo trainato dalla fede incrollabile nella libertà di movimento delle merci e dei capitali e nella battaglia contro le organizzazioni del movimento operaio (…) segna lo sgretolamento dell’ordine neo liberale e il passaggio a una fase completamente nuova”. La vecchia talpa ha ripreso a scavare.

La storia delle riflessioni e proposte sull’orario di lavoro, da Marx ed Engels passando da Lenin per arrivare a Keynes, si intreccia efficacemente con la ricostruzione non paralizzante della stagione della controffensiva padronale della metà anni Settanta, seguita alla grande stagione delle lotte operaie dei decenni Sessanta e primi anni Settanta, arrivando ad indagare gli anni Novanta dell’implosione dell’Urss, del crollo dei Paesi dell’Est, della liberalizzazione dei movimenti di capitale, della privatizzazione delle imprese pubbliche e della riduzione drastica della spesa sociale.

Un lavoro robusto, solido, dove il rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro – al centro della proposta dell’Autore la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario lungo l’arco della vita – viene ricondotto al cuore delle riflessioni del Marx dei Grundrisse sui meccanismi di produzione e riproduzione sociale del Capitalismo (ovvero all’analisi dei processi di valorizzazione che caratterizzano le strategie di accumulazione capitalistica), recuperando la spinta alla piena realizzazione umana che ha sempre contraddistinto la teoria e la prassi del movimento operaio nei suoi punti e stagioni più alte.

Il cuore del saggio è lo scontro che nasce – dobbiamo far nascere – nei luoghi di lavoro estendendolo all’intera società, per “il tempo sottratto alla realizzazione di sé, il tempo rubato agli affetti personali, allo sviluppo della creatività individuale e collettiva”.

Un ritorno quanto mai fecondo al primo Marx, che deve tuttavia nutrirsi ed irrobustirsi con una rinnovata Teoria dello Stato al tempo della crisi del nesso costituzionale tra lavoro e cittadinanza, crisi connessa anche alla transizione dal fordismo al post-fordismo ed al fenomeno strutturale del lavoro povero.

Una Teoria critica dello Stato imperniata nella doppia funzione di produttore di beni e servizi pubblici e regolatore dei conflitti distributivi tra le classi.

Un lavoro, quello di Simone Fana, esplicitamente partigiano e militante: ricomporre un terreno comune di lotta ad un segmentato mondo del lavoro dipendente, che non sa più riconoscersi come una soggettività autonoma, è l’obbiettivo.

Scopo dichiarato già nella citazione del Lukàcs di Storia e coscienza di classe che fa da premessa all’intero lavoro: “La lotta sociale si rispecchia ora in una lotta ideologica per la coscienza, per l’occultamento o la scoperta del carattere classista della società. Ma la possibilità di questa lotta rimanda già alle contraddizioni dialettiche, all’interna dissoluzione della pura società classista”.

Perché la scelta dell’impresa di recuperare profitto attraverso la frantumazione dell’organizzazione della produzione, con il ricorso a processi di decentramento produttivo che riducono la massa salariale comprimendo il costo del lavoro allargando le maglie della flessibilità in entrata ed uscita, non è operazione meramente economica, bensì squisitamente politica.

(Ed interessante sarebbe tornare a riflettere su quella straordinaria esperienza – sebbene a noi funesta – del Progetto Valletta della Fondazione Agnelli, tutto teso a rinvigorire una coscienza di classe padronale scossa alle fondamenta dalle contestazioni operaie).

Si attaccava in quel modo il peso quantitativo del lavoro operaio, la sua stabilità contrattuale, la sua presenza conflittuale nella fabbrica: il suo essere effettivo contro-potere. La perdita di centralità della classe operaia come soggetto politico del conflitto capitale-lavoro tracima nella perdita di senso dei soggetti operai e nel non esser più il lavoro, la frattura di classe, l’asse politicizzato che innervava e definiva l’intero sistema sociale. Si sgretola il nesso tra lavoro e costruzione del sé, si erodono i legami simbolici che ricomponevano l’identità individuale e collettiva sul terreno del lavoro vivo: si gettano le basi per la razionalità ordoliberale dell’imprenditore di sé stesso e della società della prestazione.

