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Russia, la battaglia elettorale corre sul web. Oscurato il sito del dissidente Navalny

Privet, eto Navalny. «Ciao, sono Navalny. Forse vi sono mancate le nostre inchieste, ma oggi posso rendervi felice con una notizia». Quasi tutti i messaggi su Navalny live, il canale di notizie personale dell’attivista russo, cominciano così. La guerra contro il potere Aleksey la conduce quando può per le strade e in piazza, ma sempre, ogni giorno su internet. Ora nella sua rete digitale è finito un ryba, un pesce. Questo vuol dire rybka in russo: “piccolo pesce”. Il “rybkagate” è l’ultimo scandalo che scuote l’alba delle future elezioni russe, a Mosca, ma anche quelle ormai trascorse, a Washington. Il “rybkagate” è la storia di uno scandalo, di un oligarca, di una escort sul suo yatch, di un blog che parla dei legami dei due uomini più potenti della terra: Donald Trump e Vladimir Putin.

Nel 2016, ad agosto, in estate, il magnate dell’alluminio, l’oligarca russo Oleg Deripaska sarebbe stato in acque norvegesi con il suo yatch privato insieme al vice premier Sergey Prikhodko, consigliere di Putin. Insieme a loro c’era Anastasia, un’escort, il cui soprannome è Nastja Ribka. Su Instagram la ragazza ha pubblicato foto di quel viaggio estivo. I due uomini sono legati a Paul Manafort, – ex responsabile della campagna presidenziale di Trump, ora chiave di volta nell’indagine Russiagate su cui indaga il Congresso e l’Fbi in America.

La notizia è stata subito ribattuta e diffusa dal blog dell’oppositore Aleksey Navalny. Il sito del blog è stato oscurato dai provider russi di internet su ordine statale, ma l’oppositore e il suo team sono riusciti a creare un sito specchio e rimuovere il blocco al sito originale. Sono i contenuti video e foto a non essere visibili in Russia su ordine della Rkn, Roskomnadzor, l’agenzia statale per il controllo delle comunicazioni, che ha intimato a Youtube e Instagram di rimuovere il materiale dell’inchiesta. Il prezzo da pagare, se i due giganti digitali avessero deciso di non eseguire l’ordine, era la perdita immediata del mercato russo. Interfax, un’agenzia russa, ha poi riportato che la Rkn aveva chiesto anche a Google di cancellare o bloccare l’accesso al video e le foto.

Sesso, bugie e Instagram. Il divieto di diffusione della Rkn arriva dopo una sentenza della corte del tribunale di Ust-Labinsk, Russia del sud, che aveva dato ordine di censura per la tutela della privacy violata dell’oligarca, da parte della modella di 21 anni, Anastasia Vashukevich, detta appunto Rybka, piccolo pesce, dopo che cinque milioni di persone su Youtube avevano già visto il video che denunciava i legami dell’oligarca Deripaska e del vice premier russo.

Non solo sui social network: Deripaska è un nome citato anche nei report d’oltreoceano, nelle investigazioni condotte negli Stati Uniti sulla presunta interferenza russa nelle elezioni americane che hanno portato alla vittoria di Trump. Deripaska, con il suo portavoce, ha fatto sapere che la protezione della sua privacy non ha niente a che fare con la lotta politica, né con la battaglia del Cremlino contro il blogger, né con i legami tra gli uomini che hanno portato alla vittoria di Trump.

Dopo che più volte i giudici hanno emesso sentenze che lo hanno condannato a non poter essere candidato per processi a suo carico, dopo i fermi e gli arresti delle precedenti manifestazioni di piazza, a Navalny è rimasta un’unica altra voce: Twitter. Mancano poco più di trenta giorni, un mese. Questa è la guerra elettorale via social prima delle urne che verranno aperte domenica 18 marzo in tutta la Russia. Lui, Navalny, ha chiesto al popolo di boicottare le elezioni, perché non potrà partecipare. Vedremo quanto conterà la sua voce.

Non credetegli. Mai. Il mare non uccide. Le persone uccidono

Non credetegli. Mai. Il mare non uccide. Le persone uccidono. Anche l’indifferenza uccide, sì, anche quella: i morti per indifferenza li riconosci perché quando muoiono se gli apri gli occhi, con le dita, come si aprono due lembi, dentro ci trovi la pupilla di chi l’aveva capito da tempo che sarebbe finita così. Non sono mica come i morti improvvisi, quelli con lo sguardo interrotto che non ha nemmeno fatto in tempo di stringersi per il buio che gli veniva addosso: se avessero un minuto, un minuto ancora, un minuto di quelli che un minuto prima di andarsene uno torna e dice – ah! Scusa, un’ultima cosa – se avessero avuto quel minuto lì ve l’avrebbero raccontato anche loro che il mare, il mare non uccide. Uccide trascinarsi per il deserto come una mandria zoppa in balìa di pastori a forma di soldati; uccide farsi porto a forza di pregarne uno e provare a farsi legno per non bollire di sole e sale; uccide nascere dalla parte sbagliata del mondo, come una mela che casca dalla parte del dirupo; uccide l’indifferenza. Sì, l’indifferenza uccide, eccome se uccide. Ci sono più morti di indifferenza della somma di tutte le guerre mondiali, anche delle guerre dei tempi passati. Solo che i morti di indifferenza muoiono che non se ne accorge nessuno. Si spengono come lampadine di una strada deserta in cui non passa nessuno.
Il vicolo deserto in cui non passa nessuno, trattato come un sacco dell’umido da chiudere stretto senza nemmeno guardarci dentro, per non rovinarsi l’appetito, è la Libia di cui tutti parlano e nessuno legge, la Libia che è diventata la discarica dei nostri errori e dei nostri orrori. E invece lì dentro ci sono storie che vanno prese a piene mani e portate in giro. Con pazienza, cura. Come quando si cambia una lampadina, appunto.

