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In attesa del reddito ecco il crocifisso di cittadinanza

Non è una tattica nuova, no, nessuna novità: la boiata dell’imposizione del crocifisso la Lega (anche prima di essere Lega Noi con Salvini per evitare il disturbo di restituire 49 milioni di euro) l’ha usata diffusamente nelle Regioni, nei consigli comunali per spostare il dibattito da ciò che avrebbe dovuto fare un feticcio qualsiasi per abbeverare la pancia del suo popolo. Come l’ampolla del Po o l’iconologia vichinga anche il crocifisso di cui parla Matteo Salvini è solo un oggetto, una patacca da rifilare ai turisti sprovveduti (che tra l’altro in questo caso sono i cittadini del Paese che dovrebbe governare), un souvenir a basso costo per farci sapere che ci ha dedicato un pensiero durante il suo lungo viaggio di piacere sotto forma di campagna elettorale permanente.

Non cadete nel tranello: il crocifisso di Salvini non ha nulla a che vedere con i valori che i credenti gli attribuiscono. È una mazza ferrata antropomorfa da brandire ancora una volta contro qualcuno, è una paletta scaccia mosche per zittire le domande sulle promesse che non potrà mantenere, è un ventaglio utile per alzare fumo.

I valori che erroneamente vengono discussi ogni volta che la Lega ritira fuori il jolly del crocifisso sono traditi dall’operato del ministro dell’Interno in ogni tweet, in ogni intervista, in ogni proclama e nelle poche propagandistiche azioni che ha compiuto da quando è al governo. Parlare di valori cristiani in risposta a Salvini significa accreditare qualità umane (prima ancora che attinenti a qualsiasi religione) che non ha, significa legittimarlo nel suo insistere ad arruffare il popolo.

Il crocifisso è il paravento per le accise della benzina che avevano promesso di togliere e non toglieranno, è la sabbia sotto cui nascondere il Tav e Tap che si faranno nonostante le promesse in campagna elettorale, è il tappeto per coprire il reddito di cittadinanza che non ha coperture economiche, è l’incapacità di rispettare la laicità dello Stato per provare a rabbonire qualche cattolico.

Il crocifisso, laicissimo e umano, è comparso ieri sulla spiaggia di Crotone dove i bagnanti si sono indaffarati per tutta la giornata soccorrendo 54 profughi lasciati alla deriva, dove lo spirito Magno Greco che usava una sola parola per indicare lo straniero e l’ospite è ancora vivo.

Lasciate a Salvini il suo giocattolo. E segnatevi tutte le promesse non mantenute, piuttosto.

Buon mercoledì.

Macron rischia grosso per Benalla, la sua guardia del corpo che picchia i manifestanti

French President Emmanuel Macron (R) walks in front of his aide Alexandre Benalla (L) at the end of the Bastille Day military parade in Paris, France, 14 July 2018 (issued 21 July 2018). A video has been released on 19 July 2018 allegedly showing Alexandre Benalla, the French President Emmanuel Macron's deputy chief of staff, wearing a riot helmet and police uniform while attacking protesters during street demonstrations on 01 May 2018. EPA/PHILIPPE WOJAZER / POOL MAXPPP OUT

L’affaire Benalla sta facendo crollare la popolarità del presidente francese. Emmanuel Macron tocca il suo livello più basso di popolarità grazie allo scandalo legato ad Alexandre Benalla, il suo responsabile della sicurezza, Monsieur sécurité, indagato per le violenze del primo maggio in Place de la Contrescarpe. Il dato emerge dall’ultimo barometro Ipsos-Le Point, secondo cui il capo dello Stato ha perso quattro ulteriori punti raggiungendo il livello piu basso del quinquennato, equivalente al livello del settembre scorso. «Visti i risultati della nostra inchiesta, riteniamo che il caso abbia avuto un impatto sull’opinione», dice Laurène Boisson di Ipsos, aggiungendo che «la clemenza estiva è stata spazzata via: sepolto l’effetto della vittoria ai Mondiali».

L’Eliseo ha appena annunciato che Macron non sarà presente mercoledì 25 luglio all’arrivo della 17ma tappa del Tour de France, Bagnères-de-Luchon et Saint-Lary-Soulan, come inizialmente programmato. I media francesi collegano la decisione agli sviluppi del caso. Domenica 22 luglio, per la prima volta dopo quattro giorni di imbarazzato silenzio, anche Macron ha lasciato trapelare i suoi primi commenti sul caso. «Fatti inaccettabili, non ci può essere impunità», ha dichiarato il leader francese accusato di aver coperto la sua fidata guardia del corpo per quasi due mesi, almeno fino a quando Le Monde non ha portato alla luce i fatti. L’imbarazzo del fondatore di En Marche appare palpabile.

Lo scandalo è scoppiato il 18 luglio scorso quando Le Monde ha rivelato, con un video, che Alexandre Benalla, s’era esibito nelle violenze tipiche dei robocop in divisa in servizio di ordine pubblico, con indosso un casco e un bracciale della polizia. Da allora «il potere si impantana in spiegazioni fumose, le indagini vengono aperte e l’affare Benalla diventa così rapidamente una questione di Stato», scrive Julien Salingue su npa2009.org, sito del Noveau Parti Anticapitaliste.
Attraverso i suoi legali, il ventiseienne fidato gorilla del presidente si dice «sbalordito» per la bufera che si sta abbattendo sull’Eliseo e denuncia «l’uso mediatico e politico» della vicenda. Un modo, accusa Benalla, di «colpire la presidenza», quando invece lui voleva solo «dare man forte» agli agenti dopo aver individuato due «soggetti particolarmente virulenti» in Place de la Contrescarpe. Insomma, la sua è stata una «iniziativa assolutamente personale», conclude, nel tentativo di tirare fuori dall’impaccio il presidente in crisi.

