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Una fiaba per raccontare David Bowie. Sei tavole in anteprima su Left

Non ne poteva più, Stella, degli ammiratori estasiati – e talvolta improbabili – di David Bowie. Non ne poteva più delle decine di nomignoli affibbiati Ziggy, Duca Bianco, re dei folletti – e nemmeno dei fiumi di commenti e post sui social network. E allora la protagonista di questo inedito romanzo illustrato si è trovata un «passatempo alquanto insensato»: staccare la carta da parati dai muri di camera sua. In quel momento, la visione: gli occhi di Mister Coltello le appaiono tra le forme che scopre tra gli strati. «E senza parlare, solo con la luce del loro sguardo assurdo mi sussurravano: “Entra Stella, sprofonda, precipita dentro di noi”». E allora, come una Alice nel Paese delle meraviglie stile pop,  Stella si tuffa negli occhi del cantautore britannico.

È proprio da questo tuffo che prende forma la fiaba Nel paese di Mister Coltello. Le parole di Federica Iacobelli – attraverso il suo alter ego Stella – e il tratto di Leonard, ci accompagnano dentro la vita di David Bowie, tra storia e leggenda, tessendo aneddoti e fatti, attraverso tratti colorati e note conosciute ai più.

Ecco sei tavole, in anteprima su Left, del lavoro in uscita oggi, lunedì 20 marzo per la neonata Les Mots Libres.

Federica Iacobelli costruisce una fiaba elegante e surreale. Un testo dallo stile efficace e suggestivo, grazie al quale anche chi legge, spogliandosi da ogni preconcetto e immedesimandosi nella sete di conoscenza di Stella, riesce a entrare nella vita dell’artista avvicinandolo con occhi nuovi. Una lettura nella quale Left, ne consiglia vivamente di immergersi, se amate l’artista dalle mille facce.

Benoit Hamon fa battere il cuore alla Francia: il discorso di Bercy di ieri

epa05858577 Benoit Hamon, the French Socialist Party (PS) candidate for the 2017 French presidential elections, delivers a speech during a political rally as part of his presidential campaign at the Bercy Accord Arena in Paris, France, 19 March 2017. French presidential elections are planned for 23 April and 07 May 2017. EPA/IAN LANGSDON

Ieri, domenica 19 marzo, mentre Martin Schulz veniva eletto Segretario generale del Partito socialdemocratico tedesco (Spd), in Francia Benoit Hamon parlava ai suoi concittadini in occasione dell’appuntamento più atteso della campagna elettorale socialista. Tanti i temi  chiave del discorso elettorale di Hamon: dal sociale, all’Europa, passando per il razzismo e il femminismo.

Dal palco di Bercy, Hamon ha parlato alla Francia intera, ma ha menzionato in particolare i giovani. Consapevole delle difficoltà a cui si va incontro nell’odierno mercato del lavoro, Hamon ha chiesto alle nuove generazioni di «non perdere la “speranza”», parola, quest’ultima, al centro dell’intero monologo del politico originario di Brest.

«Non mettete un limite ai vostri sogni […] siate innovatori, esploratori e un modello per le generazioni di domani», ha affermato il socialista, prima di lanciare l’invito ad «allontanarsi dalla semplificazione di una generazione consumista». A tratti commosso, Hamon si è poi rivolto alla «ragazza nel pubblico, o, chissà, lontano, davanti allo schermo televisivo»: «Vorrei che fossi qui al mio posto, perché so che è arrivata l’ora di “una” Presidente della Repubblica francese». Hamon ha incalzato il boato del pubblico e, sempre riferendosi a un’interlocutrice ideale, ha detto: «Ti devo chiedere di avere altri 5 anni i pazienza, perché non possiamo fare posto a questa destra». Ed è per questo che Hamon ha affermato che sarà «un Presidente femminista» che si batterà per l’uguaglianza tra uomini e donne.

EPA/IAN LANGSDON

Il secondo boato è arrivato invece quando Hamon si è rivolto alla popolazione francese straniera. Quando ha promesso di «battersi per il diritto di voto degli stranieri con 5 anni di residenza». E ha chiesto con veemenza: «Come ricostruire la Francia, senza i polacchi, gli italiani, i portoghesi, i marocchini?», prima di chiudere sul tema: «La particolarità della Francia è data dalla moltitudine di culture che convivono nel Paese».