(dal mio spettacolo “A casa loro”, scritto insieme a Nello Scavo, che è uno spettacolo teatrale ma forse sarebbe il caso che fosse un bigino da tenersi in tasca durante questa brutta campagna elettorale. Buon venerdì)

La lezione antifascista di Macerata

L’antifascismo riparte da Macerata, abbiamo scritto in copertina. La manifestazione organizzata dai centri sociali e da Potere al popolo che ha visto migliaia e migliaia di persone sfilare pacificamente ha avuto il senso di un netto e vitale rifiuto dei criminali fascisti ma anche dei professionisti della paura (politici e media). Dalle strade della cittadina marchigiana si è alzato un forte e spontaneo no verso chi fa campagna elettorale con argomentazioni razziste, spacciando notizie false per indurre paura e senso di insicurezza, per poi poter imporre un controllo militare sulla società. Tutti coalizzati e tesi verso questo obiettivo, dal centrodestra di Salvini, Berlusconi e Meloni al centrosinistra di Renzi, Gentiloni e Minniti, passando per la “consegna del silenzio” invocata da Di Maio sulla strage tentata dal naziskin Traini. Tutti d’accordo, con l’incredibile avallo dei vertici dell’Anpi, della Cgil, di Libera e dell’Arci. Intervistata da Left Carla Nespolo dell’Anpi ha parlato di una decisione difficile presa per rispetto delle istituzioni. Una risposta che fa gelare il sangue, pensando ai partigiani che hanno speso la vita per abbattere le istituzioni fasciste. Le istituzioni non sono neutre, hanno un contenuto e un preciso segno politico, non saremo di certo noi a insegnarlo alla presidente nazionale dell’Anpi. Ma anche tralasciando quella terribile “gaffe”, ci domandiamo perché Anpi Cgil, Arci e Libera siano andati in soccorso del sindaco Pd di Macerata che con il suo appello chiedeva di far finta di nulla – o meglio -, con il soccorso di Minniti imponeva di chiudere gli occhi di fronte all’attacco terrorista compiuto da un fascioleghista, che ha sparato per uccidere, lucidamente, cittadini di colore. Come tacere rispetto a tutto questo? Come si può restare inerti rispetto alle dichiarazioni del segretario del Pd e del ministro dell’Interno che hanno commentato il gesto razzista e criminale di Traini dicendo «non ci si può far giustizia da soli». Come se gli immigrati presi a fucilate avessero commesso un reato! Per fortuna nella base dell’Anpi e in una significativa parte della Cgil è scattata la ribellione. “Per fortuna” c’è stata una ferma risposta di massa da parte di cittadini auto convocati, venuti da ogni parte del Paese.

La manifestazione del 10 febbraio è stata un grande successo del movimento antifascista e antirazzista. E Minniti, per tutta risposta, il giorno dopo ha rimosso il questore che l’aveva autorizzata. Un normale avvicendamento dicono le fonti ufficiali. Normale a soli tre mesi dalla nomina? A noi pare di poterci leggere un’ulteriore conferma del fatto che quella iniziativa, secondo il ministro del governo Gentiloni, Marco Minniti e per il rottamatore della sinistra Matteo Renzi, andava annullata. Andava soffocata la sana reazione di chi ha solidarizzato con la comunità immigrata di Macerata colpita due volte: dall’attentato e dai sospetti che l’hanno investita dopo l’arresto di alcuni immigrati di origine nigeriana accusati dell’omicidio di Pamela. Perché quelle stesse persone pronte a “etnicizzare” il delitto, non hanno fatto lo stesso con l’italiano che ha ucciso Jessica a Milano? I profeti della paura, i politici, da Prestipino a Fontana, che parlano di difesa della razza bianca, di tutela della famiglia italiana tradizionale basata sui valori cristiani non fanno altro che legittimare e alimentare razzismo e xenofobia. Ed è di quella violenta ideologia che dovremmo aver «paura», non di fantomatiche invasioni di migranti, non dello straniero, non dello sconosciuto; dovremmo aver paura della “cultura” catto-fascista oggi propagandata da formazioni come Forza nuova e CasaPound, ma anche da partiti politici che corrono per le elezioni. è questa la vera emergenza.

Torniamo ora a Macerata. A 17 anni, dopo un’adolescenza difficile, Traini fu folgorato da Forza nuova. Si sentì subito parte di quella comunità cattolica e fascista, ha raccontato. Nell’ideologia nazifascista ha trovato una giustificazione… Che ruolo gioca una cultura malata e criminale nell’armare la mano di una persona già disturbata? Che ruolo ha il fondamentalismo religioso? La moderna psichiatria parla di casi isolati, di singole personalità psicopatiche. Il nostro compito di giornalisti è di porre domande, anche scomode. Per questo su questo numero di Left abbiamo scelto di approfondire due questioni lontane, ma forse non troppo. L’avanzata delle destre clericofasciste e lo strapotere che il Vaticano continua a esercitare sull’Italia, anche attraverso la scuola e i media. Da millenni siamo ostaggio di una ideologia spacciata per antropologia, di una narrazione biblica che ci vuole tutti segnati dal peccato originale, tutti figli di Caino, dunque pronti a uccidere. E sui giornali mainstream dicono che potrebbe capitare a tutti di farlo. «Chi ha ucciso Pamela Mastropietro? La tossicodipendenza o la ferocia latente della natura umana?» si legge in un articolo di Repubblica. Forti di un pensiero nuovo sulla realtà umana noi di Left ci ribelliamo a una visione religiosa che non permette la conoscenza.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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Repubblica a sovranità limitata

È il 25 marzo 1861. Da otto giorni è stato proclamato il Regno d’Italia, di un’Italia monca del Triveneto e del Lazio. Monca dunque anche di Roma, dove regna il papa. Il primo ministro Cavour propone al parlamento di Torino di proclamare comunque Roma capitale d’Italia. Chiede al papa un passo indietro: la rinuncia al potere terreno. Cavour è un convinto laico, tanto da ritenere che «nel secolo prossimo la separazione della Chiesa dallo Stato sarà un fatto compiuto ed accettato da tutti i partiti».
Si sbaglia clamorosamente.