Una proposta, quella che ci viene presentata e ben argomentata, “radicalmente riformatrice”, che mostra di aver ben rifunzionalizzato sia il Piano del Lavoro elaborato dalla Cgil di Di Vittorio nel biennio 1949-50 e sia o soprattutto – e non sembri paradossale – il Togliatti di Ceti medi ed Emilia Rossa, dove il cuore della proposta del dirigente comunista consisteva sostanzialmente nella riaffermazione teorico-pratica del “conflitto come motore dello sviluppo”.

Ed è questa una qualità dell’autore che a noi preme sottolineare: recuperare in maniera laica il meglio della tradizione comunista, ivi compresa la linea della democrazia progressiva – ovvero la possibilità di utilizzare, attraverso la mobilitazione sociale e politica, la Costituzione repubblicana come levatrice di una società non più capitalistica -, socialista, con un non esplicitato ma presente riferimento all’esperienza del Primo centro-sinistra della nazionalizzazione, pianificazione e programmazione e soprattutto operaista, da Raniero Panzieri all’esperienza dei Quaderni Rossi seguendo altresì il percorso complesso e non privo di contraddizioni di Mario Tronti.

Buona lettura, dunque.

Anzi, buon lavoro e soprattutto buona lotta: per una riduzione del tempo di lavoro a parità di salario lungo l’arco della vita che costituisca una rivendicazione politica, una battaglia di parte, “da conquistare organizzando una parte contro un’altra. La parte di chi vive di salario contro quella che vive di rendita e di profitto”.

Perché ci sono due classi fondamentali: niente di più, niente di meno.

Sabato 10 novembre, alle 17:00, presso la libreria Marabuk di FirenzeSimone Fana – con l’introduzione e coordinazione di Piergiorgio Desantis dell’associazione e rivista il Becco, e Maurizio Brotini (segretario Cgil Toscana) come relatore – presenterà il suo libro Tempo Rubato

#Indivisibili L’opposizione che dice no alla xenofobia e alla violenza sulle donne

Doveva essere il governo del cambiamento, e il Movimento 5 stelle il traino dello sbandierato rinnovamento. Ma le promesse sono svanite nel nulla, una dopo l’altra. Dalla proposta di legge per fermare il consumo di suolo, dallo stop a progetti a forte impatto ambientale come il Tap e la Tav, dalla rivoluzione dell’economia verde si è passati direttamente al condono, come quello che sta per abbattersi sull’isola d’Ischia contenuto nel decreto Genova, mentre la città ancora aspetta un serio progetto di ricostruzione del ponte Morandi crollato alla vigilia di Ferragosto. Di fronte al dramma di intere famiglie sterminate dall’abusivismo edilizio sotto la spinta del maltempo, il ministro dell’Interno Salvini non ha trovato di meglio che prendersela con quelli che per lui sarebbero «ambientalisti da salotto», “dimenticando” i condoni edilizi attuali e quelli varati dai governi Berlusconi con i voti della Lega.

Doveva essere il governo della trasparenza, il tripudio della democrazia ed è diventato quello della democrazia eterodiretta da una piattaforma privata che punta a dimezzare e dismettere la democrazia parlamentare.

Doveva essere il governo che abolisce la povertà, ipse dixit il ministro del Lavoro Di Maio, ma il reddito di cittadinanza, che forse sarebbe meglio chiamare (con Marta Fana) reddito di sudditanza visto che impone lavoretti gratuiti in cambio di un’elemosina, slitta di nuovo, forse, a gennaio. Insieme a “quota cento” per le pensioni, il provvedimento che sostituisce l’auspicata abolizione della riforma Fornero con un meccanismo che, tanto per cambiare, penalizza le donne. Insieme ai migranti, letteralmente prese di mira dal governo giallonero con nuovi crociati come il senatore Pillon e il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. Andando a braccetto con esponenti di associazioni religiose fondamentaliste, minacciano di sabotare la legge 194, già in molte regioni disapplicata a causa di percentuali bulgare di obiettori di coscienza.

Il senatore della Lega Simone Pillon, in particolare, è il primo firmatario di un Ddl sull’affido congiunto che si traduce in una restaurazione del patriarcato e della figura del padre padrone.