Il politico di Brest si è poi spostato sul livello internazionale. Ha chiesto ai francesi di essere «fieri» delle battaglie che questa nazione ha portato avanti in favore del rispetto dei diritti dell’uomo; fieri dell’«altruismo», delle «battaglie al fianco degli spagnoli» contro il fascismo. Conseguentemente, ha fatto riferimento alla sfida migratoria e all’apertura di Angela Merkel del 2015: «Non possiamo lasciare la Francia ai xenofobi reazionari che guardano al colore della pelle, o ai neo conservatori  che attaccano le istituzioni sociali». E ha specificato: «Noi abbiamo le braccia aperte, tendiamo la mano al prossimo». «Essere di sinistra oggi,  vuol dire avere gli occhi aperti su ciò che ci circonda: sul “possibile” e sui rischi globali. Non possiamo rifugiarci in un mondo che, in fondo, non c’è mai stato”.

E quindi si arriva all’Europa, la quale, secondo Hamon, si trova «di fronte a un suicidio politico». Hamon ha citato Stephan Zweig, «perché la situazione attuale, per certi versi, gli ricorda l’alba Seconda guerra mondiale». Poi ha declinato il suo europeismo: «Come gran parte della mia generazione, sono stato segnato dalla caduta del muro di Berlino, da Sarajevo, dall’impegno politico di Mitterrand». Ma è proprio questo europeismo, che lo ha reso «critico nei confronti del presente». «L’Europa fondata sull’austerità costruisce la propria sconfitta», ha affermato il socialista, prima di citare Jacques Delors e ribadire «che Il mondo ha bisogno di un’Europa forte che si batta per più giustizia a livello globale». Poi ha sottolineato che «nessun Paese può sconfiggere il terrorismo, il riscaldamento globale, gli shock deli capitalismo finanziario da solo». Ed è per questo che «la cooperazione internazionale rimane l’unica prospettiva». Più sul concreto, Hamon è tornato a parlare del famigerato «nuovo trattato per un’assemblea democratica dell’Eurozona, emanazione dei Parlamenti nazionali e con una rappresentanza  di eurodeputati». Ma soprattutto, ha aperto – e non è poco, quando si tratta della Francia – a «un’Unione di difesa comune», sempre più necessaria «di fronte alla ritirata statunitense».

Infine, Hamon è tornato a parlare di Francia e del ruolo della sinistra: «Voglio essere il Presidente di una nazione, una forza politica, sociale ed ecologista.». Di fronte, ai tagli promessi dalla destra, ha richiamato al «rispetto per il lavoro e la professionalità degli impiegati pubblici». Immancabile, del resto, la difesa del welfare europeo e francese: «Il nostro modello sociale è una forza, non un peso». E sul rapporto fra stato ed economica nazionale, il socialista non ha mostrato dubbi: «Il potere pubblico deve intervenire per equilibrare l’economia”. Inoltre, Hamon ha sottolineato di essere fiero dell’appoggio dei rappresentanti delle forze sindacali, di chi ha condotto le più recenti «lotte operaie».  Poi, come da programma elettorale, ha confermato che la «nazionalizzazione è un’opzione a portata di mano se serve a consentire la difesa dell’industria francese e la sua modernizzazione». Infine, c’è stato spazio anche per l’umorismo, quando, parlando di capitale e lavoro, ha perso per un attimo la voce: «Non riesco ancora a pronunciare la parola “capitale”».

epa05858575 Benoit Hamon (L), the French Socialist Party (PS) candidate for the 2017 French presidential elections, delivers a speech during a political rally as part of his presidential campaign at the Bercy Accord Arena in Paris, France, 19 March 2017. French presidential elections are planned for 23 April and 07 May 2017. EPA/IAN LANGSDON

Il Candidato alle Presidenziali del Partito socialista, ha anche voluto dare una descrizione succinta al suo progetto politico: «Voglio creare una nuova democrazia sociale ed ecologica. Un futuro desiderabile». E ha citato Mitterrand: «Quando la Francia incontra una grande idea, insieme fanno il giro del mondo». Come a dire che questa nazione può ancora dettare la direzione giusta. Poi, forse riferendosi alla sinistra di Mélènchon, ha suggerito: «Non dubitate della mia convinzione. Sapete da dove vengo: dalle terre di una Bretagna che non è mai stata conquistare dalla destra. La mia visione del mondo, nel corso del tempo,  è cambiata, ma non i principi e i valori che mi ispirano. Bisogna sempre battersi per le proprie idee e, soprattutto, mai scordarsi di coloro per cui ci si batte».