Cavour muore due mesi dopo. Non vedrà la guerra che, nel 1870, l’Italia dovrà dichiarare al papa per avere la sua capitale. E non proverà la delusione di non vedere mai un’Italia laica, che era un obiettivo centrale del progetto risorgimentale. Nonostante le scomuniche scagliate da Pio IX contro i vertici della nazione, il cattolicesimo resta la religione del Regno d’Italia. Mentre in Francia si approva, nel 1905, la storica legge sulla laicità, Pio X capisce che tenere i cattolici italiani lontani dalla politica è controproducente, perché favorisce la secolarizzazione della società e delle istituzioni. Ed ecco, nel 1913, il patto elettorale che i liberali di Giolitti, dopo aver scaricato i radicali, stipulano con i clericali di Gentiloni.

La strada è dunque già stata segnata, quando il fascismo prende il potere: e 707 anni dopo Worms resuscita il Concordato. Ma basta che osserviate le fotografie scattate in Laterano l’11 febbraio 1929 per rendervi conto che non è comunque un passo facile. Mussolini e il cardinale Gasparri, al momento delle firme, si guardano cupi. Anche le personalità presenti non sembrano particolarmente felici. Il duce ha un passato socialista e anticlericale di cui ora si vergogna, le gerarchie ecclesiastiche sanno che una parte del mondo cattolico non capirà.

Ma quando c’è la volontà politica si arriva sempre a un accordo, anche quando i contraenti sono due totalitarismi. Benché Pio XI pensi che l’unico totalitarismo doc sia quello della Chiesa cattolica, il 13 febbraio rende onore a Mussolini, affermando che «ci voleva un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare, un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale». Un uomo che, dopo aver cancellato le libertà civili, riportasse indietro le lancette della storia. La Chiesa, con i Patti Lateranensi, dona al fascismo credibilità e legittimità nel mondo intero.

In cambio può tornare a gestire il potere terreno, perché nasce lo Stato della Città del Vaticano. La Chiesa ottiene anche una serie incredibile di privilegi. Tra i più…

L’articolo di Raffaele Carcano prosegue su Left in edicola


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Una vita irrazionale (podcast), numero speciale dedicato a Massimo Fagioli. Intervista allo psichiatra Andrea Masini

In occasione dell’uscita del numero speciale di Left UNA VITA IRRAZIONALE, dedicato all’originale ricerca di Massimo Fagioli sulla realtà umana, abbiamo chiesto ad Andrea Masini, psichiatra, psicoterapeuta e direttore della rivista scientifica Il sogno della farfalla, di parlarci delle scoperte dell’autore della Teoria della nascita e dell’analisi collettiva, che hanno portato ad un cambio di paradigma, nella psichiatria e non solo.

Andrea Masini: La domanda è difficilissima perché riguarda un pensiero veramente nuovo, originale, che – ed è uno dei grandi meriti del settimanale Left – viene qui riproposto. È un personaggio, è un pensiero, è una teoria, quella di Massimo Fagioli, che secondo me è ancora tutta da far conoscere. Lui ha lavorato a questa teoria tutta la vita. L’ha esposta nel 1971, sul suo primo libro, che è il punto di partenza di questa teoria, Istinto di morte e conoscenza, che già nel titolo ha gli elementi fondamentali della sua ricerca, cioè l’idea di una realtà umana che è stata sempre codificata come istinto di morte e considerata solo qualcosa di terribilmente distruttivo nella parola. Invece lui l’ha legata alla conoscenza, cioè a questa capacità dell’essere umano di essere così creativo nella sua possibilità di intervenire nel mondo naturale.

Ecco, capisco di aver solo lontanamente chiarito il pensiero di Fagioli. Egli era, e ha sempre rivendicato di essere uno psichiatra, di aver fatto questa ricerca come psichiatra, quindi partendo dalla malattia mentale, partendo dalla malattia mentale grave, non dalla cosiddetta nevrosi, ma dalla malattia che chiamiamo comunemente psicosi. Fagioli si è formato nell’ospedale psichiatrico, il vecchio “manicomio”, e per tutta la vita ha cercato di capire questa duplicità dell’essere umano, che può essere il massimo della distruttività e il massimo della creatività.

E questa dimensione lui la trovava all’interno di quello che un tempo veniva chiamato “inconscio”, cioè la realtà più profonda degli esseri umani, che lui preferiva chiamare “non cosciente”, perché la parola “inconscio” aveva acquisito negli anni il senso di “inconoscibile”, di “sconosciuto ma inconoscibile” e invece lui riteneva che questa potesse essere assolutamente conoscibile, che doveva essere conoscibile, e chiamarla inconoscibile significava – come dire – abdicare ogni ricerca sulla realtà umana. E questa realtà inconscia, o “non cosciente” come la chiamava lui, aveva entrambe queste possibilità: di distruggere, o di costruire, di creare, e questa possibilità di prendere una via piuttosto che un’altra era legata alla sanità – lui avrebbe detto “vitalità” – che ha un essere umano, e quindi di far prendere a questa forza interiore una direzione o il suo opposto…

L’intervista prosegue sul podcast di presentazione del numero speciale UNA VITA IRRAZIONALE. Per ascoltare gli altri podcast di approfondimento Left on air, clicca qui

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Strage in una scuola. L’ennesima negli Usa. Come leggere questo agghiacciante fenomeno

Il fermo immagine, tratto da Fox News, dalla Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland (Florida) dopo la sparatoria, 14 febbraio 2018. ANSA/FERMO IMMAGINE FOX NEWS +++EDITORIAL USE ONLY - NO SALES - NO ARCHIVE+++

Sparatoria in un liceo a Parkland in Florida. L’ennesimo caso in America. Un giovane armato, Nicholas Cruz, ha aperto il fuoco nella Marjory Stoneman Douglas High School,  uccidendo 17 persone e ferendone più di 50 persone. Cruz era uno studente “difficile” dicono gli articoli della stampa locale che riportano il caso.  Un agghiacciante rituale che torna a ripetersi negli Usa. A spiegarlo non basta il fatto che la vendita delle armi sia diffusissima Oltreoceano. E’ necessario indagare a fondo il pensiero malato che spinge ad acquistare armi per uccidere. Per tentare di capire cosa c’è dietro a  un fenomeno che fino all’attentato di Macerata credevamo solo made in America, riproponiamo qui la riflessione dello psichiatra Domenico Fargnoli sul caso di Adam Lanza responsabile di una strage in una scuola elementare a Newtown nel Connecitucut il 14 dicembre 2012

Adam Lanza sarebbe stato in diretta competizione con Anders Breivik il mass murderer norvegese autore nel luglio del 2011 della strage di giovani nell’isola di Utoya. È quanto riferisce l’emittente CBS sulla base di fonti rimaste anonime. La notizia, secondo il portavoce del polizia del Connecticut, sarebbe puramente speculativa. In realtà , indipendentemente da fatti che provino la validità dell’ipotesi emulativa, sono riscontrabili negli innumerevoli episodi di mass shooting commentati nei media di tutto il mondo, dei tratti comuni, individuati anche in studi di psichiatria forense, che fanno pensare ad una componente “imitativa”.

