Che cos’è rivoluzionario? Una donna che smette di credere che il talamo nuziale sia un altare inviolabile e il proprio uomo emanazione di Dio. Una donna che guarda nella direzione opposta. Come Viviane, a protagonista che dà il titolo al film splendido diretto da Ronit.
I materiali messi a punto da Stefano Incerti per Neve facevano ben sperare rispetto al presente corrivo del cinema italiano. Tuttavia al film manca il coraggio del regista e dello sceneggiatore di affondare le mani nella neve, preferendo scivolarci sopra troppo comodamente.
Film da non perdere. Il regista autore di 5 lungometraggi e un videoclip, a soli 25 anni firma un lavoro sorprendente per forza ritmica e originalità espressiva. Chi vi assiste ha la sensazione di essere proiettato in un vortice di furiosa energia, che colpisce duro la testa e il cuore.
Il tema ragione e irrazionalità, dubbio/ fede, di bergmaniana memoria, viene declinato da Allen in tono decisamente minore e fiacco. Dissertazioni e rovelli passano attraverso le parole e non suscitano reale empatia.
La pellicola segue con stile asciutto, icastico, uno ad uno i dieci protagonisti di questa vicenda che ormai da anni ha incendiato la valle e che abbiamo imparato a conoscere come il movimento No-Tav. E lo fa con pudore, tuttavia scegliendo da che parte stare.
C’è tutta la grammatica della sci-fiction nel film di Nolan e ci sono i temi che gli sono cari dai tempi di Memento: il tempo, come condizione esistenziale e relativismo siderale; la curvatura dello spazio, orizzonte alternativo nella quarta dimensione; l’amore padri figli; gli affetti e le memorie, che compongono la nostra vita; i rapporti umani, che resistono al di là delle barriere del tempo e dello spazio; le emozioni, essenze nodali del nostro essere umani, e ancora i sogni, l’energia che vibra al di là di soglie e delle distanze, lo sprofondamento nell’ignoto.
Tre aggettivi per il film Deux jours, une nuit bello, rigoroso, toccante e tipicamente Dardenne: film low budget, storie apparentemente semplici, realismo lavorato da finezze introspettive, generose prove attoriali, grande senso della contemporaneità e della violenza dei conflitti sociali.
Desta stupore il fatto che una tale vicenda non abbia sollecitato il regista ad indagare dinamiche più profonde. Dichiarando di essere rimasto colpito da quell’avvenimento ci si chiede alla fine cosa realmente di quella vicenda l'abbia colpito per arrivare a farne un film.
Il Pasolini cinematografico incarna bene il Pasolini storico e William Defoe vi si immedesima perfettamente. Pasolini interpreta il dramma, il conflitto, di colui che è parte di quella forza che desidera eternamente il bene e produce eternamente il male.
Se il cinema ha il pregio di essere definito arte è grazie ad opere come Il regno d’inverno di Nurij Bilge Ceylan. Un film impegnativo, non solo per la durata, ma perché ci chiede di aderire a un’esperienza visiva che è anche “filosofica”.