Infine, in barba ai sondaggi, ha ricordato «la storia è fatta di vittorie che sembravano improbabili». E ha chiamato in causa Simone de Beauvoir:  «La fatalità vince solo quando ci abbandoniamo a essa. Ma La Sinistra non crede nella fatalità». Poi con voce rotta, ha chiesto ai suoi sostenitori di andare là fuori a parlare con il popolo francese, non solo con quello di sinistra, ma con chi è arrabbiato e disilluso, per «riconciliare la nazione».

 

Se la Rai ci consiglia la razza della nostra prossima donna

1) Sono tutte mamme, ma dopo aver partorito recuperano un fisico marmoreo. 2) Sono sempre sexy, niente tute né pigiamoni. 3) Perdonano il tradimento. 4) Sono disposte a far comandare il loro uomo. 5) Sono casalinghe perfette e fin da piccole imparano i lavori di casa. 6) Non frignano, non si appiccicano e non mettono il broncio.

Sembra uno scherzo di cattivo gusto, una pagina facebook dei soliti machi da tastiera è invece il servizio pubblico: ne ha parlato (credendo davvero di fare televisione, povera lei) Paola Perego, conduttrice di Parliamone sabato, rubrica di La vita in diretta su RaiUno. E in studio tra l’altro si sono sprecate le perle di quei quattro stracci di ospiti che arrancavano per prendere sul serio il tema della trasmissione (Titolo: “La minaccia arriva dall’est. Gli uomini preferiscono le straniere”. Sottotitolo: “Sono rubamariti o mogli perfette”?): Fabio Testi portato testimonianze intense di vita reale (“lo ha portato in Russia, sono andati insieme in un bordello, gli ha fatto scegliere un’altra ragazza e si sono divertiti tutta la notte insieme: come fai – si chiede l’attore – a non innamorarti di una donna così, giustamente?”), Marta Flavi ci ha deliziato con le su brillanti osservazioni (“sono tutte curatissime. Anche chi vende i pomodori al mercato ha le unghie curate”) e così via. Fino ai fatidici 6 punti.

La chicca finale è sempre di Fabio Testi: «se per caso l’uomo italiano ha qualche difficoltà nell’approccio finale con la donna, la brutta figura la fa l’uomo. Mentre se una donna russa vede che l’uomo non riesce a ottenere l’orgasmo, è lei che si sente in colpa. La femminilità esce in un altro modo». La Perego risponde: «Ma quale femminilità, ma ti prego: se tu non funzioni, la colpa me la devo prendere io?».

Buon lunedì.

Sorvegliare e morire. Se detenuti sono anche gli agenti

È entrato in cucina mentre suo fratello preparava il caffè e si è sparato un colpo alla testa con la pistola di ordinanza. I suoi genitori sono rimasti seduti sul divano. Era sposato, aveva dei figli ed era un agente di polizia penitenziaria. Quello di Falciano del Massico, nel Casertano, è l’ultimo dei suicidi che contiamo mentre andiamo in stampa. L’ennesimo. Sono più di cento negli ultimi dieci anni, dicono i rapporti. Ma che siano più di cento in dieci anni lo dicono già da almeno un anno. Qualcuno lo chiama «effetto carcere», qualcun altro «sindrome del burnout». Il malessere tra le mura delle patrie galere è in aumento – e non solo per i detenuti dei quali ci siamo sempre occupati sulle pagine di Left ma – anche tra gli agenti. Soprattutto tra quelli che lavorano “dentro” gli istituti, a contatto con i detenuti.