L’esimio senatore dichiara di voler impedire con ogni mezzo alle donne di abortire e vorrebbe rendere il matrimonio indissolubile. Dietro il disegno di legge oscurantista targato Pillon – contro il quale la mattina del 10 novembre siamo tutti chiamati a scendere in piazza – si nasconde un pensiero violentissimo contro le donne (accusate di fatto essere delle manipolatrici) e contro i bambini considerati alla stregua di pacchi postali, su cui il pater familias imprime il proprio volere come fossero tavolette di cera. Basti dire che se il Ddl diventasse legge, in caso di violenza, il bambino dovrebbe stare anche con il genitore maltrattante, fino alla fine del processo. Di fronte a tutto questo pare una barzelletta la proposta del governo di regalare appezzamenti di terra a chi fa tre figli. Ma c’è ben poco da ridere, purtroppo. Specie se pensiamo alle deliranti dichiarazioni di figure di primo piano di questo governo che farneticano di complotti orditi dalle Ong e di piani per la sostituzione etnica degli italiani.

Lo abbiamo denunciato fin dall’estate scorsa quando sono stati anticipati dal Sole 24 Ore i nove punti del decreto Salvini, lanciando l’allarme sul loro contenuto lesivo dei diritti umani, della Costituzione e dei trattati internazionali che l’Italia ha sottoscritto rispetto al diritto d’asilo, e non solo.

Ampliati e resi ancor più inaccettabili in un decreto che mette insieme proditoriamente immigrazione e sicurezza, quei nove punti sono diventati una misura repressiva del dissenso, che criminalizza la migrazione e la povertà, che spinge chi arriva in Italia fuggendo da guerre, catastrofi climatiche e miseria in una zona grigia di assenza di diritti e di maggiore ricattabilità. Il governo legastellato ha voluto porre la fiducia su questo provvedimento che, sulla strada aperta dal precedente governo e dal ministro Marco Minniti (che ha criminalizzato la solidarietà, stretto accordi con la Libia e cancellato il diritto all’appello per i richiedenti asilo), estende il Daspo urbano, impone il raddoppio dei tempi di trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio: da 90 a 180 giorni; e abroga i permessi di soggiorno per motivi umanitari e molto altro.

Se non vi riconoscete in questo decreto, in questa politica xenofoba, scendete con noi in piazza il pomeriggio del 10 novembre. Insieme, a sinistra, possiamo cambiare il corso delle cose, se siamo #indivisibili.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 9 novembre 2018


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Domenico Lucano: Riace dà fastidio alla mafia e ai razzisti

Per capire Domenico, Mimì o Mimmo, Lucano e Riace, bisogna fare un salto indietro di venti anni. Pensare al palazzo Pinnarò nel centro storico, un tempo interdetto ai contadini e poi ai vicoli di un paesino bello ma con troppe case rimaste vuote. Erano arrivati da poco tempo i rifugiati curdi e alcuni dal Kosovo. Avevano trovato accoglienza, porte aperte e sostegno. Allora Mimì non era sindaco, aveva fondato una cooperativa, Città Futura e, nel solco di una cultura libertaria, insieme a pochi altri, si era messo in testa che quelle case potevano vivere nuova vita, che accoglienza potesse diventare sinonimo di fuoriuscita dalla marginalità in cui è confinata gran parte della Calabria.

In poco tempo il paese dei Bronzi divenne un posto da visitare, le case ristrutturate per dormire, mangiando specialità calabresi, eritree, curde, quello che c’era. Fra i tanti che avevano lasciato il paese qualcuno provò anche a tornare, a riaprire un bar, una bottega, ritrovando gli affetti che mancavano e persone nuove per le strade. Non c’è da stupirsi che Mimì in pochi anni e nonostante l’ostilità di speculatori e cosche, sia divenuto sindaco di Riace, riconfermato per tre mandati mentre il suo modello diveniva noto in tutto il mondo. Oggi il sogno si è solo interrotto. E si sente dalla voce infervorata, mentre parla da Caulonia, un paese vicino anch’esso noto per aver costruito un modello di accoglienza, che Mimì non si arrende.