Molti dei soggetti, autori di stragi ai danni di individui inermi e quindi bersagli ideali, hanno dei profili psicologici compatibili con una diagnosi di schizofrenia come nel caso di Breivik e di Lanza. Ora che uno schizofrenico imiti un altro schizofrenico o che un gruppo di schizofrenici possa creare uno stile particolare e riconoscibile di omicidio di massa mette in discussione conoscenze psichiatriche che sembravano acquisite. Noi sappiamo che il termine schizofrenia fu coniato di Eugen Bleuler nel 1913 il quale , ispirandosi, a Freud ritenne che le persone affette da questa malattia vivessero in un mondo a parte perdendo la capacità di condividere con altri esseri umani affetti, valori ed obiettivi. Lo schizofrenico sarebbe stato simile ad un anacoreta per ritiro progressivo dalla società. Bisogna ricordare che Freud, che non ha mai avuto in carico uno schizofrenico da lui riconosciuto come tale, riteneva che nella psicosi ci fosse una incapacità assoluta di stabilire un transfert o vivere una risonanza empatica con chicchessia per effetto della regressione che avrebbe riattivato una condizione di isolamento , cioè di narcisismo assoluto simile a quello del neonato. Questa idea rivelatasi poi completamente falsa sia alla luce della ricerca psichiatrica successiva che degli sviluppi della neonatologia, ha escluso le forme schizofreniche dal trattamento analitico classico ritenuto inadatto se non addirittura pericoloso per le forme di schizofrenia latente.

Ora se Lanza , come anche il professore universitario che, recentemente, in Polonia voleva fare un attentato al parlamento con una potentissima bomba, ha imitato Breivik, com’è verosimile pensare , e se quest’ultimo ha tratto a sua volta ispirazione dall’Una bomber americano, il matematico che uccideva per fare propaganda al suo libro-Manifesto, e se altri hanno perseguito strategie criminali analoghe, noi saremmo di fronte al fatto, che gli schizofrenici si influenzano ed entrano in risonanza gli uni con gli altri determinando addirittura uno stile criminale , sfidandosi sullo stesso terreno come in un videogioco on line..

Che cosa dobbiamo concludere? che siamo di fronte ad una evoluzione nel modo di manifestarsi della schizofrenia a cui deve far seguito un adeguamento delle nostre categorie psicopatologiche e diagnostiche?

Che ne sarà allora delle concezioni organicistiche che sostengono la “naturalità” della malattia mentale legata a cause biologiche e genetiche? Il diabete dal tempi di Ippocrate ad oggi non è molto cambiato mentre sembra difficile pensare ad una schizofrenia che attraversi le epoche e le culture mostrando dei tratti immodificabili come quelli del diabete i. Il famoso presidente Schreber, il giudice affetto da schizofrenia paranoide, pubblicò nel 1903 Memorie di un malato di nervi che sono state un materiale di riflessione per i tutti i più importanti psichiatri e psicoanalisti del 900 come lo stesso Freud , Jung, Melanie Klein e Jacques Lacan. Del caso Schreber ha dato una originale e magistrale interpretazione Massimo Fagioli nel suo libro Teoria della nascita e castrazione umana la cui prima edizione risale al 1974: la psicosi con caratteristiche allucinatorie e deliranti si sarebbe sviluppata a partire dall’incapacità del tedesco di distinguere, nel passaggio dal sonno alla veglia le immagini mentali dalle percezioni reali. La malattia di Schreber avrebbe dovuto essere la stessa di quella che ha colpito Lanza o Breivik che secondo la prima coppia di periti psichiatri intervenuti al processo per la strage di Utoya avrebbe agito in preda ad allucinazioni e deliri di grandezza e persecuzione. Ma fra la biografia e gli scritti di Schreber che non ha mai fatto male ad una mosca, salvo disturbare i vicini con urla disumane, e per esempio quelli di Breivik , ben 1500 pagine di copia-incolla propedeutiche alla strage, c’è un vero e proprio abisso.

Si potrebbe approfondire la ricerca su quello strano fenomeno che è il mass shooting seguendo una fondamentale indicazione di Fagioli stesso quando egli afferma che se è vero che esiste un’entità nosografica che fa capo al termine schizofrenia è altresì vero che esistono gli schizofrenici. Come dire che nell’ambito di tratti psicopatologici comuni è necessario in ciascuna malattia individuarne la singolarità: ci sono elementi caratteristici presenti in alcuni casi se non addirittura presenti in un solo caso. E’ per questo che il DSM V, il più famoso ed utilizzato manuale diagnostico, è inutilizzabile poiché non garantisce la veridicità della diagnosi: vengono proposti criteri generici e descrittivi rilevabili anche da un computer, che non permettono di individuare il nucleo psicopatologico nascosto della malattia che si manifesta diversamente in ciascun caso.

L’omicidio di massa, nello stile detto pseudocommando, è una modalità di agire criminale emerso in forma quasi epidemica da pochi decenni prevalentemente negli Usa. Verso di esso per una concomitanza di fattori ambientali e personali, possono orientarsi persone con gravi patologie psicotiche ed alterazione profonda del senso di identità. Alcuni mass murderers hanno fatto scuola diventando i capostipiti di una tendenza e tracciando un percorso che altri hanno seguito.