Una vicenda strana da comprendere in Italia dove siamo abituati a sindacati di polizia che esibiscono come eroi gli autori di abusi commessi in divisa anche se condannati in tre gradi di giudizio, che infieriscono sulle vittime, che impongono al Parlamento di non prendere nemmeno in considerazione l’idea di un codice alfanumerico che consenta ai magistrati di individuare i poliziotti che commettano un reato mentre agiscono travisati in pubblico, di politici bipartisan incapaci di una vera legge contro la tortura e ostinatamente contrari a provvedimenti di verità e giustizia come avvenuto ai tempi del G8, di ministri che hanno promosso quasi tutti i protagonisti di quella mole di reati a partire dall’allora capo della polizia divenuto presidente di Fincantieri dopo aver guidato i servizi segreti.

Le mire autoritarie, qui da noi, sono assolutamente trasversali agli schieramenti politici. Altrove la vicenda è più articolata. «L’affaire Benalla rivela come funziona Macronia – continua Salingue – è anche una manifestazione dei tempi: quella della violenza della polizia commessa con completa impunità, con la benedizione e l’incoraggiamento del potere, fino al punto in cui un consulente dell’Eliseo partecipa direttamente alla benevolenza della sua gerarchia! Non c’è nulla di accidentale in questo “caso”, tranne che è stato reso pubblico».

Tutte le informazioni raccolte dalla stampa francese mostrano che l’Eliseo e il ministero degli Interni erano a conoscenza delle azioni di Benalla, e questo immediatamente dopo il 1° maggio. Il 2 maggio, Gérard Collomb viene quindi informato e a sua volta informa la presidenza e, il 3 maggio, Patrick Strzoda, capo dello staff di Emmanuel Macron, scrive a Benalla accusandolo del suo “comportamento manifestamente inappropriato” e lo sospende per 15 giorni. Una sanzione identica è stata presa contro Vincent Crase, poliziotto di riserva come Benalla di cui è amico e occasionale collaboratore all’Eliseo, presente anche in place Contrescarpe. Con quest’ultimo il gorilla di Macron ha già commesso abusi contro manifestanti e giornalisti e insieme, nel 2016, hanno dato vita a una Fédération française de la sécurité privée che ha tutta l’aria di una milizia.

Le sorprese potrebbero non essere finite.
Anche perché siamo di fronte a punizioni tutto sommato morbide verso un individuo che ha commesso non solo violenza, ma anche – tra le altre cose – l’usurpazione di funzioni, reato punibile con tre anni di carcere e 45mila euro di multa. Invece Benalla era ben visibile a bordo del bus di “Blues”, la squadra campione al mondiale, nella passerella sugli Champs-Elysees lunedì 16 luglio. Una benevolenza che contrasta con l’estrema severità richiesta – e ottenuta – contro sindacalisti o attivisti solidali con i migranti. La Francia, come Left ha documentato nel numero 19 del settimanale dell’11 maggio 2018, sta vivendo un periodo eccezionale di mobilitazioni sociali contro l’attivismo riformista dell’Eliseo che prova a liquidare i diritti di ferrovieri, studenti, “zadisti” (occupanti di zone à defendre), e dipendenti pubblici, sulla scia del governo che l’ha preceduto, e con una violenza crescente della polizia contro i manifestanti.

Lo scandalo blocca anche le cosiddette riforme di Emmanuel Macron, a partire da quella costituzionale. Il progetto di revisione della carta fondamentale è stato rinviato, dopo giorni di paralisi in parlamento. «Se ne riparla dopo l’estate», annuncia il ministro per i rapporti col Parlamento e delegato generale del partito del presidente, En Marche!, Christophe Castaner.
Dall’opposizione, gli ex candidati alle presidenziali, Benoit Hamon (Ps) e Jean-Luc Mélenchon (France Insoumise), vogliono che testimoni lui stesso in aula. Dall’estrema destra, anche Marine Le Pen (Rassemblement National) deplora l’assenza di Macron dalle commissioni d’inchiesta parlamentari. I deputati dei Républicains, neogollisti, presenteranno una mozione di censura, ovvero di sfiducia, contro il governo francese. Le chance che venga approvata dal Parlamento appaiono pressoché nulle, il che non impedisce di assistere ad alleanze impensabili sino a pochi giorni fa, con il gruppo La France Insoumise di Mélenchon, che si schiera insieme alla destra neogollista. «La voteremo. La mozione di censura fummo noi a proporla per primi, ricordate», dice il deputato della France Insoumise, Alexis Corbière. Dalla maggioranza, la portavoce della République En Marche, Aurore Bergé, difende invece il presidente. «O non parla e allora si dice che non osa parlare. O parla e allora si direbbe che ostacola l’inchiesta giudiziaria. Difficile per lui trovare la buona soluzione».

En Marche! si arrocca sulla tesi che i gruppi d’opposizione «vogliono nuocere al presidente, nuocere al governo, nuocere alla maggioranza», come ha detto il premier Edouard Philippe, rivolgendosi a porte chiuse ai suoi deputati. Per lui, l’opposizione punta a far durare «la polemica più a lungo possibile». Quindi l’appello rivolto alla maggioranza affinché si opponga «all’ostruzionismo e ad ogni strumentalizzazione politica». Serve «sangue freddo, rispetto delle istituzioni, e ricordare i fatti», ha avvertito Philippe, ribadendo che il presidente Emmanuel Macron – finora rimasto lontano dalla scena pubblica – si «esprimerà al momento opportuno» su ciò che ritiene «una crisi politica, parlamentare e mediatica».

Intanto in parlamento sono iniziate da ieri, 23 luglio, le audizioni della commissione d’inchiesta. Macron non compare nell’elenco. Ad aprire le danze l’audizione in Senato del sempre più traballante suo ministro dell’Interno, Gérard Collomb, che si è difeso dall’accusa di non aver sollecitato la giustizia, come previsto dall’articolo 40 del codice penale, malgrado fosse a conoscenza dei fatti sin dal 2 maggio scorso. «Vengo criticato per non essermi rivolto al procuratore della Repubblica riguardo al filmato riguardante Benalla. Ma farlo non spetta a un ministro», si è giustificato, aggiungendo: «Mi ero accertato che il gabinetto della presidenza e la prefettura di polizia fossero a conoscenza dell’informazione. Agire spettava a loro, così è la procedura». Nel pomeriggio, dinanzi alla commissione d’inchiesta parallela dell’Assemblée Nationale, anche il prefetto di Parigi, Michel Delpuech, ha scaricato il barile sull’Eliseo, affermando di non essere «mai stato sollecitato» per autorizzare Benalla a partecipare alle operazioni della polizia e ha denunciato «derive individuali inaccettabili» e «favoritismi malsani».