Ci sono novità dal punto di vista giudiziario?
Dopo il mio arresto, avvenuto il 2 ottobre, e dopo che il Tribunale del riesame ha disposto la fine delle misure di trattenimento ma il divieto di dimora presso il mio paese, resto nell’attesa. I miei avvocati aspettano di conoscere le motivazioni del Tribunale per farmi rientrare a casa.

Concretamente su cosa poggiano le accuse?
Sono accusato di aver celebrato un matrimonio fra una ragazza richiedente asilo e un abitante di Riace. Per questo mi hanno arrestato. Cosa dovrebbero fare allora a chi rimanda i migranti nei lager in Libia? E poi…

L’intervista di Stefano Galieni a Domenico Lucano prosegue su Left in edicola dal 9 novembre 2018


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Niente fiori per Violeta

Aveva il nome di un fiore. Violeta. Violeta Senchiu. Quel cognome così cacofonico nella nazione di signori Rossi che tradisce subito l’odore di qualcuno che viene da fuori. Era rumena, Violeta, ma mica di quei rumeni che tornano utili per mungere percolato utile a innaffiare i piccoli e grandi razzismi. Violeta viveva da anni a Sala Consilina, sul confine tra Campania e Basilicata, aveva 32 anni, un compagno italiano, tre figli dai dieci ai due anni, “seria e lavoratrice” dicono di lei i suoi compaesani con quelle formulette che stanno sui morti come i fiori di plastica sui marmi delle tombe e una vita normale senza nessun appiglio per i benpensanti. Una di noi, Violeta. E poi, pensateci bene, ormai i rumeni hanno superato la graticola della razza da un bel pezzo: senza rumeni saremmo una nazione senza verande, balconi, case risistemate, pavimenti puliti e nonni accuditi. Troppo utili i rumeni per essere altro ormai.

Il convivente, Gimino Chirichella sabato scorso è uscito di casa di buona lena, ha riempito delle taniche di benzina, è tornato a casa e ha bruciato Violeta e un bel pezzo di appartamento. Nell’esplosione provocata dalle fiamme lei è finita inghiottita dal fuoco e perfino lui è rimasto ferito come succede quando l’odio straripa e diventa cieco. I bambini stavano giocando, fuori, sul piazzale, hanno sentito le urla e annusato il fumo.

Ha sofferto, Violeta, come si soffre quando si muore incollati sul letto nel centro grandi ustionati dell’Ospedale Cardarelli di Napoli. Lui, il convivente, ha avuto problemi con la giustizia: violenza sessuale, droga e esplosivi nel curriculum. All’inizio aveva raccontato che era stato un incidente domestico, In fondo ha ragione: l’incidente domestico che uccide la maggior parte delle donne in Italia sono gli assassini che condividono lo stesso tetto e tengono le chiavi dell’ingresso in tasca.

Non ci sono fiori sul luogo dove Violeta è stata uccisa. Ci sono due bottiglie d’acqua, di quelle usate per provare a alleviare il dolore mentre si aspettavano i soccorsi e un lumino, uno solo, che non è nemmeno stato acceso. La notizia è finita in sordina, come quegli accidenti che alla stampa tocca stancamente riportare: un’interruzione d’energia elettrica, un furto in stazione, un incidente, una donna bruciata. È terrificante e sorprendente come non abbiate letto in giro di Violeta, vero?

Niente cortei, niente tweet, niente scontri ideologici sulla pelle delle donne, niente pornografia del dolore. Un solo dato certo: al di là del volume tutto intorno le donne muoiono lo stesso. Ma non servono. In fondo se fosse rimasta nel suo Paese tutto questo non le sarebbe successo. Colpa sua.

Buon giovedì.

Processo Cucchi, nuove prove e altri testi. Tra cui il capo della Mobile di Roma

Udienza Cucchi: «Tutte le integrazioni sono state ammesse», dice a Left l’attivista di Acad più assidua alle udienze del processo bis per la morte del giovane geometra romano, nove anni fa. È la notizia del giorno: deposizioni, verbali, registrazioni e intercettazioni scaturite nella nuova recente fase delle indagini sono state ammesse dalla Corte d’assise di Roma. La richiesta d’integrazione probatoria, fatta dal pm Giovanni Musarò, è relativa all’attività d’indagine successiva alle dichiarazioni di uno dei carabinieri imputati, Francesco Tedesco, il quale ha ricostruito i fatti della notte dell’arresto di Cucchi, indicando in due suoi colleghi gli autori del pestaggio subito dal giovane. Ora si allunga la lista dei testi. Il capo della Squadra mobile di Roma, Luigi Silipo, sarà sentito in aula nel processo per la morte di Stefano Cucchi nel repartino penitenziario del Pertini sei giorni dopo l’arresto per droga da parte dei carabinieri della Stazione Appia, cinque dei quali sono imputati, tre di accusati di omicidio preterintenzionale.