Sorveglianti ed educatori. Secondini e coinquilini. Perché gli agenti di polizia penitenziaria devono sì mantenere l’ordine e la sicurezza, ma devono anche relazionarsi con degli esseri umani, e con i loro carichi emotivi. Il motto della polizia penitenziaria, del resto, da un pezzo non è più «vigilando redimere», ma «garantire la speranza è il nostro compito», quasi una missione, alla quale gli agenti spesso sono impreparati. Schiacciati tra l’impatto emotivo e la forma mentis di stampo militare che rimane nella memoria, si rischia il mix esplosivo, soprattutto se il tutto è condito dall’assenza di formazione specifica e riconoscimenti da parte di superiori e autorità.

136, 361 e 631. Sono i tre agenti di polizia penitenziaria che abbiamo incontrato a Bologna. Ci hanno raccontato come trascorrono le loro giornate di lavoro, a cominciare dal gabbiotto d’ingresso. Si devono presentare pronunciando il loro codice. «Siamo diventati dei numeri anche noi», lamentano i tre. «Qualcuno di noi ancora si ostina a presentarsi con il proprio nome, ma non serve a nulla. Siamo codici». Li chiameremo così anche noi, con tre numeri identificativi nemmeno reali. Lo faremo per proteggerli, nonostante loro non ce l’abbiano chiesto.

Il racconto e le denunce dei tre agenti sul numero di Left in edicola

 

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Da Pisapia a Podemos, dove vanno le sinistre

Giuliano Pisapia durante l'iniziativa ''La prima cosa bella'' che lancia il nuovo laboratorio politico nazionale ''Campo Progressista'' al teatro Brancaccio, Roma, 11 marzo 2017. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Classe 1950, spagnolo d’Andalusia, Manolo Monereo, da molti chiamato Manuel, è un politico, un analista, un avvocato del lavoro. È un “vecchio comunista” che negli anni 80 ha fondato Izquierda Unida. Ed è anche, e soprattutto, considerato da Pablo Iglesias il suo “padre politico”. Noi lo abbiamo incontrato a Roma durante l’iniziativa del PlanB for Europe, l’11 marzo scorso. E sul numero in edicola da sabato 18 marzo, vi raccontiamo cosa ci ha detto.

Ci ha spiegato, Monereo, come Podemos abbia mixato Gramsci alle rivoluzioni latinoamericane, quanto del suo successo sia legato alla capacità di un giovanissimo gruppo dirigente, e come il nemico della casta non basti più per spiegare quali sono i poteri con cui bisogna lottare. Meglio parlare di «trama», allora, «perché», ci spiega, «neoliberalismo e corruzione sono praticamente la stessa cosa e il concetto di “casta” riusciva a definire molto bene questa relazione. Ma con una classe politica ed economica sempre più ricca e con politiche sociali sempre peggiori, se tutto quel che si riesce a fare è salvare le banche, quella parola non basta più, non rende l’idea». Casta, insomma, non restituisce l’immagine di «un potere forte anti-democratico, oligarchico, un intreccio di poteri economici, mezzi di comunicazione e politica. Un potere che, tra gli altri, ha come strumento di lotta la paralisi del cambiamento sociale». E che governa – purtroppo – l’Europa. Ecco allora anche spiegato il motivo per cui Podemos, nelle parole di Monereo, non esclude l’uscita dall’Euro. O almeno l’ipotesi di buttarla sul tavolo, la minaccia di uscire.

È un tuffo in una sinistra – che ha i suoi problemi, per carità – viva, quello che facciamo con Monereo. Che però vi regalerà anche un po’ di speranza per i fatti nostrani. Perché quando Tiziana Barillà gli fa notare che qui tocca accontentarsi di una sinistra che procede in ordine sparso, di scissione in scissione, lui le risponde con un sorriso che fa di tutto per essere rassicurante: «La sinistra italiana è molto diffusa, ma anche confusa», dice, «il problema che avete, quindi, è come tradurre l’enorme massa popolare, che però esiste; come darle un riferimento, che manca».

E bisogna allora provare a leggerlo con questa premessa l’articolo di Luca Sappino, che troverete sempre su Left acquistabile in edicola e qui in digitale, il tentativo di spiegare cosa vogliono e dove finiranno Pisapia e i suoi, un focus su uno dei frammenti della sinistra italiana, in tempi di grandi manovre e di piedi in più staffe.