Dopo la smentita secca dell’Eliseo, Alain Gibelin, il responsabile della polizia di Parigi ha ritrattato quanto detto in audizione gettando una pesante ombra sulla credibilità della Presidenza. Rispondendo alle domande di Marine Le Pen (Rassemblement National), Gibelin aveva riferito di aver incrociato Benalla in diverse riunioni sulla sicurezza tra il 4 e il 19 maggio, quando cioè – secondo l’Eliseo – era stato sospeso per i fatti in Place de la Contrescarpe. Ora però Gibelin fa marcia indietro e conferma la versione dell’Eliseo. In una lettera inviata al presidente della commissione, Yael Braun-Pivet, dice che ieri, 23 luglio, ha capito male la domanda. Credeva infatti che Marine Le Pen gli avesse chiesto se avesse visto Benalla nelle riunioni della prefettura tra il primo maggio e il 18 luglio, quindi ben al di la del periodo di sospensione dal suo incarico, ed ha chiaramente risposto «sì». Tuttavia, dopo che il ministro dell’Interno, Gérard Collomb e il prefetto di Parigi, Michel Delpuech, hanno negato ogni responsabilità dinanzi alla commissione d’inchiesta, il cerchio si stringe intorno all’Eliseo. Nella notte la presidenza ha inoltre smentito i lavori di ristrutturazione da 180mila euro nell’appartamento di Benalla.

Oggi, 24 luglio,  il premier Edouard Philippe e diversi ministri dovranno fare quadrato in parlamento per difendere il presidente Macron passato in poche ore dall’entusiasmo per la vittoria dei Bleus ai Mondiali alla peggiore crisi finora del suo quinquennato. Inoltre, sempre oggi, la commissione d’inchiesta interrogherà il direttore di gabinetto dell’Eliseo, Patrick Strzoda e il suo omologo al ministero dell’Interno, Stéphane Fratacci. Il ministro dell’Interno, Gérard Collomb, parlerà dinanzi alla commissione legislativa del Senato. È invece prevista per giovedì 26 luglio l’audizione del segretario generale dell’Eliseo, Alexis Kohler.

La bella utopia di David Byrne in tour

Byrne, foto di Giancarlo Belfiore

Un canto di uccellini, poi si materializza sul palco seduto a una scrivania con in mano un plastico di cervello. Scena minimalista, “nuda”. Questa è la prima immagine del concerto che David Byrne ha tenuto venerdì 20 luglio all’Arena Santa Giuliana di Perugia, ospite di Umbria Jazz. Penultima tappa della tournée italiana. Il 16 a Milano, il 19 a Ravenna e dopo Perugia, il 21 a Trieste. La “testa parlante”, ex leader dei disciolti Talking heads, ha aperto il concerto con “Here”, brano tratto dall’ultimo album “American Utopia”. Poi esegue “Lazy”. I musicisti (undici in totale) appaiono, come Byrne, scalzi con i loro strumenti in mano o appesi a imbracature. “I Zimbra” e “Slippery People” sono i primi brani dei Talking Heads che esegue.

Quando parte “Once in a Lifetime” improvvisamente si blocca e rivolgendosi alla sicurezza: “Fermate lo show! Hey voi della sicurezza lasciateli ballare!”. Una parte della platea corre sotto il palco e inizia a ballare. Alterna brani da “American Utopia” come “Dog’s Mind”, “Everybody’s Coming to My House” con i tanti celebri pezzi dei Talking Heads tra cui “This Must Be the Place”, la scoppiettante “Blind” e “Burning Down the House”, ultimi due brani in scaletta. Il primo bis è “Dancing Together” e “The Great Curve”. Il secondo bis “Hell You Talmbout”. Il concerto finisce qui. L’impressione è quella di aver assistito a una performance perfetta, con Byrne sessantaseienne in strepitosa forma. Un concerto dalle sontuose coreografie, con musicisti molto affiatati. Uno di quei concerti che verrà ricordato a lungo.

IN TOUR – Il 27 luglio Byrne suona a Camden, il 29 luglio a New York e il 31 a Boston. Per le altre date del tour: www.davidbyrne.com/show

Ecco una bella serie di fotografie del concerto ad Umbria Jazz realizzate da Giancarlo Belfiore

David Byrne, foto di Giancarlo Belfiore

David Byrne, foto di Giancarlo Belfiore

Byrne, foto di Giancarlo Belfiore

Byrne, foto di Giancarlo Belfiore

Byrne, foto di Giancarlo Belfiore

fotografie del concerto, realizzate da Giancarlo Belfiore

Oltre le macerie della sinistra

(L-R) New Italian Cabinet Secretary Maria Elena Boschi, Italian Prime Minister Paolo Gentiloni and his predecessor Matteo Renzi (R) during the handover ceremony at Chigi Palace in Rome, Italy, 12 December 2016. President Mattarella on 11 December gave the former foreign minister a mandate to form a new government in the wake of Matteo Renzi's resignation as premier following a crushing defeat in a 04 December constitutional referendum. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Un excursus sugli ultimi due anni di politica a sinistra, dal lancio di Sinistra italiana con la kermesse Cosmopolitica alla vittoria del No al referendum costituzionale e all’esperienza del Brancaccio. Per arrivare ai risultati delle elezioni del 4 marzo. Un pamphlet condito da riflessioni, contrappunti autobiografici, e indicazioni per rimettere in discussione idee e pratiche di chi, a sinistra, prova a progettare un diverso futuro possibile. Andrea Ranieri, ex senatore, a lungo dirigente nella Cgil e nei Democratici di sinistra, nel suo nuovo libro La memoria e la speranza. Oltre le macerie della sinistra (Castelvecchi, 2018), analizza i limiti dell’attuale classe politica, e prova a indicare una via per ripartire, e tornare a sperare. Proponiamo qui un estratto dell’opera. La postfazione è a cura di Tomaso Montanari

Il libro sarà presentato mercoledì 25 luglio a Roma, presso la libreria Feltrinelli di via Tomacelli. Insieme all’autore, intervengono Antonello Caporale, Francesca Fornario, Tomaso Montanari, Christian Raimo.