Uno studioso americano Louis A. Sass, autore del libro Madness and Modernism: Insanity in the Light of Modern Art, Literature and Thought ha sostenuto che pochi individui affetti da patologie più o meno manifestamente schizofreniche hanno avuto una grande importanza non solo sul terreno della psicopatologia e dell’agire criminale, quanto nel campo dell’arte o della filosofia introducendo temi ed atteggiamenti che poi si sono largamente diffusi. In effetti nell’arte moderna e postmoderna e nella filosofia di derivazione esistenzialista sono ampiamente presenti tematiche “schizofreniformi” evidenti nella stranezza dei contenuti e nell’ipertrofizzazione della coscienza, fredda e lucida che li produce. Il vissuto schizofrenico secondo la studioso americano non tenderebbe a rimanere monadicamente chiuso in se stesso, come sembra suggerire il termine autismo nell’accezione originaria di Bleuer, ma avrebbe una risonanza profonda nell’opinione pubblica e nella cultura come è accaduto per la filosofia di Heidegger. Il paradigma della schizofrenia non è più solo l’introversione ed il deterioramento mentale ma anche l’estroversione e l’azione.

Qual è è la lunghezza d’onda sulla quale si sintonizzano i mass murderers con i loro potenziali proseliti ed imitatori ? Questi ultimi, individui anaffettivi ed insensibili ai normali stimoli sociali, reagiscono con un comportamento imitativo rispetto al modello mass shooting. Siamo di fronte ad un vero e proprio processo di infezione psichica e di induzione all’acting out violento contro la quale alcuni, non hanno capacità di resistere. Il punto di vulnerabilità è quella che gli psicopatologi del secolo scorso chiamavano una frattura nella linea della vita cioè un vissuto di totale annullamento del rapporto interumano e di vuoto interiore in un contesto sociale e culturale in cui predomina ’ideologia della guerra: si esalta l’azione eroica ed il ricorso alle armi, sacrificando il valore della vita umana al criterio dell’utilità personale e dell’affermazione megalomanica .

Il quadro di questa nuova psicopatologia non sarebbe completo se noi non includessimo un fattore iatrogeno: l’uso e l’abuso di sostanze psicotrope, sostenuto dalla psichiatria organicistica al servizio delle case farmaceutiche un vera e proprio miccia per eventi violenti e catastrofici.
Sia Adam Lanza che Breivik hanno agito sotto l’influenza di droghe psicotrope e psicofarmaci che è risaputo possono in persone predisposte, avere l’effetto di un innesco detonate per condotte di omicidio-suicidio. La scelta della strage, invece dell’omicidio singolo, potrebbe essere motivata dall’effetto di amplificazione della notizia che i mass media perversamente garantiscono a chi commette crimini particolarmente efferati: per un momento di notorietà e di esposizione pubblica si è disposti allora a sacrificare centinaia di vite umane.

«Un bambino su sei vive in zone di guerra». Il grido d’allarme di Save the children

Senza toni felpati. Oggi più che mai. Le cifre dell’ultimo report appena pubblicato da Save the children sono lapidarie: uno su sei. Ora come mai prima, ora più che negli ultimi venti anni, dice l’organizzazione: un bambino su sei nel 2018 vive in una zona di conflitto. Sono 357 milioni i bambini a rischio, che abitano in zone dove infuria la guerra o aree in cui i politici non tacciono, ma non lo fanno neppure le armi. Più della metà, 165 milioni, vive in zone di conflitto “ad alta intensità”.

Rispetto al 1995, quando erano “solo” 200 milioni, i minori in pericolo sono aumentati del 75 per cento. La mappa del rischio, della violenza, della morte non è solo quella della Siria, ma arriva ai confini della Somalia e dell’Afghanistan. È in Medio Oriente però che due bambini ogni cinque vivono a una manciata di chilometri dal sito di un bombardamento, di una battaglia, di un conflitto armato. Più che in Africa, dove accade a un bambino su cinque. Altri 220mila bambini sono in trappola in Europa, in Ucraina dell’est.

Dal 2005 ad oggi 73mila bambini sono morti o sono rimasti mutilati in 25 conflitti nel mondo, riporta l’Onu, ma dal 2010 il numero dei casi verificati è salito del 300 per cento. Il report di Save the children ha valutato i canoni delle Nazioni unite per calcolare quale fosse il nuovo numero nero dell’infanzia nel mondo, nei paesi in cui si compiono omicidi e mutilazione, si fa uso di bambini soldato, violenza sessuale, rapimento, si ricorre ad attacchi a scuole e ospedali, c’è mancato accesso all’aiuto umanitario. In Siria i bambini rimangono sotto bombardamento costante, proprio come in Yemen, dove però il mancato accesso agli aiuti umanitari peggiora la situazione.

Non solo la morte, le ferite, il lutto: c’è anche la fame, il mancato accesso alle cure mediche di base, all’educazione. «Soffrono quello che nessun bambino dovrebbe mai provare, dalla violenza sessuale agli attacchi suicidi, le loro case, le loro scuole, i loro parchi giochi, sono diventati campi di battaglia» ha detto Helle Thorning Schmidt, amministratrice delegata di Save the children international.

Le ragioni dell’aumento sono semplici: «Ci sono più conflitti oggi e più conflitti che durano per molto più tempo, che accadono in zone densamente popolate. I conflitti in Siria, Yemen, Iraq, accadono tutti in paesi e città dove molti bambini abitano», ha detto una delle consigliere per le aree di conflitto, l’avvocato dell’organizzazione, Caroline Anning. «Nel conflitto in Siria molte scuole sono state attaccate, c’è un uso indiscriminato delle armi, bombe a grappolo sono state usate nelle zone dove i bambini vivono». Ma dopo la Siria, c’è anche il Sudan e il Sud Sudan, lo Yemen, la Nigeria, l’Iraq, la Repubblica democratica del Congo: «C’è un’intera gamma di fattori che, messi insieme, mettono a rischio i bambini oggi, come si era più visto negli ultimi vent’anni».

Gli stregoni sul cadavere di Pamela

Una foto tratta dal profilo Facebook di Pamela Mastropietro la 18enne romana il cui cadavere fatto a pezzi ?? stato trovato ieri mattina in due valigie nelle campagne di Pollenza (Macerata), 1 febbraio 2018 +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO? ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Avete letto dei terribili riti tribali che avrebbero straziato il corpo della giovane Pamela Mastropietro, uccisa a Macerata (sono tre le persone in carcere al momento)? Avete letto i “deliri” di Meluzzi e compagnia cantante (con il candidato di Fratelli d’Italia Guido Corsetto a dargli manforte) sul cuore asportato e il sangue bevuto perché “così fanno i nigeriani”? Vi siete gustati gli speciali di qualche giornalaccio sul “cannibalismo nigeriano”?