L’ex sindaco di Milano, spieghiamo su Left, tiene molto alla sua immagine di federatore. E vuole lasciare a Renzi la responsabilità di un eventuale fallimento. Ma il centrosinistra di cui parla Pisapia – è la novità di questi ultimi giorni – non è affatto detto che tenga dentro il rottamatore. Un po’ perché passare per stampella di qualcuno non è certo piacevole, un po’ perché la legge elettorale non è affatto detto che prevederà le coalizioni, tant’è che Renzi per il momento ha fatto trapelare solo l’offerta, destinata a Pisapia e ai suoi (molti dei quali ex Sel), di qualche posto nelle liste del Pd, che potrebbe così raccontarsi ancora come il partito di tutto il centrosinistra, dicendo che altra sinistra non esiste.

Anzi. I più oggi scommettono che alle coalizioni (oggi non previste da ciò che resta dell’Italicum) non si aprirà anche perché toccherebbe fare delle primarie (oltre a quelle per scegliere il segretario dem), «primarie che Renzi comincia a temere», dicono i pisapiani (come chiamarli?). Vi raccontiamo allora cosa propongono Pisapia e i suoi, che cercheranno le migliori idee aprendo le Officine delle idee, appunto, ma che già hanno detto e dicono alcune cose.

Tra economia circolare, reddito e investimenti pubblici, si fatica a trovare distanze dal resto del resto della sinistra. Non sorprenda, infatti, se tra qualche mese, dopo paginate su Pisapia stampella del Pd, complice la legge elettorale, ci troveremo a parlare di un listone a sinistra del Pd, ben autonomo, che si potrà raccontare lui come il «nuovo centrosinistra», evocato non per nulla un po’ da tutti, da Pisapia e Bersani fino a Civati. Non sorprenda e anzi strappi un sorriso: sarebbe una bella notizia.

L’intervista a Monereo e il servizio su Campo progressista sono due dei pezzi del numero di Left in edicola

 

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Hamas e Fatah, il potere alle armi

Yahya Sinwar, the new leader of Hamas in the Gaza Strip, attends the opening of a new mosque in Rafah town in the southern Gaza Strip on February 24, 2017. / AFP / SAID KHATIB (Photo credit should read SAID KHATIB/AFP/Getty Images)

Yehya Sinwar, 55 anni, ventidue dei quali passati nelle carceri israeliane è il nuovo leader di Hamas, il movimento fondamentalista che governa la Striscia di Gaza dal 2005. Sostituisce lo storico leader Ismail Haniyeh, ritenuto più moderato e dialogante. Con l’elezione di Sinwar, invece, per la prima volta alla guida dell’organizzazione fondamentalista c’è il suo braccio armato.
Cambio di linea al quale al-Fatah risponde dando la vicepresidenza al “resistente” Mahmoud al-Aloul, per lungo tempo a capo del braccio armato di Fatah. Una nomina, anche questa, che testimonia il tentativo di un’organizzazione che nel tempo si è appiattita sul “governo”, di ritrovare uno spirito militante. Questa posizione lo pone, di fatto, a essere il candidato numero uno per la successione dell’82enne Abu Mazen alla guida dell’Anp, l’Autorità nazionale palestinese.

Sono scelte populiste che, siamo convinti, non fanno bene alla causa, a anzi offrono il fianco ai falchi di Tel Aviv, che avranno gioco facile nel dimostrare che i palestinesi esprimono una dirigenza fatta di “terroristi” che mirano alla distruzione dello Stato ebraico. La ricostruzione dei delicati mutamenti interni alla leadership palestinese, li potete leggere sul numero di Left in edicola da sabato.

In questo contesto sarebbe utile che Europa e Stati Uniti  facessero la loro parte. Nello scorso numero di Left, Umberto De Giovannangeli aveva sollecitato i parlamentari italiani appartenenti agli schieramenti di sinistra, a presentare una mozione unitaria che impegnasse immediatamente il governo nel riconoscimento dello Stato di Palestina. Il nostro appello è rimbalzato sui social media ed è arrivato in Parlamento, sotto forma di interrogazione di Sinistra Italiana.

