Certe decadenze non finiscono. Fanno giri immensi e poi ritornano

Non c’è nulla nel salvataggio al Senato di ieri in favore del senatore Minzolini che possa lontanamente avere un significato politico: Minzolini è stato condannato, la sentenza è passata in giudicato, la legge Severino applicata a questo caso è fin troppo chiara e il voto della Giunta per le Immunità era arrivato dopo una lunga discussione e un’approfondita analisi.
Perché salvarlo quindi? Dal punto di vista di Forza Italia viene facile rispondere: il partito di Berlusconi ha già largamente dimostrato come il disprezzo nei confronti della magistratura basti da solo come motivazione valida per impegnarsi a smentirla ogni volta che se ne presenta l’opportunità: la storia recente tra l’altro dimostra che ciò che da qui appare come un’odiosa impunità in realtà riesca a confortare e convincere i propri elettori. Sul perché forse converrebbe un approfondimento più antropologico che politico, ma tant’è.
Ma i voti dei senatori del PD piuttosto dimostrano ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, l’involuzione inarrestabile di un partito che proprio sulla legalità e sul senso di opportunità aveva sbandierato per anni la propria diversità nei confronti del centrodestra. Che il salvataggio di Minzolini rientri in uno scambio di favori che parte dalla mozione di sfiducia respinta l’altro ieri nei confronti del ministro Lotti oppure che sia l’ennesimo passo di riavvicinamento ai vecchi amori del patto del Nazareno oppure ancora che sia condiviso nel senso poco importa: Forza Italia e Democratici si ritrovano amorevolmente convergenti. Ancora una volta in disdicevoli azioni politiche. Questo è il punto. Questo è lo status quo di un partito che di centrosinistra non ha più nemmeno l’ombra. Senza troppi giri di parole. E anche l’infelice e squinternata uscita di Di Maio che riesce a sbagliare un rigore a porta vuota commentando l’orrore in fondo ha l’aspetto rassicurante di chi rispetta perfettamente le parti in commedia.
Buon venerdì.
«Liberi semi in libero Stato». A Roma la giornata dei contadini “spacciatori”
Una giornata di festa per dire no alla proprietà dei semi da parte delle multinazionali e diffondere attraverso il “libero scambio” la cultura delle biodiversità e della “giustizia ambientale”. Sarà una giornata di festa e al tempo stesso di riflessione quella che vedrà protagonisti – domenica 19 marzo al Mercato contadino presso dell’Ippodromo di Capannelle a Roma – piccoli agricoltori, appassionati di buon cibo e filiera corta, ambientalisti, artigiani e cittadini comuni.
Lo “spaccio” di semi, avrà luogo nel corso dell’intera Giornata della libertà dei semi, giunta alla quinta edizione e organizzata in collaborazione con l’Orto Botanico dell’Università Tor Vergata e il patrocinio di Seed Freedom e Navdanya International.
«Si potranno portare semi da scambiare in diretta per affermare e difendere la libertà di conservare, utilizzare e scambiare le sementi: un semplice gesto locale per essere parte della campagna globale finalizzata alla sensibilizzazione di cittadini e istituzioni intorno ai temi della biodiversità e della sicurezza alimentare» spiegano gli organizzatori. Tante le associazioni che sostengono il progetto presenti all’iniziativa: Greenpeace, Libera, Medici senza frontiere, Emergency, ActionAid, Cerealia Festival dei cereali, Res Ciociaria. Saranno presenti anche i docenti e gli studenti degli istituti agrari del territorio, i responsabili e i ricercatori dei centri di ricerca e delle amministrazioni di settore.
“Tutto ciò che mangi ha una conseguenza”, è lo slogan preso a prestito dal film “Food ReLOVution” che fa da filo conduttore di tutte le attività in programma, dai laboratori per bambini ai dibattiti passando epr il menù del pranzo. Sarà l’occasione per ricordare un mugnaio del mercato contadino che ha perso la vita per difendere il proprio molino dalle speculazioni finanziarie, il cui volto campeggia sul manifesto dedicato all’iniziativa. Durante la Giornata della libertà dei semi, infine, sarà possibile firmare a sostegno della campagna #StopGlyphosate, per vietare l’utilizzo del glifosato, il pericoloso erbicida utilizzato in agricoltura.