[divider]La memoria e la speranza[/divider]

Al capolinea
E rivedere un po’ cosa intendo per popolo. Il popolo per la politica è quella strana entità che insieme si disprezza e si accarezza. Ridotto a statistiche e a sondaggi. A numeri, a cui sfuggono le facce e i pensieri. Da tradurre in slogan e in parole d’ordine che provino ad avere il consenso di quella parte che, per numeri e sondaggi, sembra maggioritaria. Carezze appunto che nascono dal disprezzo. Mi chiedo se anche la sinistra di cui faccio parte non sia dentro la stessa dialettica. Tendiamo a descriverlo come un tutto alienato e sottomesso alla logica spietata della tecnocrazia e del consumismo. In preda, indifeso, di un individualismo amorale in cui scompaiono al nostro stesso sguardo, gli individui. E noi capaci di generosità e altruismo, noi capaci di vedere il mondo oltre il confine delle pratiche quotidiane anche noi, in qualche modo, ci sentiamo e ci siamo sentiti avanguardia. Magari convinti che basti un nuovo discorso, improntato alla libertà e all’uguaglianza, o rivendicare per quel popolo il potere, per spazzare via consumismo, subalternità alla tecnocrazia, individualismo amorale, per costruire un mondo nuovo, o più modestamente per riportarli a votare. Per farli diventare più simili a noi. E ci sfuggono i modi concreti in cui le persone riescono a vivere l’invivibile. A mantenere spazi di autonomia e di socialità anche dove la tecnocrazia sembra ridurre ogni spazio di libertà, anche dove la miseria più nera sembra impedirti ogni vita possibile. Siamo capaci di leggere la microfisica del potere, incapaci di vedere la microfisica della speranza. In un libro che è stato tanto importante nella mia vita, La Gerusalemme rimandata, Vittorio Foa ci mostra i modi in cui gli operai inglesi del primo Novecento inventassero ogni giorno in luoghi di lavoro invivibili i modi per rallentare i tempi di lavoro, di costruire solidarietà, di non mettere la propria vita nelle mani del padrone. Mi piacerebbe pensare la politica come un luogo da cui partire per leggere le pratiche quotidiane…

L’anomala normalità dell’immigrazione dall’Africa

epa01359404 Foreign nationals wait in line to receive blankets at Soetwater refugee camp, Cape Town, South Africa 27 May 2008. Xenophobic attacks against foreigners have left more than 50 people dead, with hundreds seriously injured and more than 47,000 displaced. Since May 11, mobs in squatter camps and poor neighbourhoods in and around Johannesburg and other towns and cities nationwide have gone on the rampage, attacking mainly migrants from other African countries, accusing them of taking their jobs and housing. Some of the migrants have refugee status but the vast majority are economic migrants from poorer African states, such as Zimbabwe, who come to the continent's biggest economy in search of work. Because most enter South Africa illegally their exact number is not known. Some estimates put the number of African migrants at up to 5 million. ANSA-EPA/NIC BOTHMA

Erano certi di aver arrestato uno tra i più pericolosi trafficanti di esseri umani, colui che aveva gestito il passaggio attraverso il deserto dei 366 eritrei, poi annegati nel mare di Lampedusa il 3 ottobre 2013. L’uomo è in prigione ed è sotto processo in Italia, a Palermo. Ma forse si tratta di uno scambio di persona. Perché l’uomo in carcere sembra non essere Medhanie Yedego Mared, il famigerato trafficante eritreo, bensì Medhanie Tesfamarian Behre, eritreo anche lui, ma semplice pastore emigrato in Sudan perché non aveva abbastanza denaro per raggiungere l’Europa.

L’arresto risale al 24 maggio 2016, ed è avvenuto a Karthum, in Sudan, in collaborazione tra la polizia italiana, quella sudanese, quella inglese, olandese e svedese, sulla base di un’indagine internazionale condotta dalla procura di Palermo, fondata soprattutto su intercettazioni. Ma l’uomo in carcere non è stato riconosciuto da uno dei sopravvissuti ad uno dei viaggi gestiti da Mared e anche un ex complice del trafficante ha confermato agli investigatori che la foto da loro diffusa è quella di Mared, ma non corrisponde per niente alla persona in carcere. E anche due diversi test del Dna confermano lo scambio di persona. Staremo a vedere come evolve, pare che il vero Mared viva in Uganda, ma non è tanto questo che qui vorremmo approfondire. Lo hanno già fato egregiamente altre testate. Chi è Medhanie Yedego Mared? Quello che si conosce con certezza è che gestisce i suoi traffici dall’Africa, non solo verso l’Europa, ma anche verso la penisola araba e dal Corno d’Africa verso il sud del continente. Mared si muove spesso tra Sudan e Uganda, e tra Sudan e Medio Oriente, oltre che tra Sudan, Libia e Mediterraneo, perché quella per l’Uganda e per i Paesi che si affacciano sul Mar Rosso e sul golfo di Aden sono altre vie di fuga, per gli africani centro-orientali, da guerre e povertà: probabilmente è stato talmente abile, come trafficante, da riuscire a controllare i suoi interessi in tutte e tre le diverse rotte. In attesa che gli inquirenti sciolgano i dubbi sulla vera identità dell’uomo in carcere, il raggio d’azione del vero Mared può aiutarci a fare il punto sulle rotte seguite dai migranti africani e, perché no, anche a sfatare alcuni luoghi comuni su cui la propaganda politica italiana, negli ultimi dodici mesi, ha costruito la campagna elettorale prima, e l’azione di governo dopo le elezioni del 4 marzo. L’Europa (e con essa l’Italia) non solo non è l’unica meta dei migranti, ma non è neppure quella privilegiata.