La Corte ha ammesso – ritenendole «temi di prova collegate a questo processo» – le testimonianze di altri due poliziotti della Squadra mobile capitolina, dei comandanti delle Stazioni dei carabinieri Appia e Tor Sapienza, dove Cucchi passò la notte dell’arresto, dopo il pestaggio, e della sorella del carabiniere che ha fatto luce sulla vicenda. Probabilmente Musarò vorrà sentirli in una delle udienze di dicembre. «L’accoglimento delle richieste avanzate dall’Ufficio di Procura – ha commentato l’avvocato Eugenio Pini, legale del carabiniere Tedesco – consentirà alla Corte di Assise di vagliare ulteriori elementi che appaiono indubbiamente utili all’accertamento dei fatti». Tra le voci intercettate quella del piantone di Tor Sapienza: «Questi vogliono arrivare ai vertici. Pensano che hanno “ammucciato” (nascosto, ndr) qualche cosa, ma ci posso entrare io “carabinericchio” di sette anni di servizio a fare una cosa così grande?» dice al telefono il carabiniere Francesco Di Sano parlando con il cugino, l’avvocato Gabriele Di Sano, entrambi indagati nella nuova inchiesta sul caso di Stefano Cucchi.

«Per me era un detenuto come tutti gli altri, io ho fatto più del mio dovere, l’ho fatto in maniera impeccabile… io ho eseguito un ordine in buona fede»: nel corso del colloquio telefonico il carabiniere torna sull’annotazione dello stato di salute di Cucchi che sarebbe stato modificato su ordine gerarchico. «Per un motivo “x” hanno voluto cambiare l’annotazione, io questo non lo posso sapere. Se volevano nascondere qualcosa, o perché era scritta male la mia annotazione o perché l’avevo scritto con i piedi… se un mio superiore, in caso di specie in primis il mio comandante di stazione, perché io non parlo con gli ufficiali, non è che potevo parlare con il colonnello, c’è una scala gerarchica. Io l’ordine l’ho ricevuto dal comandante di stazione, la mail l’ha ricevuta lui».

Così, «i dolori al costato sono diventati dolori alle ossa». «Loro mi dicevano “non cambia nella sostanza perché è scomparso questo”». «Dal pm io sono andato impreparato – aggiunge – con l’ansia perché lui ti intimorisce proprio. Io non ho fatto nulla… ma il reato c’è per carità di dio, risponderò di quello ma ripeto c’è la buona fede…per me sono identiche le due annotazione, cioè cambia solo la sintassi, e loro mi dicevano “no cambia nella sostanza perché è scomparso questo, i dolori al costato sono diventati dolori alle ossa”», conclude il carabinieri che era in servizio alla stazione Tor Sapienza dove Cucchi venne portato dopo alcune ore dall’arresto, già pestato per bene nella tappa precedente della via crucis, quella alla stazione Casilina, che si concluderà con la sua morte, “seppellito” in una stanza del reparto penitenziario dell’ospedale Pertini di Roma.

Fra testi in programma oggi, c’era il medico di famiglia di Stefano che ha ribadito alle difese dei carabinieri la sana e robusta costituzione del suo paziente, certificata nell’agosto, poche settimane prima del massacro. E l’epilessia, assieme alla magrezza, uno dei cavalli di battaglia di chi rappresenta gli imputati, non compariva da anni. Poi, nell’aula della prima corte d’assise, un perito della polizia ha spiegato la faccenda del verbale di fotosegnalamento alterato con il bianchetto, una delle magagne che ha iniziato a scavare delle crepe nel muro di gomma che fino ad allora aveva protetto i carabinieri.