Galeotti furono i portuali. Rajoy ubbidisce all’Ue e va sotto in Parlamento
Galeotta fu la deregulation del lavoro portuale. Con 142 voti a favore, 175 contro e 33 astenuti. Il governo di Mariano Rajoy è “andato sotto” in Parlamento nel voto sul decreto di liberalizzazione dei los estibadores, i portuali, che era stato approvato dal consiglio dei ministri il 24 febbraio scorso.
Nemmeno i 32 deputati di Ciudadanos (che si sono astenuti) hanno sostenuto il presidente Rajoy, che ha potuto invece contare solo sul partito nazionalista basco (Pnv) e su, 33esimo voto, il deputato è Inigo Errejon di Unidos Podemos, che ha però chiarito, ovviamente, di essersi sbagliato a premere il pulsante: «Un voto storico», ha invece detto, «una buona notizia: sono stati difesi i diritti dei lavoratori e il governo è rimasto solo».
Ma il decreto non è passato. A poco sono servite le rassicurazioni del ministro allo Sviluppo economico Íñigo de la Serna Hernáiz – «Il mantenimento dei posti di lavoro è assicurato» – e nemmeno le minacce di Bruxelles: se la Spagna non cambia, la multa aumenterà, passando da 27.500 euro al giorno (ad oggi, dalla condanna, sono 23 milioni di euro), a 134.000 euro al giorno.
Le proteste nei porti
La debacle di Rajoy arriva dopo settimane di proteste nei porti spagnoli, con diversi scioperi bianchi che hanno provocato rallentamenti nelle operazioni di carico e scarico delle merci a Barcellona, ma anche in altri scali. Secondo l’International dockworkers council (il sindacato internazionale dei lavoratori portuali) se passasse la proposta del governo sarebbero a rischio 8mila lavoratori. L’ordine arrivato dall’Unione a Madrid è invece di uniformarsi al nuovo regolamento europeo. Secondo Bruxelles la Spagna non rispetta «la libertà di costituire impresa e fare assunzioni» (così la sentenza della Corte di Giustizia europea di dicembre 2014), sancita nel regolamento europeo che cerca di liberalizzare più di 300 porti e reti di trasporto, compresi i «core network e le comprehensive network», in tutta Europa: il 96% delle merci e il 93% dei passeggeri in transito nei porti Ue.
Il decreto legge di Rajoy
Con soli 4 articoli il decreto puntava a liberalizzare il mercato dei portuali, controllati come detto dalla Sociedad Anónima de Gestión de Estibadores Portuarios (Sagep). Il governo aveva proposto di smantellare la società trentennale, aumentando nei prossimi tre anni, ogni anno, la quota di lavoratori che le aziende che lavorano nei porti possono assumere ignorando i registri di categoria: il primo anno il 75% di occupati sarebbero comunque passati per Sagep, nel secondo il 50 e il terzo il 25. Per arrivare, infine, alla revoca dell’obbligo di iscrizione nel registro dei lavoratori portuali (che conta 6.156 iscritti) e alla trasformazione della Sagep in un ufficio per il lavoro.
Caro Feltri, dobbiamo raccontare la guerra non stare ai giochi di Assad

Il vicedirettore de Il Fatto Quotidiano Stefano Feltri, a cui ieri abbiamo rivolto l’accusa di fare da megafono a Bashar al Assad, ci spiega che è meglio intervistare un dittatore che lasciarsi andare a livore (e forse anche un po’ di invidia) su Facebook. E nel farlo segnala l’articolo pubblicato ieri sul sito di Left. Non siamo degli ingenui: non è solo quell’articolo ad averlo fatto arrabbiare o ad aver determinato la necessità di scrivere ben tre articoli successivi alla pubblicazione dell’intervista-megafono al dittatore siriano che si fa chiamare presidente. Non è difficile intuire che in redazione, tra i lettori de Il Fatto – o in generale nel pubblico che visita il sito web del quotidiano – non tutti devono essere stati d’accordo con l’idea di dedicare l’apertura del giornale a un’intervista senza contraddittorio a una figura che definire controversa è un po’ come dire che a Matteo Salvini capita talvolta di usare toni sopra le righe in materia di immigrazione. Fa poi un po’ sorridere che il vicedirettore di un giornale dai titoli non proprio britannici e uso lanciare strali contro la classe politica ci rimanga male per un articolo un po’ polemico – ma forse, di nuovo, non è il mio articolo a essere stato il problema.