Andiamo con ordine. Da sempre il Medio Oriente e la Penisola araba costituiscono un’importante valvola di sfogo per le migrazioni africane. Pensiamo a Israele, che di recente ha di fatto chiuso i propri confini ai profughi dall’Eritrea, dopo aver concesso il diritto di asilo, dal 2006 in poi, a oltre 10mila persone in fuga dalla dittatura di Afewerki. Oppure alla Somalia, che nel solo 2007, aveva visto partire verso lo Yemen 30mila persone. Un esodo che prosegue tuttora, nonostante la guerra e le bombe dell’Arabia saudita.

Ma ancora più significativo è il caso dell’Uganda. Paese non ricco, segnato da una lunga guerra civile con un gruppo di guerriglia armata di ispirazione cattolica, l’LRA (Lord’s Resistence Army), probabilmente non perfettamente esemplare sotto il profilo democratico, accoglie oggi, nonostante tutto, 1,2 milioni di profughi, provenienti soprattutto dalle guerre civili in Congo, Centrafrica, Burundi e Sud-Sudan, oltre agli eritrei.

Altri Paesi africani, tradizionale meta di migrazione interna al continente, sono il ricco Sudafrica, e il poverissimo Ciad che, pur essendo soggiogato da una gravissima crisi, è anche al centro della rotta desertica per la Libia. Poi ci sono tutti i Paesi del Maghreb, che sono al tempo stesso anche snodi verso l’Europa. La Libia, per dire, prima della morte di Gheddafi e l’inizio della guerra civile ospitava oltre due milioni di migranti africani. 

Secondo il rapporto annuale 2008 dell’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni), le persone di origine sub-sahariana in Europa erano all’epoca 800mila. E da allora sono aumentate di circa 100mila unità all’anno in media. Ebbene, è realistico pensare che, su circa 36 milioni di africani emigrati che vivono stabilmente fuori dal continente (Fonte: Dossier Onu sulle migrazioni 2017), al massimo tre milioni circa si siano stabiliti in Europa (su una popolazione totale di 510mln è pari allo 0,6%). Considerando anche gli immigrati dal nord Africa la cifra totale arriva a 7mln di africani residenti in Europa (Fonte: World bank), pari all1,37% della popolazione totale. Ed è interessante notare che non è l’Africa a detenere il primato continentale delle migrazioni. Il primato spetta all’Asia con 258 mln di migranti, e al secondo posto c’è l’Europa con 61 milioni. 

Nel 2008 il flusso di migranti nel Mediterraneo veniva calcolato tra i 5mila e i 25mila l’anno, sono senz’altro aumentati negli anni a seguire, attualmente siamo a più di 40mila negli ultimi dodici mesi, comprendendo nel calcolo la rotta italiana, quella spagnola e quella greca, in calo dagli oltre 100mila degli ultimi due anni, in calo, a loro volta, dalla stagione più critica, quella del 2015.

Ma, tra questi migranti che tentano la traversata a mare, i sub-sahariani non sono che dall’8 al 20% massimo, del totale dei sub-sahariani che arrivano nel Maghreb.

In altri termini, anche in caso di migrazioni epocali riguardanti il continente africano, è sempre una parte molto minoritaria che si mette in moto: una parte ancora più minoritaria finirà col muoversi da un continente all’altro.

Dati ONU ci mostrano infine come, nel 1990, circa il 3% della popolazione africana complessiva, e circa il 3% del totale dei sub-sahariani, fossero in movimento. Ebbene tali percentuali sono calate nell’arco dell’ultimo trentennio verso il 2%, per tornare verso il 3 solo nell’ultimo decennio, e il dato non è affatto spinto al rialzo dall’imponente crescita demografica africana.

Non sembrano i dati di unimminente invasione barbarica. Tanto più se si pensa che solo il 30% dei migranti africani sceglie l’Europa come meta (il 20% si sposta verso la penisola araba e il restante 50% si muove all’interno del continente. Fonte World bank).

Alessio Menonna e Gian Carlo Blangiardo, di Neodemos, hanno stimato l’entità dei flussi migratori dall’Africa verso l’Europa da oggi al 2030, divisi per Paese di provenienza e Paese d’arrivo: il calcolo è stato effettuato tenendo presente la variazione di surplus demografico, calcolata da fonti ONU e ILO, e prevista per il futuro. Sono state effettuate due stime: la seconda, come parziale correttivo della prima, tenendo presente un coefficiente, pari al rapporto fra la crescita dei redditi nei Paesi di partenza e in quelli di arrivo, per cui moltiplicare il risultato della prima stima.

Ebbene, secondo la prima stima, ci saranno 350mila ingressi annui fino al 2026, 380mila tra il 2026 e il 2030. Nella seconda stima, influenzata dal fatto che la crescita dei redditi sarà più bassa da noi che non in Africa, si prevedono rispettivamente 300mila ingressi annui fino al 2026, e 330mila fino al 2030.

Le stime sono, naturalmente, prudenti e conservative, poiché non tengono conto né di una possibile mutata condizione dell’offerta di lavoro da parte dell’Europa, né del possibile aggravarsi delle situazioni di crisi che spingono alla migrazione.

In generale sparirà l’immigrazione maghrebina, aumenterà quella dal Senegal, verso Spagna, Francia e Italia; quella da Gambia e Mali, sempre verso la Spagna; dalla Nigeria, verso Spagna e Regno Unito, verso cui pure emigreranno persone provenienti da Zimbabwe e Sudafrica; da Costa d’Avorio e Camerun, verso la Francia, e dalla Somalia verso la Svezia: tutti i flussi citati saranno sopra i 5mila ingressi per anno.