Giuseppe Flauto, infermiere al Pertini, uno degli assolti del primo processo, ha ripetuto in aula i suoi contatti con Cucchi. Lo vide la sera del suo ingresso in ospedale e altre tre volte, prima di constatarne la morte la mattina del 22 ottobre. «Lo trovai con addosso sempre lo stesso maglione dei giorni prima – ha detto – gli proposi di cambiarsi e gli misi sul letto una busta d’indumenti che c’era sul tavolo, ma lui mi rispose che non voleva nulla, di buttarli via. L’unica cosa che ci consentì fu il cambio lenzuola. Gli chiesi cosa gli era successo perché aveva ecchimosi intorno agli occhi, si lamentava di un dolore alla schiena; mi disse che era caduto qualche giorno prima». Poi l’ultimo giorno. «Era magro e tentai di stimolarlo a mangiare – ha aggiunto Flauto – con il medico, nel pomeriggio, volevamo fargli una flebo perché c’erano esami che si stavano muovendo in segno negativo. Non accettò». E la notte prima della morte: «Con un collega gli somministrammo la terapia. Era tranquillo, mi stupì che non mi chiese un antidolorifico. Verso mezzanotte suonò il campanello dicendo di essersi sbagliato; cosa che ripeté dopo circa un’ora, dicendo che voleva cioccolata; poi non chiamò più». Verso le 6 di mattina, Stefano Cucchi fu trovato morto. Una deposizione con parecchi particolari diversi da quelli ricordati nel 2009 che potrebbe essere usata per minimizzare le condizioni del detenuto-paziente. Per il legale di parte civile, la cartella clinica risulta compilata in maniera “strana” lasciando ipotizzare che sia stata compilata in un secondo momento. Per i medici il processo d’appello è ancora in corso.

A un’altra infermiera del reparto di medicina protetta, Stefano Cucchi disse di essere stato menato dai carabinieri, ma anche che non lo avrebbe ripetuto davanti agli agenti della penitenziaria. Circostanza, già uscita nel primo processo e confermata oggi da Silvia Porcelli: «Nacque una questione con lui in merito a quanto beveva da alcune bottiglie d’acqua. Avrei dovuto scrivere quanto beveva. E quando gli chiesi il perché non si capiva quanto beveva, mi rispose “non puoi capire, praticamente mi hanno menato i carabinieri”. Gli risposi “aspetta un attimo, stai dicendo una cosa molto importante”. Volevo chiamare gli agenti come testimoni, ma lui rispose “è inutile, non chiamare nessuno, tanto non lo ripeto”. Tutti gli infermieri del Reparto di medicina protetta del Pertini sentiti oggi come testimoni hanno confermato che quando arrivò «aveva occhiaie marcate e lamentava dolore lombo-sacrale. Stava nel letto, sul fianco, lo vidi in viso e aveva occhiaie marcate», ha detto Domenico Lobianco; e per la collega Stefania Carpentieri, Cucchi «al primo impatto aveva gli occhi cerchiati pronunciati di colore rosso cupo. Erano gonfi, potevano essere ecchimosi. E poi, Stefano era molto magro». Di una magrezza che non consentì di fargli delle iniezioni di antidolorifico per via endovenosa («Si rifiutava perché non accettava nulla che venisse somministrato per via endovenosa», ha detto una delle infermiere-testimoni) né al gluteo per mancanza di un’adeguata massa muscolare, optando invece per una somministrazione nel deltoide. E poi, nel farlo bere, si era optato – ha detto l’infermiera Rita Maria Silvia Spencer – «per delle bottiglie d’acqua bucate per mettere delle cannucce, visto che stava a pancia in giù». Al banco dei testi anche una volontaria del reparto medico, Amalia Benedetta Ceriello, che Cucchi le chiese una Bibbia e di «fare una telefonata al cognato perché disse era l’unico che gli era stato vicino quando aveva avuto dei problemi, per sistemare un cagnolino fino a quando sarebbe uscito dal carcere». Per le difese dei carabinieri sarebbe una prova che stava “bene” Cucchi.

Prossima udienza il 20 novembre per sentire una decina di ulteriori testimoni della lista del pubblico ministero.