Bene. Tutto falso. Tutto. Come scrive l’Agi:

“Da giorni si rincorrono voci secondo cui alla ragazza sarebbe stato asportato il cuore o altro, e fatto sparire, come in un rito tribale o di affiliazione. Invece, a quanto pare, ciò non è avvenuto, come pure non è stato trovato nulla che rimandi a riti nella casa di cui è affittuario Innocent Oseghale in via Spalato, dove Pamela è morta e dove c’è stato il vilipendio del cadavere”.

Eppure per qualcuno è stato bellissimo calpestare il cadavere smembrato di Pamela (smembrandolo se possibile ancora un po’ di più) per aggiungere allo schifo anche un po’ di pittoresca paura per le fantasiose abitudini omicide di un’etnia. Descrivere i nigeriani come un’orda di stregoni è stato perfetto per alimentare ancora di più la xenofobia strisciante e rimpinzare i voti di qualche partituncolo impegnato a concimare il terrore con l’ignoranza.

E invece gli stregoni sono loro: gli italianissimi avvoltoi che hanno aggiunto orrore all’orrore.

Ah, tanto per chiarire: gli autori dell’omicidio (che saranno processati e giudicati) meritano tutta la giusta pena che gli verrà assegnata ma purtroppo non hanno inventato niente: ad agosto dell’anno scorso il sessantaduenne Maurizio Diotallevi a Roma ha strangolato la sorella prima di farla a pezzi e gettarla in diversi cassonetti. L’orrore omicida evidentemente ha tutti i colori e tutte le lingue del mondo.

Ivan Franceschini: «La fabbrica del mondo chiamata Cina. E i diritti dei lavoratori»

CINA:CENTRALE NUCLEARE Workers walk on the grounds of the Qinshan Nuclear Power Plant, in eastern China's Zhejiang province, Friday 10 June 2005. Qinshan is China's first such plant designed, constructed and managed entirely by domestic resources. China plans to build 30 more nuclear generators by 2020, at which point nuclear energy is expected to account for only four percent of the nation's energy capacity. MICHAEL REYNOLDS ANSA-CD

Tra i numerosi, e riuscitissimi, aforismi di Ennio Flaiano ce n’è uno che si è rivelato un po’ meno indovinato degli altri: «Capire la Cina non è soltanto noioso, ma inutile». Così scriveva il grande giornalista e critico cinematografico abruzzese sull’Impero Celeste nel Frasario essenziale per passare inosservati in società. Più lungimirante si è invece dimostrato Napoleone Bonaparte che nel lontano 1816 disse: «Lasciate dormire la Cina perché al suo risveglio il mondo tremerà». Anche se nato come commento di natura militare, l’opinione del generale francese si è avverata sul piano economico. Ed è quindi quanto mai importante, e utile, cercare di capire la Cina e la sua sorprendente ascesa nel mercato globale, tra innegabili successi e altrettante contraddizioni. Nei giorni che vedono milioni di lavoratori spostarsi per tornare alla loro città d’origine per festeggiare il Capodanno Cinese, la festività più importante del Paese equivalente al nostro Natale e che quest’anno cade il 16 febbraio, abbiamo incontrato un affermato studioso italiano, Ivan Franceschini, che sulla Cina ha scritto nel 2016 un piccolo ma prezioso libro, ancora attuale: Lavoro e diritti sulla in Cina. Politiche sul lavoro e attivismo operaio nella fabbrica del mondo (ed. Il Mulino), nato come risultato del progetto sul lavoro cinese in prospettiva globale al quale ha lavorato come Marie Curie Fellow all’Università Ca’ Foscari di Venezia e all’Australian Centre on China in the World di Canberra.

Una domanda preliminare ma necessaria. È ancora corretto definire la Cina come la “fabbrica del mondo”, alla luce dell’incremento medio dei salari dei lavoratori e dell’aumento delle produzioni ad alto contenuto tecnologico delle industrie cinesi?

È vero che i salari in Cina – e più generalmente il costo del lavoro – sono cresciuti molto negli ultimi anni sull’onda dell’adozione di una serie di nuove leggi e regolamenti sul lavoro, ed è anche vero che i lavoratori cinesi hanno tratto vantaggio dai cambiamenti demografici in atto nel Paese, con il loro potere contrattuale rafforzato dall’emergere di quella che è stata definita come una vera e propria ‘carestia di migranti’. Allo stesso tempo, le autorità cinesi hanno lanciato imponenti campagne per l’upgrade industriale nel tentativo di scrollarsi di dosso la reputazione di ‘fabbrica del mondo’. Tuttavia, a dispetto dei progressi in questo senso, e nonostante un numero sempre maggiore di aziende in settori ad alta intensità di lavoro stia trasferendo la produzione dalla Cina ad altre aree dove i costi sono inferiori, la Cina rimane tuttora il centro della manifattura globale.

Negli ultimi mesi, tra novembre e dicembre del 2017, la stampa internazionale ha dato ampio spazio alle notizie degli sgomberi dei lavoratori migranti (per lo più contadini) a Pechino. Secondo le ultime stime sono circa 273 milioni, e vivono in condizioni di estrema precarietà dovuta al mancato ottenimento della registrazione (hukou) nella città dove lavorano, e senza la quale non si ha accesso ai diritti essenziali come l’assistenza sanitaria e l’istruzione. Il motivo ufficiale degli sgomberi è stato la scarsa sicurezza delle case nelle quali abitavano. Ci sono a suo avviso motivi meno nobili dietro la decisione dell’amministrazione pechinese? 