Ma veniamo agli argomenti con cui Feltri si difende, facendo un po’ la vittima, come non si confà al vicedirettore di un quotidiano importante che fa le sue fortune fustigando con sarcasmo la classe politica e spesso rivelando casi giudiziari importanti. È giusto fare un’intervista a un dittatore? La risposta è sì. Hanno fatto bene Peter Bergen e Peter Arnett ad andarsene ad Abbottabad nel 1997 e consentire a Osama bin Laden di dichiarare guerra all’Occidente? Eccome. Anche se quell’intervista è anche stata un veicolo del messaggio del leader di al Qaeda.
Il problema, notavamo ieri, è che sul giornale non c’era altro se non quell’intervista. Le regole di ingaggio sono quel che sono e, salvo forse in Italia, spesso le domande ai leader sono quelle giuste (guardate le conferenze stampa di Trump, quando di domande se ne fa fare, e di Obama). Ciò detto, intervistare un dittatore sanguinario a casa sua è un’altra cosa. Dire chi è quel dittatore scrivendo l’articolo, in un articolo accanto, invece è fare giornalismo. E siccome quell’intervista non è a pagina 12 e in taglio basso, non farlo è uno sbaglio. Molto peggio ha fatto, lo scrivevamo, L’Avvenire, che per giustificare l’intervista la accompagna con un corsivo in cui si spiega che Amnesty, Human Rights Watch e Medici Senza Frontiere, che hanno accusato russi e Assad di atrocità e di aver bombardato ospedali in maniera scientifica, sono degli ipocriti. Eravamo ipocriti allo stesso modo quando dicevamo che in Iraq, a Falluja, Abu Ghraib, gli americani commettevano orrori, forse. Del resto, Fulvio Scaglione, il giornalista del giornale dei vescovi a Damasco è lo stesso che ha scritto che Soros paga le manifestazioni anti-Trump, attingendo, nel farlo, a una serie di bufale e fake news e facendo una serie di collegamenti ingannevoli.
Feltri ironizza sui “colleghi autorevolissimi” che lo sgridano. Non sono tra quelli, è ovvio: non sono esperto di Medio Oriente e l’unica cosa di cui mi intendo davvero sono gli Stati Uniti – che poi anche quelli: ho giurato per mesi che Trump non avrebbe mai vinto. Ma quando scrivo mi documento, leggo. Specie se si tratta di una cosa delicata come l’intervista a un dittatore, che non ho avuto la fortuna di fare.
Veniamo al contesto, al tema, alla tragica guerra in Siria e alla missione dei parlamentari intenti a cercare di «costruire un processo di pace». Oggi scopriamo – ma ne avevamo come il sospetto – che quei parlamentari sono soprattutto filo-russi. La cosa non ha importanza, va bene lo stesso, la pace va bene sempre. Ma saperlo è un’informazione rilevante. E capire cosa volessero proporre questi deputati, anche (stiamo aspettando una risposta da uno di loro, non arriva).
Quando parliamo di “megafono” ci riferiamo al fatto che in questi mesi Assad ha rilasciato più interviste di un presidente in campagna elettorale. Sentirlo parlare non è una novità e in quell’intervista, a parte le accuse, non c’è niente: non la proposta di un processo di pace, non una mano tesa e neppure una chiusura. C’è la sua versione dei fatti: gli altri sono terroristi, aiutati dall’Occidente, noi no. Altre interviste gli hanno ad esempio chiesto conto delle bombe a grappolo. Lui non ha risposto, come Trump non risponde quando gli si chiede di fornire elementi che corroborino le accuse lanciate contro Obama sulle intercettazioni durante la campagna elettorale. Entrambi ci fanno una brutta figura.