A cui il ministro ai Rapporti col Parlamento, Anna Finocchiaro, ha risposto «al momento opportuno», ovvero solo come carta di scambio all’interno di un processo di pace. Un errore

Il cambio di leadership in Hamas e Fatah sul numero di Left in edicola

 

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Nazifascismo. Lo sterminio “dimenticato” dei malati di mente

Perseguitati, schedati , sterminati è il titolo di una importante mostra fotografica e documentale aperta a fino al 14 maggio nella sala Zanardelli del Vittoriano a Roma. Un titolo lapidario che sbarra la strada ad ogni tentativo revisionista mentre il percorso espositivo, frutto della collaborazione di istituzioni medico psichiatriche a livello internazionale offre una ricostruzione storica di ciò che avvenne sotto il nazifascismo, e – soprattutto nella sezione tedesca, su richiesta delle stesse famiglie – ricompaiono i nomi, i volti, le storie delle persone affette da malattie psichiatriche che furono uccise nei lager, perché giudicate improduttive, un peso per la società, secondo una lucida e disumana logica nazista. L’esposizione non si accontenta di ricostruire l’accaduto, ma -ecco il punto che a noi è sembrato più importante – cerca di indagare le radici culturali di ciò che è accaduto . Per la prima volta qui la Società italiana di psichiatria fa pubblicamente i conti con il proprio passato.

Sul numero di Left in edicola da sabato 18 a farci da guida in questa mostra che ha già fatto tappa in altre città europee ed extraeuropee è la psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg, presidente della Netforpp Europa, che ha collaborato alla realizzzione della sezione italiana.  «La nostra ricostruzione della storia ha che fare con una lunga ricerca. Per esempio, quando si dice che lo sterminio nazista è incentrato solo sull’antisemitismo, secondo me, si racconta soltanto una parte, per quanto assolutamente colossale, tragica, di questa storia. Il punto cardine è l’annullamento nazista di altri esseri umani, che non sono più visti e percepiti come tali e uguali. L’annullamento degli altri da parte del nazionalsocialismo riguardò anche i cittadini tedeschi non ebrei .La mostra fa vedere una sfaccettatura che all’estero è poco conosciuta». Continua su Left in edicola.

Ne parliamo sul numero di Left in edicola

 

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Dopo il flop della legge 107, Left racconta un’idea di scuola che insegna a essere liberi

BEIRUT, LEBANON - DECEMBER 22: Prime Minister of Italy Matteo Renzi visits the school of Syrian children at Bechamoun village of Mount Lebanon Governorate in Beirut, Lebanon on December 22, 2015. (Photo by Enes Kanli/Anadolu Agency/Getty Images)

«Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza». Questa frase di Gramsci, ormai diventata cult, non era frutto di retorica propaganda. Per l’autore dei Quaderni dal carcere rappresentava una precisa scelta politica, spiegata in centinaia di pagine. La scuola veniva considerata un elemento fondamentale per la formazione dell’uomo – scriveva proprio così – e quindi la politica di sinistra che si ponesse l’obiettivo di cambiare la società avrebbe dovuto per forza potenziare e promuovere l’istruzione dei suoi cittadini. Si è appellato a Gramsci anche Matteo Renzi nel suo discorso al Lingotto alla ricerca di una “egemonia culturale” per il Pd. Peccato che l’ex presidente del Consiglio sia stato l’artefice di una riforma della scuola semifallita, come del resto ha riconosciuto lui stesso dal palco di Torino: «Pensavamo che investire tante risorse sulla scuola fosse importante ma le modalità con cui lo abbiamo fatto sono discutibili».

A quasi due anni da quella legge 107 voluta fortissimamente dall’ex premier insieme a Stefania Giannini, l’unico ministro a essere “licenziato” dal governo Gentiloni, che cosa sta accadendo alla scuola italiana? E soprattutto, con quale idea di istruzione si può ripartire? Perché è indubbio che mai come adesso il sistema scolastico italiano necessiti di contenuti, di didattica, di una visione generale. In questi ultimi due anni il dibattito si è focalizzato infatti soltanto su singoli problemi dell’organizzazione scolastica, mentre in queste settimane si parla molto degli otto decreti attuativi.