In realtà, il dramma che si è svolto alla fine del 2017 è stato il culmine di un lungo processo. Già nel marzo del 2014, un piano ufficiale per la ‘nuova urbanizzazione’ rilasciato dalle autorità centrali cinesi richiedeva l’adozione di severe misure restrittive per contrastare i flussi migratori verso le megalopoli con più di cinque milioni di abitanti. Tre anni dopo, nell’aprile del 2017, le autorità di Pechino hanno annunciato l’intenzione di limitare la popolazione della capitale – che allora si aggirava intorno ai 22 milioni di persone – a non più di 23 milioni entro il 2020. Questo avveniva nel mezzo di piani per riqualificare ampie aree della città che prevedevano l’abbattimento di decine di milioni di metri quadrati – 30 milioni nel 2016, altri 40 milioni nel 2017 – di costruzioni illegali, soprattutto piccoli negozi, ristoranti, bancarelle gestite da migranti. Nell’estate del 2017 ha fatto notizia in Cina l’annuncio che alcuni villaggi ai margini di Pechino – località che ospitano quei lavoratori migranti che non possono permettersi un alloggio nella capitale – avrebbero iniziato a richiedere alla popolazione non locale di pagare una cifra esagerata come una sorta di tassa di soggiorno. Dichiaratamente, questi soldi sarebbero stati usati non solo per coprire i costi dei servizi e della pubblica sicurezza, ma anche per raggiungere l’obiettivo di avere zero migranti all’interno del villaggio. È stato in questo contesto che nel novembre del 2017, quando un incendio in una palazzina alla periferia di Pechino abitata soprattutto da migranti ha causato la morte di diciannove persone, le autorità cinesi hanno colto la palla al balzo per iniziare un’opera generale di ‘pulizia’ di quelli che sono stati definiti gli “strati inferiori della popolazione”. La situazione è presto sfuggita di mano, e nessuno si aspettava la risonanza che la vicenda avrebbe ottenuto a livello mediatico, tanto in Cina quanto all’estero.

Nel suo libro dà conto del cosiddetto “risveglio dei diritti” messo in atto dai lavoratori migranti, in particolar modo da parte dei “migranti di nuova generazione”, generalmente più giovani ed istruiti, lontani dalla dicotomia “sfruttamento/resistenza” con la quale tradizionalmente in Occidente si è sempre inquadrato il lavoratore cinese. Si può parlare, a questo proposito, di una rottura con il passato in direzione di una maggiore consapevolezza dei diritti?

Quello che propongo nel mio libro è in realtà una critica dell’idea del “risveglio dei diritti”. Nell’ultimo decennio si è scritto molto su questo presunto ‘risveglio’ dei lavoratori cinesi, in particolare in occasione di alcuni specifici episodi di mobilitazione operaia in cui i lavoratori hanno avanzato rivendicazioni salariali che andavano ben oltre quanto avevano diritto per legge. Stando a questa narrazione, protagonista della nuova ‘ondata’ di attivismo sarebbe stata la cosiddetta ‘nuova generazione di migranti’, vale a dire quei lavoratori di origini rurali nati negli anni Ottanta e Novanta. Se questi nuovi lavoratori indubbiamente presentano elementi di rottura con il passato in termini di identità, aspettative e abitudini di consumo, presentarli come il motore della lotta operaia in Cina è, a mio avviso, un’esagerazione. Negli ultimi anni, la maggior parte delle proteste dei lavoratori in Cina ha avuto luogo per il mancato pagamento dei contributi previdenziali, oppure in risposta a decisioni aziendali di chiudere gli impianti e rilocare la produzione altrove. A giocare un ruolo fondamentale in questi episodi sono stati lavoratori più anziani, più esperti e maggiormente preoccupati per il proprio futuro post-lavorativo. Da questo punto di vista, l’idea che i giovani migranti siano più attivi è come minimo una semplificazione. Più in generale, l’idea stessa che in Cina stia avendo luogo un ‘risveglio’ dei lavoratori dovrebbe essere presa con le pinze. Se, come dicevo, non mancano episodi in cui lavoratori si sono mobilitati per i propri interessi – in contrasto con la grande maggioranza dei casi di sciopero, in cui i lavoratori si limitano a rivendicare diritti già concessi per legge – questo non è automaticamente indicativo di una tendenza più generale.

A seguito della ricerca che ha svolto sul campo, tra il 2012 e il 2015, con più di 1300 interviste ai lavoratori in 3 diverse città cinesi, a proposito del sindacato conclude: «Quasi i due terzi degli intervistati ignorava o non aveva un’idea chiara del ruolo del sindacato». Quale ritiene sia la causa di questa “irrilevanza” del sindacato cinese e quali sono le conseguenze maggiori per i lavoratori?

In una più recente ricerca che ho realizzato su un campione di lavoratori nel settore tessile ho riscontrato un dato ancor più sorprendente: il 28 percento dei miei 250 intervistati non aveva mai sentito prima la parola cinese per sindacato (gonghui). Questa irrilevanza è dovuta alla struttura stessa del sindacato cinese. In Cina ancora oggi è permesso un solo sindacato, la Federazione nazionale dei sindacati cinesi (Fnsc). Si tratta di un’organizzazione colossale, che nel 2017 contava oltre trecento milioni di membri – quanti dei quali fossero consapevoli di esserne parte non saprei dire. Prima che un sindacato, la Fnsc rimane una tradizionale organizzazione di massa, pensata per funzionare come cintura di trasmissione leninista tra Partito e lavoratori – e non sono parole mie, ma è la retorica usata dai massimi dirigenti cinesi in ogni occasione ufficiale. Se negli ultimi tempi la Fnsc ha dedicato parecchie risorse all’assunzione di personale in grado di fornire assistenza legale nel caso di dispute lavorative, a livello aziendale il sindacato ufficiale si occupa soprattutto dell’organizzazione di attività ricreative per i dipendenti. In molti casi, sebbene sia proibito per legge, i quadri della sezione sindacale aziendale spesso sono manager o parenti dei datori di lavoro e il sindacato aziendale è stabilito solamente pro forma, in risposta a richieste giunte dall’alto. In un contesto simile, c’è ben poco da stupirsi se i lavoratori cinesi non hanno un’idea chiara di cosa sia un sindacato. La conseguenza più evidente dell’assenza di un sindacato indipendente in Cina si riscontra nel fatto che, nel caso di una disputa lavorativa, la maggior parte dei lavoratori cinesi, piuttosto che lottare, sceglie di dare le dimissioni e cercare una nuova occupazione. Senza sindacati indipendenti, per i lavoratori cinesi è molto più difficile – anche se non impossibile – organizzarsi per portare avanti le proprie rivendicazioni, tanto più qualora si renda necessaria una lotta sostenuta nel tempo.