Parrebbe finita bene, invece, la vicenda del carabiniere Casamassima, l’appuntato che con la sua testimonianza fece riaprire l’inchiesta sul decesso di Stefano Cucchi. «Non ho mai perso fiducia nell’Arma e fraintendimenti sono stati chiariti. Tutto è bene quel che finisce bene», scrive in un post Riccardo Casamassima. «Oggi sono stato convocato presso il comando generale dove mi hanno comunicato che a breve sarò trasferito in una sede più confacente alle mie esigenze familiari. Sarò più vicino a casa e avrò più tempo per stare con la mia famiglia. (…) Grazie alle persone che mi sono state vicine. Grazie all’Arma dei carabinieri e grazie alle persone che ho incontrato oggi al Comando».

«Oggi in aula – dice Ilaria Cucchi – hanno sfilato gli infermieri del reparto detentivo dell’ospedale dove Stefano è morto nella noncuranza e nel disinteresse generale di tutti loro e tanti altri, che pare non abbiano notato niente di strano se non il fatto che lui era magro e scontroso. Non hanno notato, mentre lo visitavano, sul fondo schiena i segni delle fratture. Non hanno notato, quando tentavano di rianimare un morto, quel pallone enorme, il globo vescicale contente 1.450 cc di urina. Mentre gli avvocati degli imputati si affannano a gettare fango ancora una volta su mio fratello e sulla nostra famiglia. Comunque voglio rassicurare tutti sul fatto che Miky, la cagnetta di Stefano, sta bene ed è con noi, non è stata messa nel canile come è stato insinuato. Lei sta bene, anche se purtroppo il suo padrone è morto, massacrato di botte. Ma nessuno ha notato niente».

Le nuove radici di Ezio Bosso (videoclip)

Il 9 novembre 2018 esce il nuovo lavoro di Ezio Bosso The Roots (a Tale sonata), con l’occasione abbiamo raggiunto il maestro a Salerno, riprendendo le sue prove con il violoncellista Relja Lukic, e parte delle prove con l’orchestra del Teatro Verdi. Il maestro ci ha poi rilasciato un’intervista nella quale gli abbiamo chiesto del suo lavoro di compositore e di direttore d’orchestra, e del senso e del significato del suo ultimo disco. Questa è una piccola clip tratta dall’intervista dove il maestro parla di The Roots. L’intervista integrale uscirà sul numero di Left del 16 novembre. In quell’occasione saranno pubblicate su Left online anche 2 clip delle sue prove.

Ideazione ed intervista: Marcella Matrone; shooting: William Santero, Daniele Carlevaro; montaggio: William Santero, Marcella Matrone, Matteo Bendinelli

Elezioni Midterm, ecco perché i Dem ora sono una grana per Trump

epa07062076 Massachusetts democratic candidate for United States Congress Ayanna Pressley (R) embraces an attendee following a protest rally against the confirmation vote of Judge Brett Kavanaugh in Boston, Massachusetts, USA 01 October 2018. Several hundred protesters gathered on the Boston City Hall plaza outside of a forum where Senator Jeff Flake of Arizona was set to speak later in the day and called on him to reject Kavanaugh's appointment to the United States Supreme Court. EPA/CJ GUNTHER

Le elezioni di Midterm sono solitamente il “brutto anatroccolo” del panorama elettorale americano: poca affluenza e candidati sottotono. Questa edizione del 2018, invece, è stata rivoluzionaria in molti sensi. Il primo esempio è sicuramente la grande partecipazione registrata, evidenziata da un sondaggio del New York Times che ha stimato un’affluenza alle urne di circa 114 milioni di statunitensi, 31 milioni in più rispetto al 2014.