Le conseguenze saranno tali che la piccolissima Malta resterà sempre, su numeri e scala ridottissimi, il primo Paese europeo per impegno sul fronte dell’accoglienza, con 17 persone accolte ogni 10mila abitanti, mentre, su numeri già molto più significativi, la Spagna accoglierà 16 persone ogni 10mila abitanti, il Belgio 15, la Svezia 13, crescendo dagli attuali 8, la Francia 9, scendendo dagli attuali 10, l’Italia 8, restando stabile, il Regno Unito 8, salendo dagli attuali 7. La Germania si fermerà a 3 migranti africani ogni 10mila abitanti, al di sotto della media, come Paesi Bassi, Irlanda, Grecia, Cipro, Finlandia, Danimarca, Austria, e tutti i Paesi dell’est, ma bisogna anche ricordare che molti di questi Paesi saranno interessati da altri flussi migratori che quelli africani.

Oltre a non essere proprio un’invasione, come si vede, non è nemmeno che vengano tutti da noi.

L’Italia diventa sempre più un Paese di transito, per quello che riguarda la migrazione. Sempre per Neodemos, Mario Baseri e Cinzia Conti hanno messo in risalto come nel 2017, in Italia, il numero delle richieste dei permessi di soggiorno sia calato di 217mila unità rispetto al 2016, un calo del 5%. Tra le tipologie di permesso sono in crescita i ricongiungimenti familiari e gli asili politici, in calo i permessi per motivi di lavoro.

Ma chi viene per asilo politico resta solo nel 50% circa dei casi, chi viene per ricongiungimento va via in un buon 35% dei casi. Così, se l’80% dei migranti arrivati nel 2002 è ancora in Italia nel 2017, solo il 65% lo è di quelli arrivati tra 2007 e 2012, mentre la percentuale scende ancora al solo 55%, per gli arrivati tra il 2007 e il 2017.

Gli stranieri residenti in Italia al 1 gennaio 2018 sono 5.144.440 e rappresentano l’8,5% della popolazione residente (Fonte: Istat). La percentuale è più alta della media solo in 100 comuni, per lo più nel centro-nord Italia, dove gli italiani sono in totale circa trenta milioni.

Tutt’altro che cifre da invasione dunque, ma piuttosto cifre di un fenomeno strutturale, che non si affronta trattandolo come un’emergenza di ordine pubblico, quasi che l’immigrazione esistesse perché esistono i trafficanti, e non il contrario

Il Pd e l’emendamento senza dignità al decreto dignità (*ora il PD dice di averlo “superato”)

L'intervento del segretario del Pd, Maurizio Martina, nel corso della riunione della segreteria del partito alla Libreria Le Torri nel quartiere di Tor Bella Monaca, Roma, 18 luglio 2018. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

**(aggiornamento: il PD dichiara di avere “superato” l’emendamento. Meglio così. Evidentemente il senso delle critiche ha qualche ragion d’essere)**

Non so se avete avuto modo ieri di seguire le mirabolanti gesta del Partito democratico a proposito degli emendamenti depositati sul decreto dignità di Di Maio. Un ripasso breve: alla vigilia dell’inizio della discussione nelle commissioni Finanze e Lavoro i deputati Pd Debora Serracchiani, Stefano Lepri, l’ex Sel Alessandro Zan, Marco Lacarra, Romina Mura, Antonio Viscomi, Carla Cantone (ex leader del sindacato dei pensionati Spi-Cgil) e Chiara Gribaudo (che nella nuova segreteria ha la delega al lavoro) hanno presentato un emendamento per cancellare l’articolo del decreto dignità che aumenta le mensilità degli indennizzi a favore dei lavoratori che vengono licenziati ingiustamente, portandole da 4 a 6 per le minime e da 24 a 36 per le massime.

Avete capito bene: il partito d’opposizione decide di intervenire su un (giusto) articolo che punisce gli abusi contro i lavoratori. Ma non è tutto: ad accorgersi del vergognoso emendamento è Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro nel governo Prodi II, da sempre molto attivo nella guerra al precariato ed è stato proprio lui a raccontare che l’innalzamento degli indennizzi fosse un obiettivo dello stesso Pd quando era al governo nella scorsa legislatura. Quindi, per dirla semplice, il Pd riesce non solo ad essere in contraddizione con i diritti dei lavoratori (questa non è un’inaspettata novità purtroppo) ma addirittura è in disaccordo con se stesso.

Non è finita qui: il segretario Martina e la stessa Serracchiani rispondono mostrando un loro emendamento che alzerebbe gli indennizzi. Peccato che quello si riferisca ai casi di conciliazione, che permettono al datore di lavoro di risparmiare e al dipendente di ottenere con più rapidità l’indennizzo, evitando la trafila al Tribunale del Lavoro. A una domanda insomma rispondono andando fuori tema. Alla grande.

E chi è felice dell’emendamento Pd? Confindustria, ovviamente, che ancora una volta ha sventolato la stessa risibile minaccia secondo la quale maggiori diritti dei lavoratori scoraggerebbero le assunzioni a tempo indeterminato secondo l’antico adagio per cui i lavoratori devono essere grati di essere schiavi e considerare il proprio impiego un privilegio. E il Pd, dopo avere perso vagonate di voti, insiste imperterrito a perderne ancora.

Non si tratta di mancata connessione sentimentale con il proprio popolo: qui siamo proprio all’iterazione del difendere la parte sbagliata, di fare la destra giocando a sinistra, di essere i protagonisti abusivi di una storia che viene tradita con la stessa superficialità che si addossa agli altri. Manca solo di prendere lezioni di solidarietà da Salvini. Distruggere un partito è difficile quasi come crearlo: ci state mettendo del tempo ma ci siete quasi riusciti.

Buon martedì.