Oltre al sindacato ufficiale, in Cina sono presenti molte Ong del lavoro nate a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. Il numero così alto di organizzazioni “non riconosciute” cosa ci dice sul mondo del lavoro cinese?

In realtà, il numero di queste organizzazioni è tutt’altro che alto. Si tratta al massimo di qualche dozzina di organizzazioni, concentrate per lo più nella provincia del Guangdong e in poche altre metropoli costiere, nulla in confronto al numero di lavoratori migranti in Cina e ai loro bisogni. Se non altro, l’esistenza di queste organizzazioni ci racconta del fallimento del tentativo delle autorità cinesi di affidare la rappresentanza dei lavoratori al sindacato ufficiale. Queste Ong infatti giocano un ruolo fondamentale di intermediazione tra i lavoratori e il sistema giuridico cinese, assistendo i lavoratori cinesi là dove le istituzioni preposte a questo scopo falliscono. In alcuni casi, negli ultimi anni, queste Ong si sono spinte al punto di intervenire in dispute collettive, spiegando ai lavoratori come eleggere i propri rappresentanti per avviare una contrattazione collettiva con il proprio datore di lavoro. È stato proprio questo approccio militante che alla fine del 2015 ha portato le autorità cinesi a lanciare un nuovo, pesantissimo giro di vite contro queste organizzazioni. Le Ong del lavoro oggi si trovano ad affrontare difficoltà enormi, tanto per le crescenti difficoltà ad accedere a finanziamenti stranieri – per ovvie ragioni, non esistono forme di finanziamento locali – quanto per il controllo sempre più soffocante delle autorità cinesi sulle loro attività.

Con l’ascesa al potere di Xi Jinping, e con una Cina sempre più proiettata all’estero con interventi infrastrutturali faraonici quali la costruzione della Nuova Via della Seta, si registra qualche miglioramento sul fronte dei diritti dei lavoratori? Si può sostenere, insomma, che il grande sviluppo economico possa contribuire anche allo sviluppo dei diritti? O è solo un auspicio per il futuro?

La vicenda degli sgomberi a Pechino dimostra che sviluppo economico e diritti dei lavoratori non necessariamente vanno di pari passo. In assenza di un movimento dei lavoratori forte e organizzato, ogni avanzamento sul fronte dei diritti rimane sacrificabile. In fondo, i diritti dei lavoratori in Cina sono pur sempre una concessione dall’alto, un ‘regalo’ del Partito alle masse, non una conquista, il che è una differenza non da poco. Per quanto riguarda la Nuova Via della Seta, sebbene mezzo mondo sia intento a discutere – spesso con toni sicofantici – di come approfittare di questa opportunità, quello che manca è proprio un’analisi del possibile impatto sociale di questi investimenti nei paesi destinatari, in particolare in relazione al lavoro. Le ragioni di preoccupazione non mancano. Penso ad esempio alla situazione che si sta verificando in Cambogia – oggetto della mia nuova ricerca – dove massicci investimenti e aiuti incondizionati provenienti dalla Cina stanno non solo avendo pesantissime ripercussioni sociali, ma anche contribuendo a fare terra bruciata delle fragili istituzioni democratiche costruite con fatica negli anni trascorsi dalla fine della guerra civile. Da questo punto di vista, auspicherei più attenzione – o quantomeno l’inizio di un dibattito – sull’impatto sociale, non solo economico, degli investimenti cinesi all’estero, anche in Italia.

Iran, il caso del professore ambientalista. E’ stato un suicidio?

L’ambientalista iraniano Kavous Seyed Emami, morto due giorni fa nella prigione di Evin a Teheran, si è suicidato perché le prove di spionaggio contro di lui erano schiaccianti. O, almeno, è questa è la versione ufficiale delle autorità iraniane e del giudice Abbas Jafari Dolatabadi: «ha commesso suicidio in prigione perché sapeva che molti avevano testimoniato contro di lui, lui stesso aveva confessato».

Parole che descrivono una spia, che si sarebbe tolto la vita per la vergogna. Ma l’intellettuale ed accademico Emami, 63 anni, doppio passaporto, – canadese ed iraniano -, era un professore di sociologia all’università Imam Sadigh, fondatore della Persian Wildlife Heritage Foundation. Era stato arrestato il mese scorso, il 24 gennaio, e trasferito nella prigione di Evin, dove nel 2003 la fotografa iraniana canadese Zahra Kazemi, 54 anni, è morta dopo essere stata arrestata solo per aver scattato delle fotografie. Emami aveva combattuto nella guerra contro l’Iraq, per diventare poi, strenuo difensore dell’ambiente del suo Paese.

Il figlio di Emami, il musicista Ramin, insieme a molti altri attivisti, non crede che si sia tolto la vita. Cominciano a porre interrogativi sulla sua morte anche i membri dell’Associazione dei sociologi iraniani. Ali Shakourirad, a capo del Partito dell’Unione islamica riformista, ha ribadito che questa morte «solleva molte domande e preoccupazioni pubbliche».

Questa non è la prima morte sospetta, bollata come suicidio, tra i detenuti delle carceri persiane. Due manifestanti iraniani, arrestati durante le recenti proteste che hanno scosso il Paese il mese scorso, sono morti in cella e anche in quel caso, la spiegazione ufficiale delle autorità è stata: “suicidio”. I familiari, insieme ai loro avvocati, hanno chiesto un’indagine indipendente per una verità altra, che credono non assomigli a quella ufficiale delle toghe.

Si continua a morire a Teheran. La repressione continua. Quello di Emami non è stato il primo arresto tra la comunità accademica degli ecologisti iraniani. Sette persone sono state ammanettate la settimana scorsa per aver fornito informazioni classificate «sotto la copertura di progetti ambientalisti e scientifici», perché, riferiscono le autorità, le loro ricerche nei siti erano in realtà una copertura «per attività di spionaggio». Dopo le preoccupazioni espresse da Antonio Guterres e dall’Onu sulla vicenda, sono arrivate quelle del Center for Human Rights in Iran: «il sistema giudiziario è fuori controllo, sta collaborando a coprire la verità».