Di certo, i cambiamenti non sono mancati in questi quattro anni: passare dall’era Obama all’era Trump ha rappresentato un salto nel vuoto per molti elettori, facendoli sentire non rappresentati da un presidente così estremamente diverso dal suo predecessore. Senza dubbio, questo Midterm ha rappresentato una votazione sulla Casa Bianca, spingendo molto spesso a votare “a favore” o “contro” la politica trumpista. I risultati ottenuti sono la risposta a due anni di retorica divisiva che ha spinto parte degli elettori ad andare alle urne per cercare di fermare l’avanzata dei propri avversari, anziché rivendicare un proprio ideale. Un caso lampante è stato quello della Georgia, dove l’avanzata di Stacey Abrams è stata ostacolata con tutti i mezzi possibili dal suo avversario, Brian Kemp. Dopo “l’October Surprise” del New York Times, che l’aveva accusata di aver bruciato una bandiera del suo Stato quando era ancora all’università, Kemp ha accusato Abrams e il Partito democratico di brogli nella composizione dei registri elettorali, utilizzando tutto il suo potere di uscente Segretario di Stato della Georgia (senza preoccuparsi minimamente di nascondere l’evidente conflitto di interessi). Episodi di malfunzionamento del meccanismo di voto si sono poi registrati a partire dalla mattina del 6 novembre, scoraggiando molti elettori a restare in fila delle ore per esprimere la propria preferenza. Per poco più di due punti percentuali Abrams non è riuscita a diventare la prima donna afroamericana governatore della Georgia, ma in uno Stato così conservatore aver vinto in alcune delle contee più popolose deve essere letto come un successo.

Nonostante l’elettorato americano appaia arrabbiato e diviso, queste elezioni di Midterm hanno dimostrato quanto ancora creda nel potere del voto come strumento per far sentire la propria voce. Secondo il Washington Post, ben il 44% degli intervistati si è detto speranzoso in merito al risultato della votazione di metà mandato. Non a caso, nel 2018 si è registrato un altissimo tasso di voto anticipato (possibile in 37 Stati), strumento utilissimo per evitare episodi come quelli avvenuti in Georgia che scoraggino gli elettori a partecipare al voto, un’eventualità che storicamente ha sempre favorito i Repubblicani. Tanti “first time voters” si sono distinti nella massa, giovani che si sono recati per la prima volta alle urne per far valere la propria posizione.

D’altronde, questo Midterm è stato caratterizzato da una serie di “prime volte”: oltre che per il numero record di donne al Congresso (più di 100), quelle del 2018 sono state le elezioni più inclusive della storia statunitense, portando nelle stanze governative rappresentanti di diverse religioni ed etnie, oltre che la prima rifugiata musulmana, Ilhan Omar, la quale sarà anche la prima donna con l’hijab a sedere tra i banchi della Camera. Questi “americani col trattino” hanno battuto il cosiddetto “effetto gerrymandering”, un sistema intricato per cui i governatori dei vari Stati disegnano i collegi elettorali in modo da favorire un candidato (molto spesso un maschio bianco) piuttosto che un altro. Ayanna Pressley, afroamericana che ha vinto il seggio per il settimo distretto del Massachusetts, in un comizio ha dichiarato che «Nessuno di noi si è candidato per fare la storia. Ci siamo candidati per portare un cambiamento». Una missione certamente riuscita, riportando la Camera a una maggioranza democratica dopo 8 anni di supremazia dei Repubblicani. Nonostante sia successo quasi sempre, nella storia delle elezioni di Midterm, che il partito del presidente perdesse la supremazia in una parte del Congresso, questa volta la vittoria dei Dem ha un significato particolare, un’energia nuova e per la prima volta di sinistra rappresentata dall’icona di questo metà mandato, Alexandria Ocasio-Cortez, vincitrice nel suo collegio a New York con oltre il 75% delle preferenze e più giovane deputata della storia statunitense.

Il governo Trump è ora in una posizione difficile, avendo la maggioranza solo in una delle due Camere per i prossimi due anni del suo mandato. Un panorama che si presenta poco roseo per le riforme estreme che il presidente ha promesso di portare avanti durante la sua permanenza alla Casa Bianca. Intanto, alcuni dei candidati sconfitti più in vista come Beto O’Rourke, battuto di misura da Ted Cruz nelle elezioni per il Senato in Texas, stanno già pensando alle elezioni del 2020. Una linea ribadita da Ocasio-Cortez, che nel suo discorso di ringraziamento ha dichiarato: «Oggi rappresenta una pietra miliare, ma è soprattutto un inizio. Dobbiamo continuare ad organizzarci, non ci possiamo fermare». E l’onda blu, seppur con una vittoria a metà, non sembra proprio destinata a scomparire.