Meno integrazione per i migranti più business per i gestori, i centri d’accoglienza e l’eredità del decreto Minniti

Un gruppo di 301 migranti africani, tra cui 46 bambini, é stato salvato dalla Guardia costiera libica a bordo di due grandi gommoni in panne a ovest di Tripoli, 21 giugno 2018. Tra i migranti, di 12 diverse nazionalità africane, vi sono anche tre donne. I clandestini, dopo aver ricevuto servizi umanitari e medici, sono stati consegnati al centro di accoglienza di Trig al Seka dell'Autorità per la lotta contro l'immigrazione clandestina. ANSA/ZUHAIR ABUSREWIL

Sebbene novantasette bandi su centouno richiedano, nell’offerta tecnica, la presentazione di un progetto di qualità per l’erogazione dei servizi, solo in diciassette casi ciò ha portato all’assegnazione di un punteggio specifico mentre nella maggior parte degli altri è stato assegnato in base a fattori quantitativi. In soldoni, nella valutazione dei servizi alle persone (le più vulnerabili) conta il mero ribasso economico e i numeri più vantaggiosi nelle offerte di gara per aggiudicarsi l’apertura e la gestione dei Cas.

Così, appunto, il sistema dei Centri di accoglienza straordinaria (che di straordinario non ne ha né le caratteristiche né l’imprevedibilità) ha (dis)funzionato a causa di un approccio basato sulla semplice esigenza di garantire posti letto per i richiedenti asilo, anziché puntare a un metodo integrato, efficace e sano. Che latita non tanto per un scarsità di risorse economiche (come vorrebbero far credere le istituzioni) considerato che i fondi necessari esistono e solo nel 2018 sono stati stanziati oltre due miliardi di euro, quanto per la mancanza di un piano di intervento strutturale. E perché i bandi pubblici, indetti dalle prefetture, per “l’affidamento dei servizi di accoglienza e dei servizi connessi ai cittadini stranieri richiedenti asilo presso strutture temporanee”, a oggi, secondo il dossier Straordinaria accoglienza, redatto da InMigrazione (cooperativa sociale impegnata nell’accoglienza ai migranti), risultano mere procedure burocratiche. Peraltro anche molto lente, sia per una carenza di organico nelle prefetture sia per una mancanza di formazione del personale addetto: in media 60 giorni (ma complessivamente sono ne sono stati calcolati 5.890, pari a più 16 anni) tra la data presunta di avvio dei servizi e la data di affidamento degli stessi al termine della procedura di gara, che pesano sulle casse dello Stato ma, soprattutto, sulla qualità dell’accoglienza.

Immaginati come luogo di contenimento e attesa, con una logica assistenzialista, scollegata da proposte di servizi per l’integrazione e che fa leva sulle grandi cifre le quali, spesso, portano al binomio accoglienza-business, i Cas sono le prime vittime del decreto dell’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti, con il quale è stato approvato lo schema di capitolato per la gestione dei centri di accoglienza che per i criteri di aggiudicazione si è rifatto ai capitolati tecnici dei grandi Centri governativi. Un’impronta che permette di non specificare nei bandi i requisiti necessari a far funzionare il sistema o di esplicitarli in maniera molto generica, facendo ricadere sulla pelle dei migranti (appena arrivati) l’inefficienza dei servizi per l’orientamento legale, per la domanda di protezione internazionale, per l’insegnamento dell’italiano, per la mediazione linguistica. Sebbene esistano degli esempi virtuosi, ciò è riscontrabile in quasi tutte le strutture italiane che avrebbero dovuto rappresentare l’eccezione e, invece, da quattro anni a questa parte, sono la regola. Superando, di gran lunga, il numero dei centri Sprar – il sistema per la protezione dei richiedenti asilo e rifugiati gestito dagli enti locali – nei quali viene garantita un’assistenza più qualificata.

Rappresentando oltre il 90 per cento della prima accoglienza, con 180mila posti messi a bando, nel 68 per cento dei casi viene data la possibilità di aprire Cas con una capacità ricettiva tra gli ottanta e i trecento utenti; pochi quelli in cui il limite è inferiore ai sessanta ospiti, con conseguenze negative anche sul rapporto con la comunità in cui sono inseriti. Se le regole del gioco fossero più definite, i controlli potrebbero essere più efficaci e, in caso d’inadempienza, sarebbero più facilmente applicabili penali e rescissioni delle convenzioni.

Armando Punzo: «L’unica rivoluzione è quella del linguaggio»

La Casa di reclusione di Volterra, ospitata dalla Fortezza Medicea, è un luogo dell’impossibile. Qui nel 1988 prende vita un’esperienza artistica e sociale unica al mondo, la Compagnia della Fortezza. L’attore e regista Armando Punzo entra in carcere per tenere un laboratorio teatrale. Ma il risultato sarà un esperimento senza precedenti. E i partecipanti diverranno i primi «detenuti attori».
Oggi la Compagnia della Fortezza compie trent’anni e oltre trenta spettacoli. Ma questo lavoro non si limita a portare un prodotto artistico dentro a un luogo del disagio, piuttosto esplode da quel luogo tutte le incertezze, le aporie, le follie umane che solo il teatro può far materializzare.
Una serie di gesti artistici presenteranno, quest’anno, il lavoro della Compagnia della Fortezza come «opera d’arte totale», tra teatro, cinema, incontri con scuole e università da tutta Italia e laboratori in diverse città, alcuni lunghi un triennio.
Per raccontare trent’anni non bastano le testimonianze di chi ha fatto esperienza delle opere tratte da Shakespeare, da Brecht, da Sartre o da Genet e riscritte nel cortile e nei corridoi del carcere o in grandi teatri “altrove” (grazie all’art. 21 che assegna permessi temporanei ai detenuti); non bastano le decine di progetti curati, tra cui il festival VolterraTeatro, che dal 1996 al 2016 ha portato la firma dell’Associazione Carte Blanche; non bastano i premi ricevuti; non bastano documentari e pubblicazioni.
Ma forse aiutano le parole dell’ideatore di questa «utopia concreta», che abbiamo intervistato.
Nei materiali si legge «Architetture dell’Impossibile». Una struttura materiale incaricata di sostenere qualcosa che però nega ogni possibilità.
La riflessione sul mondo intorno a noi, oggi, tende a svuotare di senso quello che non rientra nell’ordinario. La sensazione è che…