Left questa settimana propone una ricerca un po’ più approfondita su quale potrebbe un’idea di scuola valida oggi, in una società complessa, in cui i bisogni culturali ed educativi dei bambini e dei ragazzi italiani cambiano in continuazione. Così nell’ampio sfoglio di primo piano affrontiamo il problema della formazione dei docenti con Giuseppe Bagni, presidente del Cidi (centro di iniziativa democratica degli insegnanti. Il quale auspica una maggiore collaborazione tra mondo accademico e mondo della scuola, superando quella separazione esistente fino a oggi che ha impedito una vera ricerca nella didattica delle discipline. Bisogna che si riacquisti fiducia nell’insegnante, dice. Con Giorgio Crescenza, che ha curato insieme con Angela Maria Volpicella Una bussola per la scuola (Edizioni Conoscenza) cerchiamo di definire quella “scuola che educhi a pensare, che valorizza le differenze” così diversa da quella che emerge dalla riforma renziana. Il saggio di Crescenza e Volpicella, con il contributo di pedagogisti ed insegnanti, vuole dare anche degli strumenti concreti, delle coordinate pedagogiche soprattutto.

Franco Lorenzoni, maestro elementare, esperto di educazione e autore di un libro appassionato sulla scuola primaria, I bambini pensano grande (Sellerio 2014), in un’ampia intervista racconta che cosa sia adesso la scuola elementare, un luogo in cui gli studenti arrivano quasi fosse un “pronto soccorso culturale”. C’è da ricostruire tutto, relazioni e metodo didattico, cose non impossibili da realizzare e che tanti insegnanti riescono a creare ognuno nella propria scuola. «Non c’è da una parte una scuola accogliente, che cura le relazioni, e dall’altra una scuola seria e rigorosa che istruisce – dice Lorenzoni – . Questa contrapposizione la creano ad arte opinionisti come Galli della Loggia. La scuola diventa capace di costruire e diffondere cultura tanto più riesce ad essere accogliente, tanto più è in grado di curare le relazioni reciproche». Anche Lorenzoni tocca il tema della formazione degli insegnanti auspicando un miglior funzionamento delle facoltà di Scienza della formazione.
Ma a cosa serve la scuola? Risponde con una sua analisi Elisabetta Amalfitano, docente di Filosofia e autrice del libro Le gambe della sinistra (L’Asino d’oro, 2014) e di Dalla parte dell’essere umano. Il socialismo di Rodolfo Mondolfo (L’Asino d’oro, 2012). «A scuola impariamo a essere liberi», scrive Amalfitano. Perché significa pensare, scegliere, realizzare se stessi. E anche rifiutare un’idea di essere umano che certa cultura e politica propongono. Insegnare è un atto politico, nel senso più alto del termine. «Conoscere non è solo rapporto tra individuo e mondo, ma tra individuo e individuo: a scuola impariamo a vivere e a pensare insieme agli altri, socraticamente. La scuola è il luogo dove si realizza a pieno la dimensione sociale, dove è possibile rompere il muro dell’impossibile, dove si trasmette ai ragazzi l’idea che ce la possono fare, che possono cambiare, migliorare, essere diversi da come sono soliti pensarsi».

Infine, dopo il fallimento della Buona scuola cosa deve fare la sinistra per la scuola? Mentre il candidato alla segreteria Pd Michele Emiliano si limita a dire che bisogna «azzerare la legge 107», e mentre un breve accenno viene anche dallo scissionista Bersani, a sinistra del Pd in questo momento storico non si nota una grande attenzione al problema dell’istruzione e della conoscenza dei più giovani. Eppure, come hanno dimostrato le politiche scolastiche di altri Paesi europei, investire nella scuola, sarebbe fondamentale per lo sviluppo complessivo della società e dell’economia. Giuseppe Benedetti nel suo commento suggerisce un percorso: riprendere il pensiero pedagogico di Antonio Gramsci che già negli anni 30 si trovava a combattere sia contro l’idealismo gentiliano della scuola d’élite che contro il positivismo socialista che considerava la scuola solo come base propedeutica al lavoro. Nella sua idea di unità, di fusione tra sapere intellettuale e professionale, sta forse una possibilità di uscita anche per la scuola italiana di oggi. Dopo trent’anni di riforme che si contraddicono a vicenda ognuna portatrice di verità che non corrispondono alla realtà delle giovani generazioni,  ripartire da Gramsci può rappresentare un segnale di speranza anche per la sinistra che troppo spesso perde una visione generale dei problemi. E quello dell’istruzione necessita davvero di uno sguardo a 360 gradi.

Di scuola italiana parliamo sul numero di Left in edicola

 

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