Ancora contesto? Torniamo a Scaglione (quello dell’Avvenire), cita Soros per dire che il panorama dell’informazione, in particolare sulla Siria, è tossico. Si intreccia con le reazioni sui social, con l’inquietante tifo rosso-bruno e con fake news di ogni genere. Sui social network c’è un movimento d’opinione (a cui piacciono Putin, Trump, l’Urss e Assad) che accusa Left di essere al soldo del miliardario americano-ungherese. La ragione è che abbiamo dedicato una copertina ai Caschi Bianchi. Per molti sono jihadisti travestiti, per altri eroi e forse sono un misto di cose. In molti ritengono come Assad che dietro la guerra siriana ci siano gli americani, la citazione di Hillary Clinton, «abbiamo creato noi l’Isis», viene citata a sproposito a ogni pié sospinto. Altri pensano che nel Paese si stia combattendo una guerra per procura che riguarda gli equilibri regionali, il conflitto sciita-sunnita (come in Yemen, Iraq e altrove) e molte altre cose ancora. Che hanno e avranno un impatto sulle nostre vite. Se si escludono i civili, ci sono pochi solo buoni e molti molto cattivi (Assad e l’Isis medaglia d’oro alla pari). Raccontare quella guerra, capirne le cause, cercare soluzioni è anche compito nostro. Prestarsi ai giochi di Assad è invece sbagliato.
Wilders non vince, ma l’Olanda non cambia. Perché il risultato olandese non è poi così buono

Il partito Liberal Conservatore del Premier Mark Rutte esce vincitore dalle elezioni parlamentari olandesi del 15 marzo, aggiudicandosi 33 seggi su 150. L’incubo Wilders si è rivelato uno “spauracchio”. Con poco più del 13 per cento dei voti, il Partito per la libertà (Pvv) è arrivato secondo e raccoglie 20 seggi in Parlamento. Subito dietro, al terzo posto, i Cristiano Democratici (Cda) con 19 seggi.
A livello internazionale parole di incoraggiamento sono arrivate da parte di Rajoy, Hollande e dagli esponenti del Gruppo dei liberali al Parlamento europeo, nonché dai Lib Dem britannici. Per tutti, la mancata vittoria del populismo rappresenta la notizia più importante.

Eppure, il risultato non ha abbattuto il morale della destra radicale europea. Anzi. Il segretario del Front National (Fn), Nicolas Bay, si è complimentato con Wilders, descrivendo il risultato come «un vero successo». Si tratta in effetti, di una mezza verità, considerando che Wilders ha aumentato i propri seggi rispetto al 2012, mentre. Allo stesso tempo, il Vvd di Rutte ne ha persi ben 8. Nelle ultime settimane, però, la dinamica dei sondaggi aveva segnalato il recupero di Rutte e la discesa di Wilders: il premier, inseguendo il PVV sui suoi temi, ha fatto in modo di riprendersi una parte dell’elettorato. Lo spauracchio di un successo di Wilders ha poi forse portato molti olandesi alle urne: rispetto alle europee, quando gli xenofobi erano andati benissimo, ha votato molta più gente. E anche rispetto al 2012.
E la sinistra? Il Partito socialdemocratico (PvdA) raccoglie letteralmente i cocci, precipitando da 38 a 9 seggi. Una batosta formidabile che dimostra, una volta di più, l’effetto che le larghe intese provocano sui partiti socialdemocratici. Gli altri due partiti, GroenLinks (sinistra ecologica) e il Partito socialista (Sp) arrivano a 14 seggi: entrambi aumentano il loro bottino rispetto al 2012.

Jesse Klaver, leader di GroenLinks, viene identificato come vincitore morale delle elezioni. Ha portato il suo partito da 4 a 14 seggi. Ma forse, paradossalmente, si trova nella situazione più difficile. Da stamani sono infatti partite le speculazioni sul gioco delle alleanze per creare una coalizione di governo. Nel Parlamento sono entrati 13 partiti. Sommando i seggi delle formazioni liberali e di destra (Vvd, Cda, D66), non si arriva a una maggioranza (76 seggi) stabile. GroenLinks diventa conseguentemente un potenziale ago della bilancia.
D’altra parte, Wilders è escluso a prescindere. Nonostante il leader del Pvv abbia confermato la sua disponibilità a creare un governo, tutte le formazioni avevano categoricamente rifiutato un tale scenario già prima del voto. Il partito socialista sembra ideologicamente troppo distante e punta da sempre su una strategia di opposizione forte. Rimane il partito socialdemocratico. Ma dopo il tracollo, come potrebbe insistere sulla stessa strategia?
Rimane quindi Klaver. Durante la campagna, il giovane leader ha parlato di ideali, ma ha anche fatto capire che sarebbe aperto a un compromesso. Il lato pragmatico del giovane olandese potrebbe avere la meglio. Ma, in questo caso, quale sarebbe il destino di GroenLinks?
Al di là dei ragionamenti partitici, rimane un dato di fatto. L’Olanda non cambia, anzi. La destra rimane fermamente al governo e si è spostata più a destra di quanto no fosse già. Probabilmente più di prima, considerando la caduta dei socialdemocratici. Wilders, dall’opposizione potrà giocarsi la carta della “vittima del sistema” e influenzare l’agenda politica. E’ quello che già ha fatto durante l’ultima legislatura. Ed è una dinamica che ha portato i Paesi Bassi a diventare un Paese in cui la xenofobia ha fatto breccia non solo a destra, ma anche tra i partiti di sinistra. A parte, GroenLinks. Appunto.
Il trucco per essere leader è andare fuori tema
Prima c’è Beppe Grillo che ci spiega perché, per legge, non è lui a dovere rispondere dei contenuti del suo blog. E così di colpo “l’organo ufficiale” da cui partono anatemi e espulsioni si trasforma in una sparuto sito tra amici. La responsabilità politica del Movimento 5 Stelle (sventolata ripetutamente nella sua veste di “fondatore”, poi da “garante”, poi da un temporaneo “passo di lato” seguito da un “rinnovato impegno in prima fila”) vale se c’è da bombardare gli avversari politici ma diventa un rivolo occasionale, se serve. Leader a corrente alternata. Il punto politico? Niente, si parla d’altro.
Luca Lotti invece si presenta al Senato per discutere della mozione di sfiducia nei suoi confronti e smette di essere Lotti. Decide di difendersi prima nel ruolo di garantista confuso (ma ve lo ricordate il PD nei confronti della Cancellieri, Lupi e la Idem, per dirne qualcuno?), poi diventa renzianissimo renziano (“Oggi è in atto il tentativo di colpire me non per il mio ruolo – ha detto Lotti in Aula – ma per quello che nel mio piccolo rappresento: quel tentativo di riformismo a cui anche io ho partecipato partendo da Firenze.”) e alla fine indossa i panni del giudice (“Io non ho mai passato informazioni riservate a Marroni. Sostenere il contrario significa incorrere in un reato di calunnia”). Se la verità giudiziaria la deciderà un tribunale (e ha ragione Lotti a chiedere che venga accertata in fretta, come chiedono del resto tutti i cittadini onesti e anche non ministri di questo Paese) la discussione sull’opportunità politica del suo rimanere non ha avuto risposte.
Intanto lui, Renzi, dice che non gli piacciono i voucher e briga con Gentiloni (super partes ma inter Renzis) per evitare il referendum del 28 maggio: così tutta la retorica del suo governo (Poletti in testa) ora è carta straccia. La difesa di un governo secondo le occasioni.
Poi c’è Salvini che ogni tanto ci ricorda che alcune sue sono solo “provocazioni”, ci sono quelli che sono stati “malintesi” e così via. Una sequela lunghissima di benaltristi che nel corso di pochi giorni passano dall’essere Maradona o leader di movimento a semplici cittadini che meritano un po’ di silenzio e hanno il diritto di lamentarsi della troppa curiosità. Un giorno vorrebbero essere la soluzione universale ai nostri problemi e il giorno dopo ci chiedono di essere lasciati in pace. L’importante, del resto, è galleggiare. Galleggiare e autopreservarsi. Sempre.
Buon giovedì.
(p.s. torna l’accozzaglia del NO. Pd e Lega Nord insieme contro il referendum della CGIL. “Votate come quelli! Vergognatevi!”, vi ricordate gli insulti in occasione del referendum sulla Costituzione? Ecco. Ora le parti si invertono. Che ridere. Ogni tanto la drammaturgia della politica si supera e apparecchia scenette indimenticabili)