L’intervista di Sergio Lo Gatto ad Armando Punzo prosegue su Left in edicola


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Marchionne: che c’entra la morte con i diritti?

epa06443633 CEO of Fiat Chrysler Automobiles Sergio Marchionne responds to questions from reporters during the introduction of the 2019 Jeep Cherokee SUV at the 2018 North American International Auto Show in Detroit, Michigan, USA, 16 January 2018. The automobile show opens to the public 20 January and runs through 28 January 2018 where visitors can get up-close to technologies and vehicles of the future. EPA/TANNEN MAURY

Sergio Marchionne è quanto di più lontano possa esistere rispetto alla mia concezione dei diritti del lavoro e dei valori morali. Ho ancora negli occhi il pessimo marketing dell'”Operazione Italia” lanciata in pompa magna per finire in un niente di fatto, ho negli occhi gli scheletri spolpati di ciò che fu Mirafiori e di come è stata ridotta, ho conosciuto e discusso con i residui degli operai della Maserati che sono diventati il sacchetto dell’umido di un’industria italiana che fu gloriosa ed è diventata una misera stelletta da sventolare, ricordo bene la frase di Marchionne ospite da Fabio Fazio (eh, sì) quando disse «la Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l’Italia». I grandi imprenditori e industriali italiani sono quelli che hanno contribuito alla crescita del Paese oltre a quella della propria azienda, e Marchionne no, non è tra questi.

Ma non è di questo che voglio parlare. No. Mi interessa piuttosto scorrere (e lo so che ci tocca, purtroppo) i commenti di chi in queste ore sta esultando per le condizioni di Marchionne, ricoverato in terapia intensiva in coma irreversibile, come se il suo dolore personale possa essere davvero un valore aggiunto alla battaglia per i diritti, come se (ancora una volta) i posti di lavoro persi (erano 120mila nel 2000, rispetto ai 29mila di oggi) trovino lenimento nella sua scomparsa. Gioire della morte di Marchionne è una cazzata pazzesca, non ha niente a che vedere con la sinistra dei diritti e dei lavoratori e di colpo rilascia lo stesso tanfo di chi gioisce per i morti del Mediterraneo. Chi gioisce per la morte di un negro è disumano come chi gioisce per la morte di un ricco. È una posizione impopolare? Beh, pazienza.

Il gioco sporco di dare un nome, un cognome e una faccia a una (giusta) battaglia per i diritti è una bassezza che non ha niente a che vedere con la difesa dei deboli. Cedere alla vendetta e al cattivismo è (per dirla alla Totò) una livella peggiore della morte. La compassione che dipende dai beneficiari è fasulla. Un uomo che muore è un uomo che muore: le sue pratiche e le sue politiche non hanno niente a che vedere con la sua malattia. No. E insozzare il clima non porta benefici. Per niente.

Buon lunedì.

Il vero volto dell’America raccontato da Gillo Dorfles

Mark Rothko, «questa figura solitaria, nota sino ad alcuni anni or sono solo a pochissimi al di qua dell’Atlantico, appare qui come l’unico esempio di un indirizzo diverso da tutti gli altri…». Così Gillo Dorfles presentava il lavoro dell’artista americano alla Biennale di Venezia del 1958 in un articolo pubblicato su Aut Aut. «La pittura di Rothko costituisce a un tempo un limite…ma anche un inizio: l’inizio di un nuovo tonalismo», il cui compito non è quello di imitare, specchiare o copiare, l’atmosfera alla maniera degli impressionisti, «ma di inventarla, di crearla ex novo».

In poche righe Dorfles andava al cuore della ricerca di Rothko raccontando la sua pittura fatta di solo colore, come creazione di immagine e, diremmo oggi, come ricreazione della nascita. Ritroviamo questa piccola perla nella raccolta di scritti, in italiano e in inglese, La mia America, che Skira ha pubblicato a pochi mesi dalla scomparsa del decano della critica d’arte avvenuta il 2 marzo scorso. Nella sua lunghissima vita Gillo Dorfles ha avuto modo di conoscere molti artisti del secolo scorso, non di rado, intuendone per primo il talento, con quello spirito di ricerca e di attenzione al nuovo e alle avanguardie che da sempre lo ha contraddistinto. Così in questo volume curato da Luigi Sansone, accanto a riflessioni sull’estetica, e sul senso della bellezza, sul rapporto fra arte e pubblico, accanto a proposte di metodo e di ricerca, troviamo affascinanti approfondimenti critici sull’opera di artisti che – nei più diversi ambiti – hanno aperto strade nuove. In questa chiave si possono leggere “Il divenire di Wright” dedicato all’architetto della casa sulla cascata e “Le immagini scritte” dedicato a Cy Twombly.

Particolarmente interessanti sono le pagine su “architettura e psicologia” in cui Dorfles cerca di cogliere la dimensione profonda coinvolta nella progettazione ma anche nella fruizione degli spazi. «Il senso di profondità, il movimento, la dimensione spaziale entrano in gioco nei nostri (spesso inconsci) apprezzamenti di un ambiente». Caratteristica straordinaria di Gillo Dorfles è che la sua attenzione non rimaneva mai rinchiusa in ambito specialistico e accademico, il suo sguardo spaziava a tutto raggio sull’arte e sulla società. Arrivato in America Dorfles si immerse nella vita newyorkese e non solo, cercando di cogliere l’invisibile di quel grande e contraddittorio Paese. Nacquero in questo modo lettere, articoli, saggi in cui lo studioso triestino raccontava con spirito critico aspetti che riguardano le radici profonde della cultura americana, a cominciare da quelle religiose, che Dorfles stigmatizzava come pervasive. «Penso che il popolo americano si possa considerare come il più religioso e credente di qualsiasi popolo europeo – scriveva – certo più degli italiani». Parlando delle «diverse sette cristiane» diffuse negli Usa ne descriveva il rigore, l’intolleranza, l’ordine. Un cristianesimo, notava Dorfles sulla scorta di Piovene, «che mira alla redenzione e trascura la passione», annullando l